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Arriva la legge sul dono

La " rivoluzione" s’è consumata con appena una ventina di righe dattiloscritte, un emendamento alla finanziaria, un’aggiunta all’articolo 65 del testo unico delle imposte sui redditi, voce " erogazioni liberali per progetti culturali" . Sono le venti righe che segnano, anche per l’Italia, la via " americana" alle donazioni, che permetterà la deducibilità fiscale delle stesse alle imprese, approvata dal Senato e dalla Camera dei deputati dopo una lunga battaglia condotta da Giovanna Melandri, ministro per i Beni e le attività culturali. Per molti anni nel nostro paese si è discusso e dibattuto di questo, più di una voce s’era levata per modificare la legge Scotti che permetteva alle aziende di detrarre appena un quarto del valore delle donazioni. Avviarsi lungo una strada " americana" sembrava un sogno. E’ diventato realtà, lo ha realizzato Giovanna Melandri e nei corridoi del ministero dicono che questo sarà il coronamento del suo mandato. Per far diventare operative le modifiche in tema di erogazioni liberali, infatti, ci vorrà ancora qualche mese, probabilmente fino a primavera. C’e da avviare il meccanismo che è semplice e al tempo stesso abbastanza complesso. Ma il dado ormai è tratto.Le donazioni in denaro, interamente detraibili dal reddito di impresa, possono essere indirizzate a istituzioni pubbliche o private, allo Stato, alle regioni, agli enti locali, alle fondazioni e alle associazioni legalmente riconosciute, per lo svolgimento dei loro compiti istituzionali e per la realizzazione di programmi nel settori dei beni culturali e dello spettacolo. E’ uno spettro amplissimo in cui possono rientrare teoricamente associazioni come Italia Nostra, il Fai, un museo, una galleria o una fondazione d’arte o musicale. Teoricamente perché per beneficiare delle erogazioni liberali bisognerà far parte di un elenco i cui criteri saranno definiti dal ministero e dalle regioni. Insomma ci sarà bisogno di un incontro Stato-Regioni. Ma non dovrebbero esserci troppi problemi. Sarà un elenco, ha assicurato la Melandri, assai vasto e aggiornato periodicamente. I " regali" non potranno uscire da questo perimetro dove ciascun ente o soggetto beneficiario avrà una quota assegnata, un tetto massimo. Ma c’e anche un " tetto" annuale. Per il 2001 e di 270 miliardi. Superato questo perimetro, la quota singola assegnata o quella generale, le donazioni potranno continuare, i mecenati usufruiranno egualmente della deducibilità totale, ma enti o fondazioni dovranno versare allo Stato il 37 per cento della somma ricevuta. Questo perché con donazioni per 270 miliardi lo Stato, cosi e stato calcolato, " perderà" 100 miliardi di entrate, che sono già state iscritte a bilancio. Questo è il meccanismo che una volta a regime, secondo il ministero, potrà generare investimenti per 500 miliardi. " Con l’approvazione del collegato fiscale che accompagnava la finanziaria abbiamo portato i privati nel settore dei beni culturali e dello spettacolo. “Lo abbiamo fatto prendendo il meglio del modello americano”, ha affermato soddisfatta Giovanna Melandri. E’, sicuramente, l’inizio di un totale cambiamento. Nel futuro il direttore di una galleria o di una fondazione non potrà occuparsi, esclusivamente, di problemi culturali. O sarà affiancato da un manager o sarà lui stesso manager, dovrà cercare sponsor e finanziatori. Commenta Mina Gregori, storica dell’arte che a Firenze guida la Fondazione Longhi: " La vera partita comincia ora, molte cose dipendono dal regolamento. Ma la legge è pronta ed è una cosa molto importante perché nel settore dei beni culturali può aiutare enormemente a dinamicizzare i meccanismi di conservazione e le acquisizioni. Sul mercato dell’arte nazionale e internazionale oggi siamo degli spettatori. Troppo spesso sono vendute opere necessarie ai nostri musei. E non possiamo intervenire. E’ un settore dove gli introiti derivanti dal gioco del Lotto non sono sufficienti. E, cambierà, su questo la Gregori non ha dubbi, la vita stessa delle Fondazioni: " Gli italiani, che molto spesso sospirano ma non fanno nulla, ora potranno intervenire in prima persona con le proprie aziende. Anche per questo è importante la legge e, aggiungo, lo è da un punto di vista psicologico. Incoraggerà le donazioni, come gia avviene negli Stati Uniti, incoraggerà uno spirito collettivo che negli ultimi anni è stato fortemente mortificato. Sarà molto importante la trasparenza per impedire gli abusi e convogliare nel modo giusto le energie. Tuttavia non mancano preoccupazioni e recriminazioni perché l’emendamento non prevede le stesse condizioni per il privato, per il singolo cittadino. Sarà il prossimo passo. Ma ci sono anche altri problemi. Spiega la collezionista torinese Patrizia Sandretto, che ha creato l’omonima fondazione d’arte contemporanea: " L’arrivo di una legge è sicuramente un fatto positivo. Ma non dimentichiamo che le fondazioni pagano regolarmente le tasse. Su questo l’Italia non si comporta come gli Stati Uniti. Le fondazioni in pratica sono regolamentate come un esercizio commerciale. Era su questo che bisognava incidere. Le fondazioni, purtroppo, restano in una situazione difficile e su questo il lavoro è ancora da fare. C’è stato un primo passaggio verso un futuro che spero diverso" . Su questo è in sintonia Gualtiero Masini, che guida un piccolo impero industriale e a cui quest’anno è stato assegnato il premio Guggenheim per il suo impegno nel mondo dell’arte contemporanea: " L’approvazione dell’emendamento è un fatto positivo ma siamo ancora lontani dalla meta. E’ una cosa pilotata, limitata e limitante che lascia ancora perplessi sulla vera capacità di liberare risorse in un mercato che a sua volta potrebbe liberare nuove energie giovani. E’ un primo fatto, qualcosa si sta aprendo. Ma resta molto da fare" .

