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ROMA. La calma assente: pace e guerra nell’antica Grecia.

Al Museo dell’Arte Classica della Sapienza un nuovo percorso espositivo per esplorare il tema della pace. Al suo interno la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”

           Ares Borghese

Mostra a cura di Massimiliano Papini (con Sara Ruia; Irene Sofia Scifoni; Giulia Rampiconi; Giacomo Presciuttini; Tommaso Sambuco; Federico Raimondi). Sezione contemporanea a cura di Irene Baldriga (con Ashanti Soleil Bernardini, Francesca Di Lupo, Carolina Sala, Giada Torresan, Alessandro Francesca, Matteo Hung Morosetti).

Il percorso tematico si articola in un itinerario continuo di venticinque tappe con calchi e punti di interesse selezionati con lo scopo di raccontare attraverso l’arte, la religione e la letteratura, gli aspetti della cultura greca legati alle dinamiche della guerra ed alla ricerca continua della pace. Le sculture che compongono l’itinerario sono testimonianze di come l’umanità abbia cercato, nel tempo, di dare forma al desiderio di pace a partire dalla tragica realtà dello scontro. Il progetto complessivo restituisce l’estrema attualità del tema anche grazie all’integrazione della mostra con la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, in cui sono stati chiamati a confrontarsi con i medesimi temi giovani artisti emergenti, a cura della docente di Museologia, politiche del museo e didattica del museo, nonché Delegata per il Public Engagement, Irene Baldriga.

             Ares Ludovisi

“Questa mostra ribadisce con forza il ruolo dei musei universitari come presìdi di elaborazione critica sulle grandi urgenze del nostro tempo, a partire dalla costruzione della pace. Su questo terreno – dichiara la Rettrice Antonella Polimeni – l’impegno della Sapienza si è tradotto in azioni continuative e concrete, come l’attivazione di corridoi umanitari per studenti rifugiati e l’accoglienza di studiosi provenienti da contesti di conflitto, affiancate da iniziative aperte alla cittadinanza. Progetti come questo valorizzano la conoscenza quale leva per sviluppare pensiero critico e promuovere una cultura del dialogo. La rilettura delle nostre radici e della tradizione classica, ambito in cui l’Ateneo esprime una riconosciuta eccellenza a livello internazionale, rappresenta un passaggio essenziale per consolidare una cultura della pace più consapevole e duratura.”

Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse

Realizzato grazie a un lungo e complesso studio scientifico e alla creatività di sei studentesse e studenti del corso di laurea triennale e magistrale in Scienze archeologiche, l’itinerario della mostra propone racconti spesso poco noti di pace e guerra, nonché vicende lontane nel tempo: si parte dalla Gigantomachia e dalla Presa di Troia nei frontoni del VI secolo a.C., passando per il Doriforo, per le Amazzoni e le sale di Olimpia e di Pergamo, fino alla Nike di Samotracia e all’Ares realizzato dall’allievo di Fidia Alcamene. Menzione speciale per la Eirene di Cefisodoto, il padre di Prassitele, che tiene tra le braccia Ploutos: è lei il simbolo per eccellenza della pace, l’aspirazione massima a cui tendere, che viene posta in rapporto diretto con la prosperità e il benessere dei popoli. A concludere il cammino del visitatore, un brano antico che descrive un’opera mai giunta ai posteri, il dipinto di Apelle con una particolare personificazione: la Guerra finalmente avvinta.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

La prospettiva che indaga la classicità greca è declinata in funzione del presente nella sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, giunta a compimento nell’ambito di un laboratorio didattico, con il contributo di sei studentesse e studenti del corso di laurea magistrale in Storia dell’arte. L’intuizione di sottolineare il rapporto tra ‘antichi’ e ‘moderni’, ha preso forma in un percorso espositivo inedito, composto da venti opere di artisti contemporanei invitati a riflettere sulla natura della pace: gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte, l’idea – a cui non si può rinunciare – di un futuro senza guerra. Le opere esposte sono state selezionate attraverso un bando pubblico internazionale, insieme ad altre firmate da autorevoli protagonisti della scena artistica (Michelangelo Pistoletto e Paolo Pellegrin) e si inseriscono armonicamente all’interno di alcune sale dedicate ai maestri e ai monumenti più celebri del mondo ‘classico’.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

