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CONSIGLIERI STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo “superconsigliere” ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles. Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di “Patrimonio spa”, la società voluta da Tremonti, gemella di “Infrastrutture spa”, incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di “consiglieri-studiosi” come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere “i gioielli di famiglia”.

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura “riforma” del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per “ritoccare” quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale “non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi” e che “la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente”. La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio “codice etico” di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.

Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di “fidatevi di me”, in una lunga intervista a “L’Unità” del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la “sua” società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza). Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.

Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché “il patrimonio artistico deve restare allo Stato”. I “centralisti” agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

CONSIGLIERI STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo “superconsigliere” ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles. Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di “Patrimonio spa”, la società voluta da Tremonti, gemella di “Infrastrutture spa”, incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di “consiglieri-studiosi” come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere “i gioielli di famiglia”.

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura “riforma” del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per “ritoccare” quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale “non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi” e che “la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente”. La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio “codice etico” di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.

Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di “fidatevi di me”, in una lunga intervista a “L’Unità” del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la “sua” società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza). Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.

Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché “il patrimonio artistico deve restare allo Stato”. I “centralisti” agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

SOS ALLARME IN SIRIA: 34 secoli fa.

Voci di città assediate, scambi d’informazioni drammatiche, richieste di aiuto, disposizioni per “resistere, resistere, resistere” di fronte alla superpotenza che rivolge le sue mire su un territorio strategico del Vicino Oriente.

Non sono messaggi vaganti nell’universo impalpabile di Internet, e non è la prefigurazione di ciò che potrà accadere fra qualche settimana nei dintorni del Tigri e dell’Eufrate; è invece una traccia di quel che avvenne un po’ più ad Ovest, un bel pò di anni prima: impressa su corpose tavolette di argilla che adesso il sottosuolo ha restituito a Tell Mishrifeh, dove un tempo sorgeva Qatna, antico sito della Siria settentrionale a metà strada tra le attuali Damasco e Aleppo. Autori della scoperta – la più importante in area medio-orientale dal rinvenimento dell’archivio reale di Ebla, nel 1975, per merito di Paolo Matthiae – sono ancora una volta archeologi italiani, dell’Università di Udine, che lavorano in una missione congiunta con la locale Direzione generale delle antichità e con i tedeschi dell’Università di Tubinga.

L’epoca a cui siamo ricondotti (determinata con gli strumenti della paleografia) è il XIV secolo a.C. Al centro di importanti rotte commerciali (legno e materiali da costruzione, esportati verso l’Egitto e la Mesopotamia, metalli dall’Anatolia, pietre semipreziose dalla Susiana), la Siria era una zona cuscinetto da sempre contesa fra gli imperi che via via si affacciavano alla storia. Adesso è il turno degli ittiti e egiziani, che in un gioco di mosse e contromosse finiscono con lo spartirsi l’intera zona, tutto il Nord al Gran Re di Hatti, la fascia costiera e il Centro Sud ai Faraoni. Siamo dunque sul piano inclinato che di lì a qualche decennio porterà allo scontro finale di Qadesch, nel 1274, tra Mawatalli e Ramses II. Di quella epica ma sostanzialmente inutile battaglia, la prima (abbondantemente) documentata nella storia, che di fatto ribadirà lo status quo, sappiamo quasi tutto. Le tavolette ritrovate a Qatna ci parlano invece della lunga fase preparatoria, quando gli ittiti cominciarono a premere sulla Siria settentrionale.

Intorno al 1350 è Shuppilulluma I, il nonno di Muwatalli, a marciare verso Sud. Dall’archivio reale di Tell el-Amarna, la capitale del faraone eretico Akhenaton, conosciamo le lette inviate dai sovrani delle città siriane, di Qatna, di Qadesh, che riconfermano la fedeltà all’Egitto ma denunciano l’impotenza di fronte al nemico che li sovrasta: corrispondenza diplomatica sulla vasta scala internazionale. Quello che emerge dalle tavolette di Qatna è il correlato “regionale” dei medesimi eventi, che descrive una fitta rete di informazioni e di rapporti fra signori locali. Un documento importantissimo, che fa luce su una realtà poco nota.