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica

Come fare di un museo un museo affidabile

In epoca di rapido cambiamento delle tecnologie e delle mentalità organizzative nel campo dei beni culturali, il monitoraggio delle strutture e delle attività di base di un museo è un compito caratterizzante ogni serio tentativo di riforma. Richiede, per essere assolto con competenza, una mole notevole di informazioni, spesso ignote agli stessi responsabili o, peggio, consapevolmente nascoste. Per questa ragione il ricorso alla cosiddetta " auto-certificazione" appare una strategia debole, se non inefficace. Sembra, invece, più opportuno avvalersi di procedure interattive e affidabili, gestite da apposite Agenzie.Sotto questo profilo assumono un certo interesse la Registrazione e l’Accreditamento, fasi rilevanti della procedura di valutazione economica e organizzativa (Museums Assessment Program), che dal 1970 l’American Association of Museums attua, sembra, con discreto successo. Da allora sono stati accreditati 750 musei, su un totale di circa 8.500 operanti negli Stati Uniti.L’Accreditamento, oltre che un onore per la reputazione del museo, è una condizione spesso essenziale per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Ma è anche una procedura che stimola le istituzioni museali ad adeguarsi a standard internazionali di buona gestione e di efficacia operativa. Non so se alcun museo italiano abbia mai fatto domanda di iscrizione al Museums Assessment Program. Di certo non molti dei nostri 3.500 musei passerebbero l’esame, nemmeno con il minimo dei voti. Tre anni per mettersi in regola.Il programma di Registrazione e Accreditamento serve a certificare l’eccellenza del museo. E’ una garanzia di qualità offerta e riconosciuta dalla comunità museografica, dalle istituzioni di cultura, dagli organismi governativi, dagli enti locali e dalla gente. La procedura di valutazione ha anche valore di orientamento. Diventa, infatti, un intelligente strumento di programmazione culturale quando induce un museo a migliorare la propria attività e ad essere politicamente e amministrativamente responsabile (la parola giusta sarebbe " accountable" ) di fronte alle istituzioni pubbliche e ai cittadini.Il programma è diretto da una commissione di esperti di museografia e di politiche culturali, la cui competenza professionale e rigore scientifico sono unanimemente riconosciuti. La procedura di valutazione è divisa in tre fasi.Inizialmente il museo chiede la Registrazione. E’ una scelta importante, perché dimostra di fatto che il museo vuole investire risorse umane e finanziarie per adeguare le sue attività agli standard richiesti e che possiede le basi per raggiungerli. Ha circa tre anni di tempo per mettersi in regola. Paga una tassa di iscrizione, una tariffa annuale e le spese per il lavoro della Commissione.La seconda fase è quella del Processo di accreditamento. Durante il primo anno l’istituzione si impegna nello studio di se stessa, completando un questionario esaustivo e complesso sui vari aspetti della sua attività: dalla gestione e conto economico, alle politiche museali, all’analisi della domanda. Poi segue l’eventuale approvazione dello studio da parte della commissione e una visita-ispezione di suoi esperti, che si conclude con la redazione di un rapporto. Questa fase dura circa due anni. Infine, sulla base della documentazione raccolta, la commissione decide a favore o contro l’Accreditamento. La certificazione o accreditamento attesta che un museo ha un’attività che corrisponde agli standard definiti dalla professione, che gestisce in modo responsabile la collezione, che offre al pubblico servizi di qualità e che attrae la partecipazione e il sostegno della comunità in cui opera. La procedura non è mai definitiva. Il museo è sottoposto a riesami ricorrenti.Come si può notare dall’elenco sotto riportato, i requisiti standard che un museo accreditabile dovrebbe possedere sono di tipo aperto e generale. Rispettano, cioè, la grande varietà dei contesti e dei contenuti museali. Chi si aspetta standard specifici, del tipo " numero minimo di mq per addetto alla custodia" resterà deluso. Ma sarà positivamente impressionato chi cercherà di ritrovare nelle caratteristiche dei musei italiani difficili riscontri e conferme.La grande maggioranza, se non la totalità, dei nostri musei non è organizzata secondo la logica impersonale degli standard, se pure di tipo generale. Quindi la discussione sulla loro efficacia e sul loro campo di applicazione è aperta: ad esempio, sembra non siano sufficienti standard di tipo industriale, ce ne vorrebbero anche di tipo " ecologico" : che facciano riferimento alla costituzione di un sistema museale locale o che richiedano l’istituzione di una Agenzia di gestione regionale delle attività museali (la proposta è di Alberto Vanelli, direttore ai Beni culturali della Regione Piemonte). Tra gli standard dovrebbe anche comparire la determinazione della dimensione ottimale del museo, che ha ovvie relazioni con le possibilità di fusione e di fare sistema. Una sfida per i musei pubbliciLa procedura di valutazione descritta può sembrare una sfida per i musei pubblici, arroccati su strutture in gran parte obsolete e appesantite da un greve formalismo giuridico. Ma per certi versi appare utile.Perché obbligherebbe il sistema delle Soprintendenze a riorganizzarsi, chiarendo ruoli e responsabilità sostenibili. Se l’unità di riferimento diventa il museo, la Soprintendenza dovrebbe riconoscergli