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E’ L’ORA DEL LIBRO ELETTRONICO

Li chiamano " Aps" . Sono gli autori a proprie spese, coloro i quali alla domanda " scrittori si nasce o si diventa?" rispondono che oggi più che altro ci si autonomina, accollandosi i costi di pubblicazione dei propri manoscritti. Una prassi, valida per i debutti in prosa, ma sopratutto per quelli in versi (è praticamente impossibile trovare un editore capace di investire sulla poesia, un genere che quasi non ha mercato), da tempo invalsa anche nella nostra regione, dove sono molte le piccole case editrici che sopravvivono grazie a questo commercio; una prassi che tuttavia suscita spesso indignazione, tanto che si è parlato di business degli esordienti, degli " autori a proprie spese" .

L’assunto di fondo è poi uno soltanto: chi pubblica di tasca sua non fa " vera" letteratura. Ma non sempre è così. Qualche esempio? Moravia, Montale, Palazzeschi, Gozzano, Pavese,Rimbaud: appartengono tutti alla categoria di autori che misero mano al portafoglio per esordire. Lo stesso si può dire di Pier Paolo Pasolini, che nel 1942 pubblicò a sue spese le Poesie a Casarsa, che è diventata la più celebre raccolta mai scritta in dialetto friulano.

Ma quanto può costare una tiratura di un migliaio di copie? Siamo sull’ordine dei 6 mila euro. Il problema, però, non è soltanto economico. Perché chi accetta di pubblicare a proprie spese si scontra inevitabilmente con il problema della distribuzione: il rischio, cioé, è quello di pagare per la pubblicazione di un volume che non arriverà mai sugli scaffali delle librerie.
Per aiutare gli aspiranti scrittori a rivalersi contro quegli " editori" che spillano fior di quattrini per un libro che spesso esiste soltanto nelle velleità di chi l’ha scritto è da oggi disponibile un vademecum online (www.stampalternativa.it); inoltre, a partire dal primo weekend di aprile, partirà un seminario gratuito per insegnare come si può pubblicare un buon libro senza cadere nelle trappole di sedicenti agenti letterari o di presunti insegnanti di scrittura creativa.

Entrambe le iniziative recano la firma di Marcello Baraghini, patron di quella Stampa Alternativa che, sul tema della cattiva editoria a pagamento, aveva già pubblicato un discusso volume, Editori a perdere, di Miriam Bendìa e Antonio Barocci (pp.132, euro 7,23).Ma per gli aspiranti scrittori oggi c’è anche un’alternativa alla pubblicazione del libro a pagamento e, dunque, per ovviare al conseguente problema della distribuzione: si tratta del cosiddetto e-book, un prodotto editoriale digitale, il cui scopo è di essere letto, visualizzandolo sul proprio PC, su un portatile, su un palmare o su speciali dispositivi portatili dedicati. Le caratteristiche innovative del " libro elettronico" sono diverse: le più evidenti sono la possibilità di immagazzinare migliaia di pagine su un unico supporto e di scaricare da internet, in tempo reale, i testi desiderati.I sostenitori sono sicuri che ci troviamo di fronte a una rivoluzione paragonabile all’introduzione della stampa da parte di Gutenberg; gli scettici, d’altra parte, sono sicuri che gli utenti non accetteranno mai di rinunciare all’oggetto libro. Tra i sostenitori figura Carmen Covito, affermata scrittrice e traduttrice: " Ricevo molte e-mail di aspiranti scrittori che mi chiedono consigli su come pubblicare le loro opere" , racconta l’autrice del best seller La bruttina stagionata; " il mio consiglio è quello di non mandare a me i racconti, ma di realizzare un e-book, che può essere prodotto con una spesa minima e un po’ di conoscenza delle tecniche di impaginazione.
Purtroppo molti non seguono il mio consiglio e scelgono di autopubblicarsi utilizzando le cosiddette case editrici a pagamento, anche se ritengo che a quel punto i libri sia molto meglio farseli da sè" . Con l’intenzione di fare proseliti, la Covito ha anche inserito sul suo sito internet (www.carmencovito.com) una vera e propria guida alla realizzazione di un libro elettronico, e lei stessa ne ha realizzato uno, Racconti dal web, scaricabile gratuitamente.