L’archivio è venuto alla luce nel palazzo reale, sull’acropoli: 61 tavolette di argilla, parte crude (poi cotte da un incendio), parte cotte già in origine, scritte in cuneiforme. Cinque di queste presentano un contenuto esplicitamente cronistico-politico. La decifrazione e la traduzione, a cura dell’epigrafista Thomas Richter dell’Università di Francoforte, è appena cominciata, ma qualche rivelazione comincia a filtrare. In una delle tavolette si informa Idanda, il signore di Qatna, circa la consistenza dell’esercito ittita, che con i suoi numerosi carri ha già distrutto diversi centri. Altre tavolette contengono le istruzioni impartite per rinforzare le difese, ordini per la fabbricazione di 40 mila mattoni di fango, 18.600 spade.

La fortuna di recuperare l’archivio reale è toccata alla componente tedesca della missione, diretta da Peter Pfalzner. “L’hanno trovato proprio nella zona di confine con la nostra area di scavo” dice con una punta di rammarico il responsabile della squadra italiana Daniele Morandi Bonacossi, coadiuvato da Marta Luciani. Ma , neppure lui – 40 anni, una ventina di campagne archeologiche, alla sua prima direzione – si può lamentare. Quasi in contemporanea con l’exploit tedesco, tra la fine di ottobre e i primi di novembre (“Le scoperte più importanti avvengono sempre negli ultimi giorni: è una delle classiche leggi dell’archeologia …), in un secondo edificio palatino dell’acropoli, risalente al XV secolo e ancora in gran parte da scavare, gli italiani hanno rinvenuto un archivio amministrativo con una trentina di tavolette e numerosi intagli di avorio, probabilmente elementi decorativi di mobilio prezioso, tra cui uno splendido volto femminile con gli occhi di gesso cristallino.

“Trovare un archivio è sempre una grande emozione”, commenta Marta Luciani, “per un archeologo orientale”, è “la scoperta per antonomasia”. Tanto più alla luce del suo contenuto, che farebbe la felicità di uno storico cresciuto alla scuola delle Annales, o di chiunque al modello militare-politico di Tucidide preferisca quello erodoteo più attento alla lunga durata. Come spiega il filologo danese della missione, Jesper Eidem, “i testi, scritti in accadico, presentano elenchi di distribuzioni di grano a varie categorie di destinatari, fra cui un certo Zarija, forse il proprietario del palazzo, e inoltre a operai, ancelle e animali domestici”. “Nel II millennio, tramontata ormai la potenza di Ebla”, osserva Morandi Bonacossi, “Qatna era uno dei tre grandi centri urbani della Siria, con Mari e Aleppo. Scavare un edificio pubblico è un’occasione unica per capire il funzionamento della vita politica, religiosa, economica e amministrativa, il livello tecnologico raggiunto in queste importanti capitali. Si può ricostruire la cultura materiale in tutti i suoi aspetti”.

Ma l’istantanea sul XV-XIV secolo non esaurisce le conoscenze acquisite su Qatna, fin dagli anni 20 del Novecento. Gli scavi, avviati dal conte Robert du Mesnil du Buisson con l’impiego di prigionieri ai lavori forzati sorvegliati da un battaglione di fucilieri malgasci (era la Francia coloniale …), portarono alla scoperta del palazzo reale e di alcune tavolette cuneiformi in lingua sumerica con l’interminabile inventario del tesoro (scomparso) della dea Nin-Egal (letteralmente “Signora , Nin, del Palazzo”). I lavori furono ripresi nel ’94 dai siriani, sotto la guida di Michel Maqdissi, e nel m’99 partì la cooperazione con italiani e tedeschi.

Ai margini della piana dell’Oronte, in un territorio semiarido dominato dalle tonalità del giallo, del rosso bruciato, del verde cupo delle graminacee, Qatna si presenta come un quadrato quasi perfetto di 110 ettari, circondato da un terrapieno su cui si aprivano le quattro porte urbiche, al centro di ogni lato. In base al raffronto con gli analoghi insediamenti contemporanei, si può ipotizzare una popolazione media, relativamente stabile, intorno ai 20 mila abitanti. Ai livelli più antichi dell’acropoli, corrispondenti al 2400 circa, in pieno bronzo antico (“Ma ancora non siamo arrivati alla roccia vergine”, avverte Morandi Bonacossi), sono stati individuati grandi silos – 6 metri di diametro per 3-4 di profondità – per lo stoccaggio di cereali, olive e uva: sembrano indicare un’attività centralizzata di accumulo e ridistribuzione, propria di un’entità statale già strutturata. Al livello del XIV secolo sono evidenti nel palazzo reale i segni di un incendio, non si può dire se appiccato dagli invasori ittiti o scoppiato accidentalmente. Di certo la vita continuò ancora a lungo a Qatna, come è testimoniata fra l’altro dalla presenza di ceramica micenea del XIII secolo, protraendosi nell’età del ferro fino al VII-VI secolo a.C. Poi venne progressivamente abbandonata. Ricoperta dalla collina artificiale, il sito sarebbe stato di nuovo abitato soltanto a metà dell’800. Ma proprio per le esigenze degli archeologi l’insediamento moderno è stato evacuato nel 1982.

