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ROMA. La collezione Basso arricchisce il patrimonio museale archeologico della Sapienza.

Inaugurata presso il Palazzo del Rettorato l’esposizione permanente di cinquecento reperti dall’antica Puglia, dall’Etruria e dal mondo italico donati all’Ateneo dal professore emerito Nicola Basso
La storia di una grande passione per l’archeologia trasmessa di padre in figlio e che quest’ultimo decide di condividere, offrendo alla fruizione pubblica il patrimonio di oggetti e reperti raccolti nell’arco di due generazioni.
Nicola Basso, professore emerito di Chirurgia generale della Sapienza ha donato all’Università la propria collezione di circa 500 reperti archeologici, riunita con passione dal padre Raffaele, anch’egli chirurgo, amante della storia e dedito allo studio della terra di Daunia e di quella degli Etruschi.
Gran parte del prezioso patrimonio donato all’Ateneo è esposto in un’esposizione permanente allestita presso il Palazzo del Rettorato con il titolo “Antiche genti di Puglia“, inaugurata il 20 dicembre 2024 dalla Rettrice Antonella Polimeni.
L’allestimento permanente della collezione Basso, curato da Laura M. Michetti e da Alessandro Conti del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, con il supporto di Claudia Carlucci del Polo Museale Sapienza, ha visto coinvolto un gruppo di dottorande/i e studentesse e studenti di Etruscologia e antichità italiche, che si sono occupati anche della schedatura preliminare di tutti i reperti e della loro documentazione fotografica, mettendo a frutto l’esperienza acquisita nel Museo delle Antichità etrusche e italiche dell’Ateneo.
“Con l’inaugurazione odierna dell’esposizione permanente resa possibile grazie alla generosa donazione dell’amico e collega Nicola Basso – dichiara la rettrice Antonella Polimeni – si offre alla nostra Comunità un’ulteriore occasione concreta per vivere pienamente gli spazi del nostro Ateneo. Attraverso le opere d’arte esposte sin dalla sua fondazione e le mostre ospitate in questi anni, con oggetti e documenti di epoche diverse e stili artistici differenti, il Palazzo del Rettorato del nostro Ateneo sta diventando di fatto una galleria d’arte viva, accessibile ed aperta al territorio. L’atto di mecenatismo di Nicola Basso, che desidero ringraziare con sincero affetto e gratitudine, ci ricorda che la storia non è mai una rottura, ma un filo ininterrotto che lega le generazioni e che trova il suo pieno compimento nel momento della restituzione autentica alla collettività”.
La collezione Nicola Basso si compone di reperti prevalentemente ceramici. Gli oggetti esposti al Rettorato sono riconducibili alle culture fiorite nell’antica Apulia nel corso del primo millennio a.C., prima della conquista del territorio ad opera di Roma. Gli oggetti sono il prodotto delle botteghe di ceramisti attivi nelle aree dei Dauni, dei Peuceti e dei Messapi che abitavano nell’area e che, con modalità diverse, entrarono in contatto sia con i coloni greci stanziatisi nel meridione della Penisola, sia con altri popoli del variegato mosaico che componeva l’Italia preromana. Tipiche dei corredi funerari della Daunia sono le ceramiche in argilla depurata con decorazione geometrica, lineare o vegetale in bruno e rosso, prodotte tra i primi decenni del VII e la fine del III sec. a.C., dapprima modellati a mano o alla ruota lenta e solo a partire dal V secolo realizzati al tornio. Un nucleo molto numeroso e di notevole qualità è costituito da vasi rivestiti di vernice nera, a volte con decorazione sovrapposta in rosso, opera di botteghe attive a Metaponto, nella valle del Bradano e nella Peucezia costiera (Rutigliano, Ruvo), nella Daunia meridionale (Lavello, Salapia). Per i vasi sovradipinti policromi – definiti anche “di Gnathia” dalla prima località di ritrovamento nel Brindisino, Egnazia – sembra certa una pluralità di centri di manifattura, tra cui spicca la città magnogreca di Taranto. Inoltre sono presenti alcuni esemplari di vasi realizzati nella tecnica a figure rosse “a risparmio”, le cosiddette ceramiche italiote, realizzate a partire dalla metà del V sec. a.C. con decorazioni figurate.

