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TORGIANO (PG) – Museo dell&#8217Olivo e dell&#8217Olio

Via Garibaldi, 10 – tel: 075 9880300, fax. 075 9880300-985486

e-mail: museoolio@lungarotti.it
www.lungarotti.it

aperto tutti i giorni dell’anno (chiuso il 25 dicembre) estate: 10-13;15-19, inverno: 10-13;15-18
ingresso:Euro 4, ridotto Euro 2.50

Nato in continuità di intenti con la ideazione del Museo del Vino, il Museo dell’Olivo e dell’Olio è situato in un piccolo nucleo di abitazioni medioevali all’interno delle mura castellane.
Il percorso si snoda lungo dieci sale e si apre con informazioni redatte dal C.N.R. sulle caratteristiche botaniche dell’olivo, sulle cultivar più diffuse in Umbria, sulle tecniche tradizionali e d’avanguardia di messa a coltura e di estrazione dell’olio.

Le sale successive, ambientate nei locali che furono già sede di un frantoio, attivo fino a pochi decenni fa e testimoniato dalla presenza di un grande camino, ospitano una ricca documentazione relativa alla storia ed alla evoluzione delle macchine olearie: dai primi mortai in pietra, risalenti al V millennio a.C., via via, correndo lungo i secoli, alla introduzione del trapetum, l’ampia vasca di probabile origine greca definitivamente utilizzata e diffusa dai Romani, fino alle più complesse macchine a trazione animale o idraulica ed alla invenzione del sistema “a ciclo continuo” che ha segnato l’avvio per la nuova elaiotecnica.

Il percorso prosegue nei due piani superiori, dove la presenza dell’olio e dell’olivo nel quotidiano, gli usi e le valenze ad essi attribuiti nel corso del tempo sono documentati in sezioni che sviluppano i temi relativi alla mitologica origine della pianta, all’impiego dell’olio come fonte di illuminazione, nei rituali delle grandi religioni monoteiste occidentali, nella medicina e nella alimentazione, nello sport, nella cosmesi, come fonte di riscaldamento e come elemento significativo di un immaginario popolare che alla pianta e al prodotto derivato dal suo frutto ha attribuito – e in parte ancora attribuisce – valenze simboliche, propiziatorie, apotropaiche e curative.

La sala V, dedicata ad Athena, divinità cui si deve il dono dell’olivo agli uomini, espone, accanto a diversi oggetti che richiamano ai vari attributi della dea, un prezioso alábastron attico in ceramica a figure rosse, firmato dal Pittore della Fonderia e risalente al V secolo a.C.; l’oggetto, di straordinario interesse per l’abilità dell’artista, ritrae Athena nell’atto di ricevere lo scudo recante l’effige della civetta (suo primo emblema) dalle mani del metallurgo che lo ha creato. Di fronte, a significare l’uso remotissimo di lucerne votive, affiancata da una scheda scientifica di Mario Torelli, è esposta una lucerna trilicne del VII secolo a.C., marmorea, superbo esempio di arte dedalica. La raccolta di lucerne, che da età preclassica giunge al tardo neoclassicismo, ha esempi degni di attenzione: dalla bilicne romana in bronzo, ageminata in argento e rame, al piccolo putto bronzeo rinascimentale, alle due preziose lucerne da scala fiorentine, datate XVI secolo.

Interessanti per tecniche e stili rappresentati, indicativi di correnti di gusto sensibili al mito della antichità e dell’esotismo, il gruppo delle “neoclassiche” comprende lucerne da parata che vanno dalla “fiorentina” in vetro, da Murano, alle “romane”, provenienti dalle maggiori botteghe di argentieri e bronzisti, caratterizzate da sculture che conoscono all’epoca una grande diffusione: così il Mercurio che corre sul soffio del Vento, o l’egizio, che rimanda alle campagne napoleoniche.

Oliere e salsiere, ampolle per profumi e balsamari – bellissimo l’unguentario egizio in alabastro risalente al 1500 a.C. – bracieri e scaldini, testi dotti ed oggetti di manifattura popolare testimoniano il ricorrere all’olio nei secoli per i diversi usi.

