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TORINO. Modigliani e la Bohème di Parigi.

modiglianiIn esposizione circa 90 opere, tra cui sessanta capolavori provenienti dal Musée National d’Art Moderne -Centre Pompidou di Parigi e da importanti collezioni pubbliche e private d’Europa.
Intorno alla figura centrale di Modigliani viene presentata la straordinaria atmosfera culturale creata dalla “École de Paris”, la corrente che ebbe protagonisti alcuni artisti attivi nel primo dopoguerra, spesso esuli ebrei perseguitati nel loro paese di origine, che si raccolsero intorno a Montmartre e Montparnasse uniti dal desiderio di vivere in pieno il clima artistico e culturale di Parigi, creando una completa simbiosi tra vita e arte e distinguendosi per uno stile personalissimo e una vita dissoluta e priva di regole.
Si parte da un significativo corpus di opere del Centre Pompidou di Parigi, nelle cui collezioni Modigliani entrò a far parte già nella metà degli anni ’30 del Novecento. Tra questi gli splendidi ritratti dei suoi amici (Il giovane ragazzo rosso del 1919), delle sue amanti (Lolotte del 1917) o dei suoi mercanti, affiancati a dipinti, disegni e sculture provenienti da altre prestigiose collezioni pubbliche e private e da un dipinto delle collezioni della GAM, la celebre Ragazza Rossa del 1915. In questi dipinti emerge il noto “Stile Modigliani” caratterizzato da una sintesi estrema, tanto che i personaggi ritratti non si rivelano nella loro identità, se non per alcuni dettagli, come i vestiti o le capigliature.
La mostra è costruita in cinque sezioni, che analizzano la vitalità parigina del periodo, con uno sguardo non solo alla pittura, ma anche al disegno che ha dato origine ai capolavori, e con un occhio particolare alla scultura in cui il protagonista, insieme a Modigliani, è Costantin Brancusi, lo scultore nel cui atelier Amedeo lavorerà per molto tempo. Tra le opere esposte in questa sezione le celebri Principessa X e Mademoiselle Pogany III, accanto a una serie di fotografie originali che Brancusi stesso scattò alle sue opere.
Modigliani è raccontato in mostra come il principale testimone della realtà cosmopolita della Bohème parigina, che ha segnato la sua indipendenza dai movimenti ufficiali delle avanguardie artistiche. Un particolare momento storico in cui, alla creazione dei capolavori, si affianca un’esistenza fatta di alcool e miseria che, uniti alla morte prematura, hanno contribuito ad avvolgere il personaggio in un’aura di leggenda.
Le sezioni della mostra:
I – Amedeo Modigliani
I ritratti di Amedeo Modigliani (tra cui il Ritratto di Soutine, Jeanne Hebuterne, il Giovane ragazzo rosso, La ragazza rossa) sono messi a confronto – in questa prima sezione dedicata alla figura e allo stile inconfondibile e ormai distante dall’espressionismo e dal simbolismo a cui Modigliani guardava nelle prime opere – con un Ritratto di Modigliani di Andrè Derain, e Gotine rosse di Giovanni Fattori che fa parte delle collezioni della GAM.
II – Modigliani/Brancusi e la scultura
Dal 1909 al 1914 Modigliani si dedicò quasi esclusivamente alla scultura applicando il suo modello di sintesi alle celebri teste dalle forme allungate, dai lunghi colli e dagli occhi senza pupille. La sezione analizza principalmente il confronto con le opere del suo grande amico Costantin Brancusi, con cui condivise lo studio e il medesimo interesse per le curve ampie e armoniose delle forme anatomiche.
III- La bohème parigina
Gli artisti che si incontravano nei café, nei bordelli e tra le strade di Montmartre e Montparnasse sono rappresentati in questa sezione. Tre importanti opere di Chaim Soutine, un dipinto di Marc Chagall e due paesaggi di Maurice Utrillo sono esposti accanto a dipinti di altri protagonisti del fecondo ambiente parigino dell’epoca.
IV – Il cubismo
Pur restando relativamente distante dalla prorompente rivoluzione cubista introdotta da Picasso e accolta da un gran numero di artisti, Modigliani condivise con il movimento il processo di schematizzazione e lo sguardo rivolto all’arte primitiva e all’arte africana. Accanto a dipinti e disegni del maestro livornese due importanti dipinti di Gino Severini, tra cui Nord-Sud appartenente alle collezioni GAM; il Pane di Pablo Picasso, opere di Juan Gris, Louis Marcoussis e Léopold Survage, insieme ad altri testimoni della stagione cubista.
V- Il nuovo umanesimo della scuola di Parigi
Il meraviglioso Ritratto di Dédie del 1918, immagine guida della mostra è il capolavoro di Modigliani che introduce quest’ultima sezione, dedicata alla cerchia di artisti attratti dal fermento culturale e dalla libertà che Parigi garantiva nei primi anni del Novecento. Tra questi Marc Chagall, Max Jacob, Sonia Delaunay e Susanne Valadon, presenti in mostra con una serie di ritratti.
La mostra è promossa da GAM e prodotta da MondoMostre e Skira editore in collaborazione con il Musée National d’Art Moderne – Centre Pompidou di Parigi.
La curatela scientifica è affidata a Jean-Michel Bouhours, accreditato studioso di Modigliani e curatore del dipartimento delle collezioni moderne del Centre Pompidou di Parigi.

