Archivi categoria: Promozione e Valorizzazione

GENOVA. 140 anni di ingegneria navale: un patrimonio culturale da riscoprire.

In occasione dei 140 anni della fondazione della Regia Scuola Superiore Navale, inaugurata il 16 gennaio 1871, la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova, che da essa ha avuto origine, ha messo in campo una serie di iniziative e celebrazioni che hanno coinvolto istituzioni e realtà pubbliche e private a vari livelli.
In quest’ambito è nato il Progetto DUILIOShip, che ha come scopo la conservazione e valorizzazione del riccopatrimonio scientifico e storico ereditato dalla Scuola, costituito da un ampio fondo comprendente libri antichi e rari, modelli navali ottocenteschi, progetti e disegni, strumenti di misura e calcolo: materiali originariamente utilizzati a fini didattici e che oggi presentano anche un interesse documentale.
Partendo dall’esigenza di catalogazione e conservazione degli oggetti, è stato predisposto un repository per le collezioni digitali e, parallelamente, un portale web per la navigazione dei contenuti attraverso percorsi tematici, di facile fruizione per i visitatori del sito.
E’ stata prestata particolare attenzione alla strutturazione dei contenuti e agli strumenti scelti per la loro pubblicazione, per facilitare l’interoperatività con altri portali culturali nazionali e internazionali (CulturaItalia ed Europeana). Nella ideazione del progetto, inoltre, si è voluto dare rilievo al complesso intreccio di relazioni e legami con il più ampio contesto della navigazione in ambito genovese e ligure, intendendo offrire ai numerosi centri di cultura marittima e navale presenti in Liguria una piattaforma adatta ad ospitare contenuti relativi al loro patrimonio.
Sul portale, inaugurato in versione beta nel dicembre scorso, si possono trovare informazioni e gallerie fotografiche relative agli eventi già realizzati: il patrimonio librario antico ed una selezione del materiale storico sono stati infatti protagonisti di varie mostre, finalizzate a renderli noti ad un pubblico di specialisti e non.
Una carrellata su questo materiale è anche disponibile attraverso unvideo, accessibile dalle pagine del portale, che racconta per immagini la storia della Regia Scuola ed il contesto in cui si è sviluppata.
Tra i risvolti positivi di questo lavoro, ancora solo agli albori, c’è sicuramente l’aver acceso un faro sul ricchissimo e spesso poco valorizzato patrimonio custodito dalle Università, sedi insostituibili della ricerca e della trasmissione del sapere.

Info:
Progetto DUILIOShip – Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova

 

Link: http://www.duilioship.it

Email: duilioship@csb-ing.unige.it

FABRIANO – Campodonico (An). Le opere del maestro a San Biagio in Caprile.