Info:
Sapienza Università di Roma
Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma
T (+39) 06 49910035 -0034
stampa@uniroma1.it

Fonte:
Sapienza Università di Roma 20 dic 2024

RIVOLI. Il Castello compie 40 anni come primo centro d’arte contemporanea italiano.

Tutto comincia nel 1978, quando il Castello di Rivoli, ormai un rudere fatiscente che nel decennio precedente rischia di diventare un casinò, comincia il suo lungo processo di rinascita che si concluderà il 18 dicembre 1984 con la trasformazione in Museo d’Arte Contemporanea – anzi nel primo del genere in Italia – con una collezione che vanta oltre 800 opere di arte minimal, concettuale, poverista, transavanguardista e dei giorni nostri. A convincere la Regione Piemonte a prendersene carico per il suo recupero in ottica culturale è il rovinoso crollo di una volta al secondo piano.
Questo antico monumento, costruito sui resti di un maniero medievale sopra una collina morenica alle porte di Torino, sulla via della Francia all’imbocco della Val di Susa, viene abbandonato al suo destino dopo la Seconda guerra mondiale. Da allora, non ha più molto delle tante stratificazioni del passato: dello sfarzo barocco da corte dei Savoia, realizzato prima da Amedeo di Castellamonte e poi ripreso nel Settecento dal progetto (rimasto incompiuto per mancanza di fondi) di Filippo Juvarra, rimane solo il degrado.
A tenerlo sotto controllo ci pensa, però, già da qualche anno un giovane architetto, Andrea Bruno, che firmerà lo straordinario adattamento dell’edificio juvarriano durante il cantiere che dura dal 1979 al 1984 con soluzioni ardite: una scala sospesa nel vuoto, strutture attuali che si innestano sull’antico, vetro e acciaio che dialogano in armonia con i materiali settecenteschi. Successivamente si occuperà anche del recupero della seicentesca Manica Lunga, dotandola di moderni servizi. “Tutti i miei lavori sono sempre stati un ‘costruire sul costruito’”, ci confiderà in seguito l’architetto torinese a latere della mostra che il Castello di Rivoli gli tributerà in occasione del trentennale del suo restauro.
Nel 1984 il museo è pronto, ma è un contenitore vuoto in attesa di una collezione che potrebbe essere quella prestigiosa del marchese collezionista Giuseppe Panza di Biumo: è alla ricerca di una sede espositiva permanente per un’ottantina di sue opere di arte minimale, concettuale, ambientale. Gli artisti sono pezzi da novanta come Nauman, Serra, Flavin, Robert Morris, Judd, Richard Long, Andre, ma la Regione Piemonte, dopo un’iniziale disponibilità, rifiuta la donazione in nome di un progetto più ambizioso.
“La Regione decise di dare al Castello un ruolo diverso da quello che pensava Panza, che bene o male sarebbe diventato il padrone del castello”, dichiarava in un articolo del 2006 su La Stampa Giovanni Ferrero, allora assessore alla Cultura della Regione che, insieme ad Alberto Vanelli, direttore del settore Beni Culturali, ha la paternità della scelta: fino al 1990 è stato il primo Presidente del Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, ruolo ricoperto oggi da Francesca Lavazza. Il museo non voleva essere una Kunsthalle, ma un centro per artisti viventi, che producessero le opere del proprio tempo attraverso tutti i linguaggi, purché di ricerca.
Nasce, così, la mostra inaugurale “Ouverture”, chiamata in tal modo dal primo direttore Rudi Fuchs per ragioni di libertà espressiva: “Io mi considero come un compositore, io faccio un’opera con opere d’arte, con quadri e oggetti, e come tra forti e piani c’è una musica diversa, così anche qui tra alti e adagi si trovano spazi diversi”.
Progettata come ipotesi di una collezione dal direttore olandese – primo direttore straniero in un’istituzione italiana – è allestita come una rassegna di potenziali acquisti: incentrata su opere nuove o recenti, la mostra predilige il valore delle ricerche individuali dei singoli artisti, più che la loro appartenenza a gruppi o precisi movimenti storico-artistici. Così, senza limiti di ordine cronologico o tematici, un dipinto di Julian Schnabel si accosta all’albero di Giuseppe Penone, una tela di Emilio Vedova si posiziona davanti alle pietre di Richard Long, in un susseguirsi di stili e linguaggi diversi, nel contesto molto connotato di un castello e non di un white cube. E poi lavori ambientali e inamovibili – le stanze dipinte da Lothar Baumgarten, Yurupari – Stanza di Rheinsberg; Niele Toroni, “Impronte di pennello n. 50 a intervalli regolari di cm 30”, e installazioni e opere scultoree, come “Verso oltremare” di Giovanni Anselmo; “Persone nere” di Michelangelo Pistoletto. Per un totale di 120 opere di 71 artisti tra dipinti, sculture, installazioni distribuite nelle 33 sale del primo e del secondo piano.
Dopo 40 anni, quella stessa mostra torna ora al museo in versione aggiornata per celebrarne l’anniversario. “Ouverture 2024 è concepita come una proposta per un museo del XXI Secolo, radicato in Europa ma aperto ad una più ampia visione globale”, ci raccontano i suoi curatori Francesco Manacorda, attuale Direttore del Castello di Rivoli e Marcella Beccaria, Vice Direttrice, Capo Curatrice e Curatrice delle Collezioni.
“La mostra fa anche riferimento all’ambizioso e articolato programma di mostre organizzate dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea nel corso degli anni ed alla crescita organica della sua collezione, nella quale molte opere sono nate grazie all’eccezionale contesto della dimora sabauda incompiuta ed al dialogo diretto tra i direttori, i curatori e gli artisti”.