Al termine del percorso museale, un corridoio di proverbi e detti legati all’olio conduce alla visione di una grande tavola raffigurante un campo di olivi al vento, indicativo della attenzione al paesaggio che sottende la ricerca che ha portato alla creazione del museo.

Autore: Redazione

Fonte:diretta

CONSIGLIERI-STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo " superconsigliere" ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles.
Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di " Patrimonio spa" , la società voluta da Tremonti, gemella di " Infrastrutture spa" , incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di " consiglieri-studiosi" come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere " i gioielli di famiglia" .

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.

Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura " riforma" del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per " ritoccare" quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale «non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi» e che " la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente" . La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio " codice etico" di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di " fidatevi di me" , in una lunga intervista a «L’Unità» del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la " sua" società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza).
Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché " il patrimonio artistico deve restare allo Stato" . I " centralisti" agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali (cioè una revisione delle leggi in base a nuovi criteri di individuazione, conservazione e protezione dei beni culturali e ambientali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

CONSIGLIERI-STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo " superconsigliere" ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles.
Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di " Patrimonio spa" , la società voluta da Tremonti, gemella di " Infrastrutture spa" , incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di " consiglieri-studiosi" come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere " i gioielli di famiglia" .

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.

Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura " riforma" del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per " ritoccare" quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale «non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi» e che " la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente" . La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio " codice etico" di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di " fidatevi di me" , in una lunga intervista a «L’Unità» del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la " sua" società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza).
Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché " il patrimonio artistico deve restare allo Stato" . I " centralisti" agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali (cioè una revisione delle leggi in base a nuovi criteri di individuazione, conservazione e protezione dei beni culturali e ambientali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

PRIME VENDITE DI STATO””

Il Ministro Tremonti qualche giorno fa ha annunciato con soddisfazione il successo della prima fase della vendita del patrimonio dello Stato e degli Enti previdenziali pubblici, attraverso le aste organizzate dalla Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici (Scip). Le agenzie di stampa hanno riportato la notizia senza commenti. Temo tuttavia che quello che è già accaduto e sta accadendo con le aste Scip sia l’assaggio di quello che potrebbe accadere con la Patrimonio e le Infrastrutture spa. Gravissime ripercussioni si sono già verificate a livello legislativo e presto ce ne saranno a livello sociale. Occorre ricostruire la storia delle aste Scip, poiché se ne è parlato poco e male.

In precedenza, la gestione degli immobili pubblici rientrava in quella del patrimonio dello Stato, con un carattere, come ricordano anche Parlato e Vaciago, più pubblicistico e sociale che economico e produttivo. Questo si traduceva anche in canoni di affitto simbolici o estremamente ridotti, ma anche, talvolta, in una scarsa attenzione alla corretta e tempestiva manutenzione degli immobili. Negli anni ’90 le leggi cominciarono a far valere l’aspetto di gestione produttiva. Il processo di privatizzazione immobiliare di parte del patrimonio dello Stato era previsto già nella legge finanziaria del 1990, ma delimitato ai beni del patrimonio disponibile dello Stato. Negli anni successivi furono effettuati vari tentativi di formare la struttura per la vendita di questo patrimonio, come con l’esperienza fallita di Immobiliare Italia, vani anche per mancanza di elenchi di proprietà disponibili, con il loro reale valore immobiliare.

Vista la difficoltà di pervenire ad una vendita del patrimonio, la legge 448 del 23 dicembre 1998 prevedeva piuttosto la sua valorizzazione, consentendone la concessione a privati o amministrazioni pubbliche che avessero presentato progetti di ristrutturazione o ricostruzione di immobili non in uso. Gli immobili di interesse storico-artistico restavano comunque esclusi da queste operazioni.