piena autonomia: a cominciare dalla nomina di un direttore a tempo pieno, alla redazione di un conto economico di gestione e alla definizione degli obiettivi museali e culturali di medio e lungo periodo.Perché obbligherebbe i musei comunali ad adeguarsi all’unicità degli standard su tutto il territorio nazionale.Perché il criterio dell’Accreditamento consentirebbe di subordinare i sussidi pubblici alla certificazione o all’iscrizione. Perché la procedura, nelle sue due fasi di registrazione e accreditamento, è garanzia di miglioramento in un’ottica di decentramento amministrativo guidato. Assisterebbe razionalmente, ad esempio, gli 11 componenti della Commissione paritetica prevista dal decreto legge 112/1998 sul trasferimento del museo alle regioni e agli enti locali.Infine una domanda. Per attuare al meglio il decreto sul decentramento amministrativo delle attività culturali è più opportuno assegnare agli enti locali musei accreditati e quindi autonomi e capaci di garantire standard elevati di attività, oppure musei ancora deboli, da guidare sulla via della trasformazione istituzionale e amministrativa?Regioni e comuni dovrebbero mettere le carte sul tavolo. Ecco gli standard per essere registrati e accreditatiLe principali caratteristiche di un museo accreditabile sono classificate, per mera comodità, in undici grandi aree. E’, ovviamente, un elenco puramente indicativo. Per ciascuna di esse si indicano sommariamente i necessari adempimenti. L’elenco comprende ampiamente quello del Museum Accreditation Program del Museum Australia (Victoria).Missione e pianificazione delle attività future: – definire e affermare ufficialmente la missione del museo;- pianificare le attività future (redazione di un business plan e di un piano strategico) in modo coerente con la missione, gli obiettivi di medio periodo e le risorse materiali e umane. Il piano delle attività future dovrà essere chiaro, aggiornato e pubblico.Direzione: – nominare un direttore a tempo pieno, con competenze storico-scientifiche e museografiche, dotato di autorità e risorse finanziarie adeguate;- definire e accettare un codice etico professionale relativo alle attività museali;- organizzare incontri regolari tra i membri del comitato di direzione, in modo che siano chiari e condivisi i ruoli e le responsabilità individuali;- redigere procedure ufficiali di assunzione per i membri del comitato di direzione;- stipulare una polizza di assicurazione (se necessario) per i membri del comitato di direzione.Personale: -organizzare la gestione del personale a tempo pieno, part-time e volontario;-organizzare la formazione e riqualificazione del personale.Finanza: – predisporre il bilancio di esercizio;- predisporre il bilancio di conto capitale;- individuare i criteri tariffari ottimali;- definire un piano di fund e friend raising.Sicurezza, accessibilità, servizi: – disporre di strutture di sicurezza antincendio;- disporre di un piano di emergenza in caso di incendio o disastro;- organizzare l’addestramento del personale;- disporre di dispositivi di sicurezza per la collezione e lo stabile;- predisporre accessi per visitatori disabili;- predisporre servizi igienici in perfetto stato.Gestione della collezione: – definire i criteri di acquisizione delle nuove opere;- attuare un sistema efficace di catalogazione e di archiviazione;- definire procedure per la gestione dei prestiti (in ingresso ed in uscita);- definire procedure per la dismissione delle opere;- definire obiettivi di breve, medio e lungo periodo relativi alla conservazione della collezione.Conservazione della collezione: – dedicare uno spazio adeguato alle attività di deposito e immagazzinamento delle opere;- predisporre il controllo ambientale sui locali di deposito;- predisporre locali speciali per opere che richiedono cure particolari;- predisporre piani di rotazione del materiale sensibile alla luce in esposizione;- mettere a punto tecniche appropriate per l’esposizione di opere che richiedono cure particolari;- definire un piano di attività per la conservazione della collezione.Manutenzione degli edifici: – attuare una regolare manutenzione esterna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione esterna ordinaria dello stabile;- attuare una regolare manutenzione interna dello stabile;- predisporre un piano di manutenzione interna ordinaria dello stabile;- predisporre sistema di controllo della climatizzazione e riscaldamento;- predisporre sistema di controllo dell’illuminazione;- controllare e accertare la presenza di insetti e muffe;- organizzare il servizio di pulizia.Mostre: – elaborare una politica culturale espositiva;- definire il calendario delle mostre temporanee;- predisporre il display tematico, dotato di informazioni accurate;- predisporre materiali informativi.Didattica: – definire una politica per la didattica;- predisporre materiali didattici per le scuole;- predisporre programmi diversificati per pubblici differenti;- cercare un collegamento a reti museali di rilevanza nazionale e internazionale;- sviluppare una politica editoriale.Marketing e comunicazione: – definire obiettivi della politica della comunicazione;- promuovere campagne pubblicitarie per rafforzare l’immagine e l’identità del museo;- promuovere indagini sui visitatori, effettivi e potenziali;- attivare azioni di marketing e sforzi per lo sviluppo del museo;- predisporre una presentazione del museo su diversi supporti;- definire il lodo del museo;- realizzare un servizio di relazioni pubbliche.