Info:
GAM – Galleria civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Via Magenta 31 – Torino, fino al 12/07/2015, da martedì a domenica 10.00-19.30 – chiuso lunedì (+39) 0114429518 (+39) 0114429550 – gam@fondazionetorinomusei.it  –  http://www.gamtorino.it/
Tel.: 011 4429518
Prezzo: intero € 12,00 – ridotto € 9,00

REGGIO EMILIA. Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza.

piero francescaCento opere che vedranno accanto al Maestro di Sansepolcro, i grandi protagonisti della teoria e della pratica del disegno prospettico e architettonico dei secoli XV-XVI: Lorenzo Ghiberti, Leon Battista Alberti, Ercole de’ Roberti, Domenico Ghirlandaio, Giovanni Bellini, Francesco di Giorgio, Albrecht Dürer, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi, Amico Aspertini, Michelangelo, e molti altri.
Mostra a cura di Filippo Camerota, Francesco Paolo Di Teodoro, Luigi Grasselli.
Vi sono personaggi, nella storia dell’arte, che sono portatori di novità tali da innescare una vera e propria rivoluzione. Uno di questi è sicuramente Piero della Francesca.
Attorno al Maestro di Sansepolcro aleggia da sempre un velo di mistero e di enigmaticità dovuto sia ai pochi documenti che lo riguardano, sia alla singolarità del suo linguaggio espressivo che coniuga, magicamente in equilibrio perfetto, la plasticità e la monumentalità di Giotto e Masaccio con una straordinaria capacità di astrazione e sospensione. Un’essenzialità e purezza di forme che trovano fondamento nei suoi interessi matematici e geometrici mirabilmente espressi nei trattati che ci ha lasciato: l’Abaco, il Libellus de quinque corporibus regularibus, il De Prospecitva pingendi e il da poco scoperto Archimede. Ed è proprio su questi preziosi testimoni dell’opera scritto-grafica di Piero, in specie sul De prospectiva pingendi, che la mostra di Palazzo Magnani prende corpo.
La mostra presenta la figura del grande Maestro di Sansepolcro nella sua doppia veste di disegnatore e grande matematico. Per l’occasione sarà riunito a Palazzo Magnani – fatto straordinario, per la prima volta da mezzo millennio – l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca: i sette esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (conservati a Bordeaux, Londra, Milano, Parigi, Parma, Reggio Emilia) i due codici dell’Abaco (Firenze), il Libellus de quinque corporibus regularibus (Città del Vaticano) e l’Archimede (Firenze).

