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Premi: Il ‘Leonardo-Fellow’ a Fondazione Italia in Giappone

E’ stata assegnata oggi a Verona alla Fondazione Italia in Giappone il Premio Internazionale ”Leonardo da Vinci – Paul Harris Fellow” per aver esportato, nell’ultimo anno, il talento e l’ingegno italiani nel mondo. Un premio e’ andato anche al dott. Annibale Puca, docente della Harvard medical School. Il Premio Leonardo-Paul Harris Fellow, giunto alla sua 20/a edizione, viene conferito annualmente, nell’ambito del congresso del 206/o Distretto Rotary International, a quella personalita’ di nazionalita’ italiana, anche non rotariana, e a quell’azienda che, operando all’estero, abbiano saputo far apprezzare l’ingegno, il talento, l’operosita’ del nostro Paese nel mondo, nel campo delle arti, delle scienze, della tecnica, dei servizi umanitari. Negli ultimi anni, il riconoscimento e’ stato assegnato, tra gli altri, al Premio Nobel Carlo Rubbia, Giuseppe Colombo, ideatore del progetto dello ”Shuttle legato ad un filo”, lo stilista Ottavio Missoni, il designer Giorgio Giugiaro, il regista Giorgio Strehler, l’imprenditore Leonardo Del Vecchio

Fonte:ANSA

Restauri: Privati finanziano lavori facciata a Teatro S. Carlo

Privati napoletani in soccorso del Teatro San Carlo: sara’ l’associazione Mario Brancaccio, il piu’ grande cinecircolo d’Italia con 8000 soci, a finanziare i lavori di restauro della facciata neoclassica del Massimo napoletano firmata dall’architetto Niccolini.

Il restauro riguardera’ il ripristino del distrutto gruppo marmoreo della Sirena Partenope, originariamente posto sulla sommita’ del teatro. Testimonial d’eccezione dell’operazione il maestro Roberto De Simone e il maestro Daniel Oren. Il restauro, che sara’ realizzato con i fondi dell’Associazione Brancaccio, e’ in collaborazione con la Soprintendenza del Teatro San Carlo, con Omnitel Vodafone e Fiart mare.

Il progetto verra’ presentato domani, ore 12,30, presso il foyer del Teatro San Carlo dal soprintendente Gioacchino Lanza Tomasi, dall’assessore allo sport, immagine e Grandi eventi del Comune di Napoli, Giulia Parente e dal presidente dell’associazione Brancaccio, Gaetano Brancaccio.

Fonte:ANSA

Le reti museali primo passo verso i ‘distretti’

Il tema delle reti di musei è oggi particolarmente critico in Italia. Molte amministrazioni locali hanno infatti già dato vita a sistemi museali e altre sono ora impegnate nella loro costituzione: si apre dunque la possibilità di analizzare casi già sviluppati, nel nostro Paese e all’estero, e di riflettere sulle forme più opportune per la progettazione dei network culturali, sia rispetto alla forma organizzativa che rispetto a quella gestionale.

Due recenti ricerche svolte dal Crora-Università Bocconi per conto della Regione Lombardia ed altre precedenti hanno consentito di formulare queste analisi e riflessioni grazie allo studio di numerosi casi di network museali e forme innovative di governance. I casi studiati nelle diverse ricerche comprendono: il sistema museale provinciale di Ravenna, il sistema museale carnico, il circuito dei musei del centro di Milano, i musei della Provincia di Modena, il sistema dei musei senesi, il sistema dei musei di Bologna, il sistema dei musei trentini, il sistema museale Umbro, il sistema ‘Museu de la ciencia i de la tecnica de Catalunya’, l’azienda speciale Fiesole musei, il progetto Stiffe Spa e itrust della città di Sheffield.