Autore: Walter Santagata

Fonte:Il Giornale dell’Arte

Le ragioni dell’arte e quelle della pubblicità

Non sono un nostalgico dell’ancien regime, come implicitamente mi accusa di essere il soprintendente di Firenze Antonio Paolucci, in un articolo apparso recentemente sul Giornate dell’arte. Ho firmato, non lo nego, insieme ad altri colleghi tra cui Paola Barocchi, Michael Hirst, Willibaid Sauerlaender e Salvatore Settis, una lettera di protesta contro il movimento perpetuo con cui si mettono a rischio opere d’arte di prestigio assoluto per far da testimonial in eventi espositivi motivati più da ragioni politico-diplomatiche che culturali. Ma non per questo mi auguro di vedere gli Uffizi deserti come quando li visitava Berenson, nè vorrei che le mostre fossero frequentate da pochi e scelti conoscitori. Anche a me hanno insegnato che non si sputa nel piatto in cui si mangia. Ma dirò di più: di tutte le accuse, velate o esplicite, che Paolucci rivolge a me e ai cofirmatari di quella lettera (chi abbia voglia di leggerla per intero la troverà sul Giornale dell’Arte di gennaio), quella che più mi sorprende, non essendo versato in Studi psicanalitici, ma meno mi tocca, è quella relativa alla " latitanza vergognosa dell’Università" , che secondo Paolucci impedirebbe ai giovani meritevoli di pubblicare le proprie ricerche. Sono ben altri i guasti dell’Università italiana di cui mi vergogno, primo fra tutti la mediocre demagogia con cui garantisce a chiunque l’opportunità di iscriversi a qualsivoglia corso di laurea, ma non quella di uscirne con un diploma in tasca dopo un ragionevole lasso di tempo ed un impegno individuale adeguato. Ma quanto a pubblicazioni – periodiche e non – di giovani e di meno giovani, l’università italiana, e il nostro settore in particolare, è fin troppo prodiga, come da sempre testimoniano i cori d’invidia dei colleghi stranieri – americani, ma non solo – per la quantità di riviste e di pubblicazioni scientifiche che produciamo in Italia. Diverso sarebbe il discorso se si parlasse di qualità, ed è su questo terreno che Paolucci dovrebbe confrontarsi senza divagare o coprirsi dietro un fuoco di sbarramento indirizzato contro bersagli di comodo. Ma davvero considera positiva per la ricerca la congerie di testi che affolla gli ipertrofici cataloghi delle nostre mostre? O non pensa come me, dato che è fra i pochi capaci di produrre sia ricerca che godibilissima divulgazione, che da noi la maggior parte dei cataloghi sono invariabilmente fallimentari sul piano della divulgazione dei contenuti della ricerca (peccato veniale, se in alternativa si predisponessero specifiche pubblicazioni rivolte al grande pubblico, il che non accade quasi mai), ma sono spesso carenti anche sul piano scientifico, perché disorganici, raffazzonati e occasionali nel senso peggiore del termine? Ma venendo al merito della questione che abbiamo posto con la nostra lettera, poiché, come anche Paolucci ci concede, non siamo in assoluto contro gli spostamenti di opere d’arte, ma ci auguriamo semplicemente che siano concessi con discernimento, torna a proposito proprio l’esempio della mostra sul cardinal Ferdinando che si tiene in questi giorni a Villa Medici. Paolucci, giustamente, rivendica il merito (e il coraggio) di essersi assunto la responsabilità, contro il parere dei Direttori dei Musei direttamente interessati, di prestare alla mostra il Mercurio di Giambologna e due statue del gruppo dei Niobidi. Ma quella mostra, come ricorderà chi ha letto su queste pagine la mia entusiastica recensione, si sforza di ricostituire, sia pure temporaneamente, il contesto originario della collezione del cardinale Ferdinando de’ Medici nella sua villa romana: di qui l’importanza rivestita dalla presenza di opere come quelle prestate da Paolucci, che di quel contesto originario erano gli elementi di maggior spicco. Il problema, insomma, non è quello di negare i prestiti ad ogni costo, ma di concederli a ragion veduta, e questa ragione non può essere di pura opportunità politica, perché il compito di un Conservatore non è quello di accondiscendere incondizionatamente alle richieste della politica e nemmeno quello di contrastarle per principio, ma quello di orientare le decisioni politiche in modo che siano in sintonia con le ragioni della cultura. E queste ultime consigliano che un Paese come il nostro sia geloso della salvaguardia dei contesti storici e della propria identità culturale, piuttosto che assecondare la tendenza alla dissipazione spettacolare e all’omologazione che è già di per sé così forte nell’era della globalizzazione. Alla nostra richiesta di salvaguardare questa identità e di impedire che il nostro paese dia il triste spettacolo di svendita all’ingrosso che stanno dando proprio in questi anni paesi di più modesta cultura e tradizione, Paolucci risponde che bisogna arrendersi di fronte alle ragioni della promozione pubblicitaria e all’inarrestabile tendenza alla mitizzazione di massa delle opere d’arte, " pallidi soli" che sostituiscono nell’immaginario delle masse " le declinanti religioni, la politica che non c’è più, le identità sociali sempre meno riconoscibili" . Molto ben detto: ma io continuo a pensare che il compito di un intellettuale non sia quello di demonizzare i " segni dei tempi" , ma nemmeno di assecondarlo acriticamente. Se c’è, come c’è, una deriva mitizzante, proprio perché se ne intendono le motivazioni profonde, spetta a chi fa il nostro mestiere contrastarne gli effetti di appiattimento unidimensionale, inoculando dosi massicce del vaccino di cui dovremmo essere i depositari: lo spirito critico.