L’abbazia di S. Biagio in Caprile (Campodonico) fu fondata intorno al 1030 dai Conti di Nocera e di Gualdo che in quel periodo governavano in condominio la valle di Salmaregia.
Nel 1060, per mancanza di religiosi, passò sotto le dipendenze di S. Maria d’Appennino che provvide ad  inviarvi una piccola comunità di religiosi.
Il termine ‘Caprile’ gli fu dato per l’esistenza nei paraggi di stalle di capre.
Intorno al 1198 figura affiliata alla vicina abbazia di S. Michele (poi S.Angelo) d’infra ostia, fondata prima del mille da un ramo degli Atti di Nocera, conti di Colleoccio.
S. Biagio in Caprile già nel 1109, con la donazione dei patroni Oderisi, Atto e Bocco, conti di Nocera, possedeva diverse proprietà nelle località di Cellerano, Torre, Molinaccio e Camportigiano.
Nel 1300 allargò i suoi possedimenti a Salmaregia, Campodonico, Sasso, Colle, Campottone, Trufigno, Tegulario, Cima Mitula esercitando così la sua giurisdizione su numerosi vassalli e chiese.
Il cenobio fu protetto da diverse importanti famiglie come i Trinci di Foligno nelle persone di Paolo e Ugolino, i Chiavelli nella persona di Tommaso, i Bartoluccio da Foligno e Rinaldo di Rodolfo nobile fabrianese.
Ebbe monaci d’alto rango e cultura come D. Morico, D. Bartoluccio e D. Giovanni chiamato Vanne, figlio del nobile Rinaldo.
Nel XIV secolo le continue liti per i diritti al pascolo con i castelli d’Orsara, Salmaregia, Belvedere e Gualdo, sorte a seguito dell’affrancazione, determinarono l’inizio della sua decadenza.
Nel 1443, un incendio lo distrusse insieme all’archivio ed il complesso, rimasto privo di monaci, passò per volere d’Eugenio IV alla Congregazione Silvestrina.
Nel 1665 fu elevata ad abbazia titolare e nel 1810 fu venduto a privati.
Oggi l’abbazia  è stata completamente restaurata ed è adibita ad ostello per i turisti che desiderano immergersi nel tempo passato e conoscere la storia e il territorio circostante.
La chiesa di stile romanico a pianta rettangolare era un tempo ornata dai famosi affreschi dell’anonimo maestro di S. Biagio in Caprile che i massimi esperti riconoscono come il caposcuola della pittura fabrianese della prima metà del XIV secolo.
L’ espressione a noi conosciuta dell’ingegno di questo pittore sono appunto gli affreschi di S.Biagio in Caprile, rappresentanti la Crocifissione, l’Annunciazione e S.Pietro e Paolo, oggi conservati nella Galleria Nazionale d’Urbino.
Sotto l’opera della Crocifissione vi è riportata la  scritta latina in caratteri gotici: ‘HOC OP. FACT. FUIT TEMPORE D. P. AB. ANNO D. MCCCXLV’ (Questa opera fu fatta al tempo dell’abate D. Pietro, nell’anno del Signore 1345).
Questo personaggio ricalca nelle sue opere gli schemi della pittura del primo periodo del 1300, ovvero quelli della scuola Giottesca, Senese e Riminese, dimostrando quindi di conoscere quanto avveniva in termini pittorici nell’Italia centrale (Giotto, Simone Martini, Lorenzetti, Guido da Rimini).
In tali affreschi si evidenziano un’originale posizione prospettica dell’immagine, l’uso di una nuova tavolozza cromatica, con la rappresentazione di figure celesti e terrene in adorazione e con volti ed atteggiamenti tragici quasi a voler ricordare la dura esistenza terrena dell’uomo per guadagnarsi il paradiso.
Così l’espressione dei volti, oltre ad essere carica d’umanità, è perfettamente in armonia con il tema trattato e gli stessi personaggi sono modellati con forme nuove che indicano le prime evoluzioni dello stile del 1300’.
Queste importanti opere devono ritornare nella loro sede originaria, completamente restaurata, in modo che possano esprime il massimo valore artistico creato dal maestro di Campodonico per l’abbazia.
A suo tempo il trasferimento a Urbino fu fatto in quanto gli affreschi erano in situazioni precarie e fu garantito, a restauri compiuti, il ritorno alla sede originaria.
Oggi anno 2010, le condizioni per il collocamento delle opere presso l’abbazia ci sono, non rimane che le autorità e le associazioni preposte facciano la loro parte e prendano come esempio la vicenda dei Bronzi di Pergola e di altri capolavori.
Oggi al turista che entra nel complesso si presenta una chiesa spoglia, senza opere e chiaramente la vista rimane deludente.
In alternativa al ritorno delle opere originali si potrebbe mettere delle gigantografie sulle pareti dove erano originariamente gli affreschi in modo da dare una certa immagine all’abbazia.
Questa seconda proposta è indirizzata agli sponsor che in passato hanno fatto altri interventi simili sul nostro patrimonio culturale.   

Autore: Federico Uncini – hooks79@alice.it

Fonte: Pianeta Appennino, 28/05/2010

TORINO. Un quartiere un palazzo e tre musei: San Salvario.

