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ASTI: Premio Asti Scienza “Giuseppe Montalenti”.

Sabato 11 Febbraio 2006 ore 16 – Darwin Day ad Asti – Sala Pastrone – Via al Teatro Alfieri.
Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti in collaborazione con Astiss e Biblioteca Astense.
Con il patrocinio di Comune di Asti, Provincia di Asti, Festival della Scienza di Genova, SIBE – Società Italiana di Biologia Evoluzionistica.

Giuseppe Montalenti nasce ad Asti nel 1904; dopo gli studi a Torino e a Roma, si laurea in Scienze Naturali e diventa assistente presso l’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma. Dopo un periodo di docenza a Roma, si trasferisce a Bologna dove rimane fino al 1939, dedicandosi a studi di Genetica. Dal ’39 è a Napoli come capo del reparto di Zoologia presso la Stazione Zoologica, mentre dal ’40 al ’60 ricopre la prima cattedra di Genetica in Italia, all’Università di Napoli; dal ’60 ricopre la medesima cattedra all’Università di Roma, dove per alcuni anni è anche Preside della Facoltà di Scienze. Dal 1980 al 1985, primo tra i biologi, è al vertice dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Si spegne nel 1990.

Alcuni enti culturali astigiani hanno unito le proprie forze per dar vita al Premio Asti Scienza “Giuseppe Montalenti”, Premio annuale dedicato alla letteratura scientifica intitolato al genetista astigiano Giuseppe Montalenti (Asti 1904 – Roma 1990), che prende il via quest’anno con l’edizione numero “Zero”.

Le finalità principali dell’iniziativa sono la diffusione della letteratura scientifica, la promozione della lettura della narrativa di ispirazione o ambientazione scientifica, la promozione della conoscenza della città di di Asti come sede di facoltà universitarie di eccellenza, l’offerta, alle aziende artigiane e non che operano nell’ambito della ricerca e dell’innovazione tecnologica un veicolo promozionale, attivo anche nei confronti di un vasto pubblico.

Un premio così articolato ha dunque la possibilità di coniugare divulgazione e ricerca, svago e formazione; inoltre, segnala l’attenzione della città e dei suoi enti per l’impegno nella ricerca scientifica, per la sua divulgazione e per le sue ricadute in un più vasto ambito culturale aspecifico.

Sono inoltre in cantiere possibili sviluppi futuri dell’iniziativa: la suddivisione del premio in due sezioni: saggistica e alta divulgazione, narrativa di ispirazione o ambientazione scientifica; ed ancora il possibile coinvolgimento delle scuole superiori con la loro collaborazione operativa. Il regolamento del premio è quindi ancora in fase di definizione. L’articolazione in due sezioni si avrà a partire dalla prima edizione, nel febbraio del 2007.

La cerimonia di premiazione avrà cadenza annuale, con la consegna del premio in prossimità del Darwin Day, la giornata dedicata a Darwin la giornata dedicata a Darwin che si celebra in tutto il mondo il 12 febbraio, e che ha permesso all’iniziativa di entrare a far parte del circuito internazionale della rete intitolato al grande scienziato inglese, www.darwinday.org.

Per l’Edizione Zero il premio di € 2500 sarà attribuito al volume Perché la scienza? L’avventura di un ricercatore (Mondadori 2005), di Luigi Luca e Francesco Cavalli Sforza, in occasione della presenza ad Asti dei due scrittori per la presentazione del volume medesimo, prevista nell’ambito del ciclo di incontri Omaggio a Montalenti: Evoluzione, scienza e cultura, organizzato da ASTISS e Biblioteca Astense.

‘Negli ultimi tre milioni di anni l’evoluzione umana non e’ stata solo biologica: quella che ha cambiato l’uomo e’ stata l’evoluzione culturale. Sono stati i nostri geni a permetterlo e proprio per questo sarebbe una barbarie cercare di sminuire l’importanza di Darwin”. Luca Cavalli Sforza

Luca e Francesco Cavalli Sforza: Perche’ la Scienza. L’avventura di un ricercatore. Saggi Mondadori, Milano, 2005.

