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I BENI DELLA DISCORDIA

Cominciano le vendite dei beni culturali dello Stato e lasciano presagire i futuri effetti della Patrimonio S.p.A. Nel frattempo Torino diventa città pilota con la Fondazione Torino Musei, prima applicazione concreta del famigerato articolo 35 della finanziaria 2002. Vediamo come le nuove leggi stanno modificando lo scenario dei beni culturali in Italia…

Il decreto Salvadeficit di Tremonti e l’articolo 35 della Finanziaria 2002 cominciano a dare i primi frutti. E si riaccendono roventi polemiche apparentemente sopite.Ma andiamo con ordine.

Nel giugno del 2002 viene approvato il decreto Tremonti, che prevede l’istituzione della Patrimonio dello Stato S.p.A., una società che si occuperà della gestione e dell’alienazione dei beni immobili dello Stato, anche di quelli artistici e culturali. In parole povere, lo Stato, per colmare il proprio deficit, può vendere i propri beni a privati. L’Italia trema: si comincia a paventare la vendita del patrimonio artistico e culturale. A sua tutela scende in campo persino il Presidente Ciampi. Passano i mesi e vengono nominati i vertici della Patrimonio, mentre il Ministro Urbani nomina una commissione di esperti che lo aiutino nella tutela e salvaguardia dei beni artistici italiani. Lentamente le polemiche si affievoliscono.

Ma sotteraneamente qualcosa si muove. Ed è proprio di queste ultime settimane la notizia della vendita all’asta di 35 beni dello Stato sotto tutela dei beni culturali da parte della Scip (Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici) istituita dalla legge 410 nel novembre 2001. Le Scip possono vendere immobili dello Stato, limitando drasticamente la possibilità di porre vincoli da parte del Ministero competente. In questo modo 35 immobili con il vincolo dei Beni Culturali sono stati o saranno messi in vendita. Tra questi pezzi di storia dell’arte italiana come Palazzo Correr a Venezia, Palazzo Wagner a Palermo, e Palazzo Artelli a Trieste. O ancora immobili espropriati dalle loro finalità culturali e venduti per chissà quali fini commerciali come la Manifattura Tabacchi di Milano, (che era destinata alla Scuola Nazionale di Cinema) o quella di Firenze destinata alla Cittadella della Cultura.

Se tutto ciò lascia presagire la futura attività della Patrimonio S.p.A., l’orizzonte dei nostri beni culturali appare incerto, nonostante le garanzie e le promesse del ministro Urbani. Sembra quasi scontato ricordarlo, ma visto quello che sta succedendo diventa necessario, che la finalità del bene artistico è quella di arricchire la nostra cultura e non quello di colmare i deficit economici dello Stato.

Un’altra norma legislativa sta cominciando a cambiare, timidamente, le forme di gestione dei beni culturali: il famigerato articolo 35 della legge finanziaria del 2002.

La nascita della Fondazione Torino Musei, il 26 luglio scorso, rappresenta la prima concreta applicazione di questa norma. L’articolo 35 prevede l’affidamento a soggetti privati o enti locali di attività atte a valorizzare la fruizione del patrimonio culturale. Questa modalità partecipativa può assumere diverse forme giuridiche tra cui appunto la fondazione, come nel caso di Torino.

La possibile introduzione della norma scatenò un vespaio di polemiche, facendo il giro del mondo. Su Liberation apparve un appello di una cinquantina di direttori dei più prestigiosi musei inglesi, francesi e americani, allarmati per il futuro del patrimonio artistico italiano.

Attualmente l’articolo 35 giace in uno stato di indefinitezza perché si aspetta ancora il regolamento di attuazione. La sua prima, circoscritta, applicazione concreta è quella della Fondazione Musei di Torino. La Fondazione, ente senza fini d lucro “mantenendo le particolarità dei singoli musei… avrà il compito di valorizzare le singole identità presenti …e al tempo stesso di definire un’organica logica di sistema, in grado di realizzare una politica fortemente unitaria”. Sono queste le parole di Fiorenzo Alfieri, assessore alle Risorse e Sviluppo Cultura di Torino e principale sostenitore di quest’iniziativa.

La Fondazione gestirà i seguenti musei del territorio: Galleria civica d’Arte Moderna, Museo d’Arte Antica a Palazzo Madama, il Museo d’Arte Orientale, (che non saranno aperti al pubblico prima del 2005) il Borgo e la Rocca Medievali e il Museo Pietro Micca.