Con l’entrata in carica nel 1990 di Ida Giannelli, il museo acquista una sua identità forte che permane ancora oggi, anche grazie all’apertura della Manica Lunga nel 2000: quella di centro culturale con una precisa idea di collezione permanente, incentrata su due movimenti fondativi del secondo Novecento di rilevanza internazionale, Arte povera e Transavanguardia. Il nucleo poverista, oltre alla sua militanza di curatrice al fianco di Germano Celant e degli artisti coetanei, lo si deve soprattutto al comodato congiunto con la Galleria Civica di Torino (e al mecenatismo della Fondazione per l’Arte CRT che comincia proprio in quegli anni), della collezione Christian Stein: venti opere capitali, realizzate tra 1967 e 1975, capaci di garantire una visione completa del fenomeno. Sotto la direzione Giannelli, l’attenzione va anche ai giovani del momento che diventeranno negli anni delle artistar (Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Paola Pivi, Grazia Toderi, Francesco Vezzoli).

Dal 2010 la direzione di Beatrice Merz, fino al 2012 con Andrea Bellini, è all’insegna del consolidamento della presenza di nomi già rappresentati come Jannis Kounellis, Gianni Colombo, Marisa Merz, Nicola De Maria. Ma c’è anche un filone al femminile preponderante che porta all’acquisizione di lavori di artiste giovani o a metà carriera, italiane e straniere come Elisabetta Benassi, Mona Hatoum, Dorothy Iannone, Anna Maria Maiolino, Kateřina Šedá, Maria José Arjona, Marinella Senatore, Rossella Biscotti, Eva Frapiccini, Teresa Margolles, Ana Mendieta, Marzia Migliora, Sophie Calle. È anche il tempo delle grandi collettive, frutto di tre riallestimenti delle opere storiche.
“Ho limitato il numero di sale dedicate ad un unico artista”, raccontava Beatrice Merz ad Artribune in un’intervista del 2012. “Mettere più artisti in un’unica sala non avveniva in passato a Rivoli. In questo caso ho invece voluto giocare con le opere. L’accostamento di diversi artisti nello stesso spazio è un invito al visitatore, al quale si chiede di creare un proprio libero percorso mentale attraverso i confronti, che talora sono arditi, come nel caso di Mario Giacomelli e Nan Goldin”.

