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La bella Italia che si mette in vendita

Una deregulation senza precedenti sta per abbattersi sul nostro Paese. Il decreto " taglia-deficit" provoca polemiche e scossoni: ieri il sottosegretario Sgarbi ha restituito le deleghe e la conversione in legge è prevista per oggi in un clima molto acceso. Il provvedimento desta gravissime preoccupazioni. Prevede infatti (articoli 7 e 8) la possibilità di cedere la totalità del patrimonio dello Stato a due società per azioni create per l’occasione, la «Patrimonio dello Stato SpA» e la «Infrastrutture SpA». Il patrimonio cedibile include tutti i parchi nazionali, tutte le nostre coste, tutti gli edifici storici di proprietà statale (compresi Palazzo Chigi o Montecitorio), tutti i monumenti, musei, archivi, biblioteche dello Stato, tutte le proprietà demaniali;per un valore complessivo calcolato, secondo una dichiarazione del ministro Tremonti, in 2000 miliardi di euro. Ora, passare il patrimonio dello stato a una SpA che si chiama «Patrimonio dello Stato» può sembrare un innocuo gioco di parole, o una partita di giro che di fatto lascia le cose come sono. Un’attenta lettura della legge desta subito ben altri allarmi.

Tanto per cominciare, la «Patrimonio dello Stato SpA» è istituita «perla valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimo-nio dello Stato».Ad essa possono essere trasferiti tutti «i beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato», nonché tutti i beni del Demanio. Ma tutto ciò può essere ulteriormente trasferito in proprietà, con decreto del ministro dell’Economia, all’altra società perazioni, la «Infrastrutture SpA», aperta anche al capitale privato. L’interazione fra le due SpA è pensata come un gigantesco fondo immobiliare, che potrà essere controllato mediante pacchetti azionari, ma anche venduto o dato in affitto. E i beni culturali? Sono anch’essi soggetti all’identico regime, con la sola differenza che il trasferimento della proprietà in questo caso avverrebbe «d’intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali». Insomma, per vendere il Colosseo occorreranno (magra consolazione) due firme invece di una; ma sempre per decreto e senza alcun altro controllo.

Non dubito che nel patrimonio dello Stato vi siano beni alienabili perché senza particolare valore storico o artistico, né fonte di introito. E infatti vendite di immobili di proprietà pubblica avvengono di continuo, ne era necessario costituire le due nuove società per renderle possibili. L’operazione Tremonti si presenta come mirata a diminuire il cronico deficit del Bilancio pubblico mediante remissione di titoli garantiti dal patrimonio dello Stato e scontabili presso un sistema bancario; un’operazione, si lascia intendere, del tutto indolore.

Che lo sia davvero (e che sia corretta ed efficace) dal punto di vista contabile, non sta a me giudicare. Ma dal punto di vista del patrimonio culturale sarebbe difficile immaginare una norma più devastante.

In primo luogo, il gioco delle parti fra le due nuove SpA sembra costruito proprio per rendere possibile la vendita di ciò che, secondo la normativa attuale, è inalienabile. In secondo luogo, agli occhi dello storico l’ipotesi di alienabilità totale del patrimonio sembra coinvolgere (o stravolgere) la natura stessa dello Stato; l’esito finale potrebbe essere uno Stato senza territorio, o meglio con un territorio solo di diritto internazionale, e non di diritto interno. Ipotesi remote, si dirà: ma intanto si è aperta, anzi spalancata, una porta che prima non e’ era; è diventato possibile immaginare ciò che fino a ieri era impensabile. Un precedente storico è forse la confìsca dei beni ecclesiastici, sperimentata varie volte (anche in Italia). Ma stavolta la situazione è ben diversa : stavolta lo Stato sembra voler confiscare se stesso.

