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CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

NAPOLI. Palazzo Reale, secondo in classifica speciale, dopo il Quirinale, per gli orologi storici nei musei.

Orologi storici nei musei: ecco la speciale classifica del Ministero della Cultura, che vede il Palazzo Reale di Napoli al secondo posto in Italia.
Dai pendoli neoclassici del Quirinale alle pendole musicali di Napoli, alla Venaria, gli orologi custoditi nei palazzi storici italiani raccontano secoli di ingegno, scienza e bellezza. Al primo posto il Quirinale, con circa duecento esemplari tra XVIl e XIX secolo, firmati dai più grandi maestri europei. Segue il Palazzo Reale di Napoli, con la rarissima “Macchina di Clav”, del 1730, e decine di capolavori musicali, perfettamente funzionanti grazie alle cure del maestro orologiaio Diego Ferventino. Sul terzo gradino i Musei di Genova, con preziosi orologi notturni seicenteschi, decorati con intarsi, smalti e pietre dure. Un viaggio nel tempo che unisce arte, storia e tecnologia, scandendo i secoli del nostro patrimonio culturale.
Sponsor: Tarì Società Consortile per Azioni.
Oggetto: Restauro dell’orologio “Il Tempo e la Storia”, di quello da caminetto stile Luigi XVI e dell’orologio con Giulio Cesare.
Periodo: Luglio/Ottobre 2025.
Collocazione: Palazzo Reale di Napoli e intervento eseguito da “Antea restauri”, per le casse esterne, e dal maestro orologiaio Diego Ferventino per il meccanismo interno, con il coordinamento del progetto di Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice – conservatrice, in collaborazione con l’Ufficio Mostre di Palazzo Reale.
Intanto, tre orologi della collezione di Palazzo Reale sono stati sottoposti a restauro conservativo, grazie ad una sponsorizzazione del Tarì, il centro Orafo Campano che raccoglie oltre 400 aziende e costituisce un punto di riferimento indiscusso, in campo nazionale e internazionale del settore. Gli orologi sono: “Il Tempo e la Storia”, esposto nella Galleria; l’orologio da caminetto stile Luigi XVI nel salotto del Re, e quello con Giulio Cesare, posizionato nella sala del Trono. L’Orologio con “Il Tempo e la Storia”, opera di Charles Guilleme Manière e Philippe Thomire, è un raffinato oggetto del II decennio del XIX secolo, in marmo rosso, bronzo dorato e patinato, e metallo smaltato. L’orologio raffigura allegoricamente il “Tempo”, come vecchio barbuto alato impugnante la falce, e la “Storia”, come una giovane donna che regge un libro, in atto di arrestare con la mano l’avanzata distruttrice del tempo. All’interno del globo blu, decorato con stelle dorate, è contenuto il meccanismo dell’orologio. L’obiettivo è stato quello di preservare la stratificazione materica e storica dell’opera, recuperandone l’integrità estetica e funzionale. L’imponente orologio di manifattura francese del XIX secolo, collocato nella sala del Trono, è conosciuto come “l’orologio con Giulio Cesare”, per la presenza della statua in bronzo patinato del celebre personaggio appoggiato alla cassa che, a sua volta, poggia su una base rettangolare, decorata con foglie d’acanto e con un sontuoso trofeo centrale e quattro corone imperiali, intrecciate sugli spigoli anteriori della base. Questo magnifico oggetto testimonia il gusto per l’ingegno meccanico e la celebrazione del potere attraverso l’arte. L’intervento è stato finalizzato a ristabilire l’equilibrio formale tra le superfici marmoree e metalliche, compromesso dall’azione del tempo. Particolare cura è stata riservata alla figura di Giulio Cesare, trattata con procedimenti a basso impatto, mirati alla conservazione della patina originale. Il progetto si è concluso con il rimontaggio finale, garantendo solidità strutturale e coerenza stilistica dell’opera. L’orologio