Fonte: MiBACT

Redattore: RENZO DE SIMONE

Info:
Reggio nell’Emilia, Palazzo Magnani, Corso Giuseppe Garibaldi, 29, fino al 14 giugno 2015
Costo del biglietto: 11,00 euro
Orario: dal martedì alla domenica e festivi 10.00 – 19.00sabato 10.00 – 22.30. Lunedì solo per le scuole
Telefono: 0522 454437 – 444446
E-mail: info@palazzomagnani.it – Sito web: http://www.palazzomagnani.it

ROMA. Matisse in mostra alle Scuderie del Quirinale.

matisseA Roma Henry Matisse si vede raramente. Una retrospettiva all’Accademia di Francia nel lontano 1978 e un’altra mostra, in coppia con Bonnard, al Vittoriano nel 2007. Ma oltre Tevere nella sezione dedicata al Novecento dei Musei Vaticani, dal giugno 2011 è aperta la sala Matisse in cui sono esposti gli studi preparatori per la Cappella del Rosario di Vence, inaugurata nel ’51, a cui l’artista lavora nell’ultimo periodo della sua vita, occupandosi anche degli arredi liturgici. E che considera “nonostante le imperfezioni” il suo capolavoro.
Ben venga dunque la grande rassegna aperta alle Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno 2015, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in coproduzione con MondoMostre (catalogo Skira). La curatrice Ester Coen, affiancata da Johm Elderfield, Remi Labrusse e Olivier Berggruen, indaga come dice il titolo “Matisse Arabesque” un particolare aspetto dell’ampia produzione di Matisse: la fascinazione per l’oriente e il riverbero nella sua opera.
“La révélation m’est venue d’Orient”, scriveva nel ’47. Ma non si trattò di una scoperta improvvisa. La passione per l’Oriente, per la luce e i colori del sud, per gli artifici e gli arabeschi decorativi, si forma negli anni, frutto d’incontri, viaggi, scoperte. “La mia educazione è consistita nel rendermi conto di diversi mezzi d’espressione del colore e del disegno – diceva – L’educazione classica mi ha portato naturalmente a studiare i Maestri, ad assimilarli quanto più potevo… finché mi sono reso conto della necessità di dimenticare il mestiere dei Maestri o piuttosto di comprenderlo, ma in modo tutto mio…” Ed ecco le tele organizzate mediante il colore, le tinte piatte, senza preoccupazioni di prospettiva e somiglianza.
Matisse doveva succedere al padre nel negozio di sementi di famiglia e studiare da avvocato. Ma costretto al riposo per salute scopre la pittura. E gli cambia la vita. A Parigi frequenta lo studio di Gustave Moreau, s’iscrive all’Ecole des Beaux Art, visita la collezione islamica del Louvre, le mostre e gira il mondo, Africa, America, Polinesia e anche Italia.
Le Esposizioni Universali aprono finestre su società affascinanti e ignote. Nel 1900 a Parigi ci sono i padiglioni di Turchia, Persia,Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco. Nel 1906 è in Tunisia, nel ‘10 a Monaco di Baviera per la grandiosa esposizione di arte maomettana, 3500 opere in ottanta sale. Dall’Africa giungono in Europa sculture in legno, avorio, maschere, costumi, statuette propiziatorie, totem, si fanno mostre tematiche. Dall’Estremo Oriente, dalla Cina, dal Giappone arrivano porcellane, sete, lacche, stampe, ceramiche, bambù che ammaliano artisti e intellettuali d’inizio secolo. E che si possono vedere al Trocadéro, il museo etnografico inaugurato nel 1878. Ma si possono anche acquistare come la piccola testa africana di legno, che il pittore trova in un negozietto e porta a casa di Gertrude Stein, che interessa Picasso. Oggetti o souvenir di viaggi, modelli a cui ispirarsi che influiscono sulla moda, sulla grafica, sulla pubblicità. Matisse “coglie la novità dei segni immediati e graffianti dell’arte negra e di una sensibilità primitiva, la magia e l’incantesimo delle ceramiche mediterranee dai colori intensi fra gli azzurri e i verdi, la fantasiosa stilizzazione e il forte linearismo dell’Estremo Oriente”. Nel 1911 è a Mosca per allestire i pannelli della “Danza” e della “Musica” in casa di Scukin che con Morosov è fra i più appassionati collezionisti dei suoi dipinti. Nello stesso anno è a Tangeri in Marocco dove torna per scoprirne la luce, come Delacroix, relizzando disegni e dipinti. “L’Oriente e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla visione puramente decorativa schiudono a Matisse…la forza di schemi compositivi dai significati più elevati – precisa Coen – Il motivo della decorazione e dell’orientalismo è per Matisse la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura, di un’estetica fondata sulla sublimazione del colore, della linea” e cogliere il senso di uno spazio diverso, più vasto per “uscire dalla pittura intimistica”.
La mostra, che si snoda in una decina di ambienti di un biancore abbacinante, interrotto solo dai colori squillanti dei dipinti, presenta accanto a una novantina di opere di Matisse prestate da grandi musei (Metropolitan, Moma, Hermitage, Pompidou…), anche stampe di Hiroshige e una serie di oggetti d’artigianato d’arte che colpisce per quantità e qualità. Ceramiche, tappeti, maschere rituali, tessuti, abiti che vengono da Giappone, Cina, India, Turchia, Iran, Nord Africa. Da un lato i dipinti, dall’altro i manufatti esotici da cui essi traggono ispirazione. La rassegna si apre con “Gigli, Iris e Mimose” del ’13 del Museo Puskin da cui viene anche lo splendido “Pesci Rossi” che la chiude. Con “Zorah sulla terrazza”, “Marocchino in verde” e “Zorah in piedi”, costituisce uno dei preziosi lasciti del Marocco. Rimandano echi giapponesi “Ramo di pruno, fondo verde “ e “Edera in fiore” della Pinacoteca Agnelli di Torino. Degli anni Dieci “Pervinche – Giardino marocchino”, “L’albero presso il laghetto di Trivaux”, il “Ritratto di Yvonne Landsberg” del Philadelphia Museum. Degli anni Venti “Odalisca blu”, “Paravento moresco”, “Interieur à Etretat”.
Un capitolo a parte riguarda la collaborazione con Diaghilev e Stravinskij per le scene e i costumi del balletto “ Le Chant du rossignol” con la coreografia di Massine. Laboriosa e complessa la realizzazione. La prima, andata in scena all’Opera di Parigi nel ‘20, è un fiasco, ma per Matisse rappresenta un momento di grande creatività, l’occasione di una fusione totale delle arti, danza, musica, teatro, pittura. I suoi costumi, “colori in movimento”, sono in mostra, accanto a disegni e bozzetti.