La norma della Finanziaria 2002 che offriva ai privati la gestione, in tutto o in parte, dei nostri musei, ha destato molto allarme. Nessuno prevedeva allora la minacciosa escalation del nuovo decreto-legge, che mette in forse l’esistenza stessa di un patrimonio dello Stato sul quale le Soprintendenze possano avere giurisdizione. Un’ulteriore, mortificante ferita viene inflitta al personale del Ministero dei Beni Culturali, già fin troppo sbeffeggiato per la sua conclamata incapacità di gestire Musei e monumenti " come un’impresa" , e sbeffeggiato proprio da quei ministri e governi (non certo solo questo, ma anche quelli che lo hanno preceduto) che hanno di fatto bloccato le assunzioni di nuovo personale, imposto riforme e marchingegni burocratici di rara inefficacia, costretto a incepparsi l’intera macchina amministrativa. Si pretende funzionalità " aziendale" da un’amministrazione che intanto viene paralizzata; come rimedio, si propone di passarne di fatto li gestione ai privati; infine s destabilizza il sistema d tutela mettendo in farseli proprietà dello Stato su proprio patrimonio.

" Patrimonio" non è so lo ciò che appartiene allo Stato a qualsiasi titolo, ma ha anche un significato, storico e giuridico, più specificamente culturale (in questo senso si paria di " patrimonio artistico dell’umanità" ). La tradizione italiana, fissata dalla legge 1089 del 1939 (mai richiamata nel nuovo decreto) è la più organica e avanzata del mondo e si basa da secoli su due principi ispiratori: che il patrimonio culturale è proprietà pubblica e va promosso dallo Stato mediante la ricerca e la tutela; e che esso va inteso come un insieme inscindibi-le distribuito nel territorio nazionale. Ma sul nostro patrimonio grava da tempo una strana maledizione. Da quando è venuto di moda dire che l’arte è " il petrolio d’Italia" , da quando le " belle arti" sono diventate " beni (o " giacimenti" ) culturali" , si è innescato un perverso meccanismo di immediata monetizzazione di musei, scavi, monumenti. Ci si chiede: «Quanto possono rendere gli scavi di Pompei, il Colosseo, gli Uffizi, Brera?» Questa impostazione è intrinsecamente Sbagliata, per ragioni non solo storiche e culturali, ma anche squisitamente economiche. Molto più importante per l’economia nazionale è infatti l’indotto del nostro patrimonio artistico (difficile ma non impossibile da calcolare): quanti convegni si svolgono aRoma o a Firenze per la loro fama di città d’arte? Quanti visitatori vengono in Italia attratti dal nostro patrimonio artistico? Quanto spendono non in biglietti di museo,ma in alberghi, ristoranti, scarpe, libri, vestiti? La vera unicità italiana è la conservazione del territorio, del paesaggio, delle città, degli edifici, delle opere d’arte, intesa come un’unica rete che ci avvolge, che ci identifica: essa va coltivata perché riguarda l’identità nazionale come bene prezioso da ; non perdere, ma anche perché è essa stessa un fattore di attrazione e di competitività, e dunque ha una rilevanza economici che sarebbe colpevole ignorare.

Incrinando alla base il principio della Proprietà pubblica del patrimonio cultura i, il decreto Tremonti desta un allarme giù stincate. Una svolta epocale di tale portata che rischia di espropriare i cittadini di secolari diritti, non può essere decisa per decreto. Rivolgiamo un accorato appello alle responsabilità delle forze di governo per che gli articoli 7 e 8 siano stralciati dal decreto Tremonti o radicalmente modificati e perché si studi al più presto un rilancio dell’amministrazione pubblica del patrimonio dello Stato, in primissimo luogo dei patrimonio culturale e artistico.

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

Firenze restaurate tutte le statue della Loggia dei Lanzi

La Loggia dei Lanzi di Firenze ha riconquistato la piena visibilità. Dopo anni di interventi, compresi i restauri del Perseo di Benvenuto Cellini e del Ratto delle Sabine del Giambologna, ora tutte le statue della loggia su piazza Signoria sono state restaurate e si presentano libere da gabbie di lavoro e ingombri: si parla delle statue femminili sulla parete di fondo, del Menelao e Patroclo, opere antiche, dei marmi cinquecenteschi di Ercole in lotta con il centauro nesso del Giambologna e del Ratto di Polissena di Pio Fedi. Lo spazio, aperto al pubblico e controllato dalla sorveglianza permanente, quindi sfoggia l’intera parata statuaria, concludendo, o quasi, un programma pluriennale della soprintendenza speciale del Polo museale. Quasi perché per il Ratto delle Sabine del Giambologna, ripulito un anno fa, è previsto l’arrivo di una copia in quanto l’originale, a detta degli esperti, non può reggere le intemperie e lo smog così come è accaduto per il basamento dell’eroe del Cellini. Il frutto di questi lavori, tranne che per il Perseo che ha avuto un programma e sponsor a sé (la Cassa di risparmio fiorentina), viene presentato nel volume edito da Giunti Le statue della Loggia della Signoria: capolavori restaurati, sabato 8 giugno alle 15 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. “Lo presentiamo in Comune perché vogliamo accentaure il fatto che la Loggia è dei fiorentini”, dice l’architetto Antonio Godoli, curatore del libro con Giovanna Giusti, Antonella Romualdi e Antonio Russo, tutti della soprintendenza. Alle 15.30 circa ci sarà l’inaugurazione nella Loggia, dove le sculture sono già libere da oltre una settimana.