Nei 7 anni di direzione (2016-2023) di Carolyn Christov-Bakargiev – già Capo Curatore al Castello dal 2001 al 2008 e sua Direttrice pro tempore nel 2009, nonché seconda donna nella storia a dirigere un’edizione di documenta a Kassel – torna il criterio monografico dei riallestimenti, mentre l’eclettismo è l’impronta dei suoi progetti multiformi che richiamano alla storia, alla politica, alla filosofia, alle scienze, alla psicanalisi. A tutto ciò, tramite un accordo di gestione, si aggiunge l’ingresso di una collezione privata: quella di Francesco Federico Cerruti. Infine, l’ingresso in collezione di un lavoro di Mike Winkelmann, alias Beeple, dalla doppia esistenza – fisica (un grande olio su tela) e digital –, sancisce la fine del suo mandato e l’inizio del suo pensionamento.
“Ho cercato di pensare a quelle opere in cui l’energia”, scrive Christov-Bakargiev nell’introduzione del nuovo Catalogo delle Collezioni, “la processualità e l’incertezza fossero caratteristiche determinanti, in continuità con l’Arte Povera, sulla cui base si fonda la Collezione del nostro Museo”.

Una delle ultime opere entrate nelle collezioni del Castello di Rivoli, grazie ad una donazione dell’artista, è l’installazione Shade Between Rings of Air (2003) di Gabriel Orozco (Xalapa, Messico, 1962) che verrà inaugurata in occasione dei 40 anni del Castello. L’opera – nella Sala 18 dell’edificio Castello – restituisce una copia in scala 1:1 della Pensilina, struttura architettonica realizzata nel 1952 da Carlo Scarpa come parte del Giardino di Sculture presso i Giardini della Biennale di Venezia. Dopo la presentazione ufficiale in occasione della 50esima Biennale Arte di Venezia nel 2003 e le esposizioni al Palacio de Cristal a Madrid e al Fine Art Palace a Città del Messico nel 2004, l’installazione di Orozco approda oggi al Castello di Rivoli con un allestimento inedito curato da Marcella Beccaria, in dialogo con l’artista e pensato appositamente per gli spazi del museo.
Anche il Dipartimento Educazione ha in serbo una novità: attingendo alle opere della collezione permanente, allestirà l’intero spazio del terzo piano del Castello di Rivoli a misura di bambino col progetto del Castello Incantato.
“Ponendo i bambini ed i giovani come ‘visitatori ideali’ di tali spazi”, spiegano i responsabili area, “permetterà al resto del pubblico di esperire un allestimento disegnato per i loro occhi, menti e cuori e come tale un museo ‘re-incantato’”. Nato dalla collaborazione tra il Dipartimento Educazione e un team di docenti, il progetto si basa su un approccio partecipativo di co-creazione del percorso museale con i fruitori stessi, in particolare bambini e ragazzi. Un progetto in linea con la missione istituzionale del Museo di “promuovere la conoscenza dell’arte del nostro tempo” attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico per favorire il processo di crescita sociale e civile delle persone e del territorio.

Autore: Claudia Giraud

Fonte: artribune.com 15 dic 2024

FAENZA (Ra). Il Museo Internazionale della Ceramica inaugura una nuova sezione dedicata all’Art Nouveau e Déco.

Il Mic di Faenza inaugura il nuovo allestimento della sala dedicata alla ceramica europea, dall’Art Nouveau al Déco, fino agli anni ‘40.
Come ci ha spiegato Claudia Casali, curatrice del nuovo percorso, «dal 2011 il Mic di Faenza ha programmato un riallestimento delle sezioni permanenti, lette con uno sguardo aggiornato e contemporaneo. La nuova sezione che apre al pubblico inaugura una rilettura in chiave internazionale del XX e XXI secolo, prevista per il prossimo biennio, seguendo la vocazione “internazionale” del nostro Museo. Nello specifico affrontiamo il clima Art Nouveau e Déco della prima parte del XX secolo, con 600 pezzi, analizzando le tematiche e i protagonisti dell’epoca. Viene affrontato il ruolo delle grandi esposizioni e delle principali manifatture europee a confronto, in un dialogo tematico, formale e tecnico. Per l’occasione verranno attivati dei contenuti multimediali che consentiranno al visitatore di approfondire l’epoca analizzata non solo dal punto di vista ceramico, ma anche letterario e storico, contestualizzando il periodo indagato».
Il nuovo percorso, diviso in quattordici aeree tematiche, espone ceramiche mancanti dalle sale museali da oltre ottant’anni, a testimoniare la straordinaria ricchezza del patrimonio conservato nei depositi del Museo, dai quali sono state recuperate oltre 160 opere, di cui sei restaurate per l’occasione.