“Con questa sezione vogliamo stimolare una riflessione autentica sulle tragedie del nostro presente, senza posizionamenti ideologici o faziosità, e sulle possibili alternative da perseguire – spiega Irene Baldriga – Attraverso una varietà di linguaggi, tecniche e materiali, gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte. Inoltre, in coerenza con l’approccio corale e partecipativo che ha animato l’intero progetto, i visitatori saranno invitati a lasciare pensieri e proposte che gli organizzatori si impegnano a diffondere e a far confluire nel patrimonio di un Laboratorio permanente per la pace”.

Il Museo dell’Arte Classica è oggi parte del Polo Museale Sapienza Cultura. È stato fondato da Emanuel Löwy, docente di Archeologia e Storia dell’arte antica sin dal 1890 presso l’Università di Roma. Nel tempo, il patrimonio si è ampliato sino a trasformare il Museo nella gipsoteca di arte antica più grande in Italia, con circa 1200 calchi esposti. Aggiunge Massimiliano Papini: “Proprio il grande numero di statue ha favorito l’idea di un’esposizione tematica trasversale in grado di abbracciare l’intera collezione, un esperimento sinora mai tentato nell’ormai lunga storia della raccolta, ma che rispecchia la vocazione educativa dell’università e avvicina i visitatori alle strutture più profonde del pensiero greco-romano”.

Info:
Sapienza Università di Roma – Museo dell’Arte Classica – edificio di Lettere – piazzale Aldo Moro 5, Roma
Sito web: https://polomuseale.web.uniroma1.it/it/museo-dellarte-classicastampa@uniroma1.it
dal 6 maggio 2026 al 10 gennaio 2027 – apertura al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9.00-18.30 – Ingresso gratuito

Immagini::
I titoli delle foto sono riferiti ai credits; in particolare, per la sezione contemporanea:
fig. 1 Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese
fig. 2 Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese

TORINO. Il Rinascimento di Sodoma.