Un’autobiografia di uno scienziato che ha fatto ricerca per oltre sessant’anni, la maggior parte dei quali dedicati a ricostruire la storia dell’umanità. È un’autobiografia particolare, dove gli eventi della vita sono una cornice e un pretesto per scoprire come si fa scienza, come nascono le conoscenze, di quali strumenti disponiamo per scoprire un passato le cui tracce visibili sono per lo più scomparse, ma che è rimasto impresso nel nostro patrimonio genetico come nella nostra cultura e che può essere riportato alla luce a patto di usare gli strumenti adatti. Luca Cavalli-Sforza racconta la storia del suo percorso scientifico e umano, che è anche un pezzo della storia della scienza nell’epoca della sua massima accelerazione. Racconta delle ricerche sulla genetica delle popolazioni umane e sull’evoluzione della cultura, ma anche sulla sessualità batterica. Descrive come, studiando i caratteri ereditari degli abitanti del pianeta, ha ricostruito l’albero genealogico dell’umanità moderna. Ancora cinquant’anni fa, l’idea che i batteri avessero una sessualità e potessero scambiarsi ‘pacchetti’ di informazione genetica era considerata un’eresia. Si sapeva che erano esistiti uomini arcaici e diversi da noi, ma non si aveva la minima nozione di come fosse comparsa l’unica specie umana che abita il mondo oggi. Le regole della trasmissione ereditaria erano già ben note, ma era appena stata individuata la struttura del Dna, la molecola che permette agli esseri viventi di trasmettere ai figli i caratteri dei genitori. Oggi siamo in grado di spingere lo sguardo indietro nel passato dell’umanità di decine e centinaia di migliaia di anni. Le previsioni fatte in laboratorio grazie all’analisi chimica e agli strumenti matematici vengono puntualmente confermate dai ritrovamenti archeologici. Non siamo in grado di viaggiare nel tempo, ma abbiamo costruito discipline che ci permettono di vedere dentro ciò che sembrava scomparso per sempre alle nostre spalle. Come ci si è arrivati e cosa lo ha reso possibile? Perche’ la Scienza è il resoconto di questa affascinante avventura.

“La conoscenza, di per sé, non è soggetta alle leggi di mercato. Studiare non costa, non inquina, non brucia enormi quantità di combustibile, non consuma grandi risorse: più che altro del tempo, la carta necessaria a produrre libri, o quel po’ di corrente elettrica che serve per collegarsi a Internet. Non richiede nemmeno tanto cibo. La ricerca stessa non ha necessariamente bisogno di strumenti costosissimi; non sempre e comunque, perlomeno. Le idee migliori hanno cambiato il mondo, e le idee nascono in uno spazio così piccolo da poterlo quasi cingere tra le mani: quello del nostro cervello. Imparare e comprendere, cercare di capire, inventare e mettere in opera. Forse non moltissimi hanno modo di rendersene conto, ma queste attività possono essere fra le più divertenti e gratificanti che ci siano. E sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.”

Luca Cavalli Sforza – Introduzione a Perché la scienza. L’avventura di un ricercatore. (Mondatori, 2005).

Biografie:

Luigi Luca Cavalli Sforza nasce a Genova, è cittadino italiano e statunitense. Laureatosi in medicina a Pavia (1944), già da studente si occupa di genetica delle popolazioni con Adriano Buzzati-Traverso. Fra il 1948 e il 1950 svolge un incarico di ricerca a Cambridge, dove lavora con uno dei genetisti più bravi del secolo scorso: Ronald A. Fischer. In quei due anni Cavalli Sforza, già proveniente dalla ricerca sulla genetica delle popolazioni e sull’immunologia, compie un lavoro sperimentale sulla genetica dei batteri. Lavorando in quell’ambiente, comincia a sviluppare un crescente interesse per l’analisi dei gruppi sanguigni finalizzata allo studio dell’evoluzione umana. E’ stato Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia all’Istituto Sieroterapico Milanese e dell’Istituto di Genetica all’Università di Pavia; ha insegnato nelle Università di Cambridge, Parma e Pavia ed è Professore Emerito di Genetica all’Università di Stanford in California (dal 1992).
Da quarant’anni studia l’evoluzione umana e, a partire dal 1991, si occupa del programma di ricerca sulla diversità del genoma umano, lo ‘Human genome diversity project‘ da lui promosso, che punta a ricostruire, attraverso l’analisi del DNA mitocondriale, la mappa delle popolazioni del pianeta. E’ autore di quasi 500 pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri. ha collaborato con vari periodici e numerosi sono i riconoscimenti che ha ricevuto.
Tra le sue opere apparse in italiano ricordiamo: Analisi statistica per medici e biologi, Introduzione alla genetica umana (Mondadori, 1974), Genetica, evoluzione, uomo (con Walter Bodmer, Mondadori, 1977), La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa (con Albert J. Ammerman, Bollati Boringhieri 1986), Storia e Geografia dei geni umani (con Paolo Menozzi e Alberto Piazza, Adelphi 2000). Il suo nome è diventato popolare negli ultimi anni grazie a una serie di brillanti pubblicazioni scientifico-divulgative come La storia della diversità umana (Mondadori, 1993) e La scienza della felicità (Mondadori, 1997).