Autore: Laura Gigliotti

Info:
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma.
Orario: domenica-giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30, fino al 21 giugno 2015.
Tel. 06-39967500 e www.scuderiequirinale.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 9 mar 2015

MIRADOLO (To). Beato Angelico. Il Giudizio Svelato. Capolavori attorno al trittico Corsini.

miradoloUn percorso espositivo intimo e raffinato che racconta un capolavoro di Beato Angelico: il suggestivo trittico con il Giudizio Universale, l’Ascensione e la Pentecoste, proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini a Roma.
I protagonisti del trittico Corsini sono svelati attraverso la visione coinvolgente di cinque capolavori realizzati da Beato Angelico, ognuno dei quali rappresenta un momento importante nel suo percorso artistico di miniatore e pittore, mostrando la grazia di una teologia per immagini.
A proporre la mostra è la Fondazione Cosso, presieduta da Maria Luisa Cosso, nell’affascinante sede espositiva della Fondazione, il Castello di Miradolo, a pochi chilometri da Torino. L’esposizione è curata da Daniela Porro, Giorgio Leone, Antonio D’Amico e si avvale della collaborazione della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini.

Info:
Fondazione Cosso, Castello di Miradolo, dal 28 marzo al 28 giugno 2015
Tel. 0121.376545 – gruppi@fondazionecosso.it

ROMA. Lorenzo Lotto e i tesori artistici di Loreto.