Autore: Antonio Pinelli

La riflessione scaturita dal discorso del presidente italiano a Luxor

Le novità della presidenza Ciampi non sono solo di stile, sono di sostanza. Lo mostra, fra le molte altre cose, la recente dichiarazione del Presidente a Luxor, durante la sua recente visita ufficiale in Egitto, sulla sfida del patrimonio culturale del Mediterraneo. Ecco una cosa che davvero in Italia non si era mai vista: un Presidente della Repubblica che si pronuncia in prima persona sul patrimonio culturale, e non come se si trattasse di qualcosa di opzionale o esornativo, ma al contrario prendendo di petto il punto cruciale: non si dà politica senza identità culturale, e per la definizione delle identità è assolutamente centrale il patrimonio culturale. Parliamo qui di identità in un momento delicato e importante, sulla soglia dell’Europa. In che senso si può parlare di identità nazionale italiana mentre stiamo cercando di contribuire a costruire quella europea? E, d’altra parte: come definire un’identità culturale europea che non pretenda di cancellare le identità nazionali forti, ma nemmeno si limiti a genericissimi principi? E come costruirla senza le tristi albagie di un’immagine dell’Europa come centro del mondo e culla privilegiata della civiltà? In altri termini: come si può definire 1′ " essere europei" , in un’età postcoloniale e multiculturale, senza ricadere nella trappola (per usare il linguaggio politically correct d’oltre Oceano) di essere eurocentrici? È sullo sfondo di domande come queste che la scelta del Presidente di incentrare la sua " dichiarazione di Luxor" sul Mediterraneo prende il suo senso compiuto, e indica una direzione: un’identità non isolazionista, ma che punta, al contrario, sulla complementarietà, sugli scambi. Incentrata non sull’esclusione, ma su un principio di reciproca inclusione. Il Mediterraneo non vuol dire solo Europa, vuol dire Africa e Asia; vuol dire cristianesimo (anche ortodosso), e vuol dire Islam. Vuol dire non un confine fra il Nord e il Sud del mondo, ma piuttosto un fitto reticolo di comunicazioni, con amplissime e vitali zone di transizione, che possono essere l’Africa settentrionale romanizzata o la Spagna e la Sicilia islamizzate; o una città che è al tempo stesso la Bisanzio dei coloni greci, la Costantinopoli degli imperatori cristiani, la turca Istanbul. Perché la stessa storia si può raccontare in modi diversi e anzi opposti: per fare un esempio anche troppo facile in tempi di " fine millennio" , la storia del calendario che usiamo ogni giorno può essere raccontata come quella del calendario di Giulio Cesare riformato da papa Gregorio XIII, e dare l’impressione della centralità di Roma. Ma l’altra storia (quella vera) è che il calendario giuliano non sarebbe stato possibile senza le osservazioni e i computi astronomici di Babilonesi, Egiziani, Greci: e che di tutte queste fasi esso (dunque il nostro calendario) ingloba tracce ben chiare. E’ significativo che questo richiamo forte al ruolo del patrimonio culturale nella definizione dell’identitaria venga dall’Italia: un Paese nel quale si è ben visto quanto le apparenti spinte separatistiche canalizzassero di fatto superficiali e poco elaborate forme di protesta; ma anche come l’accesso alla moneta unica europea (che va in direzione del tutto opposta) sia stato largamente vissuto come un successo non solo dello Stato, ma dei cittadini. Ma nei processi di ampia integrazione, dei quali siamo più o meno consapevoli e convinti protagonisti, non ci sono solo economia e tecnologia, ed è proprio Ciampi a ricordarcelo: " La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e a promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità" .Ora, il più grave errore possibile nel processo di definizione di un’identità europea sarebbe l’adozione di un modello di " omogeneizzazione" , come gli stati nazionali europei hanno fatto nelle loro fasi di formazione. Al contrario, l’identità culturale europea deve concentrarsi sulla diversità e le differenze, nonché sulle relazioni fra i vari popoli, sia in Europa (comunque definita) che fuori. E’ qui che gli intellettuali di professione sono chiamati a un compito alto e significativo, se vorranno aiutare a comprendere e a mostrare la storia di queste diversità e di questi scambi, non tenendo