da caminetto, di manifattura francese (1840 circa), era destinato ad impreziosire un salone di rappresentanza, distinguendosi per la struttura compatta e la ricca decorazione di gusto neo rocaille, che ne fa un perfetto esempio di orologeria decorativa per interni aristocratici. La cassa in bronzo dorato, con riccioli e figurine di satiri suonatori, presenta al centro una placca di porcellana, le cui superfici sono state trattate con soluzioni acquose, debolmente alcaline, per rimuovere lo sporco senza intaccarne la brillantezza. Al termine, tutti i materiali sono stati protetti con rivestimenti consolidanti trasparenti, secondo criteri di reversibilità e compatibilità chimica. L’intervento, pur conservativo, è stato finalizzato a restituire al manufatto la sua raffinata luminosità, in linea con l’originaria funzione ornamentale e rappresentativa.
Grazie a questi interventi è oggi possibile ammirare i tre orologi nelle sale del Palazzo Reale restaurati e nuovamente funzionanti. La “Macchina di Clay”, quell’orologio invidiato da Casa Windsor, è l’esemplare più prezioso della collezione storica di Palazzo Reale, la seconda per importanza in Italia (con 26 pezzi pregiati). Palazzo Reale come il Castello di Windsor: nella reggia di piazza del Plebiscito a Napoli, c’è una delle collezioni più importanti (e rare!), di orologi antichi d’Italia. È di recente, la notizia del Ministero della Cultura che Palazzo Reale è in cima alla classifica dei musei che conservano il maggior numero di orologi storici, secondo solo al Quirinale.
Seguono i musei di Genova, le collezioni medicee di palazzo Pitti a Firenze, quelle di Palazzo Madama a Torino e la Reggia di Venaria Reale (To).
Il palazzo del Quirinale, che figura infatti al primo posto, possiede circa 200 esemplari tra pendole e orologi del XVII-XIX secolo (di cui 40 esposti), molti provenienti dalle principali regge preunitarie. A Napoli, un’altra dozzina è a Villa Pignatelli, tra cui l’orologio di manifattura francese, incastonato nella struttura muraria nella scala che porta al primo piano, e due giacenti in deposito. Ma a Palazzo Reale è esposta, sebbene non funzionante, la rarissima “Macchina di Clay” del 1730, del quale esistono pochissimi esemplari al mondo: due di proprietà della famiglia reale inglese ed un terzo del Museo nazionale della Cina. Si tratta di un orologio con organo che, allo scoccare delle ore, suonava melodie di Händel, e quello della reggia napoletana è forse il primo modello costruito dall’orologiaio inglese.
«Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riservato un’attenzione particolare alla collezione di orologi di Palazzo Reale, avvalendoci anche del prezioso contributo di mecenati che hanno reso possibile il restauro di ben sei esemplari», spiega Tiziana D’Angelo, direttrice delegata ad interim del Palazzo Reale. «Tra i nostri obiettivi c’è quello di esporre al pubblico anche gli orologi al momento conservati in deposito. Ma il nostro principale desiderio è quello di creare un team con esperti orologiai, restauratori ed organai per il restauro dell’Organ Clock di Clay del 1730, che è considerata una vera e propria macchina musicale».
Lo stilista Francesco Scognamiglio ha contribuito al restauro di un orologio con Planetario del XVII secolo.
Appassionati mecenati del passato, furono Gioacchino Murat e sua moglie Carolina Bonaparte, che commissionarono a Breguet il primo orologio da polso della storia, e che portarono a Palazzo Reale, nel 1808, una serie di orologi che furono realizzati per Napoleone Bonaparte. Tra i più celebri, il Genio delle Arti di Thomire et C./Bourdier Hr à Paris, e l’Orologio con la Meditazione firmato Bailly, orologiaio personale di Napoleone.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