lottoL’intitola “Lorenzo Lotto e i tesori artistici di Loreto”, la mostra curata dal professor Giovanni Morello, progetto espositivo di “Artifex-Comunicare con l’arte” aperta a Castel Sant’Angelo fino al 3 maggio 2015 (catalogo Artifex).
Una cinquantina di opere, una decina di Lotto, alcune provenienti da Loreto, il santuario presso il quale il 15 agosto 1554 l’artista si ritirò come “oblato”, come scrive di suo pugno nel “Libro di spese diverse”, il volume di “ricordi” ritrovato alla fine dell’Ottocento nell’Archivio della Santa Casa, in mostra in copia anastatica. Insieme a Lotto, Guido Reni, Pomarancio, Annibale Carracci, Simon Vouet, Giambologna e altri artisti che ornavano gli altari della basilica prima di essere sostituiti da opere in mosaico. In mostra anche sculture, bassorilievi, oli di contemporanei che hanno affrontato l’iconografia della Vergine e una scelta accurata di ceramiche artistiche urbinati e vasi da farmacia, nonché alcuni preziosi pezzi conservati nel tesoro di Loreto, quel poco che rimane dopo razzie antiche e furti recenti.
La basilica di Loreto, iniziata nel 1468 per volontà del vescovo di Recanati Nicolò dell’Aste, su probabile progetto di Francesco di Giorgio Martini, è frutto dell’opera del genio di molti architetti e artisti. Tutto ha origine dal trasporto “per ministero angelico” della casa della Vergine di Nazaret, tre pareti di pietre e mattoni, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1294 a Loreto, attorno ad essa (rivestita di marmo dal Sansovino), viene costruita una chiesetta e poi la basilica, che subito diviene meta di devozione e pellegrinaggio lungo la via Lauretana.
Le opere esposte a Roma per la prima volta approfittano del riordino del Museo – Antico Tesoro della Santa Casa. La prima testimonianza storica del “Tesoro”  risale al 1315. Nel Seicento vasi, arredi liturgici, preziosi ex voto sono custoditi in imponenti credenzoni. Che verranno svuotati, come bottino di guerra e parte come contributo alla pace di Tolentino dai soldati napoleonici nel 1797. Alle razzie francesi si aggiunge nella notte fra il 24 e 25 gennaio ’74 il furto dei doni giunti a Loreto dopo le requisizioni napoleoniche.
Distribuiti in quattro sezioni, i pezzi sono esposti nelle sale degli appartamenti pontifici, di Clemente VII e dell’appartamento farnesiano di Paolo III. Ambienti sontuosi coperti da pannelli blu che creano un allestimento adatto allo scopo, oscurando però i segni del tempo e della storia.
La prima sala, dedicata a Lorenzo Lotto, l’artista geniale e inquieto, dalla vita errabonda, presenta a confronto due versioni del dipinto forse più significativo di tutta l’esposizione, “Cristo e la donna adultera”, uno della Collezione Spada, l’altro del Museo di Loreto. Un tema più volte ripreso da Lotto, che ha dato il via a varie versioni, a Louvre come a Dresda. La scena rappresenta l’episodio del Vangelo di Giovanni dell’adultera che deve essere lapidata, e si conclude con le parole di Gesù “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Il dipinto di Loreto, dalla smagliante cromia, da cui deriva quello della Galleria Spada più monocromo, era posto sopra il seggio vescovile nella zona della basilica che ospitava il coro dei canonici. Ricordato da Vasari, portato via dalle truppe napoleoniche nel 1797, venne ritrovato a Parigi nel 1824. Fa parte della collezione di Castel Sant’Angelo, donata nel 1916 allo stato da Mario Menotti, la tempera su tavola con venature a olio “San Girolamo nel deserto”, realizzato da Lotto probabilmente mentre era impegnato in Vaticano a decorare l’appartamento di Giulio II. Il santo in meditazione sulle scritture, he ricorda nella posa un antico dio fluviale, è al centro di un paesaggio in cui si riconosce Castel Sant’Angelo, un fiume e un ponte.
