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Antonio BRACA Giovanni VILLANI Carmine ZARRA: Architettura ed opere d’arte nella Valle del Sarno.

L’opera, di ampio respiro, è composta da 512 pagine con circa 400 fotografie a colori e in bianco e nero ed è divisa in tre parti tematiche: il territorio, l’architettura e l’urbanistica, il patrimonio artistico dal Medioevo al Neoclassicismo.

Nella prima sezione viene analizzato il territorio attraverso diverse stampe di vedute e di mappe che restituiscono un quadro, mai studiato, della configurazione del territorio in età moderna. Molto interessante sotto questo versante è l’inedita mappa datata 1772 del territorio dell’antica Nocera dei Pagani.

Un ampio spazio, com’era del resto naturale, è stato dedicato ai problemi dell’architettura con un’attenzione specifica alla evoluzione storica ed alla rete di collegamenti che caratterizzano la viabilità dal Medioevo a all’età moderna. Il punto di partenza riguarda le diverse fortificazioni (dalla cinta muraria di Sarno al castello di Nocera, alla fortezza di Castel S. Giorgio) che nel Medioevo hanno contribuito al controllo dell’intera pianura. Fra gli edifici religiosi sicuramente al primo posto si colloca il Battistero di Nocera, uno dei più importanti monumenti paleocristiani dell’intera Italia meridionale, realizzato a pianta centrale sul modello dei mausolei romani che non è sfuggito all’attenzione degli specialisti. Ad esso segue un’indagine sugli insediamenti monastici di età angioina dal complesso di Realvalle, a Scafati, ai conventi di S. Anna e S. Antonio a Nocera . Nel contesto evolutivo della tipologia architettonica particolarmente interessante si rivela la parte dedicata all’architettura catalano-aragonese, presente fra Angri e Pagani con una serie di portali e finestre. Quindi si analizza la presenza di costruzioni di età moderna dal Cinquecento al Settecento con particolare riferimento al rinnovamento della Controriforma ed al cambiamento della spazialità fra Sei e Settecento. La sezione è arricchita da alcuni contributi sugli insediamenti intorno alla collina del Parco a Nocera Inferiore e degli Olivetani. Completa la prima parte un inedito studio sull’archeologia industriale che tiene nel debito conto la vocazione manifatturiera della Valle con lo sviluppo industriale fra XIX e XX secolo, restituendo le tracce di una memoria ancora fresca nella popolazione e nella storia locale.