Attraverso lo studio di casi si è cercato di comprendere quali sono ivantaggi dei network. Quelli riscontrati più frequentemente dalla ricerca empirica nel settore culturale sono l’opportunità di dar vita a progetti più qualificati, accedere a maggiori finanziamenti o ridurre l’incertezza sull’assegnazione degli stessi, scambiarsi informazioni, creare occasioni di confronto, migliorare l’immagine e il prestigio, legittimarsi nei confronti delle istituzioni e, non ultimo, ottenere una maggior efficienza sfruttando le economie di scala. I casi indagati confermano la possibilità di ottenere i vantaggi citati ed in particolare si osserva che in molte delle reti studiate si è riusciti ad innalzare lo standard di qualità delle singole istituzioni e a migliorare l’offerta di servizi e la visibilità di sistema.

Le ricerche hanno inoltre consentito di indagare quali sono le forme di reti più diffuse, le attività più frequentemente messe in comune, le ragioni che spingono alla nascita e i promotori della cooperazione. Ciò che è emerso è che per lo più oggi in Italia ci troviamo in una fase embrionale della cooperazione, stimolata dall’ente locale (la Provincia in particolare) e facilitata da leggi regionali che coordinano l’azione di Province e Comuni.

Questo spiega il prevalere di reti stimolate dagli amministratori, disomogenee, che raccolgono un numero elevato di musei di piccole e medie dimensioni, con obiettivi inizialmente di natura strutturale (restauro, allestimento e riapertura sedi) e successivamente di promozione e comunicazione. Già molto avanzata invece la rete della Catalogna, che raccoglie 14 musei della civiltà industriale e interessanti le forme di ‘governance’ utilizzate nelle città di Sheffield e Fiesole.

In generale osserviamo che, al di là di ciò che è concretamente avvenuto nel nostro territorio, un progetto di rete di potenziale successo deve partire da una chiara definizione degli obiettivi da raggiungere e delle attività da svolgere in comune oltre che dall’esame della consistenza del patrimonio culturale e delle infrastrutture e realtà produttive e di servizi presenti sullo specifico territorio. Sulla base di questi elementi sarà possibile definire il tipo di rete da costituire, stabilendone l’estensione geografica,’la numerosità delle istituzioni da coinvolgere, l’omogeneità o disomogeneità delle collezioni, i meccanismi di coordinamento e l’assetto istituzionale. Inoltre, la valorizzazione di un territorio attraverso i suoi " giacimenti culturali" messi in rete può dare i suoi frutti migliori solo se esiste un progetto di rilancio più complessivo che porti alla costituzione di un distretto culturale, ovvero alla sinergia fra differenti istituzioni (culturali, di servizio, turistiche e industriali).

Autore: Silvia Bagdadli

Fonte:Il Sole-24 Ore

Mostre: Palazzo Braschi racconta Roma

La Roma dei papi, delle grandi famiglie nobiliari, degli artisti, che per secoli si sono riversati nella citta’ ‘caput mundi’, rivive raccontata dagli inestimabili tesori d’arte di Palazzo Braschi, che il 4 maggio riapre dopo 15 anni di chiusura.

”Un’occasione per conoscere meglio Roma e la sua evoluzione nel tempo”, ha commentato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ha visitato in forma privata il palazzo, sede del Museo di Roma, apprezzando il restauro architettonico e l’allestimento museale di una piccola parte delle oltre 100mila opere della raccolta. Una realta’ cittadina di grande importanza per il sindaco Walter Veltroni, che ha sottolineato l’impegno, anche economico (9 milioni di euro), per riportare al suo splendore Palazzo Braschi con un recupero architettonico che ne valorizza con luminosita’ la struttura neoclassica. Ci sono voluti molti anni, ha detto Veltroni, perche’ si e’ trattato di lavorare su opere di pregio, che richiedono sempre grande attenzione. Senza contare che in questi anni, nonostante la chiusura, e’ stata curata anche la gia’ ricchissima collezione del museo con nuove acquisizioni. Tanto che, ha proseguito Veltroni, si e’ scelto di esporre a rotazione le opere, con lo scopo di far tornare piu’ volte romani e turisti a scoprire i tesori di Palazzo Braschi. Per la riapertura, l’allestimento e’ una sorta di mostra, dal titolo emblematico ‘Il Museo racconta la citta” ed e’ una scelta delle opere piu’ importanti e rappresentative che mostrano l’evoluzione architettonico-urbanistica e dei costumi di Roma dal XVI al XIX secolo.