Vasari lo disconoscerà, chiamandolo «fannullone», pittore «dedito al divertimento». E poi quel soprannome, Sodoma (il suo nome è in realtà Giovanni Antonio Bazzi) che lo ha fatto additare per secoli come artista troppo «allegro», dai comportamenti non consoni. Forse è anche
per questo che si sono dovuti attendere ben 76 anni per ritrovare una mostra dedicata ad uno dei protagonisti meno conosciuti, ma più affascinanti, del Rinascimento italiano.
«Sodoma. Alla conquista del Rinascimento», alla Fondazione Accorsi-Ometto di via Po, da oggi e fino al prossimo 6 settembre, intende colmare questa mancanza.
A partire dall’ultimo oggetto esposto, che è in realtà un rarissimo poster del 1950. Reclamizza la mostra a suo tempo organizzata tra Vercelli, città nativa, e Siena, città della morte e di molte opere mature. La particolarità è che la grafica è di Armando Testa, in assoluto il primissimo lavoro del pubblicitario torinese.
La mostra si concentra sulle opere giovanili del Sodoma, e dell’influenza che il suo mondo esercita nell’ultimo quarto del Quattrocento sull’artista tra Piemonte, Milano, Mantova e Roma.
«Abbiamo voluto organizzare un’esposizione che mette in luce la grande ricchezza e la varietà del patrimonio artistico piemontese – dice la storica dell’arte Serena D’Italia, che con Vittorio Natale e Luca Mana cura la retrospettiva – recuperando un dialogo con i grandi centri del Rinascimento italiano».
Non è un caso che nella prima sala campeggi un documento datato 1490. Attesta che in quell’anno il Sodoma entra a bottega di Martino Spanzotti a Vercelli, e qui ci rimane per sette anni.
Un grande ambiente espone, come in una pinacoteca, le più importanti opere di arte quattrocentesca tra la città del riso e Casale Monferrato, con tavole dello stesso Spanzotti e Defendente Ferrari. Sono i modelli in cui si è formato il giovane Sodoma.
«Abbiamo scelto di concentrarci su questi anni – incalza Vittorio Natale – per far dialogare le opere: dagli anni giovanili si arriva al 1508, quando Sodoma affianca Raffaello nella Stanza delle Segnature per papa Giulio II al Vaticano». Dopo, l’artista raggiunge la maturità.
Per il resto la mostra della Fondazione Accorsi, che si contraddistingue come sempre per mostrare al pubblico soprattutto opere di collezioni private, molte mai esposte prima, è un viaggio geografico e artistico.
«Dall’area piemontese si passa a Milano e Mantova e poi a Roma e infine a Siena».
Sempre dal Vaticano spicca un’opera eccezionale, il frammento di un affresco del Pinturicchio già nell’appartamento privato di papa Alessandro VI Borgia. Gli influssi si fanno sentire.
La prima opera del Sodoma, realizzata a 15 anni, è una Sacra Famiglia. «Si nota che è ancora acerba», precisa Serena D’Italia.
Nella sala dedicata a Milano e a Mantova, due opere dell’artista vercellese si stagliano chiaramente nel contesto culturale lombardo. Un Compianto sul Cristo morto del 1503, che riprende distintamente il Mantegna, e un’espressiva Pietà in prestito dall’arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma, altra chicca assoluta.
E poi Roma, con una Natività di Gesù, tondo di grande maturità, oggi custodito alla Pinacoteca Nazionale di Siena, che dialoga con la Madonna con il bambino di Macrino d’Alba della Pinacoteca Capitolare di Roma.
Dalla vicina Galleria Sabauda di Torino la Morte di Lucrezia va a chiudere una carrellata di opere che arriva alla conclusione di questo viaggio nella bellezza rinascimentale. «Una bellezza che emerge da un mondo, quello che vive il Sodoma, da cui traiamo la nostra cultura europea contemporanea – precisa il direttore della Fondazione, Luca Mana –; un mondo, il Rinascimento, che inventa quello che noi oggi chiamiamo Made in Italy, che dà forma e colore alla creatività, alla moda e al cibo». Un mondo in cui accompagnarsi a un giovane dello stesso sesso non era assolutamente un tabù: era un rapporto di protezione e di supremazia, prima che carnale.
Erano soliti farlo anche artisti come Leonardo e Michelangelo, così come uomini di cultura del calibro di Poliziano, Pico della Mirandola emMarsilio Ficino. La bisessualità era propria della cultura anche del mondo antico, greco e romano. Ma solo per Sodoma diventa un aspetto negativo.
«Questo perché nasce questo nomignolo ai nostri occhi ingiurioso – conclude Mana – ma non per la società del tempo».
Sodoma si firmava tale lui stesso. Vasari dà la colpa di queste pratiche quotidiane alle distrazioni gioiose che portano ad essere un artista pigro e poco attivo, in un’epoca in cui gli artisti creavano per comporre su commissione, come gli odierni artigiani.
La riforma di Martin Lutero, ma soprattutto la Controriforma, cancellano questa visione culturale e la additano come peccaminosa. —

Autore: Andrea Parodi

Fonte: La Stampa 31 mar 2026

ASTI. Il Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano. Echi di un mondo perduto.