La terza sezione è quella più strettamente artistica, con contributi sulla pittura e sulla scultura. Anche in questo caso la trattazione viene periodizzata con la prima parte dedicata alle opere della pittura medievale. Si inizia con il dipinto su tavola della Madonna di Materdomini nell’omonimo santuario di Nocera superiore, nella quale si evince una caratterizzazione di riferimenti all’arte bizantina del XIII secolo. Ad essa seguono i dipinti di età gotica in gran parte ancora inesplorati dalla critica specialistica. Un ampio capitolo è dedicato alla pittura del Cinquecento dalle prime fasi rinascimentali con la penetrazione della Maniera moderna operata da Andrea da Salerno con il polittico di San Valentino Torio del 1511 ed il trittico del convento di S. Antonio del 1519. Ad essi si associano opere di notevole qualità come il polittico di Angri o quello di S. Egidio Montealbino, per arrivare alla prestigiosa presenza di Marco Pino da Siena attivo nella chiesa olivetana di S. Maria del Monte, dove si conservava anche il celebre dipinto di Raffaello, la Madonna d’Alba oggi alla National Gallery di Washington. Il dipinto, come l’intero santuario, era stato commissionato da Giovan Battista Castaldi, Gran Capitano di Carlo V, uno dei personaggi più significativi della storia dell’Agro. Un’altra ampia dissertazione, con due capitoli, riguarda la pittura del Seicento e del Settecento con la focalizzazione delle figure di Angelo e Francesco Solimena, la cui produzione viene analizzata non solo nello specifico ma anche nella definizione di un quadro figurativo di cultura barocca napoletana. Proprio la presenza stabile di Angelo Solimena a Nocera consente un arricchimento pittorico dell’intero territorio a cominciare dalla cupola della confraternita del SS. Rosario a Nocera Inferiore al ciclo di Episcopio a Sarno. Ed accanto alla sua presenza emerge con sempre maggiore forza la presenza del figlio Francesco, il principale protagonista della pittura napoletana fra Seicento e la prima metà del Settecento. Sue opere si conservano soprattutto a Nocera nel convento dei Cappuccini, nella cattedrale di San Prisco e nel convento di S. Anna. La sua influenza sulla pittura del Settecento a Napoli e nel resto dell’Italia meridionale fornisce la chiave di lettura per comprendere l’intreccio fra cultura figurativa solimenesca e quella di ispirazione giordanesca ben presente anche nell’Agro Nocerino. In questo contesto emergono opere altrimenti incomprensibili come il ciclo del cassettonato della Madonna delle Galline a Pagani, gli affreschi del chiostro del convento di S.Maria degli Angeli a Nocera, ma anche personalità come Filippo Pennino e Michele Ricciardi. Accanto ad essi risultano opere prestigiose come quelle di Paolo De Matteis, Giovan Battista Lama, Domenico Antonio Vaccaro. L’indagine si spinge nella seconda metà del secolo con le relazioni che si svolgono intorno alla personalità di Francesco De Mura ed alla nascita della Accademia di Belle Arti a Napoli. Si ritrovano così opere di Jacopo Cestaro, Bardellino, Alessio d’Elia, Antonio Sarnelli e Fedele Fischetti, presenti soprattutto nell’area settentrionale dell’Agro fra Pagani, Angri e Sarno. Da tale contesto riceve nuova conoscenza il patrimonio artistico di monumenti illustri come il santuario di Santa Maria dei Bagni a Scafati, quello di S.Alfonso de’ Liguori a Pagani, la Collegiata di S. Giovanni Battista ad Angri.

Non meno impegnativo, e soprattutto inedito, è il capitolo dedicato alla scultura, che copre un arco di tempo dal Medioevo al Settecento con l’individuazione di numerose opere per la maggior parte camuffate da restauri e rifacimenti. Particolarmente significative sono alcune sculture come il busto marmoreo del ricordato Giovan Battista Castaldi, ovvero la statua lignea di San Sebastiano già attribuita a Giovanni da Nola, datata 1514, ovvero il busto di Mariano Abignente a Sarno, uno dei partecipanti alla disfida di Barletta. Nuovo spunto di ricerca si trova nell’analisi degli altari con le preziose statue che li arricchiscono soprattutto dai primi anni del Settecento, come quello della SS. Purità a Pagani, del santuario di S. Maria a Foce a Sarno, fino a quelli di cultura sanmartiniana come l’altare dell’Immacolata Concezione a Nocera Inferiore.

Si può dire, quindi, che con questo volume anche per la Valle del Sarno si definiscono le coordinate del patrimonio monumentale e storico-artistico sedimentatosi dal Medioevo all’età contemporanea. E’ stata un’impresa notevole, realizzata grazie alla volontà della Patto dell’Agro SpA, Agenzia locale di sviluppo della Valle del Sarno, che ha finanziato l’opera ed alla Confraternita della SS. Concezione di Nocera che ne ha raccolto l’indicazione. Il progetto di ricerca, invece, è stato curato dalla Soprintendenza ai BAPPSAE di Salerno, che ha impegnato i propri funzionari nella redazione di gran parte dei testi scritti insieme a contributi di studiosi della zona.