Francesco Cavalli Sforza (Cambridge, UK, 1950) ha studiato a Berkeley, Trento e Milano, dove si è laureato in filosofia. Regista cinematografico e televisivo, ha lavorato in particolare per il pubblico giovane, trattando soggetti educativi in forma narrativa e fantastica e ottenendo riconoscimenti internazionali. Ha pubblicato Chi siamo. La storia della diversità umana (con Luca Cavalli Sforza, Mondadori 1993) per Einaudi Scuola Razza o pregiudizio? (con Luca Cavalli Sforza e Ada Piazza, 1996), poi La scienza della felicità (con Luca Cavalli Sforza, Mondadori 1997), e Natura (con Luca Cavalli Sforza, 2003), un corso di scienze per le scuole medie inferiori.

CIRIE’ (To): Radici quadrate.

Il Palazzo Municipale di Ciriè ospita fino al 5 marzo 2006, la mostra di Giovanni Carlo Rocca dal titolo “Radici Quadrate”, una personale interpretazione di ritratti e figure tratte dalla quadreria e dalle decorazioni del Palazzo.

Giovanni Carlo Rocca è entrato nel Palazzo Municipale di Ciriè come restauratore. A lui si deve, infatti, il restauro di tutta la quadreria dei D’Oria – i famosi signori che tra il 1635 e il 1645 ristrutturarono, ed in parte costruirono, il palazzo -, del Salone consiliare, delle sette grandi tele, degli stucchi e degli affreschi della camera da letto e del budoir di Carlo Emanuele II.

Lavorando in questo suggestivo ambiente, l’esigenza di dipingere – Rocca si è diplomato all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, ma poi si è subito indirizzato al restauro – è diventata impellente. Nasce così il progetto di “Radici quadrate”: “radici” perché sente il forte richiamo dell’antico, che ripropone non solo nei soggetti, ma anche nel modo di dipingere, che mutua dal restauro, e “quadrate”, per contrastare – al contrario – fortemente l’antico, in quanto tale formato è presente solo a partire dall’arte moderna. Riprende, dunque, alcuni dei soggetti che ha restaurato, estrapola la figura che gli interessa e la ripropone giocando con la forma quadrata – che oltre ad essere il formato della tela, viene anche suggerita all’interno della stessa composizione – e con i colori: con tinte molto accese realizza gli sfondi e con il nero “sottolinea” le figure.

L’esposizione comprende 32 quadri di cui 22 dedicati ai D’Oria e al Palazzo, più una grandissima opera di 36 mq composta da venti tele affiancate di differenti misure, La deposizione (che l’artista ha realizzato nel 2004) e un omaggio alla città di Ciriè, che ospita la sua prima importante mostra.

Ogni quadro è affiancato dal dipinto o dalla foto da cui Rocca ha preso ispirazione: un ulteriore omaggio all’arte di cui si è nutrito fino a questo momento.

L’allestimento, curato dalla scenografa Gianpiera Aghemosegue nelle sei sale un percorso ben definito: la prima sala ospita la grande Deposizione dalla seconda alla sesta si susseguono “Suggestioni varie”, “I D’Oria”, “Dal salone consiliare”, “Personaggi di corte” e “Protagonisti a Palazzo”. Una musica di sottofondo, che rivisita accordi antichi in chiave moderna selezionata anch’essa per l’occasione da Vincenzo Depalma e Salvatore Didio , accompagna inoltre il visitatore in questa girandola di ritratti e di personaggi in cui realtà e fantasia, moderno e antico si strizzano l’occhio e regalano momenti di viva emozione.