SALUZZO (Cn). Restaurato il Polittico della Madonna del Rosario di Oddone Pascale.

A Saluzzo (Cn) il prossimo 18 ottobre, nel Palazzo dei Vescovi, alla presenza di monsignor Cristiano Bodo e della soprintendente Lisa Accurti, sarà presentato il restauro del polittico della Madonna del Rosario di Oddone Pascale, conservato nella Chiesa di San Giovanni, già sede dei Domenicani e luogo di sepoltura dei marchesi di Saluzzo.
Il retablo, datato 1535 e firmato, appariva originariamente come un polittico ad ante mobili, i cui laterali erano dipinti recto-verso. Quando, nei giorni di festa, era aperto, mostrava ai fedeli l’immagine principale con la Madonna del Rosario ed i santi Domenico e Giovanni venerati dal marchese Francesco di Saluzzo e dalla sua corte. Tutt’intorno, all’interno della cornice, tuttora si dispongono i Misteri del Rosario. Sul «lato festivo» (a polittico aperto) sono rappresentate le Storie di Ester e di Giuditta, figure bibliche che prefigurano il ruolo della Vergine Maria. Al centro della predella è raffigurato l’assedio di Saluzzo del 1487 da parte delle truppe di Carlo I di Savoia. È una tra le più antiche raffigurazioni della città, ancora oggi perfettamente riconoscibile con la torre civica, il campanile di San Giovanni e le case lungo le mura.
La novità è stata il ritrovamento del «lato feriale» delle ante (a polittico chiuso), occultato dal 1668 quando tutti i dipinti vennero inseriti nell’altare barocco ancor oggi in chiesa: dopo più di trecento anni si può così tornare a rivedere nella sua originaria configurazione una tra le opere più interessanti e suggestive del Rinascimento saluzzese. Il lato feriale ha una gamma cromatica abbassata, con una prevalenza di figure a monocromo; nel nostro caso Oddone Pascale raffigura l’Annunciazione, un gruppo di Profeti e Dio Padre.
L’intervento, compiuto da parte del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale sotto la sorveglianza di Massimiliano Caldera per la Soprintendenza e la collaborazione di Sonia Damiano per l’Ufficio beni culturali della Diocesi, ha permesso di ritrovare i colori originari del dipinto e nello stesso tempo ha recuperato integralmente le parti pittoriche ora riscoperte.
Il grande polittico sarà temporaneamente allestito nel Museo Diocesano, per celebrarne il restauro, finanziato integralmente dal Ministero della Cultura, rendendo così possibile a tutti la visione ravvicinata dell’opera, anche nelle sue parti finora nascoste, prima del rientro nella Chiesa di San Giovanni, dove attualmente sono in corso altri restauri finanziati con i fondi Pnrr.
Un primo calendario di aperture prevede le date del 25 e 26 ottobre (in concomitanza con la Festa del libro medievale e antico di Saluzzo), il 30 ottobre (con una conferenza di presentazione su Oddone Pascale a cura della Soprintendenza e dell’Ufficio beni culturali diocesano), il 6 e il 13 novembre (con una conferenza sulle sculture della cappella marchionale di San Giovanni, a cura della Soprintendenza e dell’Ufficio beni culturali diocesano), il 3, l’8, l’11 e il 26 dicembre 2025, il 6 gennaio 2026, dalle 14.30 alle 18.30.
L’apertura è gratuita, con l’assistenza dei Volontari per l’Arte.

Oddone Pascale (e non Pascale Oddone, come spesso si legge) era originario di Trinità, nel Monregalese, ma visse a Savigliano, dove ebbe bottega almeno dal 1524. Nel 1531 eseguì le parti pittoriche della grande pala intagliata e dipinta per l’altare maggiore dell’abbazia di Staffarda. Nel 1533 fu in Liguria, dove realizzò un complesso simile per la chiesa dei Domenicani di Finalborgo (Sv). Il polittico è oggi nella collegiata di San Biagio, mentre le ante sono divise tra una collezione privata genovese ed il Museo del castello di Portofino.
È datato 1535 il politico del Rosario per la chiesa di San Giovanni, mentre quello della Deposizione per la collegiata di Revello (Cn) è del 1542. In questi stessi anni risultava essere attivo per la Confraternita di Savigliano, dove ricoprì incarichi di prestigio. Intorno al 1545 eseguì un secondo polittico con la Trinità per la chiesa di Revello. Morì a Savigliano nel 1546.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 13 ottobre 2025

NAPOLI. Museo di Capodimonte : restauro epocale della grande pala del “San Ludovico da Tolosa”.