Autore: Carla Cerutti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 3 dic 2024

Info:
MIC Faenza – Viale A. Baccarini n. 19 – Faenza, RA 48018 Italy
Tel. +39 0546 69 73 11 – info@micfaenza.orgwww.micfaenza.org

CODIGORO (Fe). Abbazia di Pomposa, un “faro” nel delta del Po.

Andando da Codigoro, in provincia di Ferrara, verso il mare Adriatico, si vede elevarsi dalla monotona pianura padana un campanile, alto 48,5 metri, che da solo riempie tutto il panorama: é la parte principale dell’Abbazia di Pomposa, detta “del Delta del Po”, di cui si trova ai confini, che, dalla strada litoranea Romea, una delle maggiori vie di comunicazione dell’antichità, che unisce Chioggia a Ravenna, e che nel Medioevo era percorsa dai pellegrini diretti e Roma, dà il suo benvenuto al forestiero.
Questa è situata ad una cinquantina di chilometri da Ferrara e ad una ventina, verso nord, da Comacchio. E la sua vista rende interessante una pianura ben coltivata, ma che non avrebbe nulla da mostrare di diverso dal solito.
L’Abbazia si trova su quella che nell’antichità era chiamata l'”Insula Pomposiana”, essendo, allora, circondata dal Po di Goro, dal Po di Volano e dal Mare Adriatico.
Delle origini di questa Abbazia, purtroppo, non si sa molto. Si può solamente dire, dal poco che si ha a disposizione, che verso il IX secolo in quel luogo ne esisteva un’altra, ma di dimensioni inferiori: questa notizia si ritrova in un frammento della lettera, datata 874, inviata all’imperatore Ludovico II dal papa Giovanni VIII.
La sua autonomia decadde quando, nel 981, finì sotto la dipendenza del monastero di San Salvatore di Pavia, per finire, nel 1009, sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi di Ravenna, guidata dall’abate ed arcivescovo Gerberto di Aurillac di Bobbio.
Più tardi, riuscì a liberarsi da quella servitù e, grazie alle donazioni di fedeli, divenne un centro culturale di tutto rispetto.
Nel 1026, l’abbazia fu consacrata dall’abate Guido. E fu in quel periodo che mastro Mazulo intervenne con la costruzione di un nartece, cioè di un vestibolo, a tre grandi arcate.
Nel periodo del suo massimo splendore, Pomposa favorì la conservazione e lo sviluppo della cultura, che ebbe, fra l’altro, il contributo della presenza del monaco Guido d’Arezzo, che mise a punto le note musicali; purtroppo entrò in disaccordo con i confratelli benedettini che in pratica lo costrinsero a togliersi dai piedi, cosa che lui fece, ritirandosi ad Arezzo, presso il vescovo Teodaldo.
Fra i personaggi illustri, che furono presenti a Pomposa, emerge la figura del teologo, vescovo e cardinale Pier Damiani, che vi visse dal 1040 al 1042.
L’Abbazia era fiorente, con la coltivazione dei terreni, con lo sfruttamento di una delle saline di Comacchio, con i suoi rapporti con altre entità politico-religiose italiane e con donazioni; ma tale stato durò fino al XIV secolo, perché nel frattempo era avvenuto un peggioramento nelle condizioni del suolo, nel quale l’impaludamento, sicuramente una delle conseguenze della famosa rotta del Po di Ficarolo del 1152, che causò la deviazione dal suo vecchio tracciato (che passava a sud di Ferrara rendendola ricca) direttamente verso il Mare Adriatico; e, a complicare la situazione, ci fu la formazione di incontrollati bacini di acqua non sempre corrente, dove proliferavano le zanzare, involontarie portatrici delle terribile malaria, che la faceva da padrona.
Nel 1653, il papa Innocenzo X soppresse l’Abbazia come monastero e, non interessando più il papato, nel 1802, fu venduta alla famiglia Guiccioli di Ravenna, che la cedette allo Stato Italiano alla fine del 1800.
Il 18 maggio 1965 ci fu l’intervento del papa Paolo VI, che concesse il titolo di abate di Pomposa ai vescovi di Ravenna, con la bolla Pomposiana Abbatia, titolo che, nel 1986, fu trasferito agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio. E dal 2014, Pomposa è passata sotto la gestione del Ministero dei Beni Culturali attraverso il Polo Museale della Regione Emilia-Romagna.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