I morti che afferrano i vivi, un caso di cannibalismo di ciò che è sepolto verso il presente vivo e indigente? Assolutamente no. Spostato poco più a ovest, il nuovo villaggio ha giù raggiunto i 10 mila abitanti, dalla scorsa estate ha buone linee telefoniche e persino un Internet Cafè. In tutti i sensi, la ricerca del passato non può che aiutare l’oggi.

Dal bronzo ai Romani

Nell’area dell’attuale Siria l’urbanizzazione prende le mosse nel bronzo antico (2900-2000 a.C.) in seguito a contatti con la Mesopotamia, l’Egitto e la Susiana (Iran sud-occidentale) dove si era già avviata. Si delineano tre diverse culture urbane: quella costiera (centro principale Biblo, nell’attuale Libano), quella nord-occidentale (Ebla) e quella alto-mesopotamica (Tell Chuera, Tell Leylan).
Nell’ultima parte del II millennio nell’area cominciano a inserirsi gli hurriti, di origini indo-iranica; intanto Ebla e gran parte delle città-Stato siriane cadono di fronte all’espansionismo accadico (dalla Mesopotamia).
Dal 2000 (bronzo medio) cominciano le immigrazioni degli amorrei. In questa fase emergono Qatna, Yamhad (Aleppo), Mari, Ugarit.
A partire dal 1650 prime invasioni ittite, dall’Anatolia.
Nel 1469 inizio delle campagne egiziane.
A metà del bronzo tardo (1600-1200) il territorio siriano è diviso fra regno di Mitanni (nord e alta Mesopotamia, fino a Qadesh) e Egitto (sud e fascia costiera).
Dopo il 1350 gli Ittiti prendono il posto dell’impero mitannico, e la situazione rimane sostanzialmente invariata anche dopo l’epica battaglia di Qadesh tra egiziani e ittiti del 1274.
Nell’età del ferro la Siria entra nell’orbita dell’impero assiro (dal IX sec. ), poi in quella dell’impero neobabilonese (fine VII), dei persiani achemenidi (VI).
Dopo la conquista di Alessandro il Grande, nel 301 a.C. s’inizia la dinastia ellenistica dei Seleucidi.
Nel 64 d.C. la Siria entra a far parte dell’impero romano.

Autore: Maurizio Assalto

Fonte:La Stampa

ALTRO CHE MUSEI

L’autrice si occupa da anni d’arte e di tematiche legate ai beni culturali: una conoscenza sul campo che viene fuori nettamente dalle pagine di questo libro. Citando infatti decine e decine di esempi concreti, l’autrice dipinge un panorama dettagliato e circostanziato della situazione del nostro paese, che serba da sempre l’onore (e l’onere!) di provvedere ad un patrimonio artistico, culturale e paesaggistico realmente sterminato.

Diviso in tre sezioni, il volume affronta inizialmente il concetto di patrimonio, sottolineando che oltre ai musei e ai monumenti architettonici esiste una moltitudine di altre realtà (dal paesaggio ai beni ecclesiastici, dalle dimore storiche ai giardini monumentali) che vanno parimenti tutelate e difese e le cui problematiche sfuggono più facilmente al cittadino comune.
L’autrice passa poi ad analizzare la situazione attuale, grazie anche ad una puntuale retrospettiva dall’unità ad oggi sui vari interventi legislativi in materia.
Conclude con una panoramica su quali possano essere le risorse (imprese, banche, organizzazioni non-profit, ecc.) per una migliore gestione economica di questa fantastica ma a volte scomoda e ingombrante eredità tutta italiana.

I temi affrontati sono densi e complessi ma le pagine di questo volume scorrono via come un articolo giornalistico grazie alla vivacità e alla scorrevolezza dello stile dell’autrice, che riesce a fornirci un quadro chiaro ed esauriente di una materia intricata e frastagliata. Una lettura indispensabile per quanti amano l’arte e la bellezza del Belpaese e si chiedono a che punto siano oggi tutela e valorizzazione dei beni culturali.