Info:
Introduzione di Francesco Bottoni, Giuseppe Zampino, Antonella Gemei, Carmine Zarra.
Scritti di: Rosa Carafa, Antonio Pecoraro, Pietro Zarrella, Giovanni Villani, Francesco Capaldo, Maddalena Di Lorenzo, Annunziata Muollo, Antonella De Angelis, Maria Cristina Cioffi, Vincenzo Sebastiano, Tania Caruso, Giulia Carosio, Angelina Montefusco, Antonio Braca, Carmine Zarra, Mario Vassalluzzo, Anna Pia Mariniello.
Patto Territoriale per l’Occupazione dell’Agro Nocerino Sarnese, via Libroia, 52 – 84014 Nocera Inferiore (SA)
Ufficio Stampa Soprintendenza Bappsae di Salerno: Dr. Michele Faiella – tel. 0892573215, fax 089251727

Email: stampa.ambientesa@arti.beniculturali.it

Il Museo on line.

Il web ha aperto agli artisti nuove frontiere: l’interattività con il pubblico, occasioni di visibilità e anche un sostegno economico attraverso i concorsi. L’esempio di rhizome.org

L’evoluzione dell’arte sul web ormai non ha più confini. Dai primi siti dedicati soltanto agli eventi d’arte nati alla fine degli anni novanta, assistiamo oggi a veri e propri musei e gallerie virtuali che propongono il lavoro di quegli artisti che hanno scelto il digitale come forma espressiva. Tra le realtà più importanti che la rete propone quotidianamente vi è il portale www.rhizome.org, il portale che 1996 si fa promotore delle tendenze più attuali del contemporaneo e si propone come collettore per artisti di tutto il mondo e di ogni generazione.

L’arte digitale si attesta quindi come la vera novità del panorama artistico corrente, avendo ormai superato anche lo scoglio più grande: la sua commercializzazione. Esiste infatti già un numero di collezionisti disposti ad acquistare CD, DVD, e opere d’arte perfettamente immateriali e impalpabili, così come è esistito in passato un collezionismo di quadri, di sculture, di video o di film d’artista. Il digitale si propone oggi come una delle nuove possibilità di apprendere e conoscere attraverso lo sguardo, attraverso la visualizzazione e le immagini. L’arte digitale si propone come il canale più avanzato per questo tipo di conoscenza perché è inserito nel flusso di tutto quanto appartiene alla comunicazione. E’ fruibile da Internet e attraverso strumenti diversi: il computer, il telefonino, la tv. Ed inoltre si presenta con una modalità del tutto originale: consente di fruire delle immagini ma anche di modificarle, e quindi di partecipare direttamente all’Opera. Una possibilità questa che l’arte fino ad oggi ha negato al suo pubblico.

Il sito www.rhizome.org è il canale che da visibilità agli artisti e, cosa del tutto originale, li sostiene anche economicamente attraverso dei concorsi a tema. L’edizione 2005 del premio che si è appena conclusa aveva come tema ‘Il gioco’. Centinaia di giovani artisti hanno quindi proposto la loro idea di Art Game che alla fine una commissione di giurati ha selezionato. Il risultato è stato quello di sei vincitori e una menzione speciale. Tra i premiati di questa ultima edizione c’è Carlo Zanni, un artista trentenne di La Spezia, che ha alle spalle una carriera di artista digitale di tutto rispetto. Zanni ha dipinto paesaggi e ritratti digitali che sono stati già esposti nei templi sacri dell’arte contemporanea: dal P.S.1 Museum di New York, al Museum of Contemporary Art, di Chicago, fino alla galleria storica dell’arte digitale Bitforms gallery di NY. Ha anche fatto parte della terza Biennale di Montreal.