solo per sé il momento della ricerca e della riflessione. La cultura accademica deve comunicare con la cultura popolare sui grandi temi della società civile, specialmente nell’urgenza di scelte e determinazioni politiche che coinvolgono tutti i cittadini, e possono avvantaggiarsi di un più alto grado di informazione e di consapevolezza. La definizione dell’identità culturale richiede uno sforzo concertato e multidisciplinare, e ha inevitabilmente una dimensione politica, tanto più evidente quando il tema sia applicato all’Europa in un momento formativo e fondativo come il presente. In Europa i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati e distinti con meccanismi e dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita " per distinzione" dalle altre, ma piuttosto mediante l’analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture. In altri termini, si può dire che l’identità culturale è scomponibile, perché risulta da un processo di interscambio, in cui ciascuna cultura " riceve" e " dà" .L’identità culturale europea non è né una somma delle singole identità nazionali, dei Paesi europei, né un " blocco omogeneo" da cui quelle identità singole si possano ritagliare. Essa risulta anzi da una serie di fenomeni o di fattori " trasversali" : per esempio, la convergenza di tradizione greco-romana e tradizione giudaico-cristiana non è privilegio di nessun Paese, ma si è compiuta in Europa. L’Europa però non è sufficiente a spiegare o a " raccontare" questo fenomeno, dato che in esso ebbe parte assai importante la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, già parte dell’impero romano e poi islamizzata. In tutti i Paesi europei, i cittadini convivono quotidianamente con segni forti della loro identità culturale, opere d’arte vecchie di secoli o di millenni, che sono ancora là dove furono create, anche se volte con mutamento di funzione (il Pantheon trasformato in chiesa). Ma questi " segni forti" trasmettono essi stessi il messaggio cruciale di un’identità culturale molteplice perché nata da interscambi: templi greci in Sicilia, città romane in Africa settentrionale, artisti fiamminghi a Genova e italiani a Fontainebieau e a Pietroburgo; e così via.Perché l’Italia possa contribuire a questo processo, la prima mossa è naturalmente una riflessione sulla propria identità, a sua volta frutto di sovrapposizioni e scambi. Nonostante certe retoriche nazionalistiche un tempo assai abusate, le sue radici non coincidono affatto con la tradizione romana: non meno importante è la componente greca, in Italia meridionale e in Sicilia; ma. anche altre componenti, principalmente quella etrusca, quella celtica, e quella delle varie civiltà italiche (Osco-Umbri, Siculi, Piceni…) sviluppatesi in parallelo alla più antica storia di Roma. Questo per dire solo dell’antichità: ma le successive invasioni e i domini " stranieri" , tante volte deprecati in quanto avrebbero impedito un’unità nazionale che di fatto solo assai tardi divenne un vero fine politico degli Italiani, portarono in Italia il lievito di componenti culturali rilevantissime, dalla Provenza a Napoli come da Creta a Venezia. Il rovescio della medaglia è che dall’Italia partirono correnti e fenomeni culturali che hanno avuto un’importanza straordinaria per la storia dell’Europa e non solo: basti pensare alla diffusione del latino da dialetto di un villaggio chiamato Roma a lingua dell’impero, fino alle lingue neolatine oggi parlate. Ma quest’Italia " che dà" ad altri il latino o il Rinascimento non è diversa da quella che " riceve" da altri: Greci, bizantini, arabi, longobardi, francesi, spagnoli e così via. Anche i necessari scambi di esperienze professionali e di tecnologie, ivi incluso il restauro, le tecniche museali e informatiche (a cui allude la dichiarazione del Presidente) vanno visti su questo sfondo secolare di scambi, di un perpetuo " dare e avere" ; ne sono, per così dire, la nuova versione. Ma è importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture. Se comunicato nelle forme più efficaci e opportune, questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio culturale e politico del quale il nostro mondo ha assoluto bisogno, specialmente in un momento di forti migrazioni dal Sud al Nord del mondo: un messaggio di apertura e di tolleranza.