Info: Palazzo Municipale di Ciriè (To), fino al 5 marzo 2006,
Orario: da martedì a domenica ore 10-19, ingresso gratuito
Marilina Di Cataldo, tel. 347/7365180
Catalogo: Alinea, Firenze

‘’L’Abbandono’’ – cm. 180 x 185 – 2005

Il dipinto è una personale interpretazione del “Cristo Morto” di Andrea Mantenga (1480-1490).

La riflessione sull’arte classica è elemento distintivo dell’attuale produzione artistica di G.C. Rocca, artista diplomatosi all’Accademia di Torino, ma presto orientatosi al campo del restauro in cui opera con successo da oltre 20 anni con il suo laboratorio di Balangero (To), accreditato presso le competenti Soprintendenze.

Recentemente è stato selezionato tra i restauratori della Venaria Reale.

Attraverso l’attività di restauratore, ha maturato una profonda esperienza di analisi specifica e attenta delle antiche tecniche pittoriche, delle geometrie compositive, degli equilibri cromatici. Tale patrimonio culturale gli consente ora di stabilire un dialogo speciale con l’arte.

Un dialogo animato dal profondo rispetto per i maestri del passato; animato anche dalla complicità che nasce dall’intima conoscenza dell’arte e degli strumenti espressivi di chi l’ha prodotta.

Sottrattosi a lungo ed intenzionalmente dal confronto con i colleghi contemporanei, Rocca ha trovato negli artisti del passato straordinarie occasioni di ispirazione: egli dichiara insistentemente questo desiderio di continuità tra passato e contemporaneità attraverso un’imitazione intesa come selezione (attraverso il filtro della personale sensibilità) ed accentuazione degli elementi della pittura antica.

È un atteggiamento profondamente diverso da quello scanzonato e beffardo che fu di certa cultura postmoderna che spesso stravolse, ridicolizzandola, l’arte del passato per mero scopo ludico di vacua retorica provocatoria.

Osservando le opere di Rocca, non si ha la fastidiosa sensazione di assistere ad atti di trasgressione irriverente: si ha invece la rasserenante convinzione che sia possibile un riscatto al contemporaneo dei temi del passato.

Le opere del passato sono per Rocca “pretesto” per comunicare vicende esistenziali affatto personali ed intimamente vissute. La riflessione sul Cristo del Mantegna si trasfigura, nell’opera di Rocca, in riflessione sull’abbandono di un corpo d’uomo esausto, non ancora esanime: il volto sembra respirare; l’espressione, distesa sulle labbra ma corrugata sulla fronte, è drammaticamente consapevole.

L’attenzione è concentrata solo sulla figura: il contesto scompare e il Cristo fluttua nello spazio grigio del fondo da cui è separato col forte segno del profilo nero. Una sorta di profonda incisione riscontrabile in tutte le opere dell’artista.

L’abbandono” si inserisce in un progetto artistico che conta 33 opere, di cui 32 saranno esposte alla mostra “Radici Quadrate” che si terrà a Palazzo D’Oria di Cirié fino al 5 marzo 2006.

Camilla Torre

Link: http://www.giovannicarlorocca.it

Email: madica@libero.it

TORINO: Inaugurato il nuovo scenografico allestimento “E luce fu – L’arte di illuminare l’arte”

“FIAT lux” non è soltanto un precetto biblico, ma è anche un principio estetico basilare. Se ne deve essere ricordato lo scenografo Dante Ferretti, uomo di teatro (lirico insieme con Liliana Cavani) e di cinema, entrando nel soffocante ambiente del Museo Egizio e cercando di rianimarlo con un bocca a bocca di pura luce vivificante. E come in una notte dei sarcofaghi viventi, quelle anime di pietra si sono risvegliate assorbendo lo sguardo magnetizzato del visitatore. Se non ci fosse il sole, del resto, ci ricorda Platone nel Mito della Caverna, che spande luci e ombre, non esisterebbero quelle sagome illusorie del contingente, che ci allontanano dal mondo delle idee e che gli schiavi, immersi nel buio, scambiano con la realtà.