Per Rhizome Zanni ha realizzato un progetto dal titolo ‘Average Shoveler‘. Ispirato al celebre fumetto Leisure Suit Larry (1987), Average Shoveler è un gioco online che sfida i confini tra fotografia, pittura, gioco e film. Ciascun utente della rete deve semplicemente scaricarsi una versione di Flash Player, installarlo sul proprio pc, accendere gli speaker del computer e immergersi in una storia divertente interattiva che si svolge nell’East Village di New York. Nevica: lo scopo del gioco è di tenere pulito il proprio percorso. Ogni fiocco di neve che cade dal cielo contiene un’immagine presa in diretta dai notiziari, e può riguardare argomenti vari: dalla politica, allo sport, allo spettacolo. Il compito del piccolo personaggio ideato da Zanni è di sopravvivere al bombardamento di news che cadono dal cielo e impediscono di proseguire il nostro percorso quotidiano attraverso la città. Mentre attraversiamo l’East Villane col nostro personaggio a fumetti l’ambiente attorno a noi si trasforma e prende le sembianze di un telefilm in cui realtà virtuale e finzione (virtuale) si mescolano. La dicotomia realtà/finzione è stata intelligentemente marcata da Zanni attraverso una strategia di immagini distinte e realizzate in modo diverso: la vita quotidiana del nostro piccolo personaggio è tutta pixellata in modo da risultare come paesaggio irreale nato dalla fantasia, mentre le immagini che ci invadono il campo e provengono dalle news sono perfettamente reali, proprio perché provengono dalla vita fuori dal computer, dalla realtà concreta. Per rimanere in vita, secondo il gioco di Zanni, è necessario ‘spalare’ le notizie che ci arrivano in testa, come fiocchi di neve e raggiungere la meta. Anche se in realtà, la missione è perfettamente impossibile: non c’è alcun modo di vincere. Del resto, come si può sconfiggere il bombardamento quotidiano di notizie cui siamo sottoposti?

Per la realizzazione di Average Shoveler Zanni si è avvalso tra l’altro di due collaborazioni prestigiose: Gabriel Yared, il noto compositore che ha realizzato la colonna sonora di importati film di successo tra cui ‘Il talento di Mr. Ripley’ e ‘Shall we dance’, mentre Siri Kuptamethee che è una delle principali designer che si nascondono dietro il marchio newyorkese di ‘Indigo People’ ha ideato l’abbigliamento del personaggio principale del videogame. Un esempio di collaborazione efficace tra moda, musica, cinema e arte, favorito proprio dalle capacità di interazione create dal digitale. Il gioco quindi oltre ad essere un’esperienza intersoggettiva tra l’utente e l’artista, si propone anche come nuova ipotesi per combinare diversi aspetti del sapere.

Sul fronte della storia dell’arte, il nuovo movimento internazionale di artisti digitali annovera tra i propri padri sicuramente le avanguardie storiche europee e russe: il Futurismo su tutti, che aveva avuto un forte impulso anche sugli artisti dell’arte cinetica e programmata degli anni sessanta, con cui l’arte digitale presenta forti affinità. Il computer oggi si propone come il luogo virtuale nel quale lo ‘spazio elastico’, teorizzato con le proprie opere da Gianni Colombo alla fine degli anni cinquanta (uno degli esponenti dell’arte cinetica) prende forma e consente di inglobare in sé esperienze diverse e quindi di ridefinire anche gli stessi confini dell’arte.

La nuova arte digitale vive direttamente nel computer, dove sussistono tutte le condizioni tradizionali che originariamente avevano un ruolo indipendente. La distinzione tra artista, gallerista, mercante, collezionista, museo, oggi cade davanti ad un duplice ruolo di produttore e fruitore, operatore e utente. E quindi tutti possiamo temporaneamente trasformarci in artisti interattivi o fruire dell’arte di qualcuno che prima di noi si è seduto davanti ad una tastiera ed un monitor e ha messo ‘online’ i propri pensieri trasformandoli in bit.

Autore: Angelo Capasso

Fonte:L’Espresso on line

SETTIMO TORINESE (To): Il gruppo dei Sei e la pittura a Torino.

Una mostra completa, storicamente inappellabile. Ma anche estremamente fruibile. Per chi non conosce quel gruppo di pittori che rese Torino una capitale d’arte europea alla fine degli anni Venti…

Nel 1929 Carlo Carrà sostiene che nelle opere di Jessie Boswell (1881-1956) “non vi è mai aneddoto” e che ciò che ispira la pittrice “non è l’episodio, ma l’accordo di tre o quattro tonalità che l’hanno impressionata”. Questa considerazione lungimirante mette in luce uno degli elementi principali che fanno dei Sei di Torino un’antenna vibrante della cultura francese, obbligando ad affrontare immediatamente l’assunto principale di questa mostra.

