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Il Museo on line.

Il web ha aperto agli artisti nuove frontiere: l’interattività con il pubblico, occasioni di visibilità e anche un sostegno economico attraverso i concorsi. L’esempio di rhizome.org

L’evoluzione dell’arte sul web ormai non ha più confini. Dai primi siti dedicati soltanto agli eventi d’arte nati alla fine degli anni novanta, assistiamo oggi a veri e propri musei e gallerie virtuali che propongono il lavoro di quegli artisti che hanno scelto il digitale come forma espressiva. Tra le realtà più importanti che la rete propone quotidianamente vi è il portale www.rhizome.org, il portale che 1996 si fa promotore delle tendenze più attuali del contemporaneo e si propone come collettore per artisti di tutto il mondo e di ogni generazione.

L’arte digitale si attesta quindi come la vera novità del panorama artistico corrente, avendo ormai superato anche lo scoglio più grande: la sua commercializzazione. Esiste infatti già un numero di collezionisti disposti ad acquistare CD, DVD, e opere d’arte perfettamente immateriali e impalpabili, così come è esistito in passato un collezionismo di quadri, di sculture, di video o di film d’artista. Il digitale si propone oggi come una delle nuove possibilità di apprendere e conoscere attraverso lo sguardo, attraverso la visualizzazione e le immagini. L’arte digitale si propone come il canale più avanzato per questo tipo di conoscenza perché è inserito nel flusso di tutto quanto appartiene alla comunicazione. E’ fruibile da Internet e attraverso strumenti diversi: il computer, il telefonino, la tv. Ed inoltre si presenta con una modalità del tutto originale: consente di fruire delle immagini ma anche di modificarle, e quindi di partecipare direttamente all’Opera. Una possibilità questa che l’arte fino ad oggi ha negato al suo pubblico.

Il sito www.rhizome.org è il canale che da visibilità agli artisti e, cosa del tutto originale, li sostiene anche economicamente attraverso dei concorsi a tema. L’edizione 2005 del premio che si è appena conclusa aveva come tema ‘Il gioco’. Centinaia di giovani artisti hanno quindi proposto la loro idea di Art Game che alla fine una commissione di giurati ha selezionato. Il risultato è stato quello di sei vincitori e una menzione speciale. Tra i premiati di questa ultima edizione c’è Carlo Zanni, un artista trentenne di La Spezia, che ha alle spalle una carriera di artista digitale di tutto rispetto. Zanni ha dipinto paesaggi e ritratti digitali che sono stati già esposti nei templi sacri dell’arte contemporanea: dal P.S.1 Museum di New York, al Museum of Contemporary Art, di Chicago, fino alla galleria storica dell’arte digitale Bitforms gallery di NY. Ha anche fatto parte della terza Biennale di Montreal.

Per Rhizome Zanni ha realizzato un progetto dal titolo ‘Average Shoveler‘. Ispirato al celebre fumetto Leisure Suit Larry (1987), Average Shoveler è un gioco online che sfida i confini tra fotografia, pittura, gioco e film. Ciascun utente della rete deve semplicemente scaricarsi una versione di Flash Player, installarlo sul proprio pc, accendere gli speaker del computer e immergersi in una storia divertente interattiva che si svolge nell’East Village di New York. Nevica: lo scopo del gioco è di tenere pulito il proprio percorso. Ogni fiocco di neve che cade dal cielo contiene un’immagine presa in diretta dai notiziari, e può riguardare argomenti vari: dalla politica, allo sport, allo spettacolo. Il compito del piccolo personaggio ideato da Zanni è di sopravvivere al bombardamento di news che cadono dal cielo e impediscono di proseguire il nostro percorso quotidiano attraverso la città. Mentre attraversiamo l’East Villane col nostro personaggio a fumetti l’ambiente attorno a noi si trasforma e prende le sembianze di un telefilm in cui realtà virtuale e finzione (virtuale) si mescolano. La dicotomia realtà/finzione è stata intelligentemente marcata da Zanni attraverso una strategia di immagini distinte e realizzate in modo diverso: la vita quotidiana del nostro piccolo personaggio è tutta pixellata in modo da risultare come paesaggio irreale nato dalla fantasia, mentre le immagini che ci invadono il campo e provengono dalle news sono perfettamente reali, proprio perché provengono dalla vita fuori dal computer, dalla realtà concreta. Per rimanere in vita, secondo il gioco di Zanni, è necessario ‘spalare’ le notizie che ci arrivano in testa, come fiocchi di neve e raggiungere la meta. Anche se in realtà, la missione è perfettamente impossibile: non c’è alcun modo di vincere. Del resto, come si può sconfiggere il bombardamento quotidiano di notizie cui siamo sottoposti?

Per la realizzazione di Average Shoveler Zanni si è avvalso tra l’altro di due collaborazioni prestigiose: Gabriel Yared, il noto compositore che ha realizzato la colonna sonora di importati film di successo tra cui ‘Il talento di Mr. Ripley’ e ‘Shall we dance’, mentre Siri Kuptamethee che è una delle principali designer che si nascondono dietro il marchio newyorkese di ‘Indigo People’ ha ideato l’abbigliamento del personaggio principale del videogame. Un esempio di collaborazione efficace tra moda, musica, cinema e arte, favorito proprio dalle capacità di interazione create dal digitale. Il gioco quindi oltre ad essere un’esperienza intersoggettiva tra l’utente e l’artista, si propone anche come nuova ipotesi per combinare diversi aspetti del sapere.

Sul fronte della storia dell’arte, il nuovo movimento internazionale di artisti digitali annovera tra i propri padri sicuramente le avanguardie storiche europee e russe: il Futurismo su tutti, che aveva avuto un forte impulso anche sugli artisti dell’arte cinetica e programmata degli anni sessanta, con cui l’arte digitale presenta forti affinità. Il computer oggi si propone come il luogo virtuale nel quale lo ‘spazio elastico’, teorizzato con le proprie opere da Gianni Colombo alla fine degli anni cinquanta (uno degli esponenti dell’arte cinetica) prende forma e consente di inglobare in sé esperienze diverse e quindi di ridefinire anche gli stessi confini dell’arte.

La nuova arte digitale vive direttamente nel computer, dove sussistono tutte le condizioni tradizionali che originariamente avevano un ruolo indipendente. La distinzione tra artista, gallerista, mercante, collezionista, museo, oggi cade davanti ad un duplice ruolo di produttore e fruitore, operatore e utente. E quindi tutti possiamo temporaneamente trasformarci in artisti interattivi o fruire dell’arte di qualcuno che prima di noi si è seduto davanti ad una tastiera ed un monitor e ha messo ‘online’ i propri pensieri trasformandoli in bit.

Autore: Angelo Capasso

Fonte:L’Espresso on line

TORINO: Inaugurato il nuovo scenografico allestimento “E luce fu – L’arte di illuminare l’arte”

“FIAT lux” non è soltanto un precetto biblico, ma è anche un principio estetico basilare. Se ne deve essere ricordato lo scenografo Dante Ferretti, uomo di teatro (lirico insieme con Liliana Cavani) e di cinema, entrando nel soffocante ambiente del Museo Egizio e cercando di rianimarlo con un bocca a bocca di pura luce vivificante. E come in una notte dei sarcofaghi viventi, quelle anime di pietra si sono risvegliate assorbendo lo sguardo magnetizzato del visitatore. Se non ci fosse il sole, del resto, ci ricorda Platone nel Mito della Caverna, che spande luci e ombre, non esisterebbero quelle sagome illusorie del contingente, che ci allontanano dal mondo delle idee e che gli schiavi, immersi nel buio, scambiano con la realtà.

Quando fu rimproverato a Beato Angelico di dipingere miniaturisticamente in una cupola ad altezza così disumana, lui rispose: “Io dipingo per la luce di Dio”. E ci si domanda ancora con quali torce, e quale senso a noi sconosciuto, gli uomini primitivi rendessero “arte”, illuminando le caverne, i loro selvaggi graffiti, misterici e ancora misteriosi. Senza dimenticare che Leonardo e Caravaggio accecavano i loro studi con stoffe e paludamenti, per giocare poi con fiaccole e candele e ottenere un teatro artificale di luci radenti, utili per essere riverberati nelle loro tele. Di qui la moda del notturnismo e del caravaggismo, che prende l’Europa come una malattia. Sarà un caso che Picasso in Guernica appende al cielo sconvolto dalla guerra una lampadina elettrica?

Anche Dante Ferretti, che ha rivoluzionato le polverose sale del Museo Egizio, trasformandole in un altissimo gioco di riverberi e di labirinti illusori, non nega di aver voluto giocare “con la spettacolarità degli specchi, con il mistero antico della luce e un’atmosfera scenografica, onirica”.

Resuscitare la plasticità sopita dell’antica statuaria, con il solo prodigio annidato di luci, che non mostrano la loro fonte, e strisciano come rettili insinuanti e sommessi su queste pelli levigate di basalto. Così, ora, si ha davvero l’impressione di entrare in un antro appena scoperto, con un sofisticato ma soffocato mixaggio di voci, di sibili allarmanti, di gocce di rugiada da savana, che ci tallona alle spalle e fa un poco, pochissimo, senza invadenza, Indiana Jones. Ma il nostro lato bambino, nutrito di Jules Verne, non può che vibrare in questo felpato Viaggio al centro dell’Egitto, color di mogano e pegamoide.

Però poi la visione è assolutamente purificata: si ha come la parvenza incantata di penetrare in una tomba senza fine (la stessa impressione che devono aver vissuto i Lord Carnavon o i primi fortunati tombaroli), di ammirare una teoria sconfinata di steli, di monumenti accoppiati, di giganteschi volti impietriti di faraoni, anche se poi un sapiente gioco di luci a pioggia ci permette di studiare e godere, uno a uno, questi miracolosi reperti archeologici. E noi, spettatori attutiti e come abrasi dallo spettacolo, ci riflettiamo quasi fantasmi alla Henry James, negli specchi bruniti che sostituiscono le pareti (e le petulanti finestre d’un tempo) permettendoci di scomparire con estatica felicità in quei labirinti illusionistici, che decompongono le rigide pareti dell’istituzione Museo.

”Non posso dire quanti specchi ho provato, in simulazioni dal vero, prima di ottenere questo effetto-magia”, spiega Ferretti, che è dominato da questa immagine invasiva del flusso di luce, che trafigge la realtà, come bene documentano i suoi disegni (di La nave va, del Barone di Münchhausen, di The Aviator) ancora esposti alla torinese Galleria “In Arco” di piazza Vittorio: una doccia impalpabile di pulviscolo, “sì, ma sempre al servizio dell’opera d’arte”. E questo è fondamentale: perché finalmente steli e scribi e Tutankhamon, che si possono ora apprezzare di volto e di schiena, come l’arte egizia pretende, ritrovano una loro carnagione viva e minacciosa, plumbea e lucente, dopo che per anni l’incuria e l’abitudine le avevano cerate d’inedia e piallate di neghittosità. Ora ritrovano il loro tessuto minerale, le pieghe sinuose, il silenzio tombale, persecutorio e ipnotico.

Gli scultori hanno sempre riconosciuto il ruolo capitale della luce, nella presentazione delle loro opere. Canova disponendole su basi ruotabili, per inseguire il bacio frigido del lucore neoclassico. Rodin cercando alchemicamente d’incamerare l’oro spento della luce che muore, dentro le pieghe annodate dei suoi personaggi corrosi. Giacometti assottigliando a tal punto la materia, che spesso la luminosità del giorno accarezzava il Nulla, decomposto nella Notte. Mentre Brancusi delegava alla levigatezza del platino il suo senso polito della lucentezza.

Anni fa, in una memorabile mostra fiorentina a Palazzo Medici Riccardi, lo storico americano e curatore della Guggenheim, Fred Licht (un nome che è un programma), aveva concertato una mostra-messinscena geniale, che dimostrava, con cambi repentini di luci e giochi, a taglio, da spot, o di luminosità diffusa, come la scultura cambi radicalmente di senso e di forma e di funzione, a seconda della sua illuminazione. Lo sapeva benissimo Medardo Rosso, che negli ultimi anni di vita, esasperato nel vedere come irrazionalmente erano allestite le sue mostre, aveva deciso di fotografare personalmente le sue figure impressionistiche, con l’illuminazione da lui prediletta, e poi di far circolare soltanto le immagini replicate sulla superficie fotografica, letteralmente «gettando via» i supporti, di gesso e bronzo. Una rivoluzione davvero copernicana. Ma non dimentichiamo nemmeno che anche il grande Bernini, progettando la “macchina” barocca dell’Estasi di Santa Teresa, aveva programmato, calendario alla mano, che in un preciso istante dell’anno, quello della beatificazione della Santa, un raggio di luce penetrasse in un varco architettonico, appositamente predisposto nella cappella, e colpisse come un dardo erotico la sua sensualissima estasi.

Poi magari ti arriva uno di quegli architetti alla moda, preoccupati soltanto del proprio segno invasivo e narcisistico, e ci piazza disinvoltamente una cupoletta, che fa tanto Pei, e azzera tutto quel calcolo estetico-astronomico. Esattamente quel che è successo nello scandaloso allestimento, perpetrato da Fabbrica, per una mostra del Canova, qualche anno fa a Belluno, ricordata ahimé più per quello scandaloso e stupido accrochage che per la presenza di opere ragguardevoli. Delirante, infatti, l’idea di sollevare le opere dell’algido maestro neoclassico, per illuminarle da sotto, grazie a uno zoccolo di ghiaccio fosforescente, quasi Psiche Paoline & compagne fossero cubiste da night. Snaturando tutte le prospettive e i “tagli” ombreggiati, previsti meticolosamente dallo scultore (e suggeriti persino da alcune stampe, create appositamente per evitare questi sfracelli) e rendendo di plastica sintetica quelle carnagioni d’avorio. In quel caso lo specchio era adoperato in modo aberrante, distruggendo le prospettive anatomiche e creando echi raggelanti. Difficile dimenticare quel povero Cimarosa, che, riflesso negli specchietti da bagno d’una mise-en-scène stile boudoir-Tinto Brass, si ritrovava una pappagorgia più degna d’una Madame Arthur che di un caposaldo della musica neoclassica. Fiat lux, d’accordo, ma con judicio.

Autore: Marco Vallora

Fonte:La Stampa

TORINO: L’Armeria Reale ritrovata.

La Galleria dipinta da Claudio Francesco Beaumont, cuore dell’Armeria Reale aperta da Carlo Alberto nel 1837, viene riconsegnata alla citta’ dopo il restauro ed il riallestimento delle collezioni – entrambi finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino – che avevano comportato anche la chiusura al pubblico del museo nel 2004 e per quasi tutto il 2005.

L’obiettivo e’ stato quello di recuperare l’allestimento ottocentesco, smantellato negli anni sessanta e settanta del Novecento in favore di un approccio filologico ai materiali che aveva snaturato l’antica impostazione dell’Armeria, dal carattere fortemente scenografico.

Le straordinarie armi e armature, in maggioranza restaurate per l’occasione (compresi i notevoli pezzi ottocenteschi in stile), tornano dunque a risplendere nelle vetrine originali, in gran parte progettate da Pelagio Palagi, nelle spettacolari panoplie sulle ampie pareti, sugli alti basamenti che rendono i guerrieri simili a statue, e in sella ai dodici cavalli, sontuosamente bardati come ormai piu’ nessuno ricordava.

Info:
fino a venerdì 31 marzo 2006 la visita del primo piano nobile di Palazzo Reale si arricchirà eccezionalmente dell’ingresso in Armeria Reale.
Le visite prolungate si terranno TUTTI I GIORNI soltanto nei seguenti orari: ore 11.00, ore 15.00, ore 17.00, al costo del biglietto cumulativo di € 8.50 (gratuito per i minori di anni 18 e over 65 anni e per possessori di Torino Card).

La visita avrà una durata complessiva di circa un’ora.

Armeria Reale, piazza Castello, 191 – Torino.
Orari: mart – dom. 9.00-19.00 (ultimo ingresso ore 18.30)

Palazzo Reale, piazzetta Reale – Torino – orari: mart.- dom. 8.30-19.30 (ultimo ingresso ore 18.20)

CAMPANIA: Musei virtuali e nuove tecnologie: si moltiplicano i progetti.

“Virtuale”. Una parola di moda nel mondo della cultura, dei musei e delle opere d’arte. Certo fa un po’ paura immaginare il reale sostituito dall’artificiale, ma in verità il fine è nobile: introdurre il visitatore più direttamente ed emozionalmente nella storia del passato, facendo rivivere atmosfere e scene di vita d’epoca attraverso ricostruzioni in 3D. Una sorta di anteprima, di viaggio nel passato prima della visita sul campo. Insomma, l’alta tecnologia al fianco della storia dell’arte e in particolare dell’archeologia. E’ in questo campo archeologico che maggiormente si sviluppano progetti e iniziative di ricostruzione virtuale: musei reattivi, motori 3D, portali museali, guanti palmari che consentono di ammirare i monumenti e al tempo stesso di osservarne la ricostruzione su monitor. Una sorta di fantascienza alla portata di tutti.

L’articolo completo si trova in www.archeomedia.net, alla pagina:
Campania

Autore: Antonella Bruno

Fonte:Denaro.it

AA.VV.(a cura di Cecilia Ribaldi): Il nuovo museo.

‘Il museo ha il compito e la responsabilità di scoprire la verità.’

Un’antologia dedicata ad uno dei migliori amici dell’uomo: il museo. Vi sono raccolti testi scritti dai più importanti museologi di tutto il mondo. Concepito come strumento per fotografare la situazione di oggi, aiuta a capire le ragioni e le sollecitazioni sotterranee che hanno determinato i cambiamenti degli ultimi trent’anni. Dall’idea di rivoluzionare i criteri espositivi all’influenza della globalizzazione sull’istituzione museale.

Il saggiatore Editore, pp. 318, € 25.