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Le ragioni dell’arte e quelle della pubblicità

Non sono un nostalgico dell’ancien regime, come implicitamente mi accusa di essere il soprintendente di Firenze Antonio Paolucci, in un articolo apparso recentemente sul Giornate dell’arte. Ho firmato, non lo nego, insieme ad altri colleghi tra cui Paola Barocchi, Michael Hirst, Willibaid Sauerlaender e Salvatore Settis, una lettera di protesta contro il movimento perpetuo con cui si mettono a rischio opere d’arte di prestigio assoluto per far da testimonial in eventi espositivi motivati più da ragioni politico-diplomatiche che culturali. Ma non per questo mi auguro di vedere gli Uffizi deserti come quando li visitava Berenson, nè vorrei che le mostre fossero frequentate da pochi e scelti conoscitori. Anche a me hanno insegnato che non si sputa nel piatto in cui si mangia. Ma dirò di più: di tutte le accuse, velate o esplicite, che Paolucci rivolge a me e ai cofirmatari di quella lettera (chi abbia voglia di leggerla per intero la troverà sul Giornale dell’Arte di gennaio), quella che più mi sorprende, non essendo versato in Studi psicanalitici, ma meno mi tocca, è quella relativa alla " latitanza vergognosa dell’Università" , che secondo Paolucci impedirebbe ai giovani meritevoli di pubblicare le proprie ricerche. Sono ben altri i guasti dell’Università italiana di cui mi vergogno, primo fra tutti la mediocre demagogia con cui garantisce a chiunque l’opportunità di iscriversi a qualsivoglia corso di laurea, ma non quella di uscirne con un diploma in tasca dopo un ragionevole lasso di tempo ed un impegno individuale adeguato. Ma quanto a pubblicazioni – periodiche e non – di giovani e di meno giovani, l’università italiana, e il nostro settore in particolare, è fin troppo prodiga, come da sempre testimoniano i cori d’invidia dei colleghi stranieri – americani, ma non solo – per la quantità di riviste e di pubblicazioni scientifiche che produciamo in Italia. Diverso sarebbe il discorso se si parlasse di qualità, ed è su questo terreno che Paolucci dovrebbe confrontarsi senza divagare o coprirsi dietro un fuoco di sbarramento indirizzato contro bersagli di comodo. Ma davvero considera positiva per la ricerca la congerie di testi che affolla gli ipertrofici cataloghi delle nostre mostre? O non pensa come me, dato che è fra i pochi capaci di produrre sia ricerca che godibilissima divulgazione, che da noi la maggior parte dei cataloghi sono invariabilmente fallimentari sul piano della divulgazione dei contenuti della ricerca (peccato veniale, se in alternativa si predisponessero specifiche pubblicazioni rivolte al grande pubblico, il che non accade quasi mai), ma sono spesso carenti anche sul piano scientifico, perché disorganici, raffazzonati e occasionali nel senso peggiore del termine? Ma venendo al merito della questione che abbiamo posto con la nostra lettera, poiché, come anche Paolucci ci concede, non siamo in assoluto contro gli spostamenti di opere d’arte, ma ci auguriamo semplicemente che siano concessi con discernimento, torna a proposito proprio l’esempio della mostra sul cardinal Ferdinando che si tiene in questi giorni a Villa Medici. Paolucci, giustamente, rivendica il merito (e il coraggio) di essersi assunto la responsabilità, contro il parere dei Direttori dei Musei direttamente interessati, di prestare alla mostra il Mercurio di Giambologna e due statue del gruppo dei Niobidi. Ma quella mostra, come ricorderà chi ha letto su queste pagine la mia entusiastica recensione, si sforza di ricostituire, sia pure temporaneamente, il contesto originario della collezione del cardinale Ferdinando de’ Medici nella sua villa romana: di qui l’importanza rivestita dalla presenza di opere come quelle prestate da Paolucci, che di quel contesto originario erano gli elementi di maggior spicco. Il problema, insomma, non è quello di negare i prestiti ad ogni costo, ma di concederli a ragion veduta, e questa ragione non può essere di pura opportunità politica, perché il compito di un Conservatore non è quello di accondiscendere incondizionatamente alle richieste della politica e nemmeno quello di contrastarle per principio, ma quello di orientare le decisioni politiche in modo che siano in sintonia con le ragioni della cultura. E queste ultime consigliano che un Paese come il nostro sia geloso della salvaguardia dei contesti storici e della propria identità culturale, piuttosto che assecondare la tendenza alla dissipazione spettacolare e all’omologazione che è già di per sé così forte nell’era della globalizzazione. Alla nostra richiesta di salvaguardare questa identità e di impedire che il nostro paese dia il triste spettacolo di svendita all’ingrosso che stanno dando proprio in questi anni paesi di più modesta cultura e tradizione, Paolucci risponde che bisogna arrendersi di fronte alle ragioni della promozione pubblicitaria e all’inarrestabile tendenza alla mitizzazione di massa delle opere d’arte, " pallidi soli" che sostituiscono nell’immaginario delle masse " le declinanti religioni, la politica che non c’è più, le identità sociali sempre meno riconoscibili" . Molto ben detto: ma io continuo a pensare che il compito di un intellettuale non sia quello di demonizzare i " segni dei tempi" , ma nemmeno di assecondarlo acriticamente. Se c’è, come c’è, una deriva mitizzante, proprio perché se ne intendono le motivazioni profonde, spetta a chi fa il nostro mestiere contrastarne gli effetti di appiattimento unidimensionale, inoculando dosi massicce del vaccino di cui dovremmo essere i depositari: lo spirito critico.