L’articolo completo lo trovi in www.exibart.com, alla pagina:
Il gruppo dei 6 di Torino

Fonte:Exibart on line

ASTI: Premio Asti Scienza “Giuseppe Montalenti”.

Sabato 11 Febbraio 2006 ore 16 – Darwin Day ad Asti – Sala Pastrone – Via al Teatro Alfieri.
Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti in collaborazione con Astiss e Biblioteca Astense.
Con il patrocinio di Comune di Asti, Provincia di Asti, Festival della Scienza di Genova, SIBE – Società Italiana di Biologia Evoluzionistica.

Giuseppe Montalenti nasce ad Asti nel 1904; dopo gli studi a Torino e a Roma, si laurea in Scienze Naturali e diventa assistente presso l’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma. Dopo un periodo di docenza a Roma, si trasferisce a Bologna dove rimane fino al 1939, dedicandosi a studi di Genetica. Dal ’39 è a Napoli come capo del reparto di Zoologia presso la Stazione Zoologica, mentre dal ’40 al ’60 ricopre la prima cattedra di Genetica in Italia, all’Università di Napoli; dal ’60 ricopre la medesima cattedra all’Università di Roma, dove per alcuni anni è anche Preside della Facoltà di Scienze. Dal 1980 al 1985, primo tra i biologi, è al vertice dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Si spegne nel 1990.

Alcuni enti culturali astigiani hanno unito le proprie forze per dar vita al Premio Asti Scienza “Giuseppe Montalenti”, Premio annuale dedicato alla letteratura scientifica intitolato al genetista astigiano Giuseppe Montalenti (Asti 1904 – Roma 1990), che prende il via quest’anno con l’edizione numero “Zero”.

Le finalità principali dell’iniziativa sono la diffusione della letteratura scientifica, la promozione della lettura della narrativa di ispirazione o ambientazione scientifica, la promozione della conoscenza della città di di Asti come sede di facoltà universitarie di eccellenza, l’offerta, alle aziende artigiane e non che operano nell’ambito della ricerca e dell’innovazione tecnologica un veicolo promozionale, attivo anche nei confronti di un vasto pubblico.

Un premio così articolato ha dunque la possibilità di coniugare divulgazione e ricerca, svago e formazione; inoltre, segnala l’attenzione della città e dei suoi enti per l’impegno nella ricerca scientifica, per la sua divulgazione e per le sue ricadute in un più vasto ambito culturale aspecifico.

Sono inoltre in cantiere possibili sviluppi futuri dell’iniziativa: la suddivisione del premio in due sezioni: saggistica e alta divulgazione, narrativa di ispirazione o ambientazione scientifica; ed ancora il possibile coinvolgimento delle scuole superiori con la loro collaborazione operativa. Il regolamento del premio è quindi ancora in fase di definizione. L’articolazione in due sezioni si avrà a partire dalla prima edizione, nel febbraio del 2007.

La cerimonia di premiazione avrà cadenza annuale, con la consegna del premio in prossimità del Darwin Day, la giornata dedicata a Darwin la giornata dedicata a Darwin che si celebra in tutto il mondo il 12 febbraio, e che ha permesso all’iniziativa di entrare a far parte del circuito internazionale della rete intitolato al grande scienziato inglese, www.darwinday.org.

Per l’Edizione Zero il premio di € 2500 sarà attribuito al volume Perché la scienza? L’avventura di un ricercatore (Mondadori 2005), di Luigi Luca e Francesco Cavalli Sforza, in occasione della presenza ad Asti dei due scrittori per la presentazione del volume medesimo, prevista nell’ambito del ciclo di incontri Omaggio a Montalenti: Evoluzione, scienza e cultura, organizzato da ASTISS e Biblioteca Astense.

‘Negli ultimi tre milioni di anni l’evoluzione umana non e’ stata solo biologica: quella che ha cambiato l’uomo e’ stata l’evoluzione culturale. Sono stati i nostri geni a permetterlo e proprio per questo sarebbe una barbarie cercare di sminuire l’importanza di Darwin”. Luca Cavalli Sforza

Luca e Francesco Cavalli Sforza: Perche’ la Scienza. L’avventura di un ricercatore. Saggi Mondadori, Milano, 2005.