Principale socio fondatore è il Comune di Torino, che ha eletto il consiglio direttivo (tra breve, invece, tramite concorso pubblico, verrà istituito il comitato direttivo).

Ma altri soci della Fondazione sono, e in questo consiste la novità più rilevante, oltre la Regione Piemonte, i “privati” Compagnia di S. Paolo e la Fondazione CRT.

Il neopresidente della Fondazione, Giovanna Cattaneo auspica l’intervento di altri privati che vogliano investire nella Fondazione.

La città di Torino si propone quindi all’avanguardia nell’innovazione delle forme di gestione dell’arte e della cultura. È stata la prima città a proporre una rete museale, è riuscita a diventare un punto d riferimento nel panorama dell’arte contemporanea, attraverso il lavoro indefesso delle gallerie private ma soprattutto con la creazione di eventi di grande rilevanza: da Artissima a Luci d’Artista da Manifesto a Big, Biennale d’Arte Giovane. Le premesse per un buon lavoro ci sono tutte, anche perché occorre ricordare che, se comunque i privati fanno parte della Fondazione, i vertici, e quindi coloro che compieranno le scelte operative, provengono dal mondo istituzionale dell’arte. Infatti, il Presidente Giovanna Cattaneo e il segretario della Fondazione Pier Giovanni Castagnoli sono rispettivamente il Presidente e il Direttore della GAM torinese.

Torino, inoltre, rimarrà ancora per poco un caso isolato, perché si progetta già un modello simile per i musei della provincia di Siena.

Staremo a vedere.

Autore: Alessandra Gambadoro

Fonte:Exibart

IRAQ – NEI FORZIERI DI BAGHDAD

L’Iraq è anche questo: un tesoro culturale minacciato dalle bombe.

Dove sono le ghirlande, i diademi, i monili d’oro e di pietre preziose della regina Attalia, sposa di Sargon II, e delle altre regine sepolte con grande dispiego di ricchezze nel cimitero reale di Nimrud? Speriamo ancora che quei 250 chili d’oro siano nei caveau della banca centrale di Baghdad, ma ogni dubbio è lecito. E che vie hanno preso quei 12 mila (tanti ne sono stati stimati) reperti che dai tempi della prima guerra del Golfo sono stati saccheggiati dai siti, rubati dai musei, sottratti alle collezioni e sono andati ad arricchire spettabili antiquari di Londra, di New York, di Ginevra … e anche di Roma? E che sorte attende, infine, le rovine di Ur, la patria di Abramo e quindi la città madre di tutti i credenti?

I rumori di guerra di questi giorni distolgono la nostra attenzione da un dramma che, se è meno cruento, non è meno devastante per l’umanità e la sua memoria collettiva: l’Iraq non è solo lo scranno del potere di un dittatore folle e di scarsi scrupoli, è anche l’antica Mesopotamia (la terra tra i due fiumi, etimologicamente, e cioè tra i bacini del Tigri e dell’Eufrate) la culla della civiltà, un Paese disseminato di 15 mila siti archeologici (il doppio, per fare un paragone, di quanti siano i comuni italiani), un Paese ricco di reperti degli Assiri, dei babilonesi, dei Sumeri, della tribù nomade dei Caldei da cui proveniva Abramo, e che ancora esiste nel nome di un patriarcato cristiano. E’ la terra in cui hanno lasciato tracce monumentali anche i persiani di Ciro e di Serse, i greci di Alessandro e dei Seleucidi che gli sono succeduti, e poi i romani, i bizantini, fino agli arabi e ai turchi.

“Tutto questo rischia di scomparire, o comunque di essere brutalmente devastato sotto le bombe”, dice il professor Giovanni Pettinato, il maggiore assiriologo italiano e uno dei più illustri studiosi di antichità mesopotamiche. “E’ vero che esiste dal 1954 una convenzione internazionale per la preservazione del patrimonio artistico dell’umanità in casi di conflitto, ma ci sono due fattori che mi fanno ritenere che, in caso di guerra, ci sarà una irreparabile catastrofe culturale (oltrechè umana, beninteso). Il primo è che i siti archeologici e i musei regionali iracheni sono troppi e l’attuale amministrazione non dispone di mezzi per proteggerli. Il secondo è che, al di là delle buone intenzioni dei governi (quando ci sono, peraltro) la guerra ha una sua spietatezza intrinseca, e dove non arrivano le bombe arrivano il saccheggio e l’accaparramento. Difficili peraltro da contestare in seguito, in quanto l’Iraq non sa né quanto né che cosa ha: non solo non esiste un inventario dei beni artistici e archeologici del Paese, ma neppure quello dei singoli musei e, principalmente, del museo nazionale di Baghdad, il maggiore del Paese. Quindi non si conosce neppure ciò che potrebbe sparire, o essere distrutto, o deliberatamente rubato”.