Il programma stabilito dalla soprintendenza ha avuto, come finanziatore per un totale di oltre 250 mila euro (era mezzo miliardo di lire), l’associazione di sostenitori per lo più americani Friends of Florence. Le ultime opere restaurate sono tre sculture muliebri romane del II secolo d. C., menelano che sorregge il corpo di Patroclo e l’Ercole in lotta del Giambologna. Per l’intervento, condotto sempre dalla soprintendenza, ha dato la consulenza tecnico scientifica l’Opificio delle pietre dure, mentre hanno svolto indagini petrografiche gli istituti del Cnr, dell’Impi, Ism e del Centro di restauro della Soprintendenza archeologica toscana.

In concomitanza del libro, l’associazione Friends of Florence annuncia il restauro dei dipinti della tribuna dov’è alloggiato il David di Michelangelo all’Accademia

Fonte:La Repubblica

L’Autunno dell’E-book

Quest’anno gli aficionàdos della carta, quelli che non riescono a immaginare come si possa preferire un «freddo» monitor alla«calda» cellulosa, hanno avuto la rivincita. Doveva essere un mezzo di comunicazione dalle potenzialità infinite capace di aprire la strada a prodotti nuovi, e invece è sparito. Che fine ha fatto l’e-book?

Quest’anno alla Fiera del Libro, che l’anno scorso aveva addirittura dedicato un’area interattiva al futuro della comunicazione, non ce n’era traccia. Eppure il suo valore era stato esaltato da tutti: con l’e-book i lettori hanno testi dinamici immagazzinati in un singolo supporto elettronico dalle dimensioni di un libro tascabile che permette non solo di leggere, ma anche ingrandire, annotare, sottolineare, linkare, ascoltare e aggiornare a costi bassissimi. L’e-book è stato definito l’ideale per l’editoria scolastica, i cosiddetti «libri utili».

Fazi, Mondadori e Piemme avevano scommesso sull’e-book anche per chi legge per passione del contenuto (per esempio, i romanzi gialli) e non dell’oggetto da conservare. E poi l’e-book permette di reintrodurre titoli usciti dal mercato o mai tradotti. I libri elettronici, dicevano gli editori un anno fa, se non si vendono non costano niente; se, invece si vendono, gli introiti sono quasi tutti puro profitto.

I profitti però non ci sono stati, di e-book si sono vendute poche decine di copie e anche l’e-commerce dei libri di carta non è decollato. Internet? Gli editori che ci hanno investito negli anni scorsi preferiscono non parlarne. Che cosa è successo? Da una parte ha sbagliato chi ci ha speculato sopra, facendone un cavallo di battaglia solo.perché era di moda. Dall’altra è chiaro che il principale ostacolo alla diffusione dell’e-book è la mancanza di un apparecchio per la lettura che sia comodo e costi poco.

L’apparecchio «migliore» esistente sul mercato è dell’americana Gemstar, caro anche negli Usa (minimo 300 dollari). Il «lettore italiano» Myfriend della Ipm.Net (www.ipm-net.com) oggi costa ancora 516 euro. E la Microsoft, regina del marketing che specula come sempre sull’effetto annuncio – questa volta del suo Tablet PC che arriverà solo a fine anno e non si sa quale prezzo avrà – gioca sul suo solito monopolio dei software per pc con il programma Microsoft Reader, tutt’altro che economico. A queste condizioni, come può svilupparsi il mercato?.La tecnologia è in una fase di transizione critica, ma gli esperti insistono a essere fiduciosi e parlano di decollo nel 2004. Ci sono esempi positivi d editori, come Laterza con il suo Manuale Internet di Gino Roncagli (scaricabile gratis in versione html dal sito, ma che continua a vendere bene le sue copie cartacee), che sperimentano con successo il Web senza perdere niente sulla carta. Ormai tutti gli editori hanno il loro bei sito ordine. Vale la pena crederci. Anche prima della rivoluzione industriale, nessuno avrebbe scommesso sulla macchina a vapore.