Autore: Antonio Pinelli

La riflessione scaturita dal discorso del presidente italiano a Luxor

Le novità della presidenza Ciampi non sono solo di stile, sono di sostanza. Lo mostra, fra le molte altre cose, la recente dichiarazione del Presidente a Luxor, durante la sua recente visita ufficiale in Egitto, sulla sfida del patrimonio culturale del Mediterraneo. Ecco una cosa che davvero in Italia non si era mai vista: un Presidente della Repubblica che si pronuncia in prima persona sul patrimonio culturale, e non come se si trattasse di qualcosa di opzionale o esornativo, ma al contrario prendendo di petto il punto cruciale: non si dà politica senza identità culturale, e per la definizione delle identità è assolutamente centrale il patrimonio culturale. Parliamo qui di identità in un momento delicato e importante, sulla soglia dell’Europa. In che senso si può parlare di identità nazionale italiana mentre stiamo cercando di contribuire a costruire quella europea? E, d’altra parte: come definire un’identità culturale europea che non pretenda di cancellare le identità nazionali forti, ma nemmeno si limiti a genericissimi principi? E come costruirla senza le tristi albagie di un’immagine dell’Europa come centro del mondo e culla privilegiata della civiltà? In altri termini: come si può definire 1′ " essere europei" , in un’età postcoloniale e multiculturale, senza ricadere nella trappola (per usare il linguaggio politically correct d’oltre Oceano) di essere eurocentrici? È sullo sfondo di domande come queste che la scelta del Presidente di incentrare la sua " dichiarazione di Luxor" sul Mediterraneo prende il suo senso compiuto, e indica una direzione: un’identità non isolazionista, ma che punta, al contrario, sulla complementarietà, sugli scambi. Incentrata non sull’esclusione, ma su un principio di reciproca inclusione. Il Mediterraneo non vuol dire solo Europa, vuol dire Africa e Asia; vuol dire cristianesimo (anche ortodosso), e vuol dire Islam. Vuol dire non un confine fra il Nord e il Sud del mondo, ma piuttosto un fitto reticolo di comunicazioni, con amplissime e vitali zone di transizione, che possono essere l’Africa settentrionale romanizzata o la Spagna e la Sicilia islamizzate; o una città che è al tempo stesso la Bisanzio dei coloni greci, la Costantinopoli degli imperatori cristiani, la turca Istanbul. Perché la stessa storia si può raccontare in modi diversi e anzi opposti: per fare un esempio anche troppo facile in tempi di " fine millennio" , la storia del calendario che usiamo ogni giorno può essere raccontata come quella del calendario di Giulio Cesare riformato da papa Gregorio XIII, e dare l’impressione della centralità di Roma. Ma l’altra storia (quella vera) è che il calendario giuliano non sarebbe stato possibile senza le osservazioni e i computi astronomici di Babilonesi, Egiziani, Greci: e che di tutte queste fasi esso (dunque il nostro calendario) ingloba tracce ben chiare. E’ significativo che questo richiamo forte al ruolo del patrimonio culturale nella definizione dell’identitaria venga dall’Italia: un Paese nel quale si è ben visto quanto le apparenti spinte separatistiche canalizzassero di fatto superficiali e poco elaborate forme di protesta; ma anche come l’accesso alla moneta unica europea (che va in direzione del tutto opposta) sia stato largamente vissuto come un successo non solo dello Stato, ma dei cittadini. Ma nei processi di ampia integrazione, dei quali siamo più o meno consapevoli e convinti protagonisti, non ci sono solo economia e tecnologia, ed è proprio Ciampi a ricordarcelo: " La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e a promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità" .Ora, il più grave errore possibile nel processo di definizione di un’identità europea sarebbe l’adozione di un modello di " omogeneizzazione" , come gli stati nazionali europei hanno fatto nelle loro fasi di formazione. Al contrario, l’identità culturale europea deve concentrarsi sulla diversità e le differenze, nonché sulle relazioni fra i vari popoli, sia in Europa (comunque definita) che fuori. E’ qui che gli intellettuali di professione sono chiamati a un compito alto e significativo, se vorranno aiutare a comprendere e a mostrare la storia di queste diversità e di questi scambi, non tenendo