Per capire il dramma che l’area mesopotamica si appresta a vivere, occorre fare un passo indietro nella storia. Ciò che resta di Ur dei Caldei, di Ninive degli Assiri, di Babilonia dei Babilonesi, era già un cumulo di rovine quando arrivarono i romani, ai tempi di Traiano (II sec. d.C.). I persiani prima e i greci poi, avevano distrutto la maggior parte delle grandi città nell’atto stesso di conquistarle. Poi qualcosa si era cercato di recuperare, ma il più era andato. Esisteva però un ricco sottosuolo da scavare, e qui si cominciò ad indagare dalla metà dell’Ottocento in poi.

Furono soprattutto archeologi inglesi, francesi e tedeschi a farlo. I reperti così rinvenuti andarono ad arricchire i maggiori musei europei. Non a caso il meglio delle antichità assiro-babilonesi si trova al British di Londra, al Louvre, al museo di Berlino, a Philadelphia e, in parte, a Istambul. Si trattò di un prelievo, se non di un saccheggio, ma che, con il senso di poi, si rivelò provvidenziale per la conservazione di questo patrimonio. Negli anni Sessanta, ai tempi della monarchia Hashemita dell’Iraq, lo Stato affidò a studiosi inglesi l’incarico di allestire il primo grande museo della civiltà irachena, a Baghdad, dove raccogliere le memorie di tutto ciò che costituiva il passato del Paese: dalla preistoria fino all’arrivo dell’Islam.

Saddam, pur nella sua rozzezza personale, individuò in questo ricco passato un elemento di forte identità nazionale, e quindi fece tre cose: incentivò gli scavi, con l’apporto qualificato di archeologi europei (tra cui moltissimi italiani, e il professor Pettinato tra questi), mandò molti suoi giovani archeologi a formarsi in Europa e fece costruire una rete di musei regionali che costituissero sul territorio un tessuto di memoria collettiva. I proventi del petrolio consentivano tutto questo. Poi “L’orgoglio della vita” (per dirla con San Giovanni) si è impossessato di lui, il delirio del potere l’ha spinto a invadere il Kuwait e c’è stato quel che c’è stato.

“Da quel momento”, dice il professor Pettinato, “è stata la catastrofe del patrimonio archeologico. Intanto l’embargo economico non ha consentito il rifornimento di materiali indispensabili per la conservazione dei reperti. E poi tutti gli studiosi in grado di occuparsi di questo patrimonio sono scappati all’estero, vuoi per ragioni politiche, vuoi per motivi di stretta sopravvivenza. Oggi, per fare un esempio, al museo di Baghdad sa quanti sono gli archeologi rimasti? Due. E sa quanti studiosi sono ormai in grado di leggere la scrittura cuneiforme? Uno. E basta.”

“D’altronde che vuole”, racconta ancora Pettinato, “il mio omologo all’Università di Baghdad, quindi un professore universitario, sa quanto percepisce di stipendio? Il corrispettivo di dieci dollari, che gli consentono di comprare un uovo per arricchire il desco familiare, non più di una volta al mese”. E quando il problema è il pane, si capisce che quello dei reperti viene in secondo piano.

Ciò che è esposto al museo di Baghdad è affidato alle cure (si fa per dire) di personale non specializzato che pulisce e rassetta i reperti archeologici con lo stesso criterio riservato alle stoviglie della cucina. I sistemi di sicurezza sono inesistenti o non più attivi. Nei sotterranei del museo ci sono casse conservate in condizioni penose, dove le infiltrazioni d’acqua stanno sgretolando le tavolette cuneiformi e aggredendo pitture e suppellettili deperibili, senza che si possa minimamente intervenire. Pettinato, appena un anno fa, era stato incaricato assieme al suo collega di Torino, il professor Giorgio Gullini, di inventariare il patrimonio del museo. Lui si sarebbe dovuto incaricare delle tavolette di scrittura, il cui numero è imprecisato ma oscillante tra le 70 e le 120 mila, e Gullini dei pezzi archeologici. Inutile dire che tutto questo, con i venti che tirano, è passato in cavalleria.