Ecco al via il restauro che si può dire epocale del “San Ludovico da Tolosa”, di Simone Martini.
E’ stato, infatti, allestito il cantiere didattico, per il recupero-ripristino della grande pala del capolavoro medievale, presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte: è il più importante fra i dipinti trecenteschi su tavola del periodo angioino di Napoli. L’intervento di manutenzione straordinaria (si concluderà entro sei mesi), dopo oltre 65 anni, è un progetto realizzato grazie alla prima collaborazione quadro, tra il museo diretto da Eike Schmidt e l’Opificio delle Pietre dure di Firenze. La formula adottata, come detto, è quella del ‘cantiere didattico’, creato nella stessa sala (la 66 del secondo piano), che ospita la pala dal 1966.
Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, ha dichiarato: << Quello del San Ludovico da Tolosa di Simone Martini può definirsi senza dubbio un restauro epocale, sia per l’importanza dell’opera, il cui splendore affascina da sempre visitatori di Capodimonte, che per il suo significato nella storia della città, in particolare quella della fiorente Napoli angioina con la sua corte di mecenati nel cuore del Mediterraneo. Con emozione ricordiamo che, nel 1966, fu Raffaello Causa a spostare l’ultima volta la grande pala dal muro per porla nella posizione attuale con un sostegno in ferro che la stacca lievemente dalla parete. Ringraziamo l’Opificio delle Pietre dure che condivide con noi questa affascinante impresa nell’ambito di una collaborazione articolata per il restauro e lo studio di un nucleo importante di capolavori tra i quali opere di Tiziano, Mantegna, Dosso Dossi, Polidoro da Caravaggio, Vivarini>>.
Le operazioni di manutenzione del Simone Martini interessano il verso del dipinto e saranno volte allo studio della struttura lignea, alla chiusura delle sconnessioni e delle fessurazioni presenti sul supporto, nonché all’eventuale ricostruzione di piccole mancanze sulla predella. Inoltre, sarà necessario procedere al fissaggio della decorazione a gigli sul verso e si procederà successivamente al fissaggio e consolidamento della superficie policroma sul recto in corrispondenza della commettitura delle tavole, in parte compromesse a causa del movimento del legno costitutivo il supporto.
I responsabili dell’eccezionale ‘restyling’ sono per il Museo e Real Bosco di Capodimonte: la curatrice dei Dipinti e delle Sculture del XIII, XIV e XV sec. Alessandra Rullo ed i restauratori Alessia Zaccaria, Sara Vitulli e Loris Panzavecchia. Per L’Opificio delle Pietre Dure, invece, la soprintendente Emanuele Daffra, la direttrice del settore restauro Dipinti su tela e tavola, Sandra Rossi, ed i restauratori Luciano Ricciardi, con Ciro Castelli e Andrea Santacesaria.
Il San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò di Simone Martini, è entrato nella collezione dell’allora Museo Nazionale (attuale Mann) nel 1921, e poi trasferito al Museo e Real Bosco di Capodimonte nel 1957, anno della nascita del museo nella Reggia. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento la grande opera si trovava nella chiesa francescana di San Lorenzo Maggiore di Napoli, probabile sua collocazione originaria, anche se non mancano ipotesi di una sua provenienza da Santa Chiara o dal Duomo.
Ludovico, il principe angioino figlio di Carlo II e Maria d’Ungheria che aveva rinunciato al trono in favore del fratello Roberto per abbracciare l’ordine francescano, morì nel 1297 e fu canonizzato nel 1317, quando -gli storici concordano- fu eseguita l’opera. Due anni dopo gli Angioini trasferirono alcune delle sue reliquie da Marsiglia a Napoli.
Il dipinto pur se giunto incompleto (i pilastrini, le cuspidi ed una seconda tavola posta in alto sono andati perduti), è di dimensioni monumentali e supera i tre metri di altezza. La tavola, rivestita in foglia d’oro ed in origine tempestata di gemme, presenta Ludovico in trono, col saio francescano che contrasta con le ricche vesti episcopali. Due angeli gli pongono sul capo la corona celeste, mentre egli stesso pone sul capo di Roberto la corona del regno di Napoli. Nella predella, compaiono storie della vita del santo, e la firma del maestro senese: “Symon de Senis me pinxit”, ovvero “Simone da Siena mi dipinse“.
La sfarzosa tavola, si evidenzia, ha anche una enorme importanza storico – politica, perché commissionata per rafforzare il prestigio della casa regnante. Due lignaggi sacri: gli Angioini francesi e gli Arpadi d’Ungheria, si intrecciano insieme nei nuovi governanti del Regno di Napoli, Sicilia e Gerusalemme. E infatti lo stemma del Regno di Gerusalemme compare sulla fibbia che tiene insieme i lembi del piviale di Ludovico, mentre l’ampia cornice blu brillante, ornata di gigli d’oro, forma le diramazioni di questo ramo napoletano della dinastia capetingia francese.
Dal punto di vista artistico, si tratta di una delle grandi opere degli inizi della carriera di Simone Martini, ne dimostra la padronanza tecnica della pittura a tempera su tavola, ma anche la sperimentazione di tecniche adattate da altri ambiti, tra i quali la scultura e la lavorazione del metallo.
Insomma la Cultura partenopea non si ferma, non finisce mai di meravigliare e di lasciare sorpresi nel vantare perle artistiche, uniche nella e per la loro eccellenza.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

UDINE. Svelata dopo oltre mezzo secolo la Madonna operosa di Vitale da Bologna.

