Archivi categoria: Restauri e recuperi

CATANIA. Da un muro scrostato emerge un lacerto di affresco. Recuperata l’intera, splendida opera del rococò siciliano.

Non è solo la scoperta di un’opera d’arte venuta alla luce dopo oltre quattrocento anni di storia; è la restituzione alla collettività di un capolavoro pittorico che racconta l’excursus culturale di un edificio che, attraverso la sua intricata evoluzione istituzionale e architettonica, è oggi testimonianza di memoria: dal periodo post-sismico ai bombardamenti bellici, passando per la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, passati in mano allo Stato per “fini di pubblica utilità” con l’avanzare della modernità. È questa la storia dell’affresco settecentesco inaugurato oggi presso l’Archivio di Stato di Catania, rinvenuto fortuitamente nei depositi al piano terra dell’edificio di via Vittorio Emanuele, che dal 1868 ospita scaffalature contenenti volumi, carte sciolte, pergamene, mappe.
«Proprio in questa sala, nella penombra, da un pezzo di muro scrostato apparve lo sguardo mite e luminoso della Madonna in preghiera – ha sottolineato la direttrice dell’Archivio Maria Nunzia Villarosa – da quel momento in poi si spalancò una finestra sul culto e la cultura catanese. Quel locale, infatti, era la “chiesa nella chiesa” del Convento domenicano di S. Caterina da Siena, primitivo sito di preghiera della congregazione del SS Rosario. L’opera d’arte, unica nel suo genere, è venuta interamente alla luce e restaurata grazie ai fondi dell’8 per mille dell’Irpef a diretta gestione della presidenza del Consiglio dei ministri. Un ringraziamento va a chi mi ha preceduta, e in particolare ad Aldo Sparti, Cristina Grasso e alla compianta Anna Maria Iozzia, per aver voluto restituire alla città questo capolavoro, che esprime ai massimi livelli l’aspirazione alla bellezza e alla grandezza divina, attraverso genialità, intelligenza e maestria pittorica della scuola barocca».
La nuova sala degli Affreschi – che raffigura personaggi cari alla tradizione domenicana, insieme alla Madonna, a Sant’Agata e Santa Lucia – è stata dedicata a Matteo Gaudioso (1892 – 1985), storico, professore universitario e direttore dell’Archivio di Stato di Catania: «Oggi è un giorno molto importante per la città di Catania – ha sottolineato il sindaco Salvo Pogliese – perché si restituisce alla collettività un patrimonio d’inestimabile bellezza, attraverso un percorso sinergico fra le varie istituzioni coinvolte. Un tassello aggiuntivo dello splendido mosaico che è il patrimonio culturale e artistico della nostra città; un’opera carica di quel fervore artistico e religioso post-sismico che è parte della nostra memoria cittadina».
Al momento l’autore più accreditato degli affreschi – paragonabili per bellezza e interezza solo a quelli della chiesa di San Benedetto – sembra essere il pittore messinese Vincenzo Tuccari, del quale è assolutamente certo il quadro datato 1709, che si trova nella chiesa di “Santa Domenica” a Taormina e che raffigura la “Madonna della Lettera”, i cui tratti presentano incredibili rassomiglianze con la Madonna della Sala degli Affreschi.
«Questo ritrovamento ci inorgoglisce – ha continuato la sovrintendente di Catania Donatella Aprile – oggi è una giornata importante per la città, ma anche per l’arte italiana e per il restauro, che consente – com’è avvenuto in questo caso – di recuperare e valorizzare Beni Culturali ereditati da un glorioso passato».
«La scoperta di questo affresco arricchisce il nostro territorio di un nuovo importante tesoro – ha aggiunto l’assessore alla Cultura del Comune di Catania Barbara Mirabella – uno spazio d’arte di cui dobbiamo andare fieri; una riscoperta che s’innesta nel delicato e importante processo di rigenerazione, riqualificazione e apertura alla città dei luoghi culturali, vettori di identità e bellezza».
«Culto e cultura devono camminare insieme, armonicamente, pur nella loro legittima e necessaria autonomia – ha concluso l’Arcivescovo di Catania Monsignor Salvatore Gristina – la Chiesa è lieta di aver potuto consegnare quest’immagine divina, mi auguro che possa continuare questa sinergia tra le diverse anime della città». Gristina ha dunque ricordato il discorso di Paolo VI agli Artisti: “Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile”.
Durante l’evento, coordinato dal ragioniere Salvatore Tomarchio – che ha visto l’esibizione del coro Ensemble Cantemus Domino, diretto dal Maestro Pietro Valguarnera – gli interessanti interventi tecnici di Roberta Carchiolo (Soprintendenza Catania) e del direttore dei lavori Maria Carmen Genovese (Sovrintendenza archivistica della Sicilia, Archivio di Stato di Palermo). Presente anche l’assessore comunale Sergio Parisi.