Quando fu rimproverato a Beato Angelico di dipingere miniaturisticamente in una cupola ad altezza così disumana, lui rispose: “Io dipingo per la luce di Dio”. E ci si domanda ancora con quali torce, e quale senso a noi sconosciuto, gli uomini primitivi rendessero “arte”, illuminando le caverne, i loro selvaggi graffiti, misterici e ancora misteriosi. Senza dimenticare che Leonardo e Caravaggio accecavano i loro studi con stoffe e paludamenti, per giocare poi con fiaccole e candele e ottenere un teatro artificale di luci radenti, utili per essere riverberati nelle loro tele. Di qui la moda del notturnismo e del caravaggismo, che prende l’Europa come una malattia. Sarà un caso che Picasso in Guernica appende al cielo sconvolto dalla guerra una lampadina elettrica?

Anche Dante Ferretti, che ha rivoluzionato le polverose sale del Museo Egizio, trasformandole in un altissimo gioco di riverberi e di labirinti illusori, non nega di aver voluto giocare “con la spettacolarità degli specchi, con il mistero antico della luce e un’atmosfera scenografica, onirica”.

Resuscitare la plasticità sopita dell’antica statuaria, con il solo prodigio annidato di luci, che non mostrano la loro fonte, e strisciano come rettili insinuanti e sommessi su queste pelli levigate di basalto. Così, ora, si ha davvero l’impressione di entrare in un antro appena scoperto, con un sofisticato ma soffocato mixaggio di voci, di sibili allarmanti, di gocce di rugiada da savana, che ci tallona alle spalle e fa un poco, pochissimo, senza invadenza, Indiana Jones. Ma il nostro lato bambino, nutrito di Jules Verne, non può che vibrare in questo felpato Viaggio al centro dell’Egitto, color di mogano e pegamoide.

Però poi la visione è assolutamente purificata: si ha come la parvenza incantata di penetrare in una tomba senza fine (la stessa impressione che devono aver vissuto i Lord Carnavon o i primi fortunati tombaroli), di ammirare una teoria sconfinata di steli, di monumenti accoppiati, di giganteschi volti impietriti di faraoni, anche se poi un sapiente gioco di luci a pioggia ci permette di studiare e godere, uno a uno, questi miracolosi reperti archeologici. E noi, spettatori attutiti e come abrasi dallo spettacolo, ci riflettiamo quasi fantasmi alla Henry James, negli specchi bruniti che sostituiscono le pareti (e le petulanti finestre d’un tempo) permettendoci di scomparire con estatica felicità in quei labirinti illusionistici, che decompongono le rigide pareti dell’istituzione Museo.

”Non posso dire quanti specchi ho provato, in simulazioni dal vero, prima di ottenere questo effetto-magia”, spiega Ferretti, che è dominato da questa immagine invasiva del flusso di luce, che trafigge la realtà, come bene documentano i suoi disegni (di La nave va, del Barone di Münchhausen, di The Aviator) ancora esposti alla torinese Galleria “In Arco” di piazza Vittorio: una doccia impalpabile di pulviscolo, “sì, ma sempre al servizio dell’opera d’arte”. E questo è fondamentale: perché finalmente steli e scribi e Tutankhamon, che si possono ora apprezzare di volto e di schiena, come l’arte egizia pretende, ritrovano una loro carnagione viva e minacciosa, plumbea e lucente, dopo che per anni l’incuria e l’abitudine le avevano cerate d’inedia e piallate di neghittosità. Ora ritrovano il loro tessuto minerale, le pieghe sinuose, il silenzio tombale, persecutorio e ipnotico.

Gli scultori hanno sempre riconosciuto il ruolo capitale della luce, nella presentazione delle loro opere. Canova disponendole su basi ruotabili, per inseguire il bacio frigido del lucore neoclassico. Rodin cercando alchemicamente d’incamerare l’oro spento della luce che muore, dentro le pieghe annodate dei suoi personaggi corrosi. Giacometti assottigliando a tal punto la materia, che spesso la luminosità del giorno accarezzava il Nulla, decomposto nella Notte. Mentre Brancusi delegava alla levigatezza del platino il suo senso polito della lucentezza.