Intanto in Iraq c’è la fame e chi può vende quello che ha, alla borsa nera. Se poi qualcuno riesce a mettere le mani su un pezzo di qualche valore da mandare all’estero, tanto di guadagnato: invece di un uovo al mese, forse, si riesce a mettere nel piatto anche un uovo a settimana e magari qualche pezzetto di carne.

A farne le spese è il “patrimonio dell’umanità” disseminato nelle migliaia di siti archeologici e nei piccoli musei? E’ possibile. “In questi ultimi dieci anni”, dice Pettinato, “le zone del Sud e Nord del Paese, le no fly zone, sono sostanzialmente sottratte al controllo del governo, e le autorità locali fanno quello che vogliono, compreso scavare. Si sa, per esempio, che nell’area di Umma, antica città sumera, sono stati fatti scavi clandestini, così come a Isin. Non solo si tratta di iniziative illegali, ma anche non professionali e quindi distruttive. Nel 1999 è stata istituita una commissione internazionale tra gli studiosi e i musei di tutto il mondo perché questo materiale non andasse disperso e si potesse invece riportarlo nel suo luogo di origine per studiarlo e valorizzarlo in strutture museali”.

E ora? “Che vuole, i soldi hanno più attrattiva della cultura, e così antiquari in cravatta e grisaglia di buon taglio, uomini dai modi forbiti, mettono le mani su questo patrimonio e lo vendono, senza troppi problemi e con largo guadagno, a ricchi americani ed europei. Perfino a qualche istituzione pubblica, anche italiana. Sì, anche italiana. C’è un importante banca, per esempio, che ha comprato circa trecento pezzi. A me non li ha fatti nemmeno vedere, perché ne avrei capito subito la provenienza. Ma tutto questo che vuole che sia: adesso arrivano le bombe e di quel che resta verrà fatta man bassa”.

Autore: Raffaello Masci (Specchio – La Stampa 08/03/03)

Fonte:La Stampa

E’ L’ORA DEL LIBRO ELETTRONICO

Li chiamano " Aps" . Sono gli autori a proprie spese, coloro i quali alla domanda " scrittori si nasce o si diventa?" rispondono che oggi più che altro ci si autonomina, accollandosi i costi di pubblicazione dei propri manoscritti. Una prassi, valida per i debutti in prosa, ma sopratutto per quelli in versi (è praticamente impossibile trovare un editore capace di investire sulla poesia, un genere che quasi non ha mercato), da tempo invalsa anche nella nostra regione, dove sono molte le piccole case editrici che sopravvivono grazie a questo commercio; una prassi che tuttavia suscita spesso indignazione, tanto che si è parlato di business degli esordienti, degli " autori a proprie spese" .

L’assunto di fondo è poi uno soltanto: chi pubblica di tasca sua non fa " vera" letteratura. Ma non sempre è così. Qualche esempio? Moravia, Montale, Palazzeschi, Gozzano, Pavese,Rimbaud: appartengono tutti alla categoria di autori che misero mano al portafoglio per esordire. Lo stesso si può dire di Pier Paolo Pasolini, che nel 1942 pubblicò a sue spese le Poesie a Casarsa, che è diventata la più celebre raccolta mai scritta in dialetto friulano.

Ma quanto può costare una tiratura di un migliaio di copie? Siamo sull’ordine dei 6 mila euro. Il problema, però, non è soltanto economico. Perché chi accetta di pubblicare a proprie spese si scontra inevitabilmente con il problema della distribuzione: il rischio, cioé, è quello di pagare per la pubblicazione di un volume che non arriverà mai sugli scaffali delle librerie.
Per aiutare gli aspiranti scrittori a rivalersi contro quegli " editori" che spillano fior di quattrini per un libro che spesso esiste soltanto nelle velleità di chi l’ha scritto è da oggi disponibile un vademecum online (www.stampalternativa.it); inoltre, a partire dal primo weekend di aprile, partirà un seminario gratuito per insegnare come si può pubblicare un buon libro senza cadere nelle trappole di sedicenti agenti letterari o di presunti insegnanti di scrittura creativa.