Autore: Anna Masera

Fonte:La Stampa

Mura aureliane: lavori restauro partiranno a gennaio del 2003

Cominceranno il 1 gennaio del 2003 i lavori di restauro e consolidamento del tratto delle Mura Aureliane, che comprende anche la porzione di mura lunga una quindicina di metri crollata dopo un tremendo acquazzone a Pasqua del 2000. Sopravvissute alla demolizione di massa che ha investito le cinte difensive di tutte le citta’ italiane nell’800, le poderose mura che l’imperatore Aureliano volle nel 271 d.C , sulle quali intervennero anche vari imperatori successivi, sono forse ”il piu’ grande monumento di Roma”, si sviluppano per 19 chilometri e comprendono 383 torri.

”Quando il restauro sara’ completato – ha detto Paola Virgili, la funzionaria della sovrintendenza comunale che si occupa delle mura – sara’ nuovamente visitabile il tratto che va da porta san Sebastiano ai fornici della Colombo, che era gia’ stato musealizzato.

Ma saranno particolarmente godibili, quando saranno consolidati, anche alcuni ambienti delle mura nel tratto nord, in particolare a via Campania, dove attualmente ci sono problemi statici ma si tratta di ambienti spettacolari, con torri complete e coperte”. L’intervento per il quale sono stati stanziati 20 miliardi di lire del fondo Roma Capitale e che e’ coordinato per la parte scientifica dal sovrintendente comunale Eugenio La Rocca e dall’ assessore alla cultura Gianni Borgna, e’ diviso in due parti: Roma sud e Roma nord.

In questi giorni, ultimate le indagini geognostiche ed endoscopiche per valutare le modalita’ di intervento, si sta completando il progetto di consolidamento che riguarda Roma sud e che va dal bastione Ardeatino fino a Porta San Sebastiano. Sara’ consegnato entro giungo di quest’anno, mentre il tratto successivo, da Porta San Sebastiano fino alla nona torre prima di Porta Metronia, il mese dopo (dalla nona torre a Porta Metronia e’ stato gia’ realizzato con i fondi del Giubileo).

Dopo la presentazione del progetto, che e’ di Risorse per Roma, in particolare dell’architetto Massimo Lucherini che si e’ gia’ occupato dei lavori di restauro delle mura realizzati nella zona del Campo Boario per il Giubileo, si fara’ la gara d’ appalto e i lavori cominceranno all’inizio dell’anno prossimo. A distanza di sei mesi sara’ pronto anche il progetto per il tratto nord delle mura: da piazzale Flaminio a Porta Pinciana. Sono previsti anche interventi a via Campania, sul secondo tratto di via Casilina e il completamento del tratto crollato negli anni ’70, in via Carlo Felice gia’ risistemato, dove va ripristinato solo il camminatoio

Fonte:ANSA

Più libro che mai

TORINO S´ACCOSTA al servizio d´ordine per diluire la folla che preme ai dibattiti. Inveisce contro i vigili e introduce autori ricamando citazioni. Bacchetta gli scrittori in ritardo col pubblico, accoglie Sgarbi, traduce a braccio gli stranieri, tiene a bada il telefonino. Ernesto Ferrero direttore editoriale della Fiera Internazionale del Libro è una specie di Puck, severo, ironico, affaccendato. Ma anche visibilmente soddisfatto.

Oggi si torna a casa. La libreria del Lingotto chiude i battenti. Com´è andata?
«Molto bene. Ben al di là delle aspettative più rosee. I numeri sono tutti al rialzo. Più 15% di pubblico e espositori. Cifre a parte, sono contento dell´atmosfera che si è creata. C´era una bella aria nei dibattiti, negli stand. Gli editori credono davvero nel libro. Stanno facendo il loro lavoro con grande determinazione, nonostante le difficoltà di operare in un Paese che non ha tradizioni di lettura forte come nel Nordeuropa».