Fonte: www.stilearte.it, 23 dic 2021

VENARIA REALE (Torino). Esposizione del dipinto restaurato di Palma il Giovane “Celebrazione della vittoria della Battaglia di Lepanto”.

In occasione del quattordicesimo anno di apertura, La Venaria Reale presenta il restauro del prezioso dipinto di Palma il Giovane (1548/50 – 1628) dedicato alla Celebrazione della vittoria della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, allestito presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto da alcuni mesi.
Si tratta di un quadro di dimensioni gigantesche (335 x 671,5 cm), in prestito dalla Villa San Remigio di Pallanza sul lago Maggiore, acquistata nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania.
L’opera, realizzata per la Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico di Brescia distrutta nel 1883, a 450 anni dall’evento che raffigura è ritornata splendidamente leggibile grazie ad un accurato intervento che per quasi 2 anni ha impegnato 10 restauratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
Il restauro è stato sostenuto da: Ministero della Cultura, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, Comune di Verbania.
Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli.

Info:
Cappella di Sant’Uberto, Reggia di Venaria Reale, fino a Domenica, 09 Gennaio 2022
L’esposizione è inclusa nel percorso di visita ed è visitabile con i biglietti Reggia e Tutto in una Reggia.

VENARIA REALE (To). Esposizione del dipinto restaurato di Palma il Giovane.