Il restauro, ha detto l’assessore Giancarlo D’Alessandro, ha riguardato per il momento la facciata, il cortile interno, lo scalone d’onore e i primi due piani del palazzo che Pio VI Braschi dono’ al nipote Luigi alla fine del ‘700. Le condizioni del palazzo, quando nel ’98 e’ stato presentato il progetto di restauro, erano drammatiche, ha proseguito d’Alessandro e ci sono voluti 15 miliardi di lire per il consolidamento delle strutture, durato 15 mesi. L’intervento ha previsto inoltre l’impianto di climatizzazione e quelli di illuminazione e anti-intrusione. Entro l’anno, ha annunciato D’Alessandro, sara’ pronto il bando di gara per il restauro conclusivo del palazzo che, con un finanziamento di 8 milioni di euro riguardera’ il terzo piano. E forse, ha aggiunto l’assessore Gianni Borgna, l’eventuale apertura dell’ingresso del palazzo da Piazza Navona, che ne farebbe risaltare la monumentalita’. Borgna ha anche ricordato il grande lavoro di ricatalogazione dell’immensa collezione e la realizzazione del Centro di documentazione multimediale, da cui e’ possibile connettersi alla banca dati del Museo di Roma, accessibile anche via Internet. Un servizio indispensabile per un museo moderno, ha detto la curatrice della mostra Maria Elisa Tittoni, ancora di piu’ per quello ‘in itinere’ di Palazzo Braschi, che con ‘Il Museo racconta la citta” entra nella storia di Roma attraverso diverse sfaccettature.

Si inizia con le sale al primo piano, splendidamente illuminate (ma e’ un’esperienza anche la scala d’onore con statue del II secolo, stucchi e marmi) dove sono esposti dipinti e statue raffiguranti i fasti della citta’ papale e dei pontefici, a cominciare da Pio VI Braschi, il cui busto e’ stato acquistato due anni fa dagli eredi della famiglia. Davvero sorprendente la seconda sezione della mostra, dedicata ai luoghi della citta’ eterna, dove troneggia uno studiolo di legno intagliato con 18 vedute di Roma su pergamena. Molti i dipinti che raccontano una citta’ che non c’e’ piu’, Piazza del Popolo al tramonto, vedute del Quirinale (che hanno interessato moltissimo il Presidente Ciampi), un’irriconoscibile Piazza Navona senza chiese e fontane.

La terza sezione mostra il mondo dell’arte e della cultura, mentre la quarta, al secondo piano, e’ incentrata sulle grandi famiglie protagoniste della scena romana. Si comincia con l’arazzo dei Barberini e il dipinto che raffigura il torneo in onore di Cristina di Svezia. Molte sale sono dedicate ai Rospigliosi, con ritratti di fanciulli e amatissimi cavalli. Mentre dei Torlonia e’ ricostruita l’atmosfera del palazzo demolito nel 1902 ed in particolare la straordinaria Alcova, restaurata grazie all’intervento di Lottomatica e degli Amici dei Musei.

Fonte:ANSA

Arte e privati: scommessa vincente?

Di seguito è riportato un articolo apparso sul Sole-24 ore in data 21 novembre 2001 utile alla comprensione dell’attuale legislazione sui beni culturali

Molti l’hanno liquidata come una semplice, e in fondo innocua, estensione della legge Ronchey, che da cinque anni ha permesso l’ingresso dei privati in pinacoteche e musei (per ora 120 contratti) a gestire bookshop, ristoranti e biglietterie. Altri l’hanno interpretata come la «svendita di gioielli di famiglia», un pericoloso passo indietro dello Stato a favore di imprese in cerca di profitto. La temuta mercificazione della cultura.