Fonte:Salvatore Settis

Benvenuti turisti purché responsabili

Il turismo è considerato per definizione un’attività leggera e disimpegnata. Non a caso è ricorrente il confronto tra i viaggiatori dei secoli passati, che si suppone fossero mossi da serissime motivazioni spirituali e inesauribile sete di conoscenza, e il turista contemporaneo, che cercherebbe invece soltanto distrazioni e svago. C’è in tutto questo un fondo di verità, e molti luoghi comuni. Ma se l’ambito disimpegno può essere conseguito abbastanza facilmente nell’abituale villeggiatura o nei viaggi a corto e medio raggio, tutto cambia quando il turista lascia l’Occidente e si spinge in Paesi lontani. Il sogno di paradisi esotici sottratti alla contaminazione della storia svanisce infatti al primo contatto con la miseria, il sottosviluppo, la fame, le malattie. Il turismo è talora responsabile di gravi forme di degrado materiale e morale – pensiamo al turismo sessuale – ma più spesso il turista scopre in viaggio responsabilità e complicità dell’Occidente, le dure leggi dell’economia globale spogliate da tutte quelle regole e quei freni culturali e morali che da noi ne limitano gli effetti negativi. Particolarmente delicato è il tema del rapporto tra turismo e diritti umani, al centro di un’interessante tavola rotonda che si terrà a Milano il 7 maggio (“La coscienza degli struzzi: turismo e diritti umani”, ore 11, Palazzo delle Stelline, nell’ambito del ricco programma della Settimana del viaggio/I viaggi di Outis, che si svolgerà a Milano dal 3 al 9 maggio, www.assoexpo.com/outis); in molti Paesi infatti, anche tra quelli preferiti dai turisti, i diritti umani sono sistematicamente violati da governi autoritari e dittatoriali. Che fare? Molti turisti, da buoni struzzi, scelgono di non vedere, assecondati dall’industria turistica e dalle autorità locali. Si muovono in compatte comitive, limitando i contatti con i locali a pochi scaltriti intermediari; oppure si rinchiudono nella bolla dei villaggi vacanze, isole d’Occidente nei luoghi più remoti del mondo. Ma chi sceglie di viaggiare a occhi aperti può comunque fare molto. Ad esempio lo scorso anno ha avuto notevole successo il boicottaggio del turismo in Birmania promosso dall’Associazione italiana del turismo responsabile (per inf.: 0185773061, www.solidea.org) per protestare contro la violazione dei diritti umani; e il timore delle possibili testimonianze negative dei turisti è comunque un deterrente per i governi, che non vogliono rinunciare alla pregiata valuta straniera. Sono le difficoltà e le contraddizioni del turismo contemporaneo, almeno da quando è diventato la prima industria mondiale e si svolge su scala globale. E’ possibile superarle? Sempre più spesso una via d’uscita è ricercata nel turismo responsabile, una formula che conosce un crescente successo: dopo essere stato a lungo un fenomeno " di nicchia" , è triplicato negli ultimi cinque anni e interessa oggi 30 mila persone, tanto che l’offerta è ormai inferiore alla domanda. E anche l’Organizzazione mondiale del turismo nella riunione plenaria del 1999, svoltasi a Santiago del Cile, ha