In occasione del quattordicesimo anno di apertura, La Venaria Reale presenta il restauro del prezioso dipinto di Palma il Giovane (1548/50 – 1628) dedicato alla Celebrazione della vittoria della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, allestito presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto da alcuni mesi.
Si tratta di un quadro di dimensioni gigantesche (335 x 671,5 cm), in prestito dalla Villa San Remigio di Pallanza sul lago Maggiore, acquistata nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania.
L’opera, realizzata per la Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico di Brescia distrutta nel 1883, a 450 anni dall’evento che raffigura è ritornata splendidamente leggibile grazie ad un accurato intervento che per quasi 2 anni ha impegnato 10 restauratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
Ancora una volta la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto presenta una importante opera restaurata, la monumentale tela con la Battaglia di Lepanto del celebre pittore veneto Palma il Giovane, qui allestita da alcuni mesi dopo un impegnativo intervento del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, durato quasi due anni e realizzato grazie anche al contributo del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.
L’esposizione si inserisce nel filone di attività della Reggia di Venaria legate al progetto Salva Italia dell’Arte e della Cultura, inaugurato nel 2012 dalla piccola mostra dossier dedicata al restauro della Crocifissione di Tintoretto dei Musei Civici di Padova, e finalizzato al recupero e alla valorizzazione di opere, magari poco note, del patrimonio artistico italiano.
Il quadro fa parte della collezione della Villa San Remigio a Pallanza sul Lago Maggiore, acquisita nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania. Da qui provengono anche le due Allegorie di Paolo Veronese, che dal 2014 fanno bella mostra di sé alla Reggia di Venaria, costituendo così un importante nucleo di opere venete.
Si tratta di un dipinto di destinazione sacra, come dichiara la processione di confratelli domenicani, che portano la statua della Madonna del Rosario, a cui la battaglia di Lepanto fu consacrata. Tale presenza rimanda all’originaria provenienza. Venne infatti commissionato a Palma il Giovane, pronipote del più noto Palma il Vecchio, insieme a un’altra tela raffigurante Le anime del Purgatorio, perduta, per la cappella del Rosario della chiesa di San Domenico a Brescia, distrutta nel 1883.
La grande tela celebra la vittoria navale del 7 ottobre 1571 che contrappose le potenze cattoliche occidentali e l’Impero ottomano per il controllo del Mediterraneo e che presto divenne un evento simbolico e di propaganda. Presenta uno spazio tripartito verticalmente e orizzontalmente, con la sanguinosa battaglia relegata al secondo piano, in un mare buio che ribolle tra scontri di galere e soldati, incendi e fumi d’artiglieria, tracciata da una pittura veloce e sfaldata.
In primo piano, i vincitori. Gruppi plastici di tre figure si ripetono in sequenza, con veri ritratti lavorati da colore e luce. Al centro, i tre promotori della Lega Santa, Filippo II re di Spagna, papa Pio V e Alvise I Mocenigo doge di Venezia, in atto di ringraziamento, con i rispettivi simboli del potere poggiati sul sontuoso tappeto orientale: la corona, la tiara e il copricapo dogale. A sinistra, le tre Virtù teologali, Carità, Speranza e Fede. A destra, i tre ammiragli che vinsero la flotta musulmana nel golfo di Corinto: Marcantonio II Colonna, don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier; infine, l’autoritratto di Palma il Giovane. E ancora, nella parte alta, decurtata, comparivano su nuvole la Trinità, la Vergine e Santa Giustina, patrona dell’evento, accompagnati da angeli, visibili in un bozzetto di collezione privata. Di questo stuolo celeste non resta che un braccio a reggere un frammento di una palma della vittoria.
Di ritorno a Venezia dopo il soggiorno romano, Palma era ormai un affermato maestro sullo scorcio del Cinquecento e inizio Seicento nel panorama pittorico della città lagunare, capace di reinterpretare il linguaggio di Tiziano e Tintoretto. A queste date l’artista, dalla produzione vastissima, si era già misurato su tematiche celebrative, coinvolto in cicli di grande prestigio, come quello della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Tra i molti committenti figurava anche il duca Carlo Emanuele I di Savoia che nel 1582 gli affidò l’incarico di celebrare il padre Emanuele Filiberto con il dipinto raffigurante la Battaglia di San Quintino (Torino, Musei Reali-Palazzo Reale).
Opera matura, dunque, la Battaglia di Lepanto per vicende ancora da ricostruire entrò, probabilmente già a fine Ottocento, nelle collezioni del marchese Silvio della Valle di Casanova e della moglie Sophie Browne conservate nella loro Villa con parco arredata in stile neorinascimentale.
Le ricerche svolte in anni recenti (Cristina Moro, 2014) hanno consentito di identificare e riportare alla luce quest’opera che si credeva ormai perduta. Forse è proprio per adattare il telero, con la cornice dorata, alla parete della sala della Musica di Villa San Remigio, che è stata tagliata la metà superiore. Così appare nelle foto storiche che mostrano inoltre, accanto al telero, proprio le due Allegorie di Veronese, anche queste «scoperte» grazie agli ultimi studi.
Il restauro è stato realizzato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (Bando «Cantieri diffusi» 2018), dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, dal Comune di Verbania e dai fondi del 5 per mille del Ministero della Cultura. Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli.

Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (Venezia, 1548/1550 circa – 1628), La Battaglia di Lepanto, olio su tela, fine XVI – inizio XVII sec., cm 331×671,5. Pallanza (Verbania), Villa San Remigio, Regione Piemonte (in comodato alla Città di Verbania), esposto alla Reggia di Venaria, Sacrestia.