Sono finalmente accessibili nel Duomo di Udine i frammenti di affreschi di Vitale da Bologna e maestranze rimasti celati al pubblico fin dal 1970, quando vennero sottoposti ad un restauro preventivo nella Cappella anticamente denominata della Santissima Trinità.
Dopo il recente restauro il percorso di visita del Museo del Duomo si è arricchito di un’ulteriore, preziosa, sezione di pittura trecentesca.
Il grande ciclo di affreschi vitaleschi, realizzati tra 1348 e 1349 dal maestro emiliano, chiamato nella cittadina friulana dal patriarca Bertrando a rinnovare il tessuto di storie bibliche della Cattedrale, con la riforma del coro iniziata nel 1709, che dotò l’edificio di una veste più moderna, andarono in gran parte perduti fatta eccezione per gli affreschi della Cappella di San Nicolò, con scene della vita e delle esequie del santo, che furono staccate e sono oggi visibili nel Battistero. L’iconografia originaria venne ripresa nel ciclo speculare di scuola vitalesca nel Duomo di Spilimbergo dove si è conservato fino ad oggi.
Non sono invece mai stati visibili al pubblico i resti frammentari di affreschi della Cappella della Santissima Trinità o, per meglio dire, del poco che rimane di quella cappella, sacrificata e relegata, per metà, ad un andito di passaggio con scala per raggiungere l’organo monumentale di Pietro Nanchini (del 1745), per l’altra metà occupata dall’erezione del muro di appoggio dell’attuale Cappella del Santissimo Sacramento affrescata nel 1726 da Giambattista Tiepolo.
Gli spazi restituiti e restaurati offrono alla vista su due pareti, salendo la scala che conduce all’organo, affreschi frammentari raffiguranti l’Annunciazione, sulla parete laterale, e la Crocifissione, su parte della parete di fondo, dove rimane anche una delle due monofore originali che fa entrare la luce nell’ambiente. Sopravvive anche un frammento di imposta della volta a crociera con costoloni che ricopriva la cappella.
Nell’Annunciazione la Madonna è raffigurata sorpresa dall’Angelo mentre sta per afferrare il rocchetto del filo dal tavolo da lavoro. Questo elemento iconografico è riconducibile sia al tema della Madonna operosa già trattato da Vitale da Bologna (ad esempio nella «Madonna del ricamo» staccata dell’abside della Chiesa di San Francesco a Bologna e nella tavola del Maestro conservata a Milano nel Museo Poldi Pezzoli) sia a quello dell’Annunciata operosa, presente in Friuli negli affreschi trecenteschi della Chiesa di San Giorgio in Vado a Rualis (Cividale del Friuli), realizzati da maestranze vitalesche.
Della Crocifissione si conserva solo una porzione dell’iconografia in alto a sinistra, con il volto di Cristo e parte del costato, due angeli ed il nido del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i propri piccoli, quest’ultimo scoperto durante l’ultimo restauro. L’affresco è stato accostato alla «Crocifissione» del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid ed al frammento di «Crocifisso» della Chiesa di San Martino a Bologna, entrambi di Vitale.
Il recente restauro, realizzato da Esedra sotto la guida della direttrice del Museo del Duomo Maria Beatrice Bertone (con l’apporto storico critico di Cristina Vescul e la supervisione della Soprintendenza), ha migliorato quanto intrapreso negli anni Settanta dal restauratore aquileiese Gino Marchetot, grazie al quale la conservazione di quanto sopravvissuto è arrivata fino ad oggi.
I lacerti non presentavano una situazione di degrado ma, spiegano i restauratori, «piccoli danni diffusi, che insieme ai depositi di polvere e sporco rendevano la visione degli affreschi estremamente sfocata e disturbata. Si è ritenuto quindi necessario un nuovo intervento, necessario per ridare definizione e leggibilità a quanto delle immagini era ancora conservato».
I lavori sono stati finanziati da Regione Friuli Venezia Giulia e da Fondazione Friuli.

Autore: Melania Lunazzi

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 21 luglio 2025