solo per sé il momento della ricerca e della riflessione. La cultura accademica deve comunicare con la cultura popolare sui grandi temi della società civile, specialmente nell’urgenza di scelte e determinazioni politiche che coinvolgono tutti i cittadini, e possono avvantaggiarsi di un più alto grado di informazione e di consapevolezza. La definizione dell’identità culturale richiede uno sforzo concertato e multidisciplinare, e ha inevitabilmente una dimensione politica, tanto più evidente quando il tema sia applicato all’Europa in un momento formativo e fondativo come il presente. In Europa i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati e distinti con meccanismi e dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita " per distinzione" dalle altre, ma piuttosto mediante l’analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture. In altri termini, si può dire che l’identità culturale è scomponibile, perché risulta da un processo di interscambio, in cui ciascuna cultura " riceve" e " dà" .L’identità culturale europea non è né una somma delle singole identità nazionali, dei Paesi europei, né un " blocco omogeneo" da cui quelle identità singole si possano ritagliare. Essa risulta anzi da una serie di fenomeni o di fattori " trasversali" : per esempio, la convergenza di tradizione greco-romana e tradizione giudaico-cristiana non è privilegio di nessun Paese, ma si è compiuta in Europa. L’Europa però non è sufficiente a spiegare o a " raccontare" questo fenomeno, dato che in esso ebbe parte assai importante la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, già parte dell’impero romano e poi islamizzata. In tutti i Paesi europei, i cittadini convivono quotidianamente con segni forti della loro identità culturale, opere d’arte vecchie di secoli o di millenni, che sono ancora là dove furono create, anche se volte con mutamento di funzione (il Pantheon trasformato in chiesa). Ma questi " segni forti" trasmettono essi stessi il messaggio cruciale di un’identità culturale molteplice perché nata da interscambi: templi greci in Sicilia, città romane in Africa settentrionale, artisti fiamminghi a Genova e italiani a Fontainebieau e a Pietroburgo; e così via.Perché l’Italia possa contribuire a questo processo, la prima mossa è naturalmente una riflessione sulla propria identità, a sua volta frutto di sovrapposizioni e scambi. Nonostante certe retoriche nazionalistiche un tempo assai abusate, le sue radici non coincidono affatto con la tradizione romana: non meno importante è la componente greca, in Italia meridionale e in Sicilia; ma. anche altre componenti, principalmente quella etrusca, quella celtica, e quella delle varie civiltà italiche (Osco-Umbri, Siculi, Piceni…) sviluppatesi in parallelo alla più antica storia di Roma. Questo per dire solo dell’antichità: ma le successive invasioni e i domini " stranieri" , tante volte deprecati in quanto avrebbero impedito un’unità nazionale che di fatto solo assai tardi divenne un vero fine politico degli Italiani, portarono in Italia il lievito di componenti culturali rilevantissime, dalla Provenza a Napoli come da Creta a Venezia. Il rovescio della medaglia è che dall’Italia partirono correnti e fenomeni culturali che hanno avuto un’importanza straordinaria per la storia dell’Europa e non solo: basti pensare alla diffusione del latino da dialetto di un villaggio chiamato Roma a lingua dell’impero, fino alle lingue neolatine oggi parlate. Ma quest’Italia " che dà" ad altri il latino o il Rinascimento non è diversa da quella che " riceve" da altri: Greci, bizantini, arabi, longobardi, francesi, spagnoli e così via. Anche i necessari scambi di esperienze professionali e di tecnologie, ivi incluso il restauro, le tecniche museali e informatiche (a cui allude la dichiarazione del Presidente) vanno visti su questo sfondo secolare di scambi, di un perpetuo " dare e avere" ; ne sono, per così dire, la nuova versione. Ma è importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture. Se comunicato nelle forme più efficaci e opportune, questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio culturale e politico del quale il nostro mondo ha assoluto bisogno, specialmente in un momento di forti migrazioni dal Sud al Nord del mondo: un messaggio di apertura e di tolleranza.