Con una collezione di 14.000 fossili di provenienza astigiana, appartenenti prevalentemente all’epoca pliocenica, il Museo Paleontologico Astigiano è uno dei musei del Piemonte più interessanti nel suo genere.
Qui si trovano anche fossili di mammiferi marini. Prima delle terre dei vini e dei tartufi, prima dei vigneti e delle colline, prima della Pianura Padana e dell’esistenza del Po, il territorio che oggi definiamo Monferrato era molto diverso.
Per tutto il periodo del Pliocene Inferiore, tra i 5,5 milioni ed i 3 milioni di anni fa, l’area piemontese delle Langhe e del Monferrato era bagnata dal mare che ricopriva l’intera pianura “protopadana”: per questa ragione, sono molti i reperti che ci rivelano la presenza di conchiglie, animali marini e perfino grandi mammiferi.
Grazie alla peculiare storia del nostro territorio, al Museo Paleontologico di Asti è possibile osservare i resti di Tersilla, una balenottera ritrovata nel 1993 nella frazione San Marzanotto. Il museo espone anche i resti di una seconda balenottera, chiamata “Viglianottera”, perché ritrovata sul territorio di Vigliano d’Asti.
Nel complesso, il museo paleontologico astigiano custodisce una delle più importanti collezioni di cetacei d’Italia, comprendendo, oltre alle due balenottere già citate: la Balena di Chiusano d’Asti, il Delfino di Settime (AT) (Septidelphis morii), il Delfinide di Belangero (AT).

L’esposizione si sviluppa con una prima parte dedicata alla paleontologia generale e quella territoriale, con focus sui periodi del Miocene e del Pliocene, e con una carrellata di eventi degli ultimi 25 milioni di anni.
Nella seconda parte del percorso troviamo invece i resti scheletrici fossili dei cetacei astigiani e gli altri reperti che compongono la vasta collezione del museo.
Al termine dell’allestimento, un affascinante acquario riproduce l’ecosistema subtropicale del mare padano di 25 milioni di anni fa.

Il museo ospita anche mostre temporanee, come, ad esempio attualmente, una mostra di acquerelli di Floriana Porta dal titolo “Echi di un mondo perduto”: acquerelli tra i fossili al Museo Paleontologico, visitabile dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
In una trentina di opere su carta la pittrice torinese fa convivere ciò che le è caro: lo spirito femminile, l’impronta della natura, l’essenza di un lontano passato, quello del Mare Padano, a cui rende omaggio con pennellate blu indaco.
La presidente del Parco Paleontologico Astigiano, Sara Rabellino, ha personalmente scelto l’immagine, “In ascolto della natura selvatica”, della locandina: una donna è attenta a captare ogni minimo suono (forse un segreto?) mentre le felci si allargano armoniosamente intorno a lei.
“La mostra di Floriana Porta – osserva Sara Rabellino – è un rimando continuo a ciò che conserviamo al museo ed a ciò che custodiamo nelle aree protette. Le felci acquarellate, per esempio, ci ricordano che nelle nostre collezioni fossili abbiamo foglie vissute sugli alberi milioni di anni fa, mentre altre fronde vegetano nelle riserve naturali in cui siamo impegnati a salvaguardare la biodiversità”. “Con ‘Echi di un mondo lontano’ – conclude la presidente – promettiamo atmosfere di forte suggestione attraverso cui far conoscere il nostro straordinario patrimonio paleontologico e naturalistico”.
Nel mondo di pennellate colorate, create da Floriana Porta, ritratti di donne, simbolo di fertilità e vita, coabitano con ciò che il Mare Padano ha lasciato in eredità, a partire dalle balene: ancora una saldatura con la realtà del museo e degli affioramenti di conchiglie nei geositi. Il rosso ruggine, che segna alcuni lavori, rimanda “al ferro ossidato – spiega la pittrice – miscela calda e terrosa per alternare i colori caldi e freddi, creando contrasti dinamici”.

Info:
L’esposizione, promossa con il Distretto Paleontologico dell’Astigiano e del Monferrato (Palazzo del Michelerio, corso Vittorio Alfieri, 381 – 14100 Asti), resterà aperta al pubblico dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
Orario: lunedì-venerdì 11-17, sabato e domenica 11-18 (chiuso martedì ed a Pasqua, 5 aprile).
Il biglietto a 7 euro (ridotti 5) consentirà la visita anche alle collezioni del Museo.
Tel. 0141 592091 – E-mail: info@astipaleontologico.it

FORTE DEI MARMI (Lu). Pittura a Napoli dopo il Caravaggio, il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito.