San Salvario non è stato solo un quartiere residenziale, commerciale, industriale: fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento è stato anche il principale polo della ricerca scientifica torinese.
Qui si sono sviluppate la ricerca botanica e la sperimentazione agraria: dalla creazione dell’Orto botanico nel 1729, all’insediamento dei Vivai Burdin nel 1822, e delle Serre municipali tra il 1871 e il 1926, nello stesso isolato che, dal 1886, accoglie l’Accademia di Agricoltura con i suoi Orti sperimentali e, non lontano, in via Ormea 47, dal 1895, anche la Stazione di Chimica agraria.
Dal 1859 il Castello del Valentino – ora sede delle due Facoltà di Architettura – ospita la Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, primo nucleo dell’attuale Politecnico, mentre nel Parco si svolgono le grandi Esposizioni, prima cittadine, poi nazionali e internazionali, di cui il Borgo medievale è il principale, ma non certo il solo loro lascito.
Dal 1885, tra corso Massimo d’Azeglio e via Giuria, viene costruita la «Città della Scienza» con le nuove sedi per gli istituti scientifici dell’Università, al cui fianco, dal 1931, sorge l’Istituto Elettrotecnico nazionale Galileo Ferraris. Dal 2006 in San Salvario è attiva la Scuola universitaria per le Biotecnologie di via Nizza, nello stesso luogo in cui, tra il 1934 e il 2003, si trovava la Facoltà di Veterinaria.
I musei del Palazzo degli Istituti Anatomici, nel conservare memoria di questo importante ma poco noto passato del quartiere e della città, si propongono di offrire anche un contributo allo sviluppo della ricerca e della conoscenza scientifica, da cui dipende una parte rilevante del nostro futuro.

Il Palazzo degli Istituti Anatomici
L’isolato compreso fra corso Massimo d’Azeglio e le vie Donizetti, Giuria e Michelangelo è stato sede, dalla fine dell’Ottocento, degli Istituti Anatomici della Facoltà di Medicina, e ospitò, tra il 1935 e il 1996, anche la Facoltà di Agraria.
Con la riapertura del Museo di Anatomia Umana – restaurato e riproposto nell’originario allestimento del 1898 – e del Museo della Frutta, dal 2007 il Palazzo degli Istituti Anatomici ha ripreso e sviluppa una vocazione museale che gli era stata propria sin dalle origini.
Il nuovo polo museale scientifico si arricchisce ora con l’apertura del Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”, che già si trovava in questo edificio fra il 1898 e 1948. In un prossimo futuro è previsto anche il trasferimento del Museo di Antropologia ed Etnografia, che ha oggi sede nell’edificio del ex ospedale di San Giovanni, entrambi parte – con il Museo di Anatomia Umana – del Progetto Museo dell’Uomo.
Questo nuovo polo museale, espressione di un intento condiviso dall’Università degli Studi di Torino, dalla Regione Piemonte e dalla Città di Torino, offre una visione articolata e complessa del positivismo scientifico che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, ha avuto in Torino un centro propulsivo su scala nazionale.
E, nel valorizzare il patrimonio storico universitario e degli enti di ricerca di Torino, offre al tempo stesso l’opportunità per riflettere, oltre che sull’eredità del positivismo, sulle nuove frontiere che la scienza si trova oggi ad affrontare.
2 Nel Palazzo, insieme al Museo di Antropologia Criminale ‘Cesare Lombroso’ inaugurato il 27 novembre 2009, sono quindi già fruibili il Museo di Anatomia Umana ‘Luigi Rolando’ e il Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti”.

Il Museo di Anatomia Umana “Luigi Rolando”
Il Museo, nato nel 1739 nel Palazzo dell’Università di via Verdi 8, oggi sede del Rettorato, dopo vari trasferimenti, venne riallestito nel 1898 nell’attuale sede del Palazzo degli Istituti Anatomici, in locali monumentali appositamente costruiti con un’architettura che sottolinea l’importanza della disciplina e il prestigio della scuola anatomica torinese a fine Ottocento.
Poiché nel corso del Novecento l’allestimento non ha subito rilevanti modifiche, abbiamo oggi la possibilità di visitare un eccezionale esempio di museo scientifico ottocentesco rimasto quasi inalterato, ora restaurato e riproposto nella sua veste originaria.
Oltre alle collezioni prettamente anatomiche (preparati a secco e in liquido, modelli in cera, cartapesta e legno), il museo conserva collezioni di interesse antropologico, frenologico, primatologico, embriologico, paleoantropologico, artistico e collezioni di strumenti, oltre a un fondo archivistico, un archivio fotografico e un fondo librario storico.
La visita del Museo evidenzia aspetti che vanno ben oltre l’importanza scientifica degli oggetti esposti, investendo anche significati storici, architettonici e artistici che sono stati considerati prioritari nelle operazioni di riordino e valorizzazione delle collezioni.
Tre postazioni video, una guida cartacea e una serie di schede di approfondimento prendono spunto dagli oggetti per raccontare avvincenti storie scientifiche e umane, aiutando a comprendere la storia delle collezioni e il loro significato oggi, anche come patrimonio in beni culturali.

Il Museo della frutta “Francesco Garnier Valletti”
Il Museo presenta la collezione di mille e più «frutti artificiali plastici» modellati a fine Ottocento da Francesco Garnier Valletti, di proprietà della Sezione operativa di Torino dell’Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante di via Ormea 47.
Attraverso la ricostruzione dei laboratori d’analisi, delle sale della collezione pomologica, della biblioteca, dell’ufficio del direttore della Stazione di via Ormea con i loro arredi originali, valorizza il suo prezioso patrimonio storico-scientifico. Ne segue le vicende – dalla costituzione della Stazione di Chimica Agraria nel 1871 ad oggi – nel contesto di un aspetto poco noto della storia della città: l’evoluzione della ricerca applicata all’agricoltura a Torino tra Otto e Novecento.
Cuore e centro del Museo è la sua straordinaria collezione pomologica, costituita da centinaia di varietà di mele, pere, pesche, albicocche, susine, uve … acquisita tra il 1927 e il 1935, finalmente esposta al pubblico dopo essere stata accuratamente restaurata e studiata, offrendo anche l’opportunità di conoscere la vita e l’opera di Francesco Garnier Valletti, nato a Giaveno nel 1808 e morto a Torino nel 1889, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista, scienziato.
Un tuffo nel passato che costituisce anche l’occasione per riflettere sul tema, attualissimo, della biodiversità.

Gabriella GALLO. Il caso del progetto del castello di Guédélon (Borgogna – Francia): un modo innovativo di diffondere la cultura.

Il caso del progetto del Castello di Guédélon, uno fra i più interessanti ed innovativi progetti scientifico-culturali di diffusione al pubblico della cultura materiale medievale del XIII secolo in Francia. Il sito è stato tra i vari esaminato nella mia tesi di laurea “Esempi di musealizzazione della cultura medievale in Europa: esperienze a confronto”.
L’ideatore del progetto del Parco, Michel Guyot, restauratore appassionato dell’età medievale, ha inteso portare avanti con precisione scientifica la costruzione di un cantiere edile della prima metà del Duecento, utilizzando mezzi e tecniche proprie dell’epoca, predisponendo a tal fine dei percorsi funzionali di visita per i turisti.
Il progetto del castello di Guédélon si configura come un interessante terreno di sperimentazione per convalidare o rettificare le ipotesi sulle costruzioni medievali e, nello stesso tempo, anche come mezzo attraverso il quale invogliare un pubblico quanto più eterogeneo possibile, ad accostarsi alla conoscenza delle tecniche costruttive del passato attraverso una modalità di fruizione innovativa ed efficace.
Il progetto in questione si presta inoltre a considerazioni sul pericolo di vanificazione degli intenti scientifici, quando, per esigenze del mercato turistico, si cede alla tentazione di privilegiare la componente ludica e di intrattenimento a discapito di quella prettamente archeologica.
Il comitato scientifico per la realizzazione del castello non intende portare avanti un’operazione atta a ripristinare la funzionalità di strutture preesistenti, ma creare dal nulla una grandiosa opera di architettura medievale, un luogo unico, dove si respira la storia, avvalendosi delle tecniche dell’archeologia sperimentale e perseguendo sia uno scopo fortemente didattico che turistico.
Il progetto di Guédélon dimostra come la cultura possa essere diffusa al pubblico sia secondo forme di comunicazione propriamente tradizionali che altamente innovative, attraverso strategie di marketing  e di promozione turistico-territoriali, in grado di attirare anche quella nicchia di pubblico di solito poco stimolata a partecipare in maniera più attiva alla fruizione del patrimonio culturale.
Il cantiere, aperto dal 1998, è guidato dall’Association des Compagnons Bâtisseur de Puisayé il cui presidente è Michel Guyot, e da allora, un gruppo di mastri operai salariati in abiti tipici medievali, che vivono in un villaggio di capanne poco distante dal cantiere, stanno dando vita ad un possente castello medievale, con mastio (Donjon), mura merlate e torri.
L’esigenza di stabilire un rapporto diretto tra gli artigiani e i visitatori è molto sentita perché Guédélon è luogo privilegiato dalle scolaresche, le quali, avendo la possibilità di assistere allo svolgimento dei lavori e di porre domande agli artigiani, imparano in maniera diretta le diverse fasi di costruzione di un vero castello medievale.
La realizzazione del castello di Guédélon si inserisce in un progetto di più ampio respiro che vede, una volta giunta a termine la costruzione del castello comitale, la successiva messa in opera di altre componenti qualificanti della società medievale quali: il monastero,  la cappella, il villaggio, le masserie, etc.
L’esigenza più forte è quella di musealizzare le strutture realizzate e di costituire un vero e proprio Parco Archeologico assimilabile, secondo la definizione di matrice nord americana e nord europea, alla categoria dei “Theme Parks”(o Parchi su siti ricostruiti).
I “Theme Parks” rappresentano un nuovo modo di “fare cultura” realizzando in maniera piuttosto fedele ambientazioni del passato, allo scopo di presentare ad un pubblico di non specialisti i risultati degli scavi e della ricerca scientifica, e predisponendo una modalità di fruizione più immediata e tangibile (Boniface, Fowler 2000).
Il progetto del Parco di Guédélon intende raggiungere sia un obiettivo propriamente culturale, come quello di far comprendere la profondità delle tradizioni, riscoprire le proprie radici e consolidare il senso di appartenenza a una cultura e a un territorio di cui è necessario avere rispetto (Merlo 1998), sia ludico, attraverso la periodica realizzazione di spettacoli di ambientazione medievale (battaglie, giochi, banchetti etc.), ai quali partecipano attori travestiti da cavalieri e sbandieratori, al fine di favorire un incremento dei flussi turistici.
Il paper analizza inoltre il tema delle relazioni interorganizzative che intercorrono tra il castello di Guédélon e le altre strutture ricettive presenti sul territorio, evidenziando la complementarietà di obiettivi e la condivisione di risorse.
Un parco in costante evoluzione che si alimenta continuamente anche di nuovi dati provenienti da altri contesti insediativi originali appartenenti alla stessa fase storica, i quali consentono di smentire o avvalorare le teorie storico-archeologiche elaborate nel tempo.

Autore: Gabriella Gallo

Giovanni Mario INCATASCIATO Modica città d’arte. Il Convento di Santa Maria del Gesù. Autentico capolavoro dell’architettura religiosa del XV secolo.

Modica è una città tipicamente barocca, come tante altre città degli Iblei, ricostruita dopo il terremoto del 1693.
Da un computo fatto in base alle rovine, alle tradizioni e ai documenti storici risulta che la città contava fino al XVII secolo circa cento chiese. La gloria artistica della città, come è ovvio, sta soprattutto nelle sue chiese senza escludere alcuni edifici civili.

L’articolo completo si trova in www.auditorium.info, alla pagina vai>>>

Autore: Giovanni Mario Incatasciato

Link: http://www.ingegnicultura.it

Email: cultura@ingegnicultura.it