Fonte:Salvatore Settis

Benvenuti turisti purché responsabili

Il turismo è considerato per definizione un’attività leggera e disimpegnata. Non a caso è ricorrente il confronto tra i viaggiatori dei secoli passati, che si suppone fossero mossi da serissime motivazioni spirituali e inesauribile sete di conoscenza, e il turista contemporaneo, che cercherebbe invece soltanto distrazioni e svago. C’è in tutto questo un fondo di verità, e molti luoghi comuni. Ma se l’ambito disimpegno può essere conseguito abbastanza facilmente nell’abituale villeggiatura o nei viaggi a corto e medio raggio, tutto cambia quando il turista lascia l’Occidente e si spinge in Paesi lontani. Il sogno di paradisi esotici sottratti alla contaminazione della storia svanisce infatti al primo contatto con la miseria, il sottosviluppo, la fame, le malattie. Il turismo è talora responsabile di gravi forme di degrado materiale e morale – pensiamo al turismo sessuale – ma più spesso il turista scopre in viaggio responsabilità e complicità dell’Occidente, le dure leggi dell’economia globale spogliate da tutte quelle regole e quei freni culturali e morali che da noi ne limitano gli effetti negativi. Particolarmente delicato è il tema del rapporto tra turismo e diritti umani, al centro di un’interessante tavola rotonda che si terrà a Milano il 7 maggio (“La coscienza degli struzzi: turismo e diritti umani”, ore 11, Palazzo delle Stelline, nell’ambito del ricco programma della Settimana del viaggio/I viaggi di Outis, che si svolgerà a Milano dal 3 al 9 maggio, www.assoexpo.com/outis); in molti Paesi infatti, anche tra quelli preferiti dai turisti, i diritti umani sono sistematicamente violati da governi autoritari e dittatoriali. Che fare? Molti turisti, da buoni struzzi, scelgono di non vedere, assecondati dall’industria turistica e dalle autorità locali. Si muovono in compatte comitive, limitando i contatti con i locali a pochi scaltriti intermediari; oppure si rinchiudono nella bolla dei villaggi vacanze, isole d’Occidente nei luoghi più remoti del mondo. Ma chi sceglie di viaggiare a occhi aperti può comunque fare molto. Ad esempio lo scorso anno ha avuto notevole successo il boicottaggio del turismo in Birmania promosso dall’Associazione italiana del turismo responsabile (per inf.: 0185773061, www.solidea.org) per protestare contro la violazione dei diritti umani; e il timore delle possibili testimonianze negative dei turisti è comunque un deterrente per i governi, che non vogliono rinunciare alla pregiata valuta straniera. Sono le difficoltà e le contraddizioni del turismo contemporaneo, almeno da quando è diventato la prima industria mondiale e si svolge su scala globale. E’ possibile superarle? Sempre più spesso una via d’uscita è ricercata nel turismo responsabile, una formula che conosce un crescente successo: dopo essere stato a lungo un fenomeno " di nicchia" , è triplicato negli ultimi cinque anni e interessa oggi 30 mila persone, tanto che l’offerta è ormai inferiore alla domanda. E anche l’Organizzazione mondiale del turismo nella riunione plenaria del 1999, svoltasi a Santiago del