Un’autobiografia di uno scienziato che ha fatto ricerca per oltre sessant’anni, la maggior parte dei quali dedicati a ricostruire la storia dell’umanità. È un’autobiografia particolare, dove gli eventi della vita sono una cornice e un pretesto per scoprire come si fa scienza, come nascono le conoscenze, di quali strumenti disponiamo per scoprire un passato le cui tracce visibili sono per lo più scomparse, ma che è rimasto impresso nel nostro patrimonio genetico come nella nostra cultura e che può essere riportato alla luce a patto di usare gli strumenti adatti. Luca Cavalli-Sforza racconta la storia del suo percorso scientifico e umano, che è anche un pezzo della storia della scienza nell’epoca della sua massima accelerazione. Racconta delle ricerche sulla genetica delle popolazioni umane e sull’evoluzione della cultura, ma anche sulla sessualità batterica. Descrive come, studiando i caratteri ereditari degli abitanti del pianeta, ha ricostruito l’albero genealogico dell’umanità moderna. Ancora cinquant’anni fa, l’idea che i batteri avessero una sessualità e potessero scambiarsi ‘pacchetti’ di informazione genetica era considerata un’eresia. Si sapeva che erano esistiti uomini arcaici e diversi da noi, ma non si aveva la minima nozione di come fosse comparsa l’unica specie umana che abita il mondo oggi. Le regole della trasmissione ereditaria erano già ben note, ma era appena stata individuata la struttura del Dna, la molecola che permette agli esseri viventi di trasmettere ai figli i caratteri dei genitori. Oggi siamo in grado di spingere lo sguardo indietro nel passato dell’umanità di decine e centinaia di migliaia di anni. Le previsioni fatte in laboratorio grazie all’analisi chimica e agli strumenti matematici vengono puntualmente confermate dai ritrovamenti archeologici. Non siamo in grado di viaggiare nel tempo, ma abbiamo costruito discipline che ci permettono di vedere dentro ciò che sembrava scomparso per sempre alle nostre spalle. Come ci si è arrivati e cosa lo ha reso possibile? Perche’ la Scienza è il resoconto di questa affascinante avventura.

“La conoscenza, di per sé, non è soggetta alle leggi di mercato. Studiare non costa, non inquina, non brucia enormi quantità di combustibile, non consuma grandi risorse: più che altro del tempo, la carta necessaria a produrre libri, o quel po’ di corrente elettrica che serve per collegarsi a Internet. Non richiede nemmeno tanto cibo. La ricerca stessa non ha necessariamente bisogno di strumenti costosissimi; non sempre e comunque, perlomeno. Le idee migliori hanno cambiato il mondo, e le idee nascono in uno spazio così piccolo da poterlo quasi cingere tra le mani: quello del nostro cervello. Imparare e comprendere, cercare di capire, inventare e mettere in opera. Forse non moltissimi hanno modo di rendersene conto, ma queste attività possono essere fra le più divertenti e gratificanti che ci siano. E sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.”

Luca Cavalli Sforza – Introduzione a Perché la scienza. L’avventura di un ricercatore. (Mondatori, 2005).

Biografie:

Luigi Luca Cavalli Sforza nasce a Genova, è cittadino italiano e statunitense. Laureatosi in medicina a Pavia (1944), già da studente si occupa di genetica delle popolazioni con Adriano Buzzati-Traverso. Fra il 1948 e il 1950 svolge un incarico di ricerca a Cambridge, dove lavora con uno dei genetisti più bravi del secolo scorso: Ronald A. Fischer. In quei due anni Cavalli Sforza, già proveniente dalla ricerca sulla genetica delle popolazioni e sull’immunologia, compie un lavoro sperimentale sulla genetica dei batteri. Lavorando in quell’ambiente, comincia a sviluppare un crescente interesse per l’analisi dei gruppi sanguigni finalizzata allo studio dell’evoluzione umana. E’ stato Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia all’Istituto Sieroterapico Milanese e dell’Istituto di Genetica all’Università di Pavia; ha insegnato nelle Università di Cambridge, Parma e Pavia ed è Professore Emerito di Genetica all’Università di Stanford in California (dal 1992).
Da quarant’anni studia l’evoluzione umana e, a partire dal 1991, si occupa del programma di ricerca sulla diversità del genoma umano, lo ‘Human genome diversity project‘ da lui promosso, che punta a ricostruire, attraverso l’analisi del DNA mitocondriale, la mappa delle popolazioni del pianeta. E’ autore di quasi 500 pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri. ha collaborato con vari periodici e numerosi sono i riconoscimenti che ha ricevuto.
Tra le sue opere apparse in italiano ricordiamo: Analisi statistica per medici e biologi, Introduzione alla genetica umana (Mondadori, 1974), Genetica, evoluzione, uomo (con Walter Bodmer, Mondadori, 1977), La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa (con Albert J. Ammerman, Bollati Boringhieri 1986), Storia e Geografia dei geni umani (con Paolo Menozzi e Alberto Piazza, Adelphi 2000). Il suo nome è diventato popolare negli ultimi anni grazie a una serie di brillanti pubblicazioni scientifico-divulgative come La storia della diversità umana (Mondadori, 1993) e La scienza della felicità (Mondadori, 1997).

Francesco Cavalli Sforza (Cambridge, UK, 1950) ha studiato a Berkeley, Trento e Milano, dove si è laureato in filosofia. Regista cinematografico e televisivo, ha lavorato in particolare per il pubblico giovane, trattando soggetti educativi in forma narrativa e fantastica e ottenendo riconoscimenti internazionali. Ha pubblicato Chi siamo. La storia della diversità umana (con Luca Cavalli Sforza, Mondadori 1993) per Einaudi Scuola Razza o pregiudizio? (con Luca Cavalli Sforza e Ada Piazza, 1996), poi La scienza della felicità (con Luca Cavalli Sforza, Mondadori 1997), e Natura (con Luca Cavalli Sforza, 2003), un corso di scienze per le scuole medie inferiori.

CIRIE’ (To): Radici quadrate.

Il Palazzo Municipale di Ciriè ospita fino al 5 marzo 2006, la mostra di Giovanni Carlo Rocca dal titolo “Radici Quadrate”, una personale interpretazione di ritratti e figure tratte dalla quadreria e dalle decorazioni del Palazzo.

Giovanni Carlo Rocca è entrato nel Palazzo Municipale di Ciriè come restauratore. A lui si deve, infatti, il restauro di tutta la quadreria dei D’Oria – i famosi signori che tra il 1635 e il 1645 ristrutturarono, ed in parte costruirono, il palazzo -, del Salone consiliare, delle sette grandi tele, degli stucchi e degli affreschi della camera da letto e del budoir di Carlo Emanuele II.

Lavorando in questo suggestivo ambiente, l’esigenza di dipingere – Rocca si è diplomato all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, ma poi si è subito indirizzato al restauro – è diventata impellente. Nasce così il progetto di “Radici quadrate”: “radici” perché sente il forte richiamo dell’antico, che ripropone non solo nei soggetti, ma anche nel modo di dipingere, che mutua dal restauro, e “quadrate”, per contrastare – al contrario – fortemente l’antico, in quanto tale formato è presente solo a partire dall’arte moderna. Riprende, dunque, alcuni dei soggetti che ha restaurato, estrapola la figura che gli interessa e la ripropone giocando con la forma quadrata – che oltre ad essere il formato della tela, viene anche suggerita all’interno della stessa composizione – e con i colori: con tinte molto accese realizza gli sfondi e con il nero “sottolinea” le figure.

L’esposizione comprende 32 quadri di cui 22 dedicati ai D’Oria e al Palazzo, più una grandissima opera di 36 mq composta da venti tele affiancate di differenti misure, La deposizione (che l’artista ha realizzato nel 2004) e un omaggio alla città di Ciriè, che ospita la sua prima importante mostra.