Con la legge 488 del 23 dicembre 1999 si riproponeva la dismissione del patrimonio immobiliare, aggiungendo quello degli enti previdenziali. Neppure questa legge ebbe molti risultati, anche per la mancata risposta di società private a partecipare alle operazioni di valutazione e vendita. Arriviamo così alle leggi 351 del 25 settembre 2001 e 410 del 23 novembre 2001, basate, come scrive Vaciago, sul principio della «dismissione in blocco unico del patrimonio immobiliare mediante conferimento ad una o più società veicolo appositamente costituite», creando una srl, la Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici (Scip) ed una Spa, la Patrimonio dello Stato.Per eliminare alcuni degli intoppi verificatisi con i tentativi precedenti, vengono eliminate le procedure di richieste di pareri e viene drasticamente limitata la possibilità di apporre vincoli. La Scip (come d’altronde previsto anche per la Patrimonio e l’Infrastrutture spa) ricevendo gli immobili anticipa allo Stato quanto atteso dalla gestione e rivendita degli immobili, mediante emissione di titoli o assunzione di finanziamenti. Il passaggio dei beni al patrimonio vendibile si effettua mediante la sola formulazione degli elenchi, escludendo il Consiglio di Stato dall’iter che porta alla dismissione, ridimensionando i poteri di Soprintendenze e Ministero dei Beni culturali (recita la legge 351, art. 3 comma 17: “I trasferimenti di cui al comma 1 [ndr.: cioè il trasferimento delle proprietà immobiliari nelle liste Scip] e le successive rivendite non sono soggetti alle autorizzazioni previste dal decreto legislativo 29 ottobre 1999 n. 490)”. Quindi non solo le proprietà, anche quelle vincolate, possono essere vendute, ma anche le successive rivendite non possono essere bloccate dal Ministero dei Beni culturali. Non solo, lo stesso comma 17 esclude alle amministrazioni dello Stato, agli enti pubblici territoriali, e agli altri soggetti pubblici la possibilità di rendersi acquirenti dei beni immobili di cui al presente decreto, annullando quindi anche un eventuale diritto di prelazione da parte del Ministero dei Beni culturali. La perla della legge 351 si trova nel comma successivo (18), che recita: “Lo Stato e gli altri enti pubblici sono esonerati dalla consegna dei documenti relativi alla proprietà dei beni ed alla regolarità urbanistica-edilizia e fiscale”. Lo Stato condona se stesso!

Si tratta di fatti di una gravità assoluta, inspiegabilmente passati sotto silenzio a livello di Soprintendenze, oltre che di opinione pubblica.

E infatti, mentre le polemiche infuriavano su Patrimonio spa, 35 proprietà dello Stato, con vincolo dei Beni Culturali, sono state vendute o stanno per essere vendute nelle aste di Scip 1 (cioè della prima fase dell’operazione Scip), mentre un numero ignoto di beni vincolati o vincolabili si trova in quelle della Scip 2, annunciata a metà novembre 2002 ed ora in preparazione.

Per ricapitolare: il Ministro delle Finanze può trasferire per decreto le proprietà immobiliari degli enti pubblici e dello Stato nelle liste del patrimonio alienabile. Se ci sono vincoli, questi vengono mantenuti ed il trasferimento è effettuato di concerto con il Ministero competente. Non esiste però diritto di prelazione da parte dell’amministrazione dello Stato o di alcun altro Ministero. Non solo, i trasferimenti nelle liste, e addirittura le rivendite di questi beni vincolati, non sono né saranno soggetti alle autorizzazioni previste dalla legge sulla protezione dei beni culturali n. 490 del 1999! Lo Stato fa le leggi e poi non le rispetta, non solo, ma autorizza anche i cittadini a non rispettarle. Questo significa anche che se un bene non vincolato, ma meritevole di vincolo, viene posto in vendita, il Ministero dei Beni culturali o le Soprintendenze non potranno fare alcunché per impedirne la vendita.

Ritengo che il legare mani e piedi del Ministero dei Beni culturali e dei suoi organi di tutela sia scandaloso, e che le continue smentite provenienti dalle alte cariche del Ministero dei Beni culturali e delle Finanze sulla vendita dei beni culturali suonino più che false.

La dimostrazione di tutto ciò si trova nelle vendite di beni: 35 proprietà vincolate su un portafoglio di 259 immobili messi in vendita nella prima fase delle aste Scip rappresentano quasi il 14%, un rapporto altissimo, soprattutto in considerazione dei continui dinieghi fatti riguardo a queste vendite.