Info:
Cappella di Sant’Uberto, fino a Domenica, 09 Gennaio 2022
La data di chiusura dell’esposizione è indicativa e potrebbe pertanto subire variazioni.
L’esposizione è inclusa nel percorso di visita ed è visitabile con i biglietti Reggia e Tutto in una Reggia.

ROMA. Progetto RePAIR: infrastruttura robotica ricostruisce affreschi distrutti.

Robotica e archeologia si uniscono dando vita al progetto RePAIR, acronimo di Reconstruction the past: Artificial Intelligence and Robotics meet Cultural Heritage. Si tratta di un’infrastruttura robotica munita di braccia meccaniche, capace di scansionare parti di affreschi e riconoscerli mediante un sistema di ultima generazione di digitalizzazione 3D, in grado di trovargli il giusto posizionamento sul mosaico originale.
La prima sperimentazione di RePAIR durerà tre anni e all’inizio coinvolgerà gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori al Lavoro nell’Insula dei Casti Amanti, già deteriorati a causa dell’eruzione del ’79 d.C. e in seguito distrutti dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Il team di specialisti nelle pitture murali dell’Università di Losanna, guidato dal professor Michel E. Fuchs, è già a lavoro su un’iniziativa di ricerca e ricostruzione manuale, cominciata nel 2018.
L’avvio del nuovo progetto, che si svolgerà contemporaneamente e in costante dialogo con quello attualmente attivo, permetterà di mettere a confronto i due metodi di lavoro e i rispettivi esiti.
Verrà in seguito sottoposto a sperimentazione un secondo caso, quello dei frammenti degli affreschi della Schola Armaturarum, ancora non reinseriti e deteriorati dopo il crollo dell’edificio nel 2010 a causa di un dissesto idrogeologico.
Un’iniziativa audace, caratterizzata da molte ricerche e competenze tecnologiche, che ha come fine quello di porre fine a una problematica antica, come ha affermato il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel: «Le anfore, gli affreschi, i mosaici, vengono spesso portati alla luce frammentati e quando il numero dei frammenti è molto ampio, con migliaia di pezzi, la ricostruzione manuale ed il riconoscimento delle connessioni tra i frammenti è quasi sempre impossibile o comunque molto laborioso e lento. Questo fa sì che diversi reperti giacciano per lungo tempo nei depositi archeologici, senza poter essere ricostruiti e restaurati, e tantomeno restituiti all’attenzione del pubblico».
Il progetto RePAIR è stato finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 con 3 milioni e mezzo di euro e può contare sul sostegno interdisciplinare di istituzioni – il Parco Archeologico di Pompei e il Ministero della Cultura – e vari player della robotica e della computer vision: l’Università Ca’ Foscari di Venezia come ente coordinatore, la Ben-Gurion University of the Negev di Israele, la Rheinische Friedrich Wilhelms Universitat di Bonn in Germania, l’Iit – Istituto Italiano di Tecnologia – e l’Associação do Instituto Superior Técnico Para a investigação e Desenvolvimento del Portogallo.
«Sarà una sfida tecnologica molto complicata che riguarderà tre fasi. La prima è la scansione di tutti i pezzi dell’affresco con migliaia di pezzi che dovranno essere catalogati. In questo contesto abbiamo dovuto affrontare il problema che riguarda la manipolazione robotica, che non deve danneggiare i frammenti. Per questo useremo la tecnologia “soft robotic”, capace di agire in maniera estremamente delicata sui pezzi dell’affresco. La terza fase, la più complicata, coinvolgerà il machine learning e l’intelligenza artificiale e riguarderà la risoluzione del puzzle, sfruttando le informazioni acquisite che riguardano dimensioni, geometria e colore dei frammenti. In questa fase la macchina avrà bisogno di integrare quello appreso dalla scansione con l’expertise dell’equipe che già stava lavorando. Sarà dunque fondamentale il supporto degli archeologici, che con i loro feedback aiuteranno la macchina nel risolvere il rompicapo», dichiara il professor Marcello Pelillo, ordinario di Computer Science dell’Università Ca’ Foscari, che guida l’iniziativa.
Una collaborazione che, probabilmente, sarà essenziale per rivelare ciò che, senza l’aiuto robotico, sarebbe rimasto nascosto.