Cile, ha proposto per la prima volta nella sua storia, un codice di comportamento (Global Code of Ethics for Tourism) rivolto ai soggetti centrali dell’industria turistica – Stati e comunità locali, tour operator e turisti – perché un corretto esercizio del " diritto al turismo" diventi fonte di sviluppo economico e di riaffermazione delle libertà civili. Ma cos’è concretamente il turismo responsabile? Si tratta di viaggi preparati da associazioni e organizzazioni non governative secondo ben precisi criteri. Prima di partire ad esempio i viaggiatori " responsabili" hanno la possibilità d’informarsi approfonditamente sulle condizioni politiche, sociali e culturali del Paese che visiteranno. Troppi turisti infatti partono senza sapere nulla (talora nemmeno la geografia elementare); altri, è vero, studiano libri e guide con autentico furore, ma si limitano troppo spesso ai soli aspetti storici, nozioni che poi sul luogo verificano ansiosamente, gli occhi ben fissi sulla guida… Giunti nel Paese prescelto, il turista responsabile soggiorna in alberghi a piccole dimensioni, o anche presso le famiglie, per facilitare il contatto con la società che lo ospita. Infatti ognuno ha sperimentato come i viaggi " tutto compreso" non prevedano e spesso non consentano il contatto con le popolazioni e le culture locali, se non nelle forme false e stereotipate delle " manifestazioni tradizionali" (ad esempio le danze), inscenate per i turisti a ore fisse da professionisti stipendiati. E quando cerca di superare la barriera che lo separa dagli abitanti del luogo, provoca spesso conflitti, perché ignora usanze, tradizioni, regole religiose, rapporti sociali; si rende molesto fotografando tutto ciò che l’interessa, oppure si rende ridicolo intavolando penose contrattazioni per strappare sconti su prodotti " tradizionali" , fabbricati in realtà in Estremo Oriente. Il turismo responsabile permette invece di condividere la vita di ogni giorno nelle sue diverse dimensioni: il lavoro, la famiglia, la socialità. Certo, richiede di rinunciare alla fretta, e la disponibilità a mettere in discussione le immagini stereotipate degli " altri" . E mentre il turista impara a conoscere e rispettare l’ambiente e la cultura dei popoli visitati, dall’altro anche la popolazione locale apprende cultura e costumi degli stranieri. Proprio il coinvolgimento delle comunità locali, che offrono informazione, assistenza e intrattenimento, è il fondamento del turismo responsabile, il suo valore aggiunto. Nonostante questi vantaggi, il turismo responsabile non costa più di quello organizzato, anche se una parte molto maggiore dei guadagni resta alle comunità locali, anziché nelle mani delle grandi multinazionali del turismo. È insomma un turismo più impegnativo, ma anche più umano, che anziché rimuovere accetta con consapevolezza le inquietudini, i disagi e le ambiguità della nostra ineludibile condizione di turisti. Di fronte al senso della finitezza di un mondo tutto uguale che affligge il turismo globalizzato, conserva quella dimensione di scoperta e di formazione che invidiarne ai viaggi del passato.