Fra le proprietà vendute, che si trovano in tutta Italia, da Milano a Palermo, e da Genova a Trieste, troviamo Palazzo Correr a Venezia (venduto all’asta del 23 aprile scorso), un palazzo storico al centro di Palermo (via Wagner 2, venduto all’asta dell’8 ottobre; l’acquirente ne farà un albergo a cinque stelle), ed un edificio a via Conca del Naviglio 5 a Milano, costruito in parte sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, lo storico Hotel San Giuliano a San Giuliano Terme (edificio del XVIII secolo già residenza termale dei Granduchi di Toscana), e Villa Manzoni sulla Cassia a Roma, dove si trovano anche resti archeologici. Questi ultimi, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, verranno messi in vendita con uno sconto del 25%. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35%. Se ancora invendute, l’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro. L’assalto ai beni culturali paventato da Settis è dunque già cominciato. Quello che stupisce è che non se ne parli affatto.

Autore: Gaetano Palumbo

Fonte:Il Giornale dell’Arte.com – 07/02/03

PRIME VENDITE DI STATO””

Il Ministro Tremonti qualche giorno fa ha annunciato con soddisfazione il successo della prima fase della vendita del patrimonio dello Stato e degli Enti previdenziali pubblici, attraverso le aste organizzate dalla Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici (Scip). Le agenzie di stampa hanno riportato la notizia senza commenti. Temo tuttavia che quello che è già accaduto e sta accadendo con le aste Scip sia l’assaggio di quello che potrebbe accadere con la Patrimonio e le Infrastrutture spa. Gravissime ripercussioni si sono già verificate a livello legislativo e presto ce ne saranno a livello sociale. Occorre ricostruire la storia delle aste Scip, poiché se ne è parlato poco e male.

In precedenza, la gestione degli immobili pubblici rientrava in quella del patrimonio dello Stato, con un carattere, come ricordano anche Parlato e Vaciago, più pubblicistico e sociale che economico e produttivo. Questo si traduceva anche in canoni di affitto simbolici o estremamente ridotti, ma anche, talvolta, in una scarsa attenzione alla corretta e tempestiva manutenzione degli immobili. Negli anni ’90 le leggi cominciarono a far valere l’aspetto di gestione produttiva. Il processo di privatizzazione immobiliare di parte del patrimonio dello Stato era previsto già nella legge finanziaria del 1990, ma delimitato ai beni del patrimonio disponibile dello Stato. Negli anni successivi furono effettuati vari tentativi di formare la struttura per la vendita di questo patrimonio, come con l’esperienza fallita di Immobiliare Italia, vani anche per mancanza di elenchi di proprietà disponibili, con il loro reale valore immobiliare.

Vista la difficoltà di pervenire ad una vendita del patrimonio, la legge 448 del 23 dicembre 1998 prevedeva piuttosto la sua valorizzazione, consentendone la concessione a privati o amministrazioni pubbliche che avessero presentato progetti di ristrutturazione o ricostruzione di immobili non in uso. Gli immobili di interesse storico-artistico restavano comunque esclusi da queste operazioni.

Con la legge 488 del 23 dicembre 1999 si riproponeva la dismissione del patrimonio immobiliare, aggiungendo quello degli enti previdenziali. Neppure questa legge ebbe molti risultati, anche per la mancata risposta di società private a partecipare alle operazioni di valutazione e vendita. Arriviamo così alle leggi 351 del 25 settembre 2001 e 410 del 23 novembre 2001, basate, come scrive Vaciago, sul principio della «dismissione in blocco unico del patrimonio immobiliare mediante conferimento ad una o più società veicolo appositamente costituite», creando una srl, la Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici (Scip) ed una Spa, la Patrimonio dello Stato.Per eliminare alcuni degli intoppi verificatisi con i tentativi precedenti, vengono eliminate le procedure di richieste di pareri e viene drasticamente limitata la possibilità di apporre vincoli. La Scip (come d’altronde previsto anche per la Patrimonio e l’Infrastrutture spa) ricevendo gli immobili anticipa allo Stato quanto atteso dalla gestione e rivendita degli immobili, mediante emissione di titoli o assunzione di finanziamenti. Il passaggio dei beni al patrimonio vendibile si effettua mediante la sola formulazione degli elenchi, escludendo il Consiglio di Stato dall’iter che porta alla dismissione, ridimensionando i poteri di Soprintendenze e Ministero dei Beni culturali (recita la legge 351, art. 3 comma 17: “I trasferimenti di cui al comma 1 [ndr.: cioè il trasferimento delle proprietà immobiliari nelle liste Scip] e le successive rivendite non sono soggetti alle autorizzazioni previste dal decreto legislativo 29 ottobre 1999 n. 490)”. Quindi non solo le proprietà, anche quelle vincolate, possono essere vendute, ma anche le successive rivendite non possono essere bloccate dal Ministero dei Beni culturali. Non solo, lo stesso comma 17 esclude alle amministrazioni dello Stato, agli enti pubblici territoriali, e agli altri soggetti pubblici la possibilità di rendersi acquirenti dei beni immobili di cui al presente decreto, annullando quindi anche un eventuale diritto di prelazione da parte del Ministero dei Beni culturali. La perla della legge 351 si trova nel comma successivo (18), che recita: “Lo Stato e gli altri enti pubblici sono esonerati dalla consegna dei documenti relativi alla proprietà dei beni ed alla regolarità urbanistica-edilizia e fiscale”. Lo Stato condona se stesso!