Autore: Ilaria Inchingolo

Fonte: www.qaeditoria.it, 22 set 2021

ROMA. La Cappella dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini. Sette mesi di restauri, ecco i risultati.

La cappella è una grande macchina barocca di Gian Lorenzo Bernini, in cui tutto vibra ed esplode di luce e di forme.
Il restauro di questo complesso – concluso nei giorni scorsi – porta in maggior evidenza, con la forza dell’interlocuzione di un dispositivo possente, L’Estasi di santa Teresa d’Avila, la scultura in marmo e bronzo realizzata dal grande artista-architetto, tra il 1645 e il 1652 e collocata nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. La statua della santa e dell’angelo ricevono un potenziamento dall’intera struttura ideata da Bernini, all’interno della quale corpi di marmo rilucono come sensuali perle preziose.
I lavori di ripulitura e di consolidamento – che per la prima volta hanno riguardato l’intera cappella – si sono conclusi in poco più di sette mesi. Con risultati sorprendenti con tanti particolari nascosti che tornano alla luce; dai quattro riquadri in stucco dorato che raccontano i momenti clou nella vita della santa, fino all’affresco con la raffigurazione dell’Empireo che la attende, ripulito da uno strato dal nerofumo che ne offuscava figure e colori fin dal 1833, l’anno in cui un incendio quasi distrusse l’opulenta chiesa dei carmelitani.

Fonte: www.stilearte.it, 22 ott 2021

NAPOLI. La Basilica della Pietrasanta riapre al pubblico.

Se la scorsa estate l’Associazione Pietrasanta, che gestisce il LAPIS Museum, ha coraggiosamente inaugurato un nuovo tratto del percorso sotterraneo nell’anno del Covid, per il 2021 ci sono altre e importanti novità, tra cui il restauro del pregiato pavimento maiolicato del piano basilica.
Realizzato nel XVIII secolo dalla Bottega di Donato e Giuseppe Massa, “mastri riggiolari”, autori del famoso Chiostro Maiolicato di Santa Chiara, il pavimento è stato pazientemente restaurato nei mesi del lockdown da un team di giovani restauratrici della Cooperativa Artes.
IL PERCORSO SOTTERRANEO DELLA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE ALLA PIETRASANTA
LAPIS-Museum-Napoli.-Photo-Marcello-Erardi-2021-_3-560x420Si arricchisce ulteriormente il percorso sotterraneo, le cui cisterne greco-romane sono oggi dotate di un innovativo impianto illuminotecnico che, attraverso giochi di luci e colori, ne valorizza volte e i volumi. Diversi scenari e nuance che sorprendono, consentendo di vivere un’esperienza unica.
Nasce così il Museo dell’Acqua, che si estende lungo un Decumano Sommerso, che segue quello del mondo di sopra, il decumano maggiore di Via dei Tribunali.
Il progetto è stato realizzato in collaborazione con ABC Napoli, l’azienda idrica napoletana che ha permesso a queste antiche cisterne greco-romane di funzionare ancora. Acqua e ruscellamenti contribuiscono così alla narrazione de Le Vie dell’Acqua – dal Serino al Decumano Sommerso, primo modulo di un progetto scientifico più ampio destinato a crescere, che racconta la storia dell’acquedotto che per millenni ha alimentato le case dei napoletani.
A chiudere, almeno per ora, il cerchio delle grandi opere compiute dall’Associazione Pietrasanta Polo Culturale ONLUS c’è anche la realizzazione di quello che è già stato definito il primo ascensore archeologico per le cavità greco-romane di Napoli.
Finanziato dalla Regione Campania, questo straordinario progetto è stato realizzato con il sostegno dell’Istituto di Credito Sportivo e dell’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi Civili). L’ascensore rende in questo modo il sottosuolo di Napoli maggiormente accessibile, compiendo un viaggio profondo 35 metri e lungo ben 2mila anni di storia.
ARCHEOLOGIA E SECONDA GUERRA MONDIALE A NAPOLI
LAPIS-Museum-Napoli.-Photo-Marcello-Erardi-2021-_4-560x420L’area archeologica della Basilica della Pietrasanta custodisce le evidenze archeologiche dell’Antico Tempio della dea Diana sopra il quale è stata costruita, ma anche degli interessanti mosaici e opus reticulatum che qui testimoniano la presenza di un’estesa insula romana e di antiche domus di pregio.
Si prosegue poi verso i ricoveri antiaerei che, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, hanno permesso a migliaia di napoletani di trovare la salvezza durante i bombardamenti, con ambienti che restituiscono le atmosfere e le condizioni di chi viveva nelle viscere della terra pregando di trovare la salvezza.
Dopo anni di abbandono e degrado, il Complesso, di cui fanno parte l’adiacente Cappella del Santissimo Salvatore, al cui interno è possibile ammirare una bellissima pala di fine Quattrocento, e la Cappella dei Pontano, monumento funebre, capolavoro dell’architettura rinascimentale napoletana, rinasce come importante polo culturale, punto di riferimento per importanti esposizioni ed eventi d’arte.
E sono già centinaia i visitatori accorsi nei weekend di apertura al pubblico, che si sono immersi in quella che oggi è una visita esperienziale capace di coinvolgere i sensi e di farci compiere un viaggio della storia di Napoli.