La Cultura e le sue eccellenze non si fermano, non conoscono limiti geografici e barriere all’inclusione.
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I, ospitano infatti una delle mostre più attese del panorama artistico italiano: “Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito”.
L’esposizione è promossa dal Comune di Forte dei Marmi (provincia di Lucca), e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito, per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Curata da Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, la mostra porta per la prima volta in Toscana un nucleo significativo di dipinti, della celebre collezione napoletana dedicata appunto al Seicento.
Il percorso espositivo non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana, dopo la rivoluzione artistica determinata a Napoli da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, presente in città tra il 1606 e il 1607 e, nuovamente, tra il 1609 e il 1610. La sua lezione luministica ed il radicale naturalismo influenzarono profondamente la scena pittorica partenopea, aprendo la strada ad una stagione straordinaria per qualità ed intensità espressiva.
Attraverso 39 dipinti, esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, la mostra ricostruisce l’evoluzione della pittura napoletana lungo l’intero arco del secolo, dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco fino agli sviluppi barocchi della seconda metà del Seicento. Cuore pulsante dell’esposizione è la collezione riunita da Giuseppe De Vito, ingegnere, imprenditore e raffinato studioso che, dagli anni Settanta del Novecento, ha messo su una raccolta unica per coerenza, qualità e rigore scientifico, le cui opere oggi sono conservate nella villa di Olmo a Vaglia (luogo del Fai, sempre in Toscana), sede della Fondazione istituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli.
Tra gli artisti in mostra spiccano: Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti del naturalismo a Napoli; Jusepe de Ribera, protagonista assoluto della scena napoletana dal 1616; Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, mentre non mancano: Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, accanto ai grandi interpreti della svolta barocca come Mattia Preti e Luca Giordano. Un nucleo significativo dell’importante evento, è dedicato alla “natura morta napoletana”, genere che conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, con “in vetrina” opere di Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco e Giovanni Battista Ruoppolo, testimoni di una scuola capace di imporsi ben oltre i confini del Regno di Napoli.
La prima sezione documenta l’impatto della rivoluzione caravaggesca e l’affermarsi del naturalismo, con particolare attenzione alla nuova interpretazione dei soggetti sacri ed al realismo drammatico delle scene.
La seconda parte approfondisce la stagione compresa tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, segnata da una vivace pluralità di linguaggi, dove emergono le “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato, con martirî, episodi di cronaca contemporanea e scene profane, oltre a soggetti con forti protagoniste femminili, centrali nella devozione partenopea.
Una terza sezione è dedicata alla natura morta, mentre l’ultima racconta l’evoluzione verso il barocco maturo, in coincidenza con l’arrivo a Napoli di Mattia Preti nel 1653 e l’affermazione di Luca Giordano, interpreti di una pittura più dinamica, luminosa e spettacolare.
Uno spazio specifico è, infine, riservato alla figura di Giuseppe De Vito e alla sua attività di studioso, con documenti inediti, materiali d’archivio e testimonianze del suo impegno nella valorizzazione del Seicento napoletano, anche attraverso il periodico “Ricerche sul ’600 napoletano”.
Va rilevato, intanto, che la scelta di Forte dei Marmi non è casuale. Il territorio della Lucchesia conserva importanti testimonianze della pittura seicentesca di matrice caravaggesca, a partire dalle opere di Pietro Paolini. La mostra crea così un dialogo ideale tra la cultura figurativa napoletana e quella toscana, offrendo ai visitatori l’opportunità di cogliere affinità, differenze ed influenze reciproche.
“Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è un’occasione per riscoprire la straordinaria vitalità del Seicento napoletano ed il ruolo decisivo del collezionismo colto, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin, di Digione e Granet di Aix-en-Provence, e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito, viene dunque presentato per la prima volta in Toscana, posto che solo un limitato nucleo di opere della Fondazione era stato, infatti, esposto nella mostra “Dopo Caravaggio”, svoltasi a Prato nel 2019 e chiusa anticipatamente per la pandemia. Insomma, un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura potrà essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l’esposizione -come detto- di documenti inediti e altri materiali.
Il Forte Pietro Leopoldo I, uno storico edificio situato nel cuore di Forte dei Marmi, in Piazza Garibaldi, venne costruito alla fine del XVIII secolo per volontà del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, ed aveva originariamente funzione difensiva e doganale.
Oggi rappresenta uno dei simboli architettonici della città. Recentemente restaurato, ospita mostre, eventi culturali ed iniziative artistiche di qualificato spessore attrattivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