Ogni quadro è affiancato dal dipinto o dalla foto da cui Rocca ha preso ispirazione: un ulteriore omaggio all’arte di cui si è nutrito fino a questo momento.

L’allestimento, curato dalla scenografa Gianpiera Aghemosegue nelle sei sale un percorso ben definito: la prima sala ospita la grande Deposizione dalla seconda alla sesta si susseguono “Suggestioni varie”, “I D’Oria”, “Dal salone consiliare”, “Personaggi di corte” e “Protagonisti a Palazzo”. Una musica di sottofondo, che rivisita accordi antichi in chiave moderna selezionata anch’essa per l’occasione da Vincenzo Depalma e Salvatore Didio , accompagna inoltre il visitatore in questa girandola di ritratti e di personaggi in cui realtà e fantasia, moderno e antico si strizzano l’occhio e regalano momenti di viva emozione.

Info: Palazzo Municipale di Ciriè (To), fino al 5 marzo 2006,
Orario: da martedì a domenica ore 10-19, ingresso gratuito
Marilina Di Cataldo, tel. 347/7365180
Catalogo: Alinea, Firenze

‘’L’Abbandono’’ – cm. 180 x 185 – 2005

Il dipinto è una personale interpretazione del “Cristo Morto” di Andrea Mantenga (1480-1490).

La riflessione sull’arte classica è elemento distintivo dell’attuale produzione artistica di G.C. Rocca, artista diplomatosi all’Accademia di Torino, ma presto orientatosi al campo del restauro in cui opera con successo da oltre 20 anni con il suo laboratorio di Balangero (To), accreditato presso le competenti Soprintendenze.

Recentemente è stato selezionato tra i restauratori della Venaria Reale.

Attraverso l’attività di restauratore, ha maturato una profonda esperienza di analisi specifica e attenta delle antiche tecniche pittoriche, delle geometrie compositive, degli equilibri cromatici. Tale patrimonio culturale gli consente ora di stabilire un dialogo speciale con l’arte.

Un dialogo animato dal profondo rispetto per i maestri del passato; animato anche dalla complicità che nasce dall’intima conoscenza dell’arte e degli strumenti espressivi di chi l’ha prodotta.

Sottrattosi a lungo ed intenzionalmente dal confronto con i colleghi contemporanei, Rocca ha trovato negli artisti del passato straordinarie occasioni di ispirazione: egli dichiara insistentemente questo desiderio di continuità tra passato e contemporaneità attraverso un’imitazione intesa come selezione (attraverso il filtro della personale sensibilità) ed accentuazione degli elementi della pittura antica.

È un atteggiamento profondamente diverso da quello scanzonato e beffardo che fu di certa cultura postmoderna che spesso stravolse, ridicolizzandola, l’arte del passato per mero scopo ludico di vacua retorica provocatoria.

Osservando le opere di Rocca, non si ha la fastidiosa sensazione di assistere ad atti di trasgressione irriverente: si ha invece la rasserenante convinzione che sia possibile un riscatto al contemporaneo dei temi del passato.

Le opere del passato sono per Rocca “pretesto” per comunicare vicende esistenziali affatto personali ed intimamente vissute. La riflessione sul Cristo del Mantegna si trasfigura, nell’opera di Rocca, in riflessione sull’abbandono di un corpo d’uomo esausto, non ancora esanime: il volto sembra respirare; l’espressione, distesa sulle labbra ma corrugata sulla fronte, è drammaticamente consapevole.

L’attenzione è concentrata solo sulla figura: il contesto scompare e il Cristo fluttua nello spazio grigio del fondo da cui è separato col forte segno del profilo nero. Una sorta di profonda incisione riscontrabile in tutte le opere dell’artista.

“L’abbandono” si inserisce in un progetto artistico che conta 33 opere, di cui 32 saranno esposte alla mostra “Radici Quadrate” che si terrà a Palazzo D’Oria di Cirié fino al 5 marzo 2006.

Camilla Torre

Link: http://www.giovannicarlorocca.it

Email: madica@libero.it