Autore: Mariano Cervone.

Fonte: www.artribune.com, 8 lug 2021

FIRENZE. Riapre al pubblico il Battistero.

Il Battistero di Firenze ha riaperto al pubblico, e per la prima volta è possibile vedere restaurate quattro delle otto pareti interne in marmo bianco e verde di Prato con i mosaici raffiguranti profeti, santi vescovi e cherubini, realizzati fra il primo e il secondo decennio del Trecento.
Addossato a uno dei quattro lati restaurati, il monumento funebre dell’antipapa Giovanni XXIII, opera di Donatello e Michelozzo, risplende liberato dalle polveri superficiali che coprivano la doratura della figura bronzea.
Durante gli otto mesi di chiusura, in parte dovuta alle misure adottate per il contenimento della pandemia da Covid-19, i lavori di restauro del Battistero sono andati avanti. Nel frattempo è iniziata anche la manutenzione dell’antico pavimento che terminerà con il restauro di una preziosa porzione in tarsie marmoree.
Da fine gennaio 2021, smontati i ponteggi sui lati restaurati, in contemporanea sono stati rimontati sugli altri da restaurare, dove in questo periodo sono in corso le indagini diagnostiche.
Iniziato nel 2017, dopo aver finito quello delle facciate esterne e del manto di copertura due anni prima, il restauro delle pareti interne del Battistero terminerà entro la fine dell’anno, salvo imprevisti. Diretto e finanziato dall’Opera di Santa Maria del Fiore con un investimento globale di circa 2 milioni di euro, il restauro è condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, e la collaborazione per le indagini diagnostiche con Università italiane e laboratori specialistici.
Il progetto odierno non riguarda il restauro dei mosaici della Cupola che saranno oggetto di un successivo restauro.

Info: https://duomo.firenze.it

Fonte: www.artribune.com, 8 lug 2021

ROMA. I mille volti del genio Rembrandt, in un capolavoro ritrovato.