BAGHERIA (Pa). l museo Guttuso compie 50 anni e si rifà il look: inaugurato il nuovo allestimento.

Per i suoi 50 anni il Museo Guttuso, dedicato all’omonimo artista del Novecento, in collaborazione con gli Archivi Guttuso e grazie al contributo straordinario erogato dall’Assessorato dei Beni culturali della Regione Siciliana ha mostrato le sale appena ristrutturate, oltre ad un ricco cartellone di eventi e di iniziative dedicate.
Come ha sottolineato il sindaco Tripoli: “Il Museo Guttuso ed il suo patrimonio sono stati da subito protagonisti di un percorso di valorizzazione da parte della nostra amministrazione. Celebrare il cinquantesimo della nascita del Museo, con questo nuovo allestimento, ci proietta verso il futuro con la consapevolezza che il Museo va armonizzato con i nuovi beni acquisti dal Comune: Mulino Cuffaro e Sicilcalce che saranno a breve oggetto di riqualificazione. Il Museo merita l’impegno di tutti poiché è patrimonio della nostra città e della nostra cultura”.
“L’apertura del nuovo allestimento è il cuore del 50ennale del Museo. Uno spazio culturale chiuso da troppo tempo che rinasce a nuova vita, con dei lavori di manutenzione e con un nuovo e incredibile allestimento ed un nuovo catalogo. Ma il 50ennale non è solo questo”, ha raccontato l’assessore Daniele Vella, che poi ha aggiunto: “È il tributo che Nico Bonomolo realizza con il suo video che diventerà virale; è il ciclo di conferenza che gli artisti realizzeranno, è l’esposizione dei carretti con cui abbiamo aperto qualche mese fa, è finalmente la realizzazione di un catalogo per la bellissima collezione di manifesti cinematografici della collezione Lo Medico da parte di Emiliano Morreale, è la duplice conferenza che realizzeremo insieme ad Unipa e con Marco Carapezza per i 50 anni della Vucciria, ed una in collaborazione con la categoria dei giornalisti e Assostampa, le esposizioni che abbiamo in programma e tanto altro ancora”.
“La celebrazione dei 50 anni dalla nascita dell’Istituzione, oggi espressi nel suo rinnovamento museale, rappresenta per gli Archivi Guttuso una confluenza di risultanze e di intese che ha avuto con il Comune di Bagheria a partire dalla sua germinazione, percorrendo negli anni occasioni sorprendenti di arte e di cultura. Fabio Carapezza Guttuso, fondatore degli Archivi, con la sua sapiente, illuminata tenacia è stato partecipe essenziale della formazione delle collezioni e delle attività culturali, contribuendo alla crescita del Museo, a Guttuso intitolato, ha raccontato Tiziana Cristallini Carapezza Guttuso, presidente degli Archivi Guttuso.
“Mi faccio portavoce, in tal senso, del suo pensiero che conosco profondamente per manifestare personalmente, attraverso la continuità dei rapporti tra gli archivi e l’Istituzione a che, nel futuro con ulteriore spinta propulsiva, si intensifichi l’attenzione verso l’intero complesso monumentale di Villa Cattolica, prezioso documento della Città”, ha infine concluso.
Anche il direttore scientifico degli archivi Guttuso, il professore Marco Carapezza ha voluto commentare l’iniziativa: “I tanti bagheresi presenti in questa occasione sono la testimonianza che questa è anche una grande festa. I compleanni sono momenti festosi, importanti e inevitabilmente ci inducono ad alcune riflessioni sul passato e sul futuro. Alcuni compleanni sono poi di particolare rilevanza, ognuno può pensare al proprio di compleanno importante. Una cosa simile accade con le istituzioni e il cinquantesimo anno di un museo è un traguardo importante da festeggiare e su cui riflettere. A partire dalla scelta di grande valore civile di Renato Guttuso, continuata poi da Fabio Carapezza Guttuso, di donare alla città un importante nucleo di opere sue e di amici pittori dando così avvio al percorso che avrebbe portato al museo. Una scelta ben compresa dalla città di Bagheria che ha saputo impegnarsi nel dare a questa donazione, la villa Cattolica, una sede di straordinaria bellezza”.