" Altro che musei. La questione dei beni culturali in Italia" di Silvia Dell’Orso – 1 ed. – Roma-Bari : Laterza, 2002. – 191 p. , 21 cm – ISBN 88-420-6714-8. Prezzo: € 14,00 info: www.laterza.it

Autore: Daniela Gangale

Fonte:Exibart

MUSEO EGIZIO di Torino semi privatizzato: il 5 dicembre lo statuto.

Il 5 dicembre viene reso pubblico il testo dello statuto della nuova “Fondazione Museo delle Antichità Egizie”, prima applicazione a livello nazionale della tanto discussa (e d’altra parte tanto auspicata), collaborazione tra Ministero e “privati” nella gestione del patrimonio italiano, in particolare delle istituzioni museali, prevista dal decreto del Ministro per i Beni Culturali 27 novembre 2001, n. 491, in applicazione del D. Lgs. 368/1998. Il Ministero per i Beni e le Attività culturali sarà tra i soci fondatori insieme a Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino; si prevede che in un secondo tempo possano accedere altri soci. Finalità della Fondazione, la gestione, conservazione, manutenzione, valorizzazione, promozione della collezione, anche attraverso nuove acquisizioni e l’organizzazione di mostre e convegni in collaborazione con enti nazionali e internazionali, e l’adeguamento strumentale ed espositivo del museo.
Conferito da parte del Ministero l’uso dell’attuale sede (con relative dotazioni e collezioni), gli altri soci della Fondazione hanno il compito di apportare risorse finanziarie per costituire un adeguato “fondo di dotazione”, oltre al finanziamento della gestione ordinaria e, soprattutto, della ristrutturazione della sede. Senza per questo escludere la possibilità di individuare nuovi spazi per eventuali ampliamenti. L’organico rimane quello concesso dal Ministero, con accordo degli interessati e dei sindacati, ma la Fondazione avrà la possibilità di assumere direttamente personale con le adeguate qualifiche professionali; ha inoltre la possibilità di acquisire beni, e di accendere mutui e finanziamenti, oltre che di partecipare a istituzioni pubbliche o private (comprese le società di capitali), coerenti per finalità e scopi.

Organi

Tutti gli organi della Fondazione durano in carica quattro anni, con possibilità di un’unica riconferma. Il Consiglio di indirizzo è nominato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, ed è composto di 9 membri, eletti in base a requisiti di competenza ed esperienza: 4 di designazione ministeriale, uno rispettivamente indicato dai Presidenti di Regione e Provincia, dal Sindaco di Torino, e da ciascuna delle due fondazioni ex bancarie. Compito del consiglio è determinare gli obiettivi e i programmi della Fondazione, approvare i bilanci annuali (preventivo e d’esercizio) e i regolamenti interni, modificare lo statuto e ammettere nuovi soci. Il Consiglio, presieduto da un suo membro, è responsabile della nomina di tutti gli altri vertici della Fondazione.

Il Direttore Generale, cui sono richieste specifiche competenze in settori affini a quelli di attività, ha funzioni di amministrazione e di gestione della Fondazione.
Il Conservatore del Museo (esperto nel settore dell’archeologia scelto tra il personale ministeriale, docenti universitari italiani e stranieri, ed esperti con comprovata esperienza), è il responsabile dello studio, conservazione e valorizzazione delle collezioni museali, e del loro incremento. A lui è delegata l’attività scientifica (ordinamento del museo e ambito della ricerca), sulla base delle direttive del Direttore generale.

Presieduto dal Presidente della Fondazione, il Comitato Scientifico è composto da sette membri: tutte personalità di prestigio nel settore dell’arte e della cultura, dotate di specifica esperienza nei settori di attività della fondazione. Oltre ad attività di indirizzo in merito a programmi e attività scientifiche, il comitato ha il compito di controllo e vigilanza in rappresentanza del Ministero su eventuali difformità rispetto ai compiti statutari.
Il Collegio dei revisori dei conti è costituito da 5 membri designati dal Ministero per i Beni culturali (2 membri, di cui il Presidente) e, uno ciascuno, da Ministero dell’Economia e delle Finanze, dai tre Enti locali, e dalle due fondazioni ex bancarie.

L’attività della Fondazione è regolata da un Documento programmatico pluriennale, redatto dal Consiglio di indirizzo sentito il Comitato scientifico, cui si astiene il Direttore Generale per quanto riguarda strategie, priorità, programmi e obiettivi.

I servizi di assistenza culturale e di ospitalità, infine, previsti dal D. Lgs. 490/1999 (editoria e vendita, servizi al pubblico, didattico), sono gestiti direttamente dalla Fondazione.

Autore: Redazione

Fonte:13