E’ un mercato, quello dell’e-book, sul quale ha messo gli occhi anche l’editoria tradizionale. Due anni fa, per esempio, quattro case editrici piuttosto note (Fazi, Newton Compton, Editori Riuniti e Arcana Libri) hanno costituito una società specializzata nella pubblicazione di libri elettronici: Libuk, questo il suo nome, è il primo store italiano dedicato agli e-book e propone volumi di qualsiasi genere, dai classici, alla poesia, per arrivare agli inediti o alle edizioni esaurite in versione cartacea; tra i titoli più recenti disponibili all’indirizzo www.libuk.com c’è anche il nuovo romanzo di Giuseppe A.Bertoli, scrittore vicentino conosciuto anche in Friuli, che in Amore di banca narra l’odissea di un impiegato in una grande azienda situata in una tranquilla e sonnacchiosa cittadina nella provincia del Nord-Est, disposto a tutto pur di vedere riconosciuti i suoi meriti e fare carriera.
Ma quali spese deve sobbarcarsi un autore che, per esempio, decide di affidarsi a Libuk? Ci sono diverse opzioni: per esempio, il cosiddetto " servizio di base" (comprensivo di conversione del testo in formato e-book, realizzazione di una copertina standard, pubblicazione del libro in versione protetta eBook sul sito www.libuk.com, disponibilità di una pagina del sito per la promozione del libro a cura dell’autore, inserimento nella collana " Lettere Libere" di Libuk, inserimento nelle classifiche di www.libuk.com, gestione delle transazioni economiche con gli acquirenti, gestione dei diritti elettronici, conferimento di una password per la rendicontazione in tempo reale delle vendite e conferimento semestrale delle royalty pari al 50% sui ritorni netti) costa 1.200.000 delle vecchie lire. Poi ci sono servizi facoltativi (l’editing, la scheda di valutazione, eccetera), che, se richiesti, fanno lievitare di molto il costo della pubblicazione dell’e-book.

Scrivere, dunque, sembra essere un hobby non soltanto faticoso, ma anche costoso. Eppure gli scrittori e gli aspiranti tali, proliferano, così come i libri pubblicati dagli editori, tradizionali o elettronici che siano. Forse bisognerebbe tenere in maggiore considerazione quello che disse Edgar Allan Poe: " L’enorme moltiplicarsi di libri in ogni ramo dello scibile è uno fra i peggiori flagelli dell’età nostra, uno dei più seri ostacoli al raggiungimento d’ogni conoscenza positiva" .

Autore: Luca Gervasutti

Fonte:il Friuli

MUSEI TORINESI GESTIONE PUBBLICO-PRIVATA.

Dopo una lunga e a tratti difficoltosa gestazione, la Fondazione Torino Musei entra nel viso della sua attività:approvato lo statuto e nominati i vertici, il nuovo istituto, cui è affidata la gestione dei musei del territorio (Galleria civica d’Arte moderna-Gam, Museo d’Arte antica a Palazzo Madama, il costituendo Museo d’Arte Orientale, Borgo e Rocca Medievali), è chiamato a dimostrare l’effettiva efficacia di un modello di gestione museale inedito in Italia (la fondazione “pubblico-privata” consentita dall’art. 35 della Finanziaria 2002), e per cui la città di Torino si propone quale precoce sperimentatore. Ne parla il neopresidente Giovanna Cattaneo Incisa, già sindaco di Torino nel 1992, e dal 1998 alla guida dell’Istituzione Galleria civica d’Arte Moderna e contemporanea.