Anni fa, in una memorabile mostra fiorentina a Palazzo Medici Riccardi, lo storico americano e curatore della Guggenheim, Fred Licht (un nome che è un programma), aveva concertato una mostra-messinscena geniale, che dimostrava, con cambi repentini di luci e giochi, a taglio, da spot, o di luminosità diffusa, come la scultura cambi radicalmente di senso e di forma e di funzione, a seconda della sua illuminazione. Lo sapeva benissimo Medardo Rosso, che negli ultimi anni di vita, esasperato nel vedere come irrazionalmente erano allestite le sue mostre, aveva deciso di fotografare personalmente le sue figure impressionistiche, con l’illuminazione da lui prediletta, e poi di far circolare soltanto le immagini replicate sulla superficie fotografica, letteralmente «gettando via» i supporti, di gesso e bronzo. Una rivoluzione davvero copernicana. Ma non dimentichiamo nemmeno che anche il grande Bernini, progettando la “macchina” barocca dell’Estasi di Santa Teresa, aveva programmato, calendario alla mano, che in un preciso istante dell’anno, quello della beatificazione della Santa, un raggio di luce penetrasse in un varco architettonico, appositamente predisposto nella cappella, e colpisse come un dardo erotico la sua sensualissima estasi.

Poi magari ti arriva uno di quegli architetti alla moda, preoccupati soltanto del proprio segno invasivo e narcisistico, e ci piazza disinvoltamente una cupoletta, che fa tanto Pei, e azzera tutto quel calcolo estetico-astronomico. Esattamente quel che è successo nello scandaloso allestimento, perpetrato da Fabbrica, per una mostra del Canova, qualche anno fa a Belluno, ricordata ahimé più per quello scandaloso e stupido accrochage che per la presenza di opere ragguardevoli. Delirante, infatti, l’idea di sollevare le opere dell’algido maestro neoclassico, per illuminarle da sotto, grazie a uno zoccolo di ghiaccio fosforescente, quasi Psiche Paoline & compagne fossero cubiste da night. Snaturando tutte le prospettive e i “tagli” ombreggiati, previsti meticolosamente dallo scultore (e suggeriti persino da alcune stampe, create appositamente per evitare questi sfracelli) e rendendo di plastica sintetica quelle carnagioni d’avorio. In quel caso lo specchio era adoperato in modo aberrante, distruggendo le prospettive anatomiche e creando echi raggelanti. Difficile dimenticare quel povero Cimarosa, che, riflesso negli specchietti da bagno d’una mise-en-scène stile boudoir-Tinto Brass, si ritrovava una pappagorgia più degna d’una Madame Arthur che di un caposaldo della musica neoclassica. Fiat lux, d’accordo, ma con judicio.

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa

MONCALIERI (To): Da Moncalieri all’America: l’itinerario umano e artistico di un pittore – Tommaso Juglaris.

Da sabato 4 febbraio e fino al 12 marzo 2006, è in corso al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri la mostra “Tommaso Juglaris, un pittore fra Europa ed America” antologica di questo pittore vissuto fra Otto e Novecento che ha operato in Italia, Francia ed America. Nelle due sedi della mostra il citato e prestigioso Real Collegio Carlo Alberto e la sede della Famija Moncalereisa verranno esposte circa 100 opere di Tommaso Juglaris con una ampia rassegna di schizzi, acquerelli, disegni e dipinti a olio e riproduzioni di affreschi e decorazioni eseguite in America.

La mostra offrirà l’opportunità di vedere i disegni preparatori delle “MUSE” della cupola del Capitol State Buildig del Michigan ritrovati in una collezione privata di Moncalieri.

Nel 2002 è stata rinvenuta a Moncalieri una interessante autobiografia manoscritta di Tommaso Juglaris, donata alla Famija Moncalereisa insieme ad altri quadri e documenti d’archivio. Vi è anche un’agenda acquistata a Parigi nel 1880 prima della partenza per Boston, essa rappresenta un’importante fonte documentaria perché, anno dopo anno, Juglaris vi raccolse gli articoli a lui dedicati dai giornali francesi, inglesi, italiani e americani.