Entrambe le iniziative recano la firma di Marcello Baraghini, patron di quella Stampa Alternativa che, sul tema della cattiva editoria a pagamento, aveva già pubblicato un discusso volume, Editori a perdere, di Miriam Bendìa e Antonio Barocci (pp.132, euro 7,23).Ma per gli aspiranti scrittori oggi c’è anche un’alternativa alla pubblicazione del libro a pagamento e, dunque, per ovviare al conseguente problema della distribuzione: si tratta del cosiddetto e-book, un prodotto editoriale digitale, il cui scopo è di essere letto, visualizzandolo sul proprio PC, su un portatile, su un palmare o su speciali dispositivi portatili dedicati. Le caratteristiche innovative del " libro elettronico" sono diverse: le più evidenti sono la possibilità di immagazzinare migliaia di pagine su un unico supporto e di scaricare da internet, in tempo reale, i testi desiderati.I sostenitori sono sicuri che ci troviamo di fronte a una rivoluzione paragonabile all’introduzione della stampa da parte di Gutenberg; gli scettici, d’altra parte, sono sicuri che gli utenti non accetteranno mai di rinunciare all’oggetto libro. Tra i sostenitori figura Carmen Covito, affermata scrittrice e traduttrice: " Ricevo molte e-mail di aspiranti scrittori che mi chiedono consigli su come pubblicare le loro opere" , racconta l’autrice del best seller La bruttina stagionata; " il mio consiglio è quello di non mandare a me i racconti, ma di realizzare un e-book, che può essere prodotto con una spesa minima e un po’ di conoscenza delle tecniche di impaginazione.
Purtroppo molti non seguono il mio consiglio e scelgono di autopubblicarsi utilizzando le cosiddette case editrici a pagamento, anche se ritengo che a quel punto i libri sia molto meglio farseli da sè" . Con l’intenzione di fare proseliti, la Covito ha anche inserito sul suo sito internet (www.carmencovito.com) una vera e propria guida alla realizzazione di un libro elettronico, e lei stessa ne ha realizzato uno, Racconti dal web, scaricabile gratuitamente.

E’ un mercato, quello dell’e-book, sul quale ha messo gli occhi anche l’editoria tradizionale. Due anni fa, per esempio, quattro case editrici piuttosto note (Fazi, Newton Compton, Editori Riuniti e Arcana Libri) hanno costituito una società specializzata nella pubblicazione di libri elettronici: Libuk, questo il suo nome, è il primo store italiano dedicato agli e-book e propone volumi di qualsiasi genere, dai classici, alla poesia, per arrivare agli inediti o alle edizioni esaurite in versione cartacea; tra i titoli più recenti disponibili all’indirizzo www.libuk.com c’è anche il nuovo romanzo di Giuseppe A.Bertoli, scrittore vicentino conosciuto anche in Friuli, che in Amore di banca narra l’odissea di un impiegato in una grande azienda situata in una tranquilla e sonnacchiosa cittadina nella provincia del Nord-Est, disposto a tutto pur di vedere riconosciuti i suoi meriti e fare carriera.
Ma quali spese deve sobbarcarsi un autore che, per esempio, decide di affidarsi a Libuk? Ci sono diverse opzioni: per esempio, il cosiddetto " servizio di base" (comprensivo di conversione del testo in formato e-book, realizzazione di una copertina standard, pubblicazione del libro in versione protetta eBook sul sito www.libuk.com, disponibilità di una pagina del sito per la promozione del libro a cura dell’autore, inserimento nella collana " Lettere Libere" di Libuk, inserimento nelle classifiche di www.libuk.com, gestione delle transazioni economiche con gli acquirenti, gestione dei diritti elettronici, conferimento di una password per la rendicontazione in tempo reale delle vendite e conferimento semestrale delle royalty pari al 50% sui ritorni netti) costa 1.200.000 delle vecchie lire. Poi ci sono servizi facoltativi (l’editing, la scheda di valutazione, eccetera), che, se richiesti, fanno lievitare di molto il costo della pubblicazione dell’e-book.

Scrivere, dunque, sembra essere un hobby non soltanto faticoso, ma anche costoso. Eppure gli scrittori e gli aspiranti tali, proliferano, così come i libri pubblicati dagli editori, tradizionali o elettronici che siano. Forse bisognerebbe tenere in maggiore considerazione quello che disse Edgar Allan Poe: " L’enorme moltiplicarsi di libri in ogni ramo dello scibile è uno fra i peggiori flagelli dell’età nostra, uno dei più seri ostacoli al raggiungimento d’ogni conoscenza positiva" .