proposto per la prima volta nella sua storia, un codice di comportamento (Global Code of Ethics for Tourism) rivolto ai soggetti centrali dell’industria turistica – Stati e comunità locali, tour operator e turisti – perché un corretto esercizio del " diritto al turismo" diventi fonte di sviluppo economico e di riaffermazione delle libertà civili. Ma cos’è concretamente il turismo responsabile? Si tratta di viaggi preparati da associazioni e organizzazioni non governative secondo ben precisi criteri. Prima di partire ad esempio i viaggiatori " responsabili" hanno la possibilità d’informarsi approfonditamente sulle condizioni politiche, sociali e culturali del Paese che visiteranno. Troppi turisti infatti partono senza sapere nulla (talora nemmeno la geografia elementare); altri, è vero, studiano libri e guide con autentico furore, ma si limitano troppo spesso ai soli aspetti storici, nozioni che poi sul luogo verificano ansiosamente, gli occhi ben fissi sulla guida… Giunti nel Paese prescelto, il turista responsabile soggiorna in alberghi a piccole dimensioni, o anche presso le famiglie, per facilitare il contatto con la società che lo ospita. Infatti ognuno ha sperimentato come i viaggi " tutto compreso" non prevedano e spesso non consentano il contatto con le popolazioni e le culture locali, se non nelle forme false e stereotipate delle " manifestazioni tradizionali" (ad esempio le danze), inscenate per i turisti a ore fisse da professionisti stipendiati. E quando cerca di superare la barriera che lo separa dagli abitanti del luogo, provoca spesso conflitti, perché ignora usanze, tradizioni, regole religiose, rapporti sociali; si rende molesto fotografando tutto ciò che l’interessa, oppure si rende ridicolo intavolando penose contrattazioni per strappare sconti su prodotti " tradizionali" , fabbricati in realtà in Estremo Oriente. Il turismo responsabile permette invece di condividere la vita di ogni giorno nelle sue diverse dimensioni: il lavoro, la famiglia, la socialità. Certo, richiede di rinunciare alla fretta, e la disponibilità a mettere in discussione le immagini stereotipate degli " altri" . E mentre il turista impara a conoscere e rispettare l’ambiente e la cultura dei popoli visitati, dall’altro anche la popolazione locale apprende cultura e costumi degli stranieri. Proprio il coinvolgimento delle comunità locali, che offrono informazione, assistenza e intrattenimento, è il fondamento del turismo responsabile, il suo valore aggiunto. Nonostante questi vantaggi, il turismo responsabile non costa più di quello organizzato, anche se una parte molto maggiore dei guadagni resta alle comunità locali, anziché nelle mani delle grandi multinazionali del turismo. È insomma un turismo più impegnativo, ma anche più umano, che anziché rimuovere accetta con consapevolezza le inquietudini, i disagi e le ambiguità della nostra ineludibile condizione di turisti. Di fronte al senso della finitezza di un mondo tutto uguale che affligge il turismo globalizzato, conserva quella dimensione di scoperta e di formazione che invidiarne ai viaggi del passato.

Autore: Claudio Visentin