Le mostre personali di Juglaris a Boston nel 1881, 1885 e 1890 ottennero un grande successo e interessarono largamente i critici e la stampa locale. Lo studioso Geoffrey G. Drutchas ha scritto che Juglaris fu immensamente ammirato e amato … e lodato per la sua capacità tecnica, la sicurezza delle linee e dei colori ……. Venne universalmente riconosciuto come uno dei più grandi docenti di arte di Boston per il suo talento nel disegnare la figura umana e fu considerato senza pari nell’esecuzione di fregi, opere murali e decorazioni su vasta scala.

Tommaso Juglaris è la tipica figura d’artista della seconda metà dell’Ottocento ispirata ai modelli dell’antichità classica e del rinascimento fiorentino; modelli e gusti che unirono l’Europa e l’America sotto la stessa bandiera. Questo revival evocava un mondo di sogno che divenne popolare sia in Italia sia in Francia. Colonie di artisti americani e inglesi guardavano con ammirazione a John Ruskin e ai preraffaelliti come epigoni di un momento artistico particolarmente à la page. Tutti gli artisti diedero forma ad un mondo, un costume e un gusto che conquistò gli intellettuali e il mondo della cultura con il simbolismo dilagante di figure romantiche talvolta inquietanti. Esse diedero vita ad un dorato limbo anche se sotto la superficie levigata dei colori si sente serpeggiare la crisi generata dai grandi problemi sociali emersi alla fine del secolo che stava chiudendosi.

Brevi cenni biografici:
Allievo dell’Accademia Albertina di Torino, Tommaso Juglaris espose con continuità alle mostre della Promotrice e del Circolo degli Artisti di Torino dal 1865 al 1870. Si mise a bottega, con una paga scarsissima, presso artisti e decoratori che a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento erano attivissimi a Torino capitale della nazione riunificata.
Nel 1871 si trasferì a Parigi dove raggiunse il successo e la tranquillità economica nel 1879. Decise di partire nel 1880 per l’America, come capo illustratore della Prang & Company di Boston, famosa industria americana di cromolitografie. Dopo un esordio sfortunato riscosse un successo enorme con importanti decorazioni come casa Prescott a Newton (1882); Barnes a Syracuse (1883) e Ames a Boston (1884). Vinse il concorso pubblico di Professore e direttore della Scuola d’Arte di Boston, insegnò alla scuola serale dell’Art Club, alla Cowles Art School e al New England Conservatory sempre a Boston. Dal 1885 al 1890, fu chiamato come maestro d’arte presso il Rhode Island School of Design di Providence, (RISD), ancor oggi considerato la più prestigiosa scuola d’arte degli Stati Uniti.
Nel 1886 fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia per motivi artistici e meriti nell’insegnamento. Tornato in Italia nel 1891, visse a Milano, Firenze e Torino. Tornò in America tra il 1902 e il 1904 per la l’importante decorazione della Ray Memorial Librery a Franklin. Rientrato definitivamente a Moncalieri nel 1906, eseguì alcune opere per i padri Barnabiti del Real Collegio di Moncalieri tra il 1909 e il 1912 e alcune stazioni della Via Crucis nella chiesa della borgata Palera di Moncalieri, firmate e datate 1919. L’importante e significativo Autoritratto è del 1921. Morì a Moncalieri nel 1925.

·Mercoledì 22 febbraio 2006, presso la Biblioteca Civica Arduino di Moncalieri, alle ore 18, ci sarà un incontro dal titolo “Un pittore da Moncalieri a Boston e ritorno: Tommaso Juglaris”, a cura di Marisa Reviglio della Veneria e Domenico Giacotto.

TORINO: CORTI E CITTÀ – Arte del Quattrocento nelle Alpi occidentali.

Un itinerario alla scoperta della cultura figurativa nelle terre dell’antico ducato di Savoia: i committenti, gli artisti, le trame della vita quotidiana, i percorsi della devozione. La preziosità della pittura su tavola, la sapienza dei manoscritti miniati, lo splendore dei ricami e delle oreficerie, la perizia degli intagliatori: la vita delle forme dal Gotico Internazionale agli albori del Rinascimento lungo le vie di passo tra Italia e Francia.