Signora Cattaneo, sono già stati definiti i vertici della Fondazione?
Il 30 dicembre Pier Giovanni Castagnoli è stato nominato Segretario generale della Fondazione, su mia proposta come previsto dallo statuto: ritengo che possa avere la visione giusta per far partire la Fondazione, e per consentirle di operare ad alto livello. Unisce capacità di gestione, già dimostrata alla Gam (di cui manterrà la direzione), con le garanzie scientifiche fornite dal suo essere uno storico dell’arte. Il Comitato scientifico previsto dallo Statuto deve essere nominato dal Consiglio Direttivo attraverso bando pubblico, emanato il mese scorso. I tempi saranno comunque rapidi, ritengo entro il mese di marzo: il comitato è infatti indispensabile per la definizione del programma della fondazione stessa.

Quali sono i progetti su cui la Fondazione intende concentrarsi?
Per quanto riguarda la Gam, il programma del 2003 è già stato presentato, comprendente tutte le mostre dell’anno. L’intendimento, su cui peraltro il Consiglio deve ancora esprimersi, è di rafforzare sempre di più la Gam, a livello nazionale ma anche nel panorama internazionale. Sull’auspicata acquisizione di nuovi spazi, questo non dipende direttamente dalla Fondazione, che ha però già presentato le sue richieste all’Amministrazione comunale in merito a parte dei 16mila metri quadrati delle ex Ogr. Per quanto riguarda Palazzo Madama, il cui cantiere di restauro è gestito direttamente dal Comune, non ci sono novità, se non che l’inaugurazione è prevista non prima del 2005, ma con numerose attività nell’attesa. Per questo museo, come per il Borgo medievale, sono in via di definizione anche le nomine dei rispettivi direttori.

Due sono le questioni ancora sul tappeto: il Museo Pietro Micca, per cui lo Stato, che ne è proprietario, deve chiarirne l’ingresso nella Fondazione; e la partecipazione di soggetti diversi dal Comune, in particolare Regione e Fondazioni ex bancarie.
Il museo intitolato a Pietro Micca si trova in una situazione molto curiosa: seppur di proprietà dello Stato, è gestito dalla sua nascita, nel 1961, dal Comune, tanto da essere definito “civico”. Il suo ingresso effettivo nella Fondazione è subordinato alla firma dell’apposita convenzione da parte dello Stato. Entrerà invece sicuramente nella Fondazione il Museo d’Arte Orientale in via di realizzazione ed espressamente citato nello Statuto. Per quanto riguarda i nuovi possibili ingressi tra i soci fondatori, siamo in attesa del rappresentante della Regione Piemonte, mentre la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt, che già hanno un rappresentante in consiglio, sono in un momento di difficoltà per la riforma delle fondazioni a livello nazionale. Altri soci, seppur non fondatori, sono previsti e auspicati, soprattutto dal settore privato.

Come spiega la concomitanza, nella città di Torino, di due inziative quali la Fondazione da lei guidata, e la Fondazione Museo Egizio, che si pongono entrambe come «modelli» a livello nazionale?
Forse grazie ad amministratori attenti e disposti a mettersi in gioco, favoriti da una città sensibile, che parla poco e fa tanto: substrato forte più volontà forte. C’è poi un incontro virtuoso con un sistema legislativo nazionale ampiamente rinnovato, che consente formule di gestione in precedenza non praticabili.

Autore: Alessandro Martini

Fonte:Il Giornale dell’Arte.com

TORGIANO (PG) – Museo del vino

C.so Vittorio Emanuele, 31
tel: 075-9880200, fax: 075-9880300/985486
e-mail: museovino@lungarotti.it
www.lungarotti.it

aperto tutti i giorni dell’anno (chiuso il 25 dicembre)
estate: 9-13;15-19, inverno: 9-13;15-18

ingresso a pagamento: Euro 4, ridotto euro 2,50.

Voluto e realizzato da Giorgio Lungarotti con la moglie Maria Grazia, il Museo del Vino è stato aperto al pubblico nel 1974 ed è oggi gestito dalla Fondazione Lungarotti. Ha sede a Torgiano, nella pars agricola del monumentale palazzo Graziani-Baglioni, dimora estiva gentilizia del XVII secolo.

Il percorso museale, sviluppato lungo venti sale, propone oltre 2800 manufatti, esposti secondo criteri museografici moderni e di grande rigore scientifico.