Autore: Luca Gervasutti

Fonte:il Friuli

MUSEI TORINESI GESTIONE PUBBLICO-PRIVATA.

Dopo una lunga e a tratti difficoltosa gestazione, la Fondazione Torino Musei entra nel viso della sua attività:approvato lo statuto e nominati i vertici, il nuovo istituto, cui è affidata la gestione dei musei del territorio (Galleria civica d’Arte moderna-Gam, Museo d’Arte antica a Palazzo Madama, il costituendo Museo d’Arte Orientale, Borgo e Rocca Medievali), è chiamato a dimostrare l’effettiva efficacia di un modello di gestione museale inedito in Italia (la fondazione “pubblico-privata” consentita dall’art. 35 della Finanziaria 2002), e per cui la città di Torino si propone quale precoce sperimentatore. Ne parla il neopresidente Giovanna Cattaneo Incisa, già sindaco di Torino nel 1992, e dal 1998 alla guida dell’Istituzione Galleria civica d’Arte Moderna e contemporanea.

Signora Cattaneo, sono già stati definiti i vertici della Fondazione?
Il 30 dicembre Pier Giovanni Castagnoli è stato nominato Segretario generale della Fondazione, su mia proposta come previsto dallo statuto: ritengo che possa avere la visione giusta per far partire la Fondazione, e per consentirle di operare ad alto livello. Unisce capacità di gestione, già dimostrata alla Gam (di cui manterrà la direzione), con le garanzie scientifiche fornite dal suo essere uno storico dell’arte. Il Comitato scientifico previsto dallo Statuto deve essere nominato dal Consiglio Direttivo attraverso bando pubblico, emanato il mese scorso. I tempi saranno comunque rapidi, ritengo entro il mese di marzo: il comitato è infatti indispensabile per la definizione del programma della fondazione stessa.

Quali sono i progetti su cui la Fondazione intende concentrarsi?
Per quanto riguarda la Gam, il programma del 2003 è già stato presentato, comprendente tutte le mostre dell’anno. L’intendimento, su cui peraltro il Consiglio deve ancora esprimersi, è di rafforzare sempre di più la Gam, a livello nazionale ma anche nel panorama internazionale. Sull’auspicata acquisizione di nuovi spazi, questo non dipende direttamente dalla Fondazione, che ha però già presentato le sue richieste all’Amministrazione comunale in merito a parte dei 16mila metri quadrati delle ex Ogr. Per quanto riguarda Palazzo Madama, il cui cantiere di restauro è gestito direttamente dal Comune, non ci sono novità, se non che l’inaugurazione è prevista non prima del 2005, ma con numerose attività nell’attesa. Per questo museo, come per il Borgo medievale, sono in via di definizione anche le nomine dei rispettivi direttori.

Due sono le questioni ancora sul tappeto: il Museo Pietro Micca, per cui lo Stato, che ne è proprietario, deve chiarirne l’ingresso nella Fondazione; e la partecipazione di soggetti diversi dal Comune, in particolare Regione e Fondazioni ex bancarie.
Il museo intitolato a Pietro Micca si trova in una situazione molto curiosa: seppur di proprietà dello Stato, è gestito dalla sua nascita, nel 1961, dal Comune, tanto da essere definito “civico”. Il suo ingresso effettivo nella Fondazione è subordinato alla firma dell’apposita convenzione da parte dello Stato. Entrerà invece sicuramente nella Fondazione il Museo d’Arte Orientale in via di realizzazione ed espressamente citato nello Statuto. Per quanto riguarda i nuovi possibili ingressi tra i soci fondatori, siamo in attesa del rappresentante della Regione Piemonte, mentre la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt, che già hanno un rappresentante in consiglio, sono in un momento di difficoltà per la riforma delle fondazioni a livello nazionale. Altri soci, seppur non fondatori, sono previsti e auspicati, soprattutto dal settore privato.

Come spiega la concomitanza, nella città di Torino, di due inziative quali la Fondazione da lei guidata, e la Fondazione Museo Egizio, che si pongono entrambe come «modelli» a livello nazionale?
Forse grazie ad amministratori attenti e disposti a mettersi in gioco, favoriti da una città sensibile, che parla poco e fa tanto: substrato forte più volontà forte. C’è poi un incontro virtuoso con un sistema legislativo nazionale ampiamente rinnovato, che consente formule di gestione in precedenza non praticabili.