UDINE. Da Monet a Kandinsky: 91 capolavori dell’arte moderna in mostra.

Udine si prepara a diventare uno dei poli culturali più rilevanti dell’anno con la mostra “Impressionismo e modernità. Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky, Magritte”, che dal 30 gennaio al 30 agosto 2026 porterà a Casa Cavazzini 91 opere dei più celebri protagonisti dell’arte moderna europea. I capolavori arrivano dal Kunst Museum di Winterthur, una delle collezioni più significative della Svizzera.
L’esposizione – curata da David Schmidhauser, capo curatore del museo elvetico, e da Vania Gransinigh, direttrice di Casa Cavazzini – è promossa da PromoTurismoFVG, Comune di Udine e MondoMostre.
Konrad Bitterli, direttore del Kunst Museum di Winterthur, ha espresso “grande soddisfazione per la possibilità di presentare in Italia opere del modernismo classico che rappresentano l’eccellenza del nostro museo. Questi capolavori sono veri ambasciatori della nostra identità culturale”.
Il curatore David Schmidhauser ha infine ricordato la qualità della collezione: “La nostra è una raccolta ricchissima, non solo per i nomi noti come Van Gogh, Monet o Mondrian, ma anche per i nuclei dedicati a movimenti come il post-impressionismo o l’astrattismo. Raccontiamo una storia di coraggio: quello degli artisti e quello dei collezionisti che hanno sostenuto la forza innovativa dell’arte moderna”.

Il percorso della mostra.

Impressionismo e post-Impressionismo.
Una nuova sensibilità per la luce, il colore e il movimento. L’arte cerca di cogliere il dinamismo della realtà visibile, abbandonando le convenzioni accademiche. Nel XIX secolo, mentre la pittura accademica dominava ancora le sale dei musei, alcuni collezionisti iniziarono a sostenere artisti che sfidano le convenzioni, catturando la realtà̀ attraverso luce e colore. Le opere di Vincent Van Gogh, Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, Maurice Denis e Pierre Bonnard, testimoniano questa rivoluzione visiva e il coraggio di chi scelse di investire in un’arte allora controversa.
Opere principali in mostra.
Claude Monet, Belle-Île, coucher du soleil, 1886
Camille Pissarro, Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant, 1897
Pierre Bonnard, L’abat-jour orangé, 1908
Vincent van Gogh, Joseph Roulin, 1888

Il Cubismo e la rivoluzione della forma.
Nei primi decenni del Novecento, il gusto dei collezionisti iniziò spostarsi verso un nuovo movimento che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio dell’arte: il cubismo. Artisti come Georges Braque, Pablo Picasso, Juan Gris e Fernand Léger smantellano la prospettiva tradizionale, scomponendo la realtà in forme geometriche e sperimentando nuovi modi di rappresentare lo spazio.
Opere principali in mostra.
Georges Braque, La bouteille de Champagne, 1912
Juan Gris, Pierrot, 1919
Pablo Picasso, Bouteille et raisins, 1922
Fernand Léger, Les deux femmes et la nature morte (1er état), 1920