A spiegare il nuovo allestimento, i lavori eseguiti, le origini dei finanziamenti sono intervenuti poi il responsabile E.Q. della direzione II “Cultura”, responsabile unico del progetto, Onofrio Lisuzzo, la consulente del patrimonio monumentale delle ville comunali di Bagheria Lina Bellanca e Dora Favatella Lo Cascio, consulente comunale per la salvaguardia del patrimonio culturale e monumentale della Città.
L’apertura degli spazi del secondo piano è il frutto di una lunga azione amministrativa ed è stata sostenut grazie al contributo straordinario da parte della Regione Siciliana e fondi di bilancio comunale che hanno permesso di revisionare l’impianto antincendio, gestire la manutenzione del giardino e quella di restauro.
Il Museo d’arte contemporanea racchiude oggi il meglio dell’arte contemporanea siciliana, capace con le sue opere d’arte di raccontare il territorio in tutte le sue sfaccettature. Tra i nuovi lavori artistici donati o dati in comodato d’uso al museo ci sono quelle di Giuseppe Agnello, Salvatore Bonnici, Gai Candido, Bruno Canova, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Giovanni Compagnino, Antonio Vitale, Piero Corpaci, Francesco Domilici, Martin Emschermann, Anna Fici, Arrigo Musti, Antonio Nacci, Franco Panella, Enzo Patti, Nicasio Pizzolato, Gianni Provenzano, Salvatore Rizzuti, Antonino Saporito Renier, Placido Scandurra, Vincenzo Sciamè e Turis Sottile. Interessante anche la collezione di oltre 130 pezzi appartenenti alla collezione Daneu Tschinke, donata da Anna e Vincenzo Tschinke che va ad arricchire la sezione dedicata alla Pittura di carretto.
Le opere si aggiungeranno alle collezioni già presenti all’interno di Villa Cattolica, con l’intento di promuovere il patrimonio culturale, in particolare quello contemporaneo.
Il Museo d’arte contemporanea racchiude oggi il meglio dell’arte contemporanea siciliana, capace con le sue opere d’arte di raccontare il territorio in tutte le sue sfaccettature. Tra i nuovi lavori artistici donati o dati in comodato d’uso al museo ci sono quelle di Giuseppe Agnello, Salvatore Bonnici, Gai Candido, Bruno Canova, Ilaria Caputo, Salvatore Caputo, Giovanni Compagnino, Antonio Vitale, Piero Corpaci, Francesco Domilici, Martin Emschermann, Anna Fici, Arrigo Musti, Antonio Nacci, Franco Panella, Enzo Patti, Nicasio Pizzolato, Gianni Provenzano, Salvatore Rizzuti, Antonino Saporito Renier, Placido Scandurra, Vincenzo Sciamè e Turis Sottile. Interessante anche la collezione di oltre 130 pezzi appartenenti alla collezione Daneu Tschinke, donata da Anna e Vincenzo Tschinke che va ad arricchire la sezione dedicata alla Pittura di carretto.
Le opere si aggiungeranno alle collezioni già presenti all’interno di Villa Cattolica, con l’intento di promuovere il patrimonio culturale, in particolare quello contemporaneo.
Sul sito web del museo (https://www.museoguttuso.com/50-anni-museo/) è stata creata una sezione interamente dedicata al cinquantesimo e alla nuova collezione.

Fonte: www.siciliafn.it 1 mar 2024