Si tratta di fatti di una gravità assoluta, inspiegabilmente passati sotto silenzio a livello di Soprintendenze, oltre che di opinione pubblica.

E infatti, mentre le polemiche infuriavano su Patrimonio spa, 35 proprietà dello Stato, con vincolo dei Beni Culturali, sono state vendute o stanno per essere vendute nelle aste di Scip 1 (cioè della prima fase dell’operazione Scip), mentre un numero ignoto di beni vincolati o vincolabili si trova in quelle della Scip 2, annunciata a metà novembre 2002 ed ora in preparazione.

Per ricapitolare: il Ministro delle Finanze può trasferire per decreto le proprietà immobiliari degli enti pubblici e dello Stato nelle liste del patrimonio alienabile. Se ci sono vincoli, questi vengono mantenuti ed il trasferimento è effettuato di concerto con il Ministero competente. Non esiste però diritto di prelazione da parte dell’amministrazione dello Stato o di alcun altro Ministero. Non solo, i trasferimenti nelle liste, e addirittura le rivendite di questi beni vincolati, non sono né saranno soggetti alle autorizzazioni previste dalla legge sulla protezione dei beni culturali n. 490 del 1999! Lo Stato fa le leggi e poi non le rispetta, non solo, ma autorizza anche i cittadini a non rispettarle. Questo significa anche che se un bene non vincolato, ma meritevole di vincolo, viene posto in vendita, il Ministero dei Beni culturali o le Soprintendenze non potranno fare alcunché per impedirne la vendita.

Ritengo che il legare mani e piedi del Ministero dei Beni culturali e dei suoi organi di tutela sia scandaloso, e che le continue smentite provenienti dalle alte cariche del Ministero dei Beni culturali e delle Finanze sulla vendita dei beni culturali suonino più che false.

La dimostrazione di tutto ciò si trova nelle vendite di beni: 35 proprietà vincolate su un portafoglio di 259 immobili messi in vendita nella prima fase delle aste Scip rappresentano quasi il 14%, un rapporto altissimo, soprattutto in considerazione dei continui dinieghi fatti riguardo a queste vendite.

Fra le proprietà vendute, che si trovano in tutta Italia, da Milano a Palermo, e da Genova a Trieste, troviamo Palazzo Correr a Venezia (venduto all’asta del 23 aprile scorso), un palazzo storico al centro di Palermo (via Wagner 2, venduto all’asta dell’8 ottobre; l’acquirente ne farà un albergo a cinque stelle), ed un edificio a via Conca del Naviglio 5 a Milano, costruito in parte sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, lo storico Hotel San Giuliano a San Giuliano Terme (edificio del XVIII secolo già residenza termale dei Granduchi di Toscana), e Villa Manzoni sulla Cassia a Roma, dove si trovano anche resti archeologici. Questi ultimi, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, verranno messi in vendita con uno sconto del 25%. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35%. Se ancora invendute, l’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro. L’assalto ai beni culturali paventato da Settis è dunque già cominciato. Quello che stupisce è che non se ne parli affatto.

Autore: Gaetano Palumbo

Fonte:Il Giornale dell’Arte.com – 07/02/03