Autore: Claudio Visentin

La cultura è un impegno morale 

Al confronto non si sfugge. Il libro che Mauro Calamandrei ha dedicato alla gestione delle maggiori istituzioni culturali americane, tra filantropia e volontariato, invita inesorabilmente a spostare l’attenzione dal mondo dorato degli Usa alla ben più intricata e variegata realtà italiana. Giornalista di lungo corso e fine conoscitore della scena statunitense – da cui invia, fra l’altro, le cronache culturali che leggiamo periodicamente sulle pagine del Sole-24 Ore – Calamandrei ci racconta la grande storia di un Paese che fino a cent’anni fa non aveva neppure un museo e oggi ne conta oltre 8.000; che ha saputo dar vita al Met, al Moma e all’American Museum of Natural History, ma ha anche potuto contare sull’eccentrica generosità di un misantropo quale J. Paul Getty o sull’irrefrenabile attitudine alle donazioni di un nuovo ricco come Michael Bloomberg; che si porta dietro praticamente da sempre l’immenso valore della filantropia e che ha fatto del volontariato, in tutti i campi, una vera e propria forma mentis. Un confronto anche troppo facilmente impietoso per l’Italia, che pure comincia ad avere circa 2.000 associazioni impegnate nel settore dei beni culturali, attorno alle quali ruotano quasi 70.000 volontari e che si sta di fatto avviando verso una radicale revisione dei criteri di gestione del patrimonio artistico. Ma anche un confronto utile per imparare dagli americani e dal mondo anglofono in generale l’arte sottile di incentivare le donazioni, siano esse in denaro o, non meno preziose, in tempo, energie e altre risorse: da parte del magnate, come del privato e anonimo cittadino. Si fa un gran parlare da qualche tempo a questa parte, chi con ammirazione chi con perplessità, della crescita vertiginosa che sta caratterizzando colossi come il Metropolitan Museum, il Guggenheim o il Moma, e della loro abilità nel fare propria una logica di gestione manageriale che, nel bene e nel male, li sta trasformando in vere e proprie holding finanziarie (sebbene siano essi stessi ben lungi dal vantare bilanci in attivo!).Eppure, a colpire davvero è piuttosto la straordinaria capacità degli americani di convogliare la generosità dei singoli individui in iniziative di pubblica utilità: " Impegno – sottolinea Calamandrei – costantemente arricchito dal volontariato e dall’associazionismo" . Secondo una stima della Gallup Organization, riportata dall’autore, nel 1995 novantatre milioni di uomini e donne hanno donato al settore del no profit in media 4,2 ore alla settimana per un totale di 20,3 miliardi di ore lavorative. Senza trascurare che già nel ‘90 il cosiddetto terzo settore costituiva il 10,4% del Prodotto interno lordo. Tra questi, una schiera di uomini e donne, anziani e ragazzi si è lasciato conquistare dalla causa dell’arte: basta dire che i musei americani impiegano nel complesso circa mezzo milione di persone, 150.000 delle quali sono curatori, amministratori, custodi e tecnici specializzati, e le restanti 350.000 sono volontari non pagati. Un esercito di proporzioni monumentali, dunque, fatto di privati cittadini che al bisogno si attivano, ad esempio, per promuovere la rinascita del Central Park, creando nel 1980 l’organizzazione filantropica no profit Central Park Conservancy e, visti i risultati, ricevendo poco dopo dal municipio – che pure mantiene la proprietà del terreno – la gestione della vegetazione, delle aree ricreative e dei sentieri. Ma vero è, a questo proposito, che parliamo di un Paese in cui se l’assistenza pubblica non è più un diritto garantito dal governo nazionale, un ente no profit gode per eccellenza dell’esenzione fiscale. Non è tenuto a versare imposte federali e spesso è dispensato anche dal pagamento di quelle dello Stato in cui ha sede. Così come le donazioni, va da sé, sono nella gran parte dei casi esenti da imposte.Mauro Calamandrei, " Febbre d’arte. Filantropia e volontariato nella gestione delle istituzioni culturali americane" , II Sole-24 Ore, Milano 2000, pagg. 288, L. 34.000.