Reperti archeologici (brocche cicladiche e vasi hittiti; ceramiche greche, etrusche e romane; vetri e bronzi), attrezzi e corredi tecnici per la viticoltura e la vinificazione, contenitori vinari in ceramica di età medioevale, rinascimentale, barocca e contemporanea, incisioni e disegni dal XV al XX secolo, edizioni colte di testi su viticoltura ed enologia, manufatti di arte orafa, tessuti ed altre testimonianze di “arti minori” documentano l’importanza del vino nell’immaginario collettivo dei popoli che hanno abitato nel corso dei millenni il bacino del Mediterraneo e l’Europa continentale.

A partire dal mondo antico, vite, uva e vino, elementi portanti nella economia agricola di quei popoli, hanno alternato a valenze puramente economiche usi e significati religiosi e profani. Dai tempi più remoti fino ad oggi, il loro ricorrere nelle arti e nei mestieri è costante, sia come spunto iconografico, sia a scopo produttivo. Le singole raccolte presenti al museo propongono il tema vitivinicolo e bacchico come filo conduttore per la lettura delle vicende storiche delle quali i singoli oggetti divengono espressione.

Nella sezione archeologica, rivestono particolare interesse la kylix con iscrizione firmata da Phrinos, esponente del Gruppo dei Piccoli Maestri, bell’esempio di ceramica attica, databile VI secolo a.C. e l’elegante askós bronzeo di area vesuviana, risalente al I secolo d.C..

La collezione di ceramiche valorizza una delle attività che maggiormente hanno caratterizzato la cultura artistica umbra; tra le numerose opere, tutte rappresentative di scuole e tecniche, degna di nota è la grande hydria del XIV secolo con centauro leontiforme e sirena e la fiasca da parata urbinate, proveniente dalla bottega di Orazio Fontana, che presenta nell’ornato una esemplare “composizione” di soggetti tratti da Raffaello e Giulio Romano. Nella vetrina dei piatti rinascimentali istoriati, risalta L’infanzia di Bacco di Mastro Giorgio Andreoli. Tratto da incisione di Marcantonio Raimondi su idea di Raffaello, presenta colori particolarmente vivi, con iridescenze di grande suggestione, risultato della laboriosa tecnica del lustro.

Nella sezione vino-medicina, vasi da farmacia – di tipologie e centri produttivi differenti – sono affiancati ad edizioni d’epoca di testi medici. Il percorso ceramico si conclude con una collezione di opere moderne, tra cui il Dionysos Eydendros di Joe Tylson e La Baccante firmata da Nino Caruso.

La collezione di incisioni offre numerosi motivi di interesse: si apre con un Baccanale di Andrea Mantegna (XV secolo) e mostra lo svolgersi del tema dionisiaco lungo i secoli e la fortuna dell’allegoria della vite nella cristianità presso gli incisori più rappresentativi del manierismo.

A documentare le tecniche di vinificazione, sopra tutti l’imponente torchio eugubino a trave, della tipologia detta “di Catone”, per la descrizione fattane dall’agronomo romano tra il II e il I secolo a.C.

Autore: Redazione

Fonte:diretta

TORGIANO (PG) – Museo dell&#8217Olivo e dell&#8217Olio

Via Garibaldi, 10 – tel: 075 9880300, fax. 075 9880300-985486

e-mail: museoolio@lungarotti.it
www.lungarotti.it

aperto tutti i giorni dell’anno (chiuso il 25 dicembre) estate: 10-13;15-19, inverno: 10-13;15-18
ingresso:Euro 4, ridotto Euro 2.50

Nato in continuità di intenti con la ideazione del Museo del Vino, il Museo dell’Olivo e dell’Olio è situato in un piccolo nucleo di abitazioni medioevali all’interno delle mura castellane.
Il percorso si snoda lungo dieci sale e si apre con informazioni redatte dal C.N.R. sulle caratteristiche botaniche dell’olivo, sulle cultivar più diffuse in Umbria, sulle tecniche tradizionali e d’avanguardia di messa a coltura e di estrazione dell’olio.