Autore: Alessandro Martini

Fonte:Il Giornale dell’Arte.com

TORGIANO (PG) – Museo del vino

C.so Vittorio Emanuele, 31
tel: 075-9880200, fax: 075-9880300/985486
e-mail: museovino@lungarotti.it
www.lungarotti.it

aperto tutti i giorni dell’anno (chiuso il 25 dicembre)
estate: 9-13;15-19, inverno: 9-13;15-18

ingresso a pagamento: Euro 4, ridotto euro 2,50.

Voluto e realizzato da Giorgio Lungarotti con la moglie Maria Grazia, il Museo del Vino è stato aperto al pubblico nel 1974 ed è oggi gestito dalla Fondazione Lungarotti. Ha sede a Torgiano, nella pars agricola del monumentale palazzo Graziani-Baglioni, dimora estiva gentilizia del XVII secolo.

Il percorso museale, sviluppato lungo venti sale, propone oltre 2800 manufatti, esposti secondo criteri museografici moderni e di grande rigore scientifico.

Reperti archeologici (brocche cicladiche e vasi hittiti; ceramiche greche, etrusche e romane; vetri e bronzi), attrezzi e corredi tecnici per la viticoltura e la vinificazione, contenitori vinari in ceramica di età medioevale, rinascimentale, barocca e contemporanea, incisioni e disegni dal XV al XX secolo, edizioni colte di testi su viticoltura ed enologia, manufatti di arte orafa, tessuti ed altre testimonianze di “arti minori” documentano l’importanza del vino nell’immaginario collettivo dei popoli che hanno abitato nel corso dei millenni il bacino del Mediterraneo e l’Europa continentale.

A partire dal mondo antico, vite, uva e vino, elementi portanti nella economia agricola di quei popoli, hanno alternato a valenze puramente economiche usi e significati religiosi e profani. Dai tempi più remoti fino ad oggi, il loro ricorrere nelle arti e nei mestieri è costante, sia come spunto iconografico, sia a scopo produttivo. Le singole raccolte presenti al museo propongono il tema vitivinicolo e bacchico come filo conduttore per la lettura delle vicende storiche delle quali i singoli oggetti divengono espressione.

Nella sezione archeologica, rivestono particolare interesse la kylix con iscrizione firmata da Phrinos, esponente del Gruppo dei Piccoli Maestri, bell’esempio di ceramica attica, databile VI secolo a.C. e l’elegante askós bronzeo di area vesuviana, risalente al I secolo d.C..

La collezione di ceramiche valorizza una delle attività che maggiormente hanno caratterizzato la cultura artistica umbra; tra le numerose opere, tutte rappresentative di scuole e tecniche, degna di nota è la grande hydria del XIV secolo con centauro leontiforme e sirena e la fiasca da parata urbinate, proveniente dalla bottega di Orazio Fontana, che presenta nell’ornato una esemplare “composizione” di soggetti tratti da Raffaello e Giulio Romano. Nella vetrina dei piatti rinascimentali istoriati, risalta L’infanzia di Bacco di Mastro Giorgio Andreoli. Tratto da incisione di Marcantonio Raimondi su idea di Raffaello, presenta colori particolarmente vivi, con iridescenze di grande suggestione, risultato della laboriosa tecnica del lustro.

Nella sezione vino-medicina, vasi da farmacia – di tipologie e centri produttivi differenti – sono affiancati ad edizioni d’epoca di testi medici. Il percorso ceramico si conclude con una collezione di opere moderne, tra cui il Dionysos Eydendros di Joe Tylson e La Baccante firmata da Nino Caruso.

La collezione di incisioni offre numerosi motivi di interesse: si apre con un Baccanale di Andrea Mantegna (XV secolo) e mostra lo svolgersi del tema dionisiaco lungo i secoli e la fortuna dell’allegoria della vite nella cristianità presso gli incisori più rappresentativi del manierismo.

A documentare le tecniche di vinificazione, sopra tutti l’imponente torchio eugubino a trave, della tipologia detta “di Catone”, per la descrizione fattane dall’agronomo romano tra il II e il I secolo a.C.

Autore: Redazione

Fonte:diretta