Autore: Silvia d’Orso

Fonte:Il Sole-24 Ore

La cultura è una mischia

Immaginiamo un fotografo che debba ritrarre una classe di ragazzini irrequieti, che non stanno fermi un istante. La messa a fuoco risulta difficile e anche l’inquadratura. Se poi anche il fotografo inizia a muoversi di qua e di la, l’operazione diventa pressoché impossibile. La fotografia che ne verrà fuori sarà simile a quelle " immagini in movimento che incrociano spettatori deterritorializzati" di cui paria Arjun Appadurai, antropologo dell’Università di Chicago nel suo libro " Modernità in polvere" (Meltemi, pp. 288, L. 36.000). Il titolo italiano restituisce ottimamente il senso dell’ambiguo gioco di parole che sta alla base dell’originale: " Modernity at large" . " At large" infatti significa " nel suo insieme" , ma anche " alla macchia" , dispersa. Perché dunque questa modernità è in polvere o in fuga? Perché sono saltati i confini che determinavano territori, culture, società. Perché oggi la realtà e fatta di " lavoratori turchi emigrati in Germania, che guardano film turchi nei loro appartamenti tedeschi" , di filippini appassionati di canzoni americane d’epoca che ripropongono in versioni più " autentiche" degli originali, nonostante la loro vita non sia affatto sincronizzata con quella degli Stati Uniti. Perché, ci dice Appadurai, la globalizzazione ha prodotto una frattura tra il luogo di produzione di una cultura e quello o quelli della sua fruizione. L’immaginazione, grazie alla sempre maggiore rapidità e onnipresenza dei mass-media, e divenuta cosi un fatto collettivo e si è trasformata in un campo organizzato di pratiche sociali. Ne consegue una frammentazione di universi culturali che mette in crisi ogni paradigma tradizionale delle scienze sociali. I panorami sociali, etnici, culturali, politici ed economici si fanno sempre più confusi e sovrapposti, le linee di confine spezzettate e irregolari. Ma soprattutto questi panorami, attraversati da continui flussi culturali globali, si riflettono l’uno nell’altro, dando vita a un caleidoscopio mutevole e sempre nuovo.Appadurai riprende l’immagine proposta da Benedict Anderson secondo il quale, grazie al capitalismo a stampa e alla conseguente alfabetizzazione di massa e successivamente al capitalismo elettronico, è stato possibile la creazione di quelle che lui ha definite " comunità immaginate" , cioè gruppi di persone che non hanno mai interagito faccia a faccia, ma che finiscono per condividere un’idea comune, come il pensarsi indonesiani, pur essendo lontani dall’Indonesia.La deterritorializzazione è una caratteristica del mondo moderno che, unita alla sempre maggiore circolazione di informazioni, dà vita a una serie di immaginari sempre più complessi. Ecco allora apparire quelli che l’autore chiama etnorami, cioè gli scenari culturali prodotti e percepiti dall’enorme gruppo di individui in movimento sul pianeta (rifugiati, emigranti, esiliati, turisti) che danno vita a sempre nuove identità. Oppure i mediorami, l’insieme delle immagini del mondo create dai media, che finiscono per alimentare e stimolare nuovi immaginari; i tecnorami, che nascono dalla sempre più mobile e diffusa tecnologia transnazionale e dai flussi fiscali tra Occidente e cosiddetto Sud del mondo. E ancora i finanziorami, dati dalla sempre maggiore rapidità di movimento del capitale globale e infine gli ideorami, ideologie e abitudini universali delle quali si appropriano le comunità locali trasformandole in qualcosa che spesso risulta diverso dall’originale. Caso esemplare, descritto, nel libro, e quello del cricket, che, dopo essere stato trasportato nell’India coloniale, ha via via perso il suo status aristocratico di gioco delle classi agiate inglesi per diventare, anche grazie all’azione dei media, un vero e proprio simbolo dell’India popolare attuale. E il cricket giocato oggi dagli ex figli dell’Impero non è semplicemente un prodotto d’importazione, ma fa riferimento a un universo morale tutto indiano.Questa riflessione di Appadurai mette in evidenza come, al di là delle tre dimensioni dello spazio e di quella del tempo che caratterizzano la nostra vita " biologica" , sia in una " quinta dimensione" , quella dell’immaginazione, che