Il quadro storico
Ai confini del potente ducato di Borgogna e del regno di Francia si forma a partire dal Mille il dominio di una casata nobiliare di origine alpina, i Savoia. Nel corso del 1300 e del 1400 la contea diventa ducato e si estende dalle Alpi al mare, su territori attualmente italiani, svizzeri e francesi. Il dominio è diretto, oppure esercitato come influenza politica, o ancora circondando e isolando le antiche sedi vescovili.
L’espansione coincide con il rinnovamento delle istituzioni politiche. Chambery è la capitale amministrativa, alla quale si affianca nel Quattrocento Torino, antica sede vescovile che diventa l’avamposto del potere sabaudo verso la pianura padana. Chambery e Torino, da una parte e dall’altra delle alpi, sono i cardini del principato che controlla il territorio attraverso una fitta rete di castelli e fortificazioni. Al seguito del principe la corte si sposta regolarmente, durante il Quattrocento, da Ripaille a Ginevra, da Morges a Pinerolo, da Thonon a Torino.

Le arti
Oltre 300 opere d’arte illustrano la fioritura artistica del ducato sabaudo dal Tardo Gotico all’aprirsi del Rinascimento. Sono capolavori di pittura, scultura e oreficeria, codici miniati e tessuti ricamati, provenienti dai grandi musei di Parigi, Londra e New York, ma anche opere mai esposte prima d’ora, scoperte in collezioni private, tesori di cattedrali e abbazie, musei alpini.
Apre la scena Amedeo VIII (1416-1451), che nello sforzo di eguagliare la corte di Borgogna trasforma i ducato in uno dei più importanti crocevia della cultura tardo gotica europea. La sua corte raffinata richiama artisti da Venezia, Bruxelles, Friburgo, Lione e Aosta. Accanto alla corte ducale emergono in concorrenza le corti delle casate nobiliari e delle sedi vescovili. Potenti signori e colti prelati commissionano preziose opere d’arte per le loro chiese e i loro palazzi.
A metà del Quattrocento irrompe l’ars nova venuta dal nord, la nuova arte dei capolavori di Rogier van der Weyden portati in Piemonte dai banchieri chieresi attivi nelle Fiandre. Una donna guida la corte ducale plasmandone la raffinata cultura: è la duchessa Iolanda (1434-1478), colta e volitiva figlia del re di Francia e sposa del debole Amedeo IX.

Il Borgo Medievale
Dalla Palazzina della Promotrice, l’itinerario prosegue idealmente fino al Borgo Medievale, dove la mostra “Omaggio al Quattrocento” (dal 18 febbraio) illustra la riscoperta del medioevo piemontese promossa nell’Ottocento dal gruppo di artisti e archeologi raccolti intorno ad Alfredo d’Andrade. Il castello e le case affacciate sulla sponda del Po, realizzate nel 1884, propongono una fedele interpretazione di architetture e di ambienti arredati del Quattrocento, un’occasione per ritrovare e scoprire i contesti territoriali da cui provengono le opere d’arte esposte nella mostra “Corti e Città”.

L’invisibile gesto dell’arte. Le installazioni di Studio Azzurro
Il percorso della mostra è accompagnato da sette piccole installazioni multimediali dedicate all’immagine delle Alpi e ai gesti che sono alla base della creazione artistica, plasmando la materia per ricavarne forme. Il lavoro della pietra, del legno, dell’argilla, del metallo; il segno della scrittura; la preparazione dei colori: sette piccoli laboratori visivi che fanno rivivere il processo che ha generato le opere d’arte esposte, a diretto contatto con la sensibilità che li ha concepiti.

Info:
Torino 7 febbraio – 14 maggio 2006
Palazzo della Promotrice delle Belle Arti, via Balsamo Crivelli 11 e Borgo Medievale
Giorni e orari d’apertura: lunedì, martedì, mercoledì, venerdì, sabato h. 10-19; giovedì h. 10-23; domenica 10-20.
Prezzo biglietto al pubblico: intero euro 9,00; ridotto euro 6,50; scuole euro 4,00
Tel. 0039 011 4429921-22
Didattica: Borgo Medievale 0039 011 4431710-12 – Prevendite: Ticketone 899.500.022 – Promozione&gruppi: 02.330201