Probabilmente, come sempre, la verità sta a mezza strada. L’articolo 22 della legge finanziaria — già passato al Senato e, parola del ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, avviato all’approvazione definitiva senza modifiche — consentirà a soggetti privati «l’intera gestione del servizio concernente la fruizione pubblica» e il «concorso al perseguimento delle finalità di valorizzazione».

Fruizione pubblica. E dunque biglietterie, bookshop, guardaroba, visite guidate, caffetterie, tutto quanto già ampiamente sperimentato grazie alla Ronchey. Ma anche «concorso» nelle attività di valorizzazione dei beni. La novità è questa. Ed è questa indicazione, grazie alla sua estrema vaghezza, a fare, alternativamente, sperare e discutere. Perché se è vero, come dice il ministro Urbani, che «non possiamo fare a meno» dell’aiuto dei privati per gestire uh immenso patrimonio artistico — almeno il 50% di quello mondiale —, è altrettanto vero che vanno fissati con chiarezza gli ambiti di questo intervento. Per evitare abusi e allo stesso tempo impedire " diktat soprintendenziali" che frenino legittime iniziative volte alla ricerca di maggiore efficienza.

Perché i musei sono cambiati Anche in Italia. Se qualche decennio fa a percorrere le sale ermo studiosi e appassionati veri, mischiati a qualche svogliata scolaresca, oggi il parco dei " fruitori" li è molto allargato. E giustamente si va ai Capitolini o alla mostra di Picasso il sabato con la famiglia. Diventa un modo alternativo d passare la giornata, giusto o sbagliato che sia. E dunque bene fa lo Stato a spingere l’acceleratore sull’edutainment — neologismo anglosassone che sta per intrattenimento educativo — cercando l’aiuto di chi, meglio dei soprintendenti, sa come farlo.

Questo non significa però che musei e pinacoteche debbano trasformarsi in spettacolari " diverti-mentifici" . Quindi tutto dipende dal regolamento che dovrà riempire di contenuti il discusso articolo 22. Nel forum al Sole-24 Ore il ministro Urbani ha ribadito che la tutela e la conservazione dei beni resterà fermamente nelle mani dello Stato. E che questo verrà riaffermato nei singoli, puntigliosi capitolati che saranno firmati con le imprese candidate a gestire i diversi beni. Porse sarebbe stato più opportuno indicare già all’interno della norma di legge i requisiti indispensabili cui dovranno rispondere i candidati. Il ministro tiene a precisare che la lista sarà lunga e definita " in corso d’opera" . Ma pensa di sicuro alle fondazioni bancarie, già molto attive nel campo e, particolare non indifferente, ricche di risorse finanziarie.

Infatti, è questo un altro dei nodi fondamentali della questione: fare arte e cultura è quasi sempre un’attività in perdita. Nel 2000 musei, monumenti ed aree archeologiche statali hanno fruttato introiti per 77 milioni di euro, contro i 168, milioni di euro spesi solo per retribuire i 7.492 custodi in organico. I servizi aggiuntivi, è vero, stanno cominciando a dare risultati: nel 2000 sono stati incassati 25,4 milioni di euro tra prenotazioni, visite guidate, ristoranti eccetera. Ma è sempre troppo poco per far quadrare un bilancio.Soprattutto fino a che i musei non avranno autonomia finanziaria. Un principio indispensabile, anche se Pompei, unica eccezione fino ad oggi, non consente ancora di cantare vittoria, come si può leggere nell’inchiesta qui sotto. E un risultato difficile da raggiungere se lo Stato pretende, oltre a conti in pareggio, il pagamento, peraltro anticipato al 50%, di un canone di concessione.

Chi saranno i privati interessati a imbarcarsi in questa avventura? E ancora, come pensare che possano aspirare a occuparsi di quelle centinaia di migliaia di realtà minori sparse per tutto il territorio?

Autore: Fernanda Roggero

Fonte:Il Sole-24 Ore