l’umanità prende forma. Umanità che spesso nasce non da realtà oggettive, ma da un progetto comune i cui fondamenti non sono per forza oggettivamente riconoscibili, quantificabili e tantomeno coerenti con la storia della comunità che vi si identifica. Al disagio dello spazio tradizionale corrisponde anche una nuova concezione temporale, che spesso nasce dalla pratica del consumo che, pur rimanendo legata alle pratiche del corpo, è oggi inserita in una sorta di bagno globale a cui deve riferirsi. Ogni oggetto (di consumo o meno) ha una sua biografia culturale legata alla cultura che lo ha prodotto, ma quando di quell’oggetto si impadroniscono nuovi attori la sua biografia non coincide talvolta con la storia di questi attori e occorre pertanto rimodellarlo a proprio uso e consumo. Il passato, ci dice Appadurai, da spazio d’azione per la memoria è diventato un deposito sincronico di scenari culturali, una specie di archivio culturale del tempo a cui fare ricorso come meglio si crede. Questa diaspora mondiale crea nuovi mercati i quali, a loro volta, creano nuovi bisogni e nuovi gusti che nascono dalla necessità, da parte dei fuoriusciti, di mantenere un contatto con la madrepatria, anche se talvolta questa patria risulta inventata. Infatti, la cosiddetta globalizzazione non si realizza in pratica con un’invasione indifferenziata di elementi comuni che conducono alla omogeneizzazione. Il processo è più articolato e tali strumenti vengono riproposti di volta in volta in discorsi che si basano sulle diverse sovranità nazionali o locali. Anche il capitalismo non si presenta affatto come in passato, un fronte unico al quale opporsi con teorie contrapposte. Il capitalismo di oggi è anch’esso frammentato e polverizzato, assume forme diverse da luogo a luogo tanto da indurre l’autore a chiedersi se si tratti davvero di un sistema oppure se ci troviamo di fronte a un capitalismo disorganizzato e irregolare.Questo ci porta a una inevitabile riflessione sull’ormai abusato concetto di identità. Assistiamo ogni giorno alla crisi dell’ idea di Stato-nazione. La sovranità territoriale appare sempre meno sostenibile di fronte al dilagare di un’economia globalizzata da un lato e da società sempre più frammentarie e frammentate. Non a caso la questione del multiculturalismo sembra acquisire sempre maggiore spazio nelle nostre società. Il problema è che spesso viene affrontata con la stessa concezione di cultura formulata dagli antropologi di fine ‘800 che studiavano comunità legate al loro territorio. Oggi le minoranze si collegano ad aggregazioni più ampie su base etnica o religiosa e le nuove forme di etnicità manifestano sempre più frequentemente ambizioni nazionaliste. Quanti sono i gruppi che, con determinate idee sulla nazionalità, tentano di conquistare gli Stati? Identità sbagliate, si sostiene a volte, ma esistono identità giuste? L’autore si inserisce qui nel filone più moderno degli studi sull’identità, dimostrando come le identità collettive siano spesso il prodotto di narrazioni più o meno arbitrarie e non certo essenze primordiali geneticamente connesse agli individui. Identità spesso create da rapporti di forza, come il caso dei censimenti coloniali inglesi in India i quali quantificando e classificando la popolazione hanno " contato" le identità e le hanno fissate burocraticamente, dando vita a entità codificate e di conseguenza a nuovi punti di riferimento per gli abitanti del paese. Etichette che appaiono naturali come ebreo, arabo, tedesco o indù riuniscono in realtà persone che hanno scelto quell’etichetta, altre cui e stata imposta e altre ancora che attraverso ricerche storiche rafforzano le loro storie oppure le utilizzano per sopravvivere in determinati contesti. Identità che pero si traducono talvolta in violenze efferate, come ci ricordano i purtroppo sempre più frequenti conflitti attuali. In un contesto cosi destrutturato, si chiede Appadurai, il patriottismo ha un futuro? E a quali razze e a quali generi apparterrà quel futuro? La risposta sta forse in una frase pronunciata dal leader kanak Jean-Marie Tjibaou: " L’identità non sta nel nostro passato, ma è davanti a noi" .

Autore: Marco Aime

Fonte:La Stampa – Tuttolibri