Dal 10 febbraio 2026, il trono del Palazzo Reale di Napoli rientra tra ori e splendori, con una storia completamente riscritta, nella “sua” Sala dopo i restauri condotti dal Centro Conservazione e Restauro: “La Venaria Reale”, nell’ambito della XX edizione del progetto Restituzioni, finanziato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura.
Una volta presentato per una preview alla Venaria Reale di Torino, dal 13 maggio al 12 ottobre 2025, il prezioso manufatto è stato messo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (28 ottobre 2025 -18 gennaio 2026), in occasione di detta importante iniziativa.
Gli interventi di riattamento, iniziati nel settembre del 2024, seguendo protocolli già applicati a manufatti analoghi (come il trono del Palazzo del Quirinale), si sono conclusi nel maggio 2025 e hanno previsto anche una campagna diagnostica, mirata alla caratterizzazione dei materiali ed allo studio della storia conservativa dell’opera. Le indagini scientifiche, supportate dal CNR, sono state condotte con approccio multi-analitico, comprendente tecniche di tipo non invasivo e micro-invasivo, ma sostenibili ed ecocompatibili. Buona parte della pulitura superficiale è stata compiuta con l’utilizzo del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta e inaspettata luminosità, cui han fatto seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese ed un’attenta riequilibratura cromatica, a garanzia di una piena godibilità estetica. Ciò ha permesso, sulla base dei risultati emersi da specifiche analisi scientifiche, di riconsegnare il prezioso manufatto completamente restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata, e rinnovato per quanto riguarda la parte tessile e la passamaneria.
In occasione del rientro del trono presso il Palazzo Reale, sono stati inoltre condotti importanti lavori sui tessili della Sala, che hanno interessato nello specifico il tappeto che orna il baldacchino, le fasce laterali e le mantovane. Eseguito da Graziella Palei, della ditta Graziella Palei- Conservazione e Restauro opere d’arte, il restauro dei tessili ha previsto per tutta la sua durata (da novembre 2025), l’istallazione di un cantiere a vista presso la Sala del Trono, che ha consentito al pubblico di assistere in diretta ai lavori. L’intervento, pensato specificatamente per garantire la futura conservazione di ogni elemento ed il rallentamento dei fenomeni di degrado, è consistito per il tappeto, le fasce laterali e le mantovane, in una pulitura fisico-meccanica volta alla rimozione del particolato atmosferico, seguita da un consolidamento delle zone degradate ed infine nella cucitura di una nuova fodera, mentre il baldacchino è stato oggetto di una accurata pulitura. Durante il periodo di restauro, durato sedici mesi, la Sala del Trono non è rimasta vuota: al suo posto è stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Il rientro del trono originale segna ora la conclusione di un articolato progetto che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni pubbliche e private. La sorpresa più importante è arrivata dalle ricerche archivistiche, condotte parallelamente al restauro. Fino ad oggi il trono era considerato un manufatto borbonico, databile tra il 1845 e il 1850. Gli studi hanno, invece, dimostrato che fu commissionato dai Savoia e pagato nel 1874. Questa nuova attribuzione sposta la realizzazione di circa trent’anni e modifica la lettura storica dell’oggetto, inserendolo nel contesto della Napoli postunitaria. Non cambia solo la biografia del trono, ma anche la cronologia delle trasformazioni del Palazzo Reale dopo l’Unità d’Italia.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico – ha commentato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna – che conferma quanto fossero importanti Napoli e il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato e accessibile a tutti i pubblici. I nostri luoghi della cultura non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca e innovazione…>>.
Ma il documento rivelatore della nuova datazione, è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”) e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala (Carteggio del 1874). “Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta, ha sottolineato l’architetto Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
All’Ottajano, già artefice con Domenico Morelli della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III, donata dalla città di Napoli alla Regina Margherita e oggi esposta presso la Reggia di Caserta, era finora attribuito, come aggiunta successiva, il solo coronamento con l’aquila con scudo crociato sul petto, emblema della nuova casa regnante, mentre la sedia era ritenuta di età borbonica. La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera, di forma ottagonale, è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi “in vetrina” al Louvre.
Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it