Un evento casuale è alla base del riconoscimento di una Adorazione dei Magi come autentica opera di Rembrandt (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669). Il quadro era custodito in una collezione privata a Roma, quando ebbe bisogno di un restauro; ma la restauratrice, Antonella Di Francesco, si accorse di qualcosa. Da quel momento iniziò una serie di accertamenti sulla paternità dell’opera, fino alla conclusione, presentata all’Accademia di Francia, a Villa Medici, nel corso di un simposio: il quadro è opera del grandissimo pittore olandese.
Il presidente della Fondazione Patrimonio Italia, Guido Talarico ha aperto l’incontro di presentazione: “La Fondazione sostiene i giovani artisti contemporanei con il Talent Prize. Con il progetto Discovering Masterpiece, vogliamo, invece, contribuire a far riemergere tanti tesori sconosciuti”, spiega Talarico. “Trovare un Rembrandt in Italia non è cosa di tutti i giorni”, prosegue, “ma questa scoperta è il frutto di studi durati anni”. Il professor Marco Mascolo, storico dell’arte e autore del volume “Rembrandt, un artista nell’Europa del Seicento”, ha inquadrato storicamente e iconograficamente l’opera, che, secondo lo studio, iniziato nel 2016, risale al 1633: “È l’anno in cui Rembrandt si trasferisce da Leida ad Amsterdam, all’epoca la seconda capitale d’Europa per numero di abitanti, una città che vive anche del mercato artistico”, racconta Mascolo. In quel periodo il pittore olandese inizia a realizzare una serie di grisalle, di acqueforti e oli su carta e cartoncino che rappresentano le cosiddette serie a tema di Rembrandt: la Crocifissione, San Giovanni Battista, l’Ecce Homo e anche l’Adorazione dei Magi. Il quadro scoperto nella collezione romana è un olio su carta applicato su tela, composto con diverse velature sovrapposte su un disegno di base.
Di questa composizione de L’Adorazione dei Magi di Rembrandt sono note altre tre versioni: due sono conservate all’Hermitage di San Pietroburgo ed una al Konstmuseum di Göteborg. Prosegue il professor Mascolo: “Sono emersi anche una serie di “ripensamenti” da parte dell’autore, tanti disegni diversi e veloci fino a giungere ad una solidità formale della composizione. Questi studi, benché approfonditi, sono solo un primo passo. Il dipinto dovrà essere confrontato a lungo con le altre versioni”, conclude lo storico dell’arte. Peter Matthaes, a Milano dirige il Museo di Arte e Scienza, che possiede (oltre ad una nutrita collezione d’arte della famiglia Matthaes) macchinari di ultima generazione per l’analisi scientifica delle opere, soprattutto dal punto di vista fotografico: dalla macchina fotografica con un sensore da sei milioni di pixel, per immagini ad altissima risoluzione, fino al microscopio trinoculare. Con questi strumenti si è proceduto alla scoperta dei vari strati di materiali usati per il dipinto. Stefano Ridolfi, fisico per i Beni Culturali e docente all’università La Sapienza di Roma, ha parlato di un nuovo brevetto anticontraffazione messo a punto proprio in occasione dello studio effettuato sul dipinto della collezione romana. “Una sorta di impronta digitale dell’opera”, spiega Ridolfi. Francesca Bottacin, storica dell’arte e docente di Storia dell’arte fiamminga e olandese all’Università di Urbino “Carlo Bo”, riconduce il discorso sul ruolo del critico e dello storico dell’arte: “Rembrandt stesso si faceva beffa della critica della sua epoca; e spesso firmava i quadri dei suoi allievi per aumentarne il valore. Tuttavia, possiamo dire che i criteri scientifici provano ciò che non è; per stabilire fino in fondo ciò che è, è necessario l’occhio dello storico dell’arte”. Infine, il presidente della Fondazione Abraham Teerlink e presidente dell’Advisory board di Fondazione Patrimonio Italia, Alessandro Caucci Molara, ha concluso l’incontro evidenziando una serie di elementi che accrediterebbero la superiorità stilistica dell’opera di Roma, rispetto a quelle analoghe conservate nei musei: “Il dipinto romano mostra un numero altissimo di velature; i disegni sottostanti ai dipinti di Göteborg e dell’Hermitage si rivelano una copia degli schizzi di Roma. Inoltre, le diverse versioni del disegno testimoniano un lavoro che sarebbe stato impossibile per una semplice replica”, conclude Caucci Molara.

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.artribune.com, 26 giu 2021