Dall’astrazione alla sintesi tra arte e spazio.
Se il cubismo aveva ancora un legame con la realtà̀ visibile, gli artisti astrattisti decisero di rompere completamente con la rappresentazione. Le opere di Piet Mondrian, Theo van Doesburg e Wassily Kandinsky testimoniano questa radicale trasformazione, in cui la pittura diventa un sistema di segni e colori indipendente dal mondo naturale.
Il collezionismo, in questa fase, diventa un vero e proprio sostegno ideologico: i mecenati non acquistano solo opere, ma finanziano un’idea, credendo nella possibilità̀ di un’arte completamente nuova e rivoluzionaria.
Opere principali in mostra:
Piet Mondrian, Composition A, 1932
Theo van Doesburg, Composition arithmétique, 1929–30
Hans Arp, Concrétion humaine oder Coquille se dénouant, 1936
Fritz Glarner, Relational Painting #68, 1954
Sophie Taeuber-Arp, Plans profilés en courbes, 1935

Surrealismo e il sogno della materia.
Con il surrealismo, l’arte si apre ai sogni, all’inconscio e al caso. I collezionisti più̀ audaci non si accontentano più̀ di estetiche equilibrate, ma cercano opere che li mettano di fronte all’ignoto.
Opere principali in mostra:
René Magritte, Le monde perdu, 1928
Max Ernst, Fleurs-écaille, ca. 1928
Yves Tanguy, La tour de l’ouest, 1931
Paul Klee, Blühendes / Blühender Baum, 1934
Giorgio de Chirico, Autoritratto con la tavolozza, 1924

Il museo e la sua collezione
Il Kunst Museum di Winterthur è stato tra i primi in Europa a sostenere l’impressionismo, quando ancora era rifiutato dalle grandi istituzioni. Grazie al contributo di collezionisti privati e donazioni, la collezione si è ampliata includendo le avanguardie del Novecento, rendendo Winterthur un punto di riferimento per l’arte moderna. L’esposizione a Udine rappresenta un’opportunità rara per il pubblico italiano di accedere a opere normalmente custodite in Svizzera.
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha definito la mostra “perfettamente coerente con il percorso di valorizzazione culturale intrapreso dalla Regione”, ricordando i riconoscimenti ottenuti dal territorio: “La Regione sta investendo con convinzione in eventi di alto profilo culturale, come dimostrano GO! 2025 e la recente nomina di Pordenone a Capitale italiana della Cultura 2027. Siamo orgogliosi che il Friuli Venezia Giulia sia oggi sinonimo di eventi memorabili che rafforzano l’immagine della nostra terra a livello nazionale e internazionale”.
Sulla stessa linea l’assessore regionale alle Attività produttive e Turismo, Sergio Emidio Bini, che sottolinea la portata strategica dell’investimento nelle grandi mostre: “Udine ospiterà capolavori di rilevanza mondiale. Un’iniziativa che conferma la nuova vocazione del Friuli Venezia Giulia come punto d’incontro per grandi eventi culturali, musicali e sportivi. In collaborazione con gli operatori turistici locali, svilupperemo offerte specifiche per incrementare l’incoming e valorizzare il capoluogo”.
Il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, parla di “un passaggio importante per la città nel panorama culturale europeo”, elogiando la capacità di Udine di costruire legami solidi con istituzioni museali internazionali. “Questa mostra rafforza il ruolo di Udine come punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Sarà anche un’occasione concreta per attrarre nuovi flussi turistici qualificati e promuovere la crescita del territorio”.
Anche l’assessore comunale alla Cultura, Federico Pirone, pone l’accento sul valore della mostra per il tessuto culturale locale: “Con questo progetto portiamo a Udine un’esposizione di alto profilo, costruita con cura e coerenza. Il coinvolgimento diretto dei Civici Musei attraverso la co-curatela di Vania Gransinigh rafforza il ruolo del museo non solo come contenitore, ma come motore culturale della città e del territorio. La mostra saprà parlare a tutti, dai più piccoli agli appassionati d’arte”.
Per Simone Todorow di San Giorgio, amministratore delegato di MondoMostre, si tratta di un’occasione unica: “Siamo orgogliosi di contribuire a un progetto che unisce qualità scientifica e apertura al pubblico. Udine si conferma una città recettiva e pronta ad accogliere eventi culturali di respiro europeo”.

Fonte: www.friulioggi.it 17 luglio 2025