Gli editori partono contenti?
«A Torino ci vengono con piacere. Si sono resi conto che è la loro casa. Che è la festa dei libri. Un luogo dove progettare insieme promozione, iniziative, contatti».

La promozione della lettura. Punto dolente. Spesso s´è detto che la Fiera è insufficiente. Grande euforia. Folle oceaniche. Come in ogni salone d´ogni altra «merce». Ma poi, alla fine, pochi nuovi arruolati al mestiere di leggere. Non è più così?
«Ho visto sfilare ogni tipo di pubblico. I lettori forti che venivano a cercare titoli esauriti. I lettori deboli, quelli intermittenti, quelli che non lo sono mai stati».

Chi è entrato al Lingotto per caso, dunque, non può uscirne senza curiosità e desideri nuovi verso il libro?
«Abbiamo avuto oltre trecento autori. Il fatto che venga un personaggio come Morandi, e ti spiega che il libro appartiene alla vita quotidiana, è un oggetto normale, simpatico, friendly… giova alla promozione. Oltre a studiosi e scrittori, abbiamo invitato personaggi famosi del mondo mediatico perché fossero testimonial della lettura, perché questo problema ci sta a cuore».

L´internazionalizzazione è la novità di quest´anno. Il Lingotto è stato galeotto di incontri, contratti, letture, tra italiani e stranieri?
«L´International Book Forum, curato da Maurizio Poma, ha funzionato bene. C´erano 80 personaggi importanti della cultura europea, come il tedesco Wagenbach, Cherki della francese Seuil, Herralde della spagnola Anagrama, Liana Levi di France Edition, il sindacato degli editori francesi… Abbiamo organizzato oltre duecento appuntamenti con gli editori italiani, che sono rimasti molto soddisfatti. Hanno trovato a Torino un clima disteso, meno assillante della Fiera di Francoforte. Il Lingotto sarà sempre più una vetrina del libro italiano per gli stranieri».

Torino fa concorrenza a Francoforte?
«Francoforte resta la fiera mondiale dei diritti. Ma noi siamo qualcosa in più e di diverso. Innanzitutto, una mostra-mercato, mentre lei non lo è. Chiunque, qui, può acquistare un volume. Secondo aspetto: siamo un festival, abbiamo un cartellone di eventi a tutto campo. Terzo: siamo diventati una fiera di diritti. Al mondo non c´è nessuno che possa offrire questi tre atout insieme. Abbiamo avuto più visitatori di Parigi, sebbene la capitale francese possa contare su un bacino demografico cinque volte maggiore».

Cos´è che non ha funzionato?
«Non voglio peccare di superbia. Ma gli intoppi sono esterni. Il Lingotto ha problemi di accesso. Via Nizza è sempre intasata. I trasporti pubblici non sono all´altezza. Ci sono forti disagi di traffico e ingorghi. Se la città e i cittadini collaborassero di più sarebbe una cosa civile. Certi automobilisti, per esempio, dovrebbero smetterla di lasciare le auto parcheggiate in tripla fila».

In passato c´è stato il tormentone del trasloco. La Fiera migra altrove… Torino sarà scippata di una delle sue tante idee. Sindrome finita?
«C´erano vaghe intenzioni. Più favole metropolitane che altro. Anche perché per allestire una Fiera di queste dimensioni ci vogliono istituzioni, una squadra allenata, editori d´accordo. Andare a Milano, per esempio, avrebbe costi molto più alti. E i piccoli fanno già sforzi economici notevoli. Tutti ora mi sembrano convinti della necessità di Torino. Naturalmente ognuno ha le proprie strategie promozionali. Ma il " mal di pancia" , le idee di trasferimento sono finalmente tramontate. Il Lingotto funziona. E piace».

Che fare per migliorare?
«L´internazionalità richiede investimenti. E vorremmo che tutti credessero di più in questa festa. Regione, provincia e comune ci danno una grossa mano. Ma le industrie, a parte la Fiat e poche altre, sono drammaticamente assenti. Non hanno capito che la cultura è il principale propellente di una città. Di fronte al successo spero che rivedranno il loro atteggiamento. Il Piemonte deve farsi sistema, dobbiamo tirare tutti dalla stessa parte».

Fonte:La Stampa