Fra i Lotto in mostra la monumentale tela di “San Cristoforo con il Bambino Gesù fra i santi Rocco e Sebastiano”, la prima opera, secondo la testimonianza di Vasari, realizzata dall’artista per Loreto. Di notevole interesse anche i ritratti. “Ritratto di gentiluomo” della Galleria Borghese, eseguito forse in contemporanea col San Cristoforo, mentre Lotto si trovava nelle Marche, proviene dalla collezione del cardinale Aldobrandini. E’ di collezione privata il “Ritratto di gentiluomo con cane”, il “Ritratto di balestriere” è dei Musei Capitolini. Identificato per tradizione con ”Mastro Batista balestrier de la Rocha Contrada”, oggi Acervia, l’uomo stringe in mano la sua balestra. Uno dei numerosi ritratti che richiamano la professione dell’effigiato attraverso la presenza di un oggetto. E’ il caso del “Ritratto di architetto” conservato a Berlino, considerato come il ritratto di Jacopo Sansovino per via di un compasso e di un rotolo nelle  mani del protagonista.
Ma non c’è solo Lorenzo Lotto ad attirare l’attenzione dei visitatori. Da segnalare in particolare tre opere di Pomarancio: il “Ritratto del cardinale Antonio Maria Gallo”, “San Carlo Borromeo genuflesso davanti al Crocifisso” (il santo ebbe una grande devozione per Loreto dove venne istituita una confraternita a lui intitolata), e una piccola porzione di affresco staccato, rappresentate “La Fede”, della cupola della basilica dipinta dall’artista fra il 1610 e il 1615, dopo il compimento della decorazione della Sala del Tesoro. E dipinti di Perin del Vaga, Guido Reni, Simon Vouet, Giuseppe Maria Crespi, Annibale Carracci, Andrea Sacchi, Mariano Fortuny, Alberto Sughi e il bronzo del trasporto della Santa Casa di Valeriano Trubbiani.
Tra i capolavori in mostra, accanto al “Corredo d’altare” in corallo di maestranze trapanesi, inviato in dono nel 1722 dal principe di Avellino Francesco Marino II Caracciolo, il “Crocifisso” in argento rifinito a cesello del Giambologna, il maggiore scultore della corte del granduca di Toscana, donato da Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo e prima moglie del granduca Francesco I de’ Medici per impetrare la grazia di un figlio maschio.
Scrive Luigi Busani in catalogo che “una parte cospicua del Tesoro di Loreto è costituita dalle maioliche istoriate dell’Antica Spezieria”, che si sviluppò accanto all’ospedale  fondato nel XV secolo. In particolare sono conservati 350 pezzi della Bottega di Orazio Fontana di Urbino del XVI secolo e 111 pezzi della Bottega dei Patanazzi sempre di Urbino del XVII secolo, più altre maioliche eterogene per datazione e provenienza.  Una collezione preziosa, giunta fino a noi quasi integra, perché scampata alle depredazioni napoleoniche. In mostra vasi e albarelli di Orazio Fontana, piatti di Deruta, brocche dei Patanazzi, maioliche faentine, albarelli di Castelli di Francesco Antonio Saverio Grue.

Info:
Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Lungotevere Castello, 50 Roma, fino al 3 maggio 2015.
Orario 9.00-19.00, lunedì chiuso.
Tel. 06-68193064 e info@artifexarte.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 5 feb 2015