Le sale successive, ambientate nei locali che furono già sede di un frantoio, attivo fino a pochi decenni fa e testimoniato dalla presenza di un grande camino, ospitano una ricca documentazione relativa alla storia ed alla evoluzione delle macchine olearie: dai primi mortai in pietra, risalenti al V millennio a.C., via via, correndo lungo i secoli, alla introduzione del trapetum, l’ampia vasca di probabile origine greca definitivamente utilizzata e diffusa dai Romani, fino alle più complesse macchine a trazione animale o idraulica ed alla invenzione del sistema “a ciclo continuo” che ha segnato l’avvio per la nuova elaiotecnica.

Il percorso prosegue nei due piani superiori, dove la presenza dell’olio e dell’olivo nel quotidiano, gli usi e le valenze ad essi attribuiti nel corso del tempo sono documentati in sezioni che sviluppano i temi relativi alla mitologica origine della pianta, all’impiego dell’olio come fonte di illuminazione, nei rituali delle grandi religioni monoteiste occidentali, nella medicina e nella alimentazione, nello sport, nella cosmesi, come fonte di riscaldamento e come elemento significativo di un immaginario popolare che alla pianta e al prodotto derivato dal suo frutto ha attribuito – e in parte ancora attribuisce – valenze simboliche, propiziatorie, apotropaiche e curative.

La sala V, dedicata ad Athena, divinità cui si deve il dono dell’olivo agli uomini, espone, accanto a diversi oggetti che richiamano ai vari attributi della dea, un prezioso alábastron attico in ceramica a figure rosse, firmato dal Pittore della Fonderia e risalente al V secolo a.C.; l’oggetto, di straordinario interesse per l’abilità dell’artista, ritrae Athena nell’atto di ricevere lo scudo recante l’effige della civetta (suo primo emblema) dalle mani del metallurgo che lo ha creato. Di fronte, a significare l’uso remotissimo di lucerne votive, affiancata da una scheda scientifica di Mario Torelli, è esposta una lucerna trilicne del VII secolo a.C., marmorea, superbo esempio di arte dedalica. La raccolta di lucerne, che da età preclassica giunge al tardo neoclassicismo, ha esempi degni di attenzione: dalla bilicne romana in bronzo, ageminata in argento e rame, al piccolo putto bronzeo rinascimentale, alle due preziose lucerne da scala fiorentine, datate XVI secolo.

Interessanti per tecniche e stili rappresentati, indicativi di correnti di gusto sensibili al mito della antichità e dell’esotismo, il gruppo delle “neoclassiche” comprende lucerne da parata che vanno dalla “fiorentina” in vetro, da Murano, alle “romane”, provenienti dalle maggiori botteghe di argentieri e bronzisti, caratterizzate da sculture che conoscono all’epoca una grande diffusione: così il Mercurio che corre sul soffio del Vento, o l’egizio, che rimanda alle campagne napoleoniche.

Oliere e salsiere, ampolle per profumi e balsamari – bellissimo l’unguentario egizio in alabastro risalente al 1500 a.C. – bracieri e scaldini, testi dotti ed oggetti di manifattura popolare testimoniano il ricorrere all’olio nei secoli per i diversi usi.

Al termine del percorso museale, un corridoio di proverbi e detti legati all’olio conduce alla visione di una grande tavola raffigurante un campo di olivi al vento, indicativo della attenzione al paesaggio che sottende la ricerca che ha portato alla creazione del museo.

Autore: Redazione

Fonte:diretta

CONSIGLIERI-STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo " superconsigliere" ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles.
Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di " Patrimonio spa" , la società voluta da Tremonti, gemella di " Infrastrutture spa" , incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di " consiglieri-studiosi" come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere " i gioielli di famiglia" .

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.

Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura " riforma" del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per " ritoccare" quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale «non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi» e che " la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente" . La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio " codice etico" di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di " fidatevi di me" , in una lunga intervista a «L’Unità» del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la " sua" società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza).
Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché " il patrimonio artistico deve restare allo Stato" . I " centralisti" agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali (cioè una revisione delle leggi in base a nuovi criteri di individuazione, conservazione e protezione dei beni culturali e ambientali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte