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PARIGI. Il Museo Louvre mette online l’intera collezione. Quasi 500.000 opere.

Se non sapete come trascorrere la Pasqua, tra regioni rosse e divieti draconiani, il Louvre potrebbe avere la soluzione per voi. L’intera collezione del museo parigino, composta da oltre 482mila pezzi, è infatti online per la prima volta su un nuovissimo sito web. Progettato sia per i ricercatori sia per gli amanti dell’arte, il database collections.louvre.fr contiene, oltre alle opere del Louvre, quelle del Musée National Eugène-Delacroix, le sculture dei giardini delle Tuileries e del Carrousel e le opere recuperate dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il sito, che verrà aggiornato regolarmente dagli esperti del museo, offre diversi modi per approfondire le collezioni: ricerche semplici o avanzate, voci smistate per dipartimento curatoriale e album a tema. Una mappa interattiva aiuta i visitatori a preparare o proseguire la visita e consente di esplorare il museo stanza per stanza, e tutte le informazioni sono disponibili in francese, inglese, spagnolo e cinese.
“Oggi, il Louvre sta rispolverando i suoi tesori, anche i meno conosciuti“, ha annunciato il suo presidente, Jean-Luc Martinez. Solo circa 30mila di questi manufatti erano accessibili al pubblico sul vecchio sito, visitato 21 milioni di volte solo nel 2020. “Per la prima volta chiunque può accedere gratuitamente all’intera collezione di opere da computer o smartphone, siano esse in mostra al museo, in prestito, anche a lungo termine, o in deposito. Lo straordinario patrimonio culturale del Louvre è ora tutto a portata di clic! Sono certo che questo contenuto digitale ispirerà ulteriormente le persone a venire al Louvre per scoprire di persona le collezioni“, ha concluso.
La Francia è stata spesso accusata di essere lenta nella restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti: anche per questo il Louvre ha ingranato la quarta per stabilire la provenienza di alcuni dei manufatti che custodisce, frutto di saccheggi nazisti e coloniali. Queste opere, tenute in carico dal secondo dopoguerra in assenza di un legittimo proprietario riconosciuto (o dei suoi discendenti), sono raggruppate nelle due gallerie dei “Musées Nationaux Récupération”, o MNR, aperte nel 2017 per incentivare i reclami. Non si parla di cose da poco: tra i quasi 1.800 pezzi recuperati in Germania ci sono dipinti di Chardin, Delacroix e Corot. La ricerca sulla provenienza di questi manufatti, e di quelli di origine coloniale il cui acquisto regolare non sia certificato, è “senza dubbio la principale questione che i musei devono affrontare nei prossimi anni per mantenere la loro credibilità“, ha sottolineato Martinez, che spera con questo nuovo sforzo sia di perfezionare l’immagine pubblica del Louvre, sia di ottenere per sé un nuovo mandato di direzione in previsione della sua imminente scadenza.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 21 mar 2021

ROMA. Galleria Colonna, una collezione di capolavori.

La Galleria Colonna offre talmente tanti stimoli da poter soddisfare pubblici diversi. È lo spettacolo del Barocco su un palcoscenico di prestigio, difficile trovare qualcosa di simile. Come comunicare all’esterno la ricchezza, varietà, unicità di questa collezione privata e richiamare nuovi visitatori? Abbiamo intervistato Patrizia Piergiovanni, responsabile della Galleria Colonna, per scoprire alcuni segreti di una formula che non si adagia sulla straordinarietà delle opere e del contesto ma, attenta alle nuove tecnologie e ai nuovi media, mira ad allargare il bacino di diffusione e di conoscenza dei suoi contenuti.
La-Sala-del-Baldacchino.-Palazzo-Colonna-RomaQuando si deve gestire la comunicazione di una delle gallerie di quadri più affascinanti al mondo, non solo per la ricchezza della collezione ma per la straordinarietà della storia e del contesto, si potrebbe peccare di retorica. Qual è secondo te la giusta strategia da adottare?
Sono sempre a favore della semplicità. Il primo aspetto imprescindibile è avere sempre chiaro a chi ci stiamo rivolgendo. Occorre una comunicazione di tipo divulgativo, comprensibile da tutti e non soltanto dagli addetti ai lavori.
Cosa senti di aver apportato con il tuo lavoro a questo posto unico e delicato? Mi vuoi parlare della comunicazione così dinamica e attuale che promuovi sui social?
Ritengo che nell’era della globalizzazione la comunicazione attraverso i canali digitali sia di fondamentale importanza. In due anni abbiamo raggiunto oltre 16mila follower sulla nostra pagina Instagram. Per noi si tratta soprattutto di persone e non di numeri. Durante il periodo del lockdown della scorsa primavera, abbiamo creato il progetto Racconta il tuo Museo per mantenere costante il contatto con i visitatori. È stata straordinaria l’adesione, siamo arrivati a pubblicare 43 interventi, video o podcast, delle vere e proprie “pillole d’arte”, coinvolgendo non solo qualificati addetti ai lavori ma anche giovanissimi studenti.
Qual è l’importanza delle nuove tecnologie e di social quali Instagram per musei e gallerie di elevato spessore (per storia e proposte espositive), secondo il tuo parere?
È fondamentale. L’importante è veicolare sempre dei contenuti di qualità. Non si può fare “copia e incolla”, bisogna optare per una comunicazione snella ed efficace. Mi sto incuriosendo sempre più e continuo ad apprendere dai giovani che sono esperti professionisti del settore.
Avete aperto da pochi anni il Padiglione Pio, dedicato alla Principessa Donna Sveva Colonna, quali sono i punti di forza del Casino a parte gli incredibili arazzi di manifattura del Gobelins?
Questa inaugurazione mi riempie di orgoglio. Nonostante sia un’ala di dimensioni contenute rispetto agli spazi monumentali a cui siamo già abituati (la grandiosa Galleria Colonna e l’appartamento rinascimentale della Principessa Isabelle), è di elevato pregio artistico. Le volte sono decorate con affreschi della fine del XVI secolo, a fondo oro, ispirati alle stanze di Raffaello in Vaticano, gli arazzi raffiguranti le Battaglie di Alessandro Magno (XVII secolo) derivano dai dipinti straordinari del pittore e decoratore francese Charles Le Brun, personaggio di spicco alla corte del Re Sole.
Considerando la splendida volta dipinta dal Pinturicchio, il ciclo politico, gli episodi di virtù femminili, cosa consideri più interessante dei soggetti iconografici e cosa dell’apparato figurativo in generale?
È difficile scegliere un particolare soggetto iconografico, gli affreschi della volta nel loro insieme costituiscono un capolavoro assoluto. L’aspetto che trovo più straordinario è il fatto che, nei secoli successivi, le decorazioni si siano sempre integrate con quelle preesistenti senza mai distruggere nulla. La vera essenza del mecenatismo artistico.
Quale sala trovi più preziosa tra quelle degli appartamenti di Isabelle?
È arduo scegliere. Se ti rispondo di getto, ti direi il Salottino Rosa, con la predominante di autori fiamminghi del Cinque/Seicento, in particolare, mi perdo nei dettagli miniaturistici che riesce a creare il talentuoso Jan Brueghel il Vecchio nei suoi magnifici rametti con scene di soggetti infernali. Se considero l’importanza artistica, non posso non considerare il Pinturicchio e l’anta del Polittico del ferrarese Cosmè Tura nella Sala della Fontana. Lo stesso ragionamento vale per la collezione più importante al mondo delle Vedute dell’olandese Vanvitelli, nella sala omonima. Ma anche il mare in tempesta che dipinge Pieter Mulier nella sala che prende il suo nome, la Sala del Tempesta, per l’appunto.
La-Sala-della-Cornucopia.-Palazzo-Colonna-RomaQuale capolavoro consideri la gemma della collezione, nonostante non sia ancora riconosciuto come tale?
Ritengo che tutta la collezione del Settecento non sia tenuta nella giusta considerazione. Questo è inevitabile dal momento che le opere rinascimentali e dell’età barocca sono dei capolavori sommi. Nello specifico, le due tele di soggetto mitologico di Andrea Locatelli (in collaborazione con il pressoché sconosciuto Giuseppe Tommasi), raffiguranti la Nascita di Bacco e La Nascita di Giove, in prima tela, sono straordinari. Fermatevi ad ammirarli quando tornerete in visita. Si trovano nel Salottino Rosa.
La collaborazione tra Carlo Maratta e Gaspard Dughet nel Paesaggio con Giudizio di Paride e ritratti en travesti di Lorenzo Onofrio Colonna come Paride e Maria Mancini come Venere ci raccontano di un periodo florido della famiglia e di questi due personaggi ? Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino ? soliti dare feste memorabili e mascherate carnevalesche. Vuoi raccontarmi qualche episodio? A quali personalità della famiglia Colonna ti senti idealmente più connessa?
Hai toccato un argomento a me davvero molto caro. Mi sono occupata del cardinale Mazzarino varie volte nei miei studi e ho evidenziato come la sua ascesa e la sua incredibile carriera si siano generate anche grazie all’intermediazione dei Colonna.
Sono molto affascinata dalla figura di sua nipote, Maria Mancini. Donna di straordinaria bellezza e intelligenza, colta, è grazie a lei che il palazzo divenne il fulcro delle sontuose feste barocche nel secondo Seicento, dopo il matrimonio con il principe Lorenzo Onofrio Colonna.
I personaggi che amava interpretare durante i vari festeggiamenti erano le maghe celebri per le loro doti magiche e per la loro avvenenza, tipo Circe o Armida (l’eroina della Gerusalemme Liberata). Ma la sua preferita era Venere, dea dell’Amore. Nel quadro a cui fai riferimento, il principe troiano Paride (che si narrava fosse il mortale più bello) altri non è che suo marito Lorenzo Onofrio, ritratto mentre consegna il pomo d’oro a Venere/Maria.
Nella Galleria Colonna si può apprezzare una testimonianza veramente pregevole dell’attività artistica di una donna: l’autoritratto su carta applicata su tavola di Sofonisba Anguissola. Quali sono le protagoniste non solo della collezione ma della famiglia Colonna che credi abbiano lasciato un segno indelebile del loro passaggio?
Ci vorrebbe una giornata intera per rispondere a questa domanda. Moltissime. Ognuna a modo suo. A partire da Vittoria Colonna, musa ispiratrice di Michelangelo, i due si scambiarono rime e poesie straordinarie, nutrendo una stima e un affetto reciproco, sconfinato. La dama pittrice, Sofonisba Anguissola, a cui hai fatto riferimento, è una delle gran donne del Rinascimento. La nostra opera è straordinaria, firmata e datata 1558, un anno prima del suo debutto alla corte di Spagna di Filippo II, quale dama di compagnia della sua terza moglie Isabella di Valois. Sono molto affezionata a quest’opera. Ho avuto l’onore di poterne parlare in una conferenza all’Auditorium del Museo del Prado nel novembre del 2019, 400 persone rimaste ad ascoltarmi in assoluto silenzio per due ore di fila. Un sogno. Sofonisba se lo merita assolutamente. Eravamo presenti alla straordinaria mostra su Sofonisba e Lavinia Fontana, organizzata nell’ambito delle celebrazioni per il Bicentario del museo.
Ma tantissime altre protagoniste sono fondamentali. Per rimanere sintetiche, direi che la protagonista assoluta del Novecento, con cui il Palazzo è tornato ai fasti antichi, è la nonna degli attuali principi, la principessa Isabelle Sursock Colonna. Tra le tante iniziative mirabili e lungimiranti, fece murare le opere in sale nascoste per proteggerle durante La Seconda Guerra Mondiale dall’attacco dei nazisti. Se non ci fosse stata lei, chissà cosa sarebbe potuto succedere.
Il paesaggio è il protagonista in alcune stanze degli appartamenti di Isabelle.
Jan Brueghel il Vecchio, Giovanni Francesco Grimaldi, Andrea Locatelli, van Bloemen, Jan Soens, van Lint, il Civetta, Paul Bril ci trasportano in incanti naturali, onirismi fiamminghi, ambientazioni selvatiche e notturni mozzafiato ? per non parlare dell’impressionante Enea condotto agli Inferi dalla Sibilla Cumana. Quali sono i capolavori imprescindibili e a quali quadri ti senti più affezionata, anche considerando la tua ricerca personale?
In parte ho già anticipato la risposta. Gli autori fiamminghi mi affascinano. Mi riportano alla passione di gioventù, quando per la tesi di laurea ho trascorso un tempo indimenticabile tra Bruxelles e Anversa. Amo Jan Brueghel il Vecchio, ma anche Maerten de Vos fino a Rubens e van Dyck.

Info: www.galleriacolonna.it

Autore: Giorgia Basili

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2021

FIRENZE. Il nuovo allestimento della Sala del Beato Angelico al Museo di San Marco.

I suoi affreschi custodiscono il silenzio della preghiera perché la profonda spiritualità della sua pittura è percorsa da una luce quieta che ci restituisce l’eleganza di figure espressive che racchiudono la bellezza della fede. Sedici capolavori di Beato Angelico, “eccellente pittore” e “ottimo religioso”, come lo definì Giorgio Vasari, tornano al pubblico grazie ad una rinnovata esposizione: la nuova “Sala del Beato Angelico” del Museo di San Marco è stata interamente riallestita grazie alla disponibilità dei Friends of Florencee questo prestigioso intervento chiude idealmente le celebrazioni per i 150 anni del Museo.
3-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeLe opere seguono oggi una coerente successione cronologica e il nuovo allestimento cambia radicalmente rispetto a quello realizzato nel 1980 dall’allora direttore Giorgio Bonsanti, grazie alle nuove strutture e a una illuminazione tecnologicamente aggiornata.
“Il nuovo allestimento”, sottolinea Angelo Tartuferi, direttore del Museo di San Marco, “riporta alla ribalta internazionale l’incomparabile nucleo di dipinti angelichiani, finalmente con un’illuminazione adeguata, che susciterà la meraviglia anche da parte degli studiosi. La visita è arricchita nei contenuti da didascalie e pannelli in italiano e in inglese, che presentano anche le ricostruzioni dei complessi pittorici originari, illustrando le loro parti oggi conservate in altri musei in Italia e all’estero. Questi apparati offrono al visitatore anche la misura della notevole dispersione che purtroppo ha interessato la vasta produzione del grande maestro”.
2-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeTanti i capolavori che si aprono ai visitatori a partire dalla Deposizione dalla Croce, eseguita per la cappella di Palla Strozzi, che si più ammirare all’inizio del percorso espositivo, fino al Giudizio finale, al trittico per la Compagnia di San Francesco in Santa Croce, ultimato intorno al 1430, per continuare con opere come la pala di Annalena, la pala di San Marco, il Tabernacolo dei Linaioli, e dipinti di dimensioni minori, come le tavole dell’Armadio degli Argenti, le raffinatissime predelle o i reliquari.
“Adesso tutti potranno vedere le opere del Beato Angelico con un allestimento che esalta la maestria dell’artista in modo straordinario” precisa Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente di Friends of Florence.
Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeNel museo di San Marco non resta che osservare la raffinatezza delle sue opere che ancora oggi ci restituiscono tonalità vivaci, perfezione tecnica e l’indole delicata di uno dei più grandi maestri del primo rinascimento.

Autore: Anna Amoroso

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2020

VERONA. Museo di Castelvecchio, polittico di San Luca.

Un’opera dal valore storico-artistico inestimabile, acquisita quest?estate dal Mibact e arrivata a Castelvecchio. Si tratta dello straordinario polittico rinascimentale detto di S. Luca, opera attribuita ad un intagliatore veronese che, da oggi, entra a far parte della collezione dei Musei Civici di Verona, in esposizione permanente al museo scaligero.
Gli studi recenti collocano l’opera tra gli anni ’70 e ’80 del Quattrocento, con richiami artistici all’ambito veronese come trait d’union tra la bottega dei Giolfino e l’attività di Giovanni Zebellana. Proprio per la sua appartenenza alla storia culturale della nostra città, il polittico è stato destinato al museo veronese mentre la titolarità è in capo alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia. In attesa della riapertura dei Musei, il polittico potrà essere ammirato attraverso alcuni video di presentazione che, nelle prossime settimane, saranno resi disponibili sul sito e sui canali social dei Musei Civici.
L’opera. Il Polittico, a tre scomparti e due registri, nella parte alta raffigura la Madonna con il Bambino in trono, attorniata da San Bernardino da Siena e San Vincenzo Ferrer. Nel registro inferiore, San Luca evangelista seduto allo scrittoio con San Rocco e San Sebastiano ai lati.
La cornice è integra ed originale con montanti costituiti da lesene traforate e piccole porzioni di colonnine foliate. I trafori sono applicati su fondi in carta rossi o blu, a imitazioni di smalti, secondo una tradizione presente in area veneta. La finitura policroma è raffinatissima nella resa degli incarnati e nei dettagli preziosi che ornano le vesti. L’impianto architettonico della cornice e la concezione delle statue sono la testimonianza del clima di ricezione presente a Verona in quegli anni e del rinnovamento portato da Andrea Mantegna. Prima dell’esposizione, l’opera è stata sottoposta ad un intervento conservativo e, per la sua collocazione, è stato studiato il riallestimento completo della sala del Mantegna destinata ad accoglierla, presente negli spazi espositivi al secondo piano del Museo.
Il Polittico è stato presentato al Museo di Castelvecchio dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti Il direttore dei Musei Civici Francesca Rossi, il direttore della Direzione regionale Musei Veneto Federica Gonzato, l’antiquario Gian Marco Savio, che si è occupato della vendita dell’opera al Mibact, e Pierantonio Bellini degli Amici dei Civici Musei d?Arte.
“Dall’ultimo Dpcm che ha imposto la chiusura dei musei – spiega il sindaco – è stato avviato un importante percorso di arricchimento delle collezioni dei Musei Civici veronesi che oggi, con questo Polittico in esposizione permanente a Castelvecchio, raggiunge indubbiamente uno dei suoi momenti più alti. Ringrazio il Mibact per l’opportunità offerta e per la stima riconosciuta al sistema museale civico di Verona, scelto per accogliere questo straordinaria opera”.
“Un risultato importante – dichiara l’assessore Briani -, frutto della lungimiranza gestionale del direttore Rossi che, quest’estate, con formale richiesta al Mibact, ha concretizzato l’assegnazione ai Musei Civici veronesi di questa stupenda opera quattrocentesca. Un capolavoro dal valore storico-artistico inestimabile, da oggi in mostra permanente negli spazi del Museo scaligero. In questo tempo di chiusura, per offrire al pubblico un?anteprima di questo capolavoro, saranno effettuati dei girati che saranno resi poi visibili sul sito e su social dei Musei”.
“Per le collezioni veronesi si tratta di una forma di valorizzazione senza precedenti nella storia dei Musei Civici di Verona – sottolinea il direttore Rossi -. Espressione concreta della sintonia esistente tra il Ministero e i musei civici italiani, volta a sostenere lo sviluppo del sistema Museale Nazionale. Il Polittico è ora collocato a confronto con dipinti di Mantegna, Francesco Bonsignori, Carlo Crivelli e, in particolare, in rapporto con opere di Francesco Benaglio e Domenico Morone, che rivelano evidenti affinità stilistiche, con l’ambito culturale dell’intagliatore e mostrano analoghi riferimenti figurativi a modelli mantegneschi”.

Info:
Museo di Castelvecchio – corso Castelvecchio 2 – 37121 Verona
Telefono 045 8062611 fax 045 8062652
castelvecchio@comune.verona.itmuseodicastelvecchio.comune.verona.it
Segreteria didattica
tel. +39 045 8036353 / +39 045 597140,
dal lunedì al venerdì, 9 – 13 e 14 – 16, sabato 9 – 13
segreteriadidattica@comune.verona.it
Ufficio Stampa settore arte
Studio Esseci, Sergio Campagnolo – Tel. 049 663499
gestione3@studioesseci.net
Ufficio Stampa – Comune di Verona
Tel. 045 8077358 – 7722 – 7714 – 7752
ufficiostampa@comune.verona.it

MUSEI. Il futuro dei musei fra pubblico e privato.

A un passo dagli albori del 2021, che si prospetta nell’immaginario di tutti, più per esigenza intima che per chiare evidenze, come l’anno del rilancio del nostro sistema Paese, ci sono alcune riflessioni che riguardano il mondo museale italiano che meritano forse un po’ di spazio all’interno del pubblico dibattito.
Particolarmente interessante, al riguardo, è la tematica dei cosiddetti servizi aggiuntivi e servizi ausiliari, che potrebbe riservare non poche sorprese nel prossimo breve periodo.
Come noto, a partire dalla celebre legge Ronchey, è possibile, nel nostro Paese, affidare in concessione a soggetti non pubblici la gestione di alcuni servizi aggiuntivi (quali audioguide, visite guidate, laboratori didattici, bookshop, ecc.). L’introduzione prevista da tale legge ha, nei fatti, contribuito a migliorare, e non di poco, il livello qualitativo dei servizi che i musei offrono ai propri visitatori.
Molto lavoro resta ancora da fare, è vero, ma è innegabile che, rispetto a vent’anni fa, il nostro sistema museale ha avviato un lavoro di adeguamento a standard internazionali, che, pur se spesso non ancora raggiunti, sono comunque meno lontani. A una prima ondata di assegnazioni, che ha visto il mercato strutturarsi tendenzialmente come un quasi-oligopolio, con alcune società leader a gestire i principali luoghi della cultura, ha fatto seguito un periodo di stallo, dal quale soltanto recentemente siamo usciti con quella che pareva essere una nuova stagione per i musei. Sono state indette numerose gare, molte delle quali attraverso la Consip S.p.A., che inserivano all’interno dei capitolati tecnici (vale a dire nei documenti in cui vengono esplicitate le richieste tecniche da parte dell’Amministrazione), una serie di richieste interessanti, segno di una rinnovata attenzione al “visitatore”, e segno di una seppur timida apertura alle tecnologie.
Questa stagione promessa è tuttavia durata poco: a suon di ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato, si è presto giunti a un livello di incertezza, a cui si sono aggiunte le problematiche COVID-correlate con gli effetti che è possibile immaginare.
LE IPOTESI DI SCELTA DA PARTE DEL MINISTERO SUI SERVIZI AGGIUNTIVI
Oggi, riflettendo sulla condizione dei musei in Italia, sembra pacifico che il Ministero sia alla vigilia di una scelta, molto importante, in termini di gestione dei servizi aggiuntivi.
Le possibilità, più o meno concrete, che il Ministero può ponderare sono sostanzialmente quattro:
Mantenere la linea politica inalterata, con adeguamento delle gare Consip alle recenti sentenze.
Adottare una linea politica, per così dire, statalista, in cui la gestione dei servizi aggiuntivi è demandata al Ministero o comunque a enti e società controllate.
Incrementare il rapporto tra il pubblico e il privato nella definizione o nell’adozione di modelli di concessione – appalto, che prevedano una maggiore partecipazione da parte del privato e quindi avviare un percorso che, naturalmente, non può che rendere ancora più importante la concentrazione del mercato.
Adottare una strategia di diversificazione del mercato, andando ad agire non solo sulle grandi sedi, ma anche nelle sedi minori, statali e non statali, favorendo la partecipazione di un più elevato numero di imprese, a carattere locale.
“Particolarmente interessante è la tematica dei cosiddetti servizi aggiuntivi e servizi ausiliari, che potrebbe riservare non poche sorprese nel prossimo breve periodo”.
La prima strada, vale a dire mantenere inalterati gli equilibri, non introduce alcuna innovazione rispetto a quanto a oggi visibile, e pertanto non merita un commento specifico.
Rimangono quindi le altre condizioni.
È chiaro che la logica statalista (soluzione 2) potrebbe godere di una certa “simpatia” da parte di alcuni operatori culturali, e al contempo mostrare una certa affinità con le linee politiche adottate dal nostro Ministero sotto la guida di Franceschini. Sarebbe però un gran colpo al nostro sistema museale: è chiaro a tutti che il Ministero per i Beni e per le Attività Culturali (con o senza Turismo, a seconda dell’anno), abbia sempre rivestito una posizione di tutela statale. Orbene, se è stato questo stesso Ministero a comprendere, anticipando di molto i tempi, che per valorizzare il nostro patrimonio culturale era necessario attingere dalle caratteristiche specifiche degli operatori di mercato, tornare indietro su questo versante potrebbe minare in modo significativo i progressi sinora raggiunti. Tale condizione, quindi, andrebbe esclusa, al netto di importanti rivoluzioni della nostra Amministrazione, che non sono certo impossibili, ma sono di certo improbabili.
Volendo quindi mantenere il rapporto con il “privato”, e volendo “approfittare” di questo stallo, prima legislativo e poi emergenziale, per poter migliorare l’assetto generale della gestione dei servizi all’interno dei musei, rimangono dunque due sole possibilità: spingere verso una maggiore partecipazione del privato all’interno dei musei o, al contrario, spingere a una partecipazione dei privati più numerosa.
Nella prima linea, infatti (soluzione 3), una scelta potrebbe essere quella di costruire, insieme al privato, un percorso di valorizzazione condiviso, in cui il privato, in qualità di ente investitore e non mero erogatore, partecipa attivamente alla creazione dei servizi, investendo anche capitali propri per sviluppare nuovi servizi e nuove soluzioni a fronte, ad esempio, di un compenso in quota parte determinato dai risultati raggiunti. Questa linea potrebbe, ad esempio, permettere di definire, da parte dell’Amministrazione, gli obiettivi strategici che intende perseguire, e definire con il privato (che agirebbe in qualità di socio – seppur non in termini legali) le modalità attraverso le quali raggiungere tali obiettivi e dei premi di produzione, basati anche sugli investimenti che il privato ha sostenuto, in caso di raggiungimento di tali obiettivi.
Sarebbe sicuramente un passo importante, nella definizione dei rapporti tra pubblico e privato (che, ricordiamolo, perseguono già lo stesso obiettivo), ma soprattutto sarebbe un modo per imprimere una forte spinta innovativa all’interno del nostro sistema museale.
È chiaro che, tuttavia, una tale linea potrebbe essere perseguita soltanto da soggetti già presenti sul mercato, e che già conoscono le dinamiche museali, e già hanno contezza di tutte le dimensioni in cui può avere o non avere senso investire. Sarebbe infatti un mercato per pochi big player che possono permettersi di rischiare all’interno di un settore, che in ogni caso, oltre a essere molto aleatorio, è anche stato a lungo poco trasparente.
Condizione diametralmente opposta è invece quella che si verrebbe a creare nel caso in cui il Ministero decidesse di adottare una linea di “estensione demografica” del mercato. In questo caso, anche a fronte delle disponibilità fornite da alcuni strumenti finanziari comunitari, il Ministero dovrebbe infatti finanziare, sulla base di importi predeterminati, tutti i musei pubblici, al fine di dotare tali strutture delle risorse necessarie a poter indire gare, certo meno remunerative rispetto ai musei della TOP 20, per la definizione di servizi.
Si tratterebbe di una politica che si pone il duplice obiettivo di far crescere il sistema museale statale, e far crescere il numero di operatori presenti nel mercato. Si tratterebbe sicuramente di una spesa significativa, ma che potrebbe avere dei ritorni di medio periodo che non vanno ignorati, come l’incremento del valore aggiunto all’interno del settore museale e, di fatto, la possibilità di ingresso di nuovi player che potrebbe portare, come succede in tutti i settori, alla crescita e all’affermazione di nuovi soggetti, in grado di rispondere alle esigenze delle Amministrazioni anche meglio di quanto oggi facciano i privati.
Sono scelte, tutte, che ovviamente meritano una riflessione più approfondita (anche in termini di coperture finanziarie, coerenza con le disposizioni in tema di diritto amministrativo), ma, al netto dei tecnicismi, sono scelte che riflettono anche una visione del nostro sistema museale,
Ammesso che, in fondo, il Ministero ne abbia una.

Autore: Stefano Monti

Fonte: www.artribune.com, 27 dic 2020

BARLETTA. La Pinacoteca De Nittis.

“Sarà un De Nittis inedito” ha dichiarato il Sindaco di Barletta Cosimo Damiano Cannito – quello che scopriremo nel nuovo allestimento che il professor Renato Miracco ha curato per la pinacoteca ospitata a Palazzo Della Marra.
Il prestigioso e autorevole esperto d’arte, da sempre amante dell’opera di De Nittis, ne è rimasto incantato quando è stato a Barletta a febbraio dello scorso anno e ha poi voluto trasformare la sua ammirazione in una rilettura dell’artista e della sua opera, in un dialogo temporale fra il presente e la fine del XIX secolo, nei luoghi prediletti dal maestro, Parigi e Londra.
Penso che per il nostro Giuseppe De Nittis e per le sue opere stia per iniziare una nuova era, già indicata nel testamento di Léontine Lucille Gruvelle, con cui la donna donò al municipio di Barletta tutti i quadri, le incisioni e gli studi del suo amato marito, “chiedendo di distribuirne nei musei d’Italia e anche stranieri, per la miglior gloria del loro compatriota…”.
Questo lascito generoso è anche un impegno da rispettare: far conoscere la bellezza delle opere di De Nittis nel mondo per dar loro la giusta gloria”.
Nel 1913 Léontine Gruvelle, vedova De Nittis, regalò a Barletta, città natale del marito, con testamento olografo, un importante nucleo di opere che documentano le varie fasi della produzione artistica del Pittore barlettano e il suo talento per la sperimentazione.
Questa grande ed importante donazione, così audace nel panorama italiano all’epoca, è ora al centro di una nuova lettura tematica nell’istallazione su due piani nel prestigioso Palazzo della Marra nel centro storico della Città.
Il nuovo allestimento, progettato e curato dallo storico d’arte Renato Miracco dal titolo “Rileggere De Nittis, oggi”, cerca, infatti, di porre l’accento sulla contestualizzazione del pittore nella Comunità artistica di fine ‘800 a Parigi, considerata all’epoca il centro dell’Arte, e, a Londra che era diventata la Capitale economica del mondo.
“Suddividere in sezioni i quadri della Donazione, raccontare le storie e gli aneddoti che emergono dalle opere esposte, rileggere e riscoprire, oggi, l’Artista, è stato il mio compito, assicurando una lettura stratificata adatta ad un pubblico non solo nazionale ma internazionale – scrive il curatore nella sua presentazione – “Inoltre, in alcune sezioni della Mostra – continua – alcuni quadri di De Nittis saranno messi a confronto con quelli di alcuni suoi artisti-amici, in particolare Édouard Manet, Edgar Degas, Gustave Caillebotte e James Tissot. Per finire, e per dare al visitatore una visione più ampia della sua produzione, nel percorso sono inserite le riproduzioni di alcuni quadri di De Nittis presenti oggi nelle più importanti Collezioni e Musei del mondo: dalla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Musée d?Orsay di Parigi alla Collezione Piceni di Milano, solo per citarne alcuni”.
Nelle 17 sale del percorso in Palazzo della Marra si dipana, cosi, un preciso racconto doppiamente identitario, sicuramente didattico ma anche emozionale (i colori scelti per le sale sono tratti dalla palette del Pittore) che porta il visitatore a “vivere” il racconto di un grande Artista italiano che aveva scelto di lavorare in Europa e che, come scrisse già nel 1877 Henry Houssaye, era «il capo se non il maestro della nuova scuola dei disegnatori dal vero all’aria aperta”. Un artista, che partendo da Barletta è ora internazionalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del rinnovamento delle Arti in Italia ed in Europa alla fine del XIX secolo, un uomo strappato alla vita appena trentottenne “in fiera giovinezza, in pieno amore, in piena Gloria. Come gli eroi e i semidei”, come scrisse Dumas figlio, per l’epitaffio dell’artista amico.

Info:
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referente Simone Raddi: gestione2@studioesseci.net

Michele SANTULLI. Cezanne, il Museo Marmottan … e la Ciociaria.

Sta avendo luogo a Parigi presso un piccolo ma significativo museo, il Museo Marmottan, di casa in una grande villa al limitare del Bois de Boulogne, una esposizione incentrata su Cézanne e gli artisti italiani a lui vicini.
Si ricordi che quella che è considerata la sua opera principale è il ritratto di un ciociarello di Atina ‘Le Garçon au gilet rouge’ ma prima di informare sulla iniziativa, ritengo doveroso illustrare brevemente il piccolo museo a favore di coloro che non lo conoscono ancora.

Leggi tutto nell’allegato: Cezanne, il Museo Marmottan e la Ciociaria

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

VENEZIA. Le raccolte della Cassa di Risparmio di Venezia.

Massimo riserbo e misure di sicurezza altrettanto elevate per il trasporto dei tesori della Cassa di Risparmio di Venezia alla Querini Stampalia dove, grazie a Intesa Sanpaolo, proprietaria di quest?importante patrimonio d’arte e di storia, dipinti, sculture, mobili, libri, monete saranno esposti in modo permanente, in linea con gli obiettivi del Progetto Cultura della Banca per la valorizzazione delle proprie collezioni.
Il pubblico potrà ammirare per la prima volta queste opere, sino ad oggi “segrete” ai più, a partire dal prossimo 21 novembre.
Per accoglierle a Palazzo Querini Stampalia è stata ricavata un?ala dedicata, “firmata” da Michele De Lucchi.
“Attenzione e cura massime” afferma Marigusta Lazzari, Direttore della Querini Stampalia “sono state poste nel trasferimento delle opere a Palazzo Querini Stampalia. Al di là del valore intrinseco di questa collezione, a contare è che queste opere d?arte appartengono alla storia di Venezia, ne sono espressione e testimoni imprescindibili”.
Talune, come il magnifico bozzetto, capolavoro di Domenico Tintoretto realizzato per il Paradiso di Palazzo Ducale, hanno creato non pochi problemi, per le dimensioni e la necessità di non sottoporle a vibrazioni e movimenti eccessivi. Far transitare la grande tela del Tintoretto in Palazzo e farla giungere dove il pubblico potrà ammirarla, non si è rivelata operazione semplice. Altrettanto si può dire per i preziosi quanto delicati arredi, carichi di secoli oltre che di bellezza.
Il trasporto delle fragili sculture in pietra di Arturo Martini è stato studiato nei dettagli per risolvere in anticipo eventuali problematiche causate dalle dimensioni delle opere. Per il loro passaggio, attraverso le sale, è stata realizzata una pavimentazione provvisoria in legno, che aiutasse a distribuirne il peso.
La grande tela del Tintoretto invece, agganciata a corde, è stata sollevata a mano, da piano terra al terzo, attraverso la tromba delle scale.
“E con soddisfazione oggi possiamo annunciare che tutto è quasi completamente collocato e allestito negli spazi al terzo piano. Il risultato è emozionante. Il lavoro dell?architetto De Lucchi si inserisce armoniosamente, valorizzando ed enfatizzando le atmosfere create dalle opere e dagli arredi, in un susseguirsi di racconti molto suggestivi che vanno dal XVI al XX secolo.”

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