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FORTE DEI MARMI (Lu). Pittura a Napoli dopo il Caravaggio, il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito.

La Cultura e le sue eccellenze non si fermano, non conoscono limiti geografici e barriere all’inclusione.
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I, ospitano infatti una delle mostre più attese del panorama artistico italiano: “Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito”.
L’esposizione è promossa dal Comune di Forte dei Marmi (provincia di Lucca), e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito, per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Curata da Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, la mostra porta per la prima volta in Toscana un nucleo significativo di dipinti, della celebre collezione napoletana dedicata appunto al Seicento.
Il percorso espositivo non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana, dopo la rivoluzione artistica determinata a Napoli da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, presente in città tra il 1606 e il 1607 e, nuovamente, tra il 1609 e il 1610. La sua lezione luministica ed il radicale naturalismo influenzarono profondamente la scena pittorica partenopea, aprendo la strada ad una stagione straordinaria per qualità ed intensità espressiva.
Attraverso 39 dipinti, esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, la mostra ricostruisce l’evoluzione della pittura napoletana lungo l’intero arco del secolo, dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco fino agli sviluppi barocchi della seconda metà del Seicento. Cuore pulsante dell’esposizione è la collezione riunita da Giuseppe De Vito, ingegnere, imprenditore e raffinato studioso che, dagli anni Settanta del Novecento, ha messo su una raccolta unica per coerenza, qualità e rigore scientifico, le cui opere oggi sono conservate nella villa di Olmo a Vaglia (luogo del Fai, sempre in Toscana), sede della Fondazione istituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli.
Tra gli artisti in mostra spiccano: Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti del naturalismo a Napoli; Jusepe de Ribera, protagonista assoluto della scena napoletana dal 1616; Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, mentre non mancano: Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, accanto ai grandi interpreti della svolta barocca come Mattia Preti e Luca Giordano. Un nucleo significativo dell’importante evento, è dedicato alla “natura morta napoletana”, genere che conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, con “in vetrina” opere di Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco e Giovanni Battista Ruoppolo, testimoni di una scuola capace di imporsi ben oltre i confini del Regno di Napoli.
La prima sezione documenta l’impatto della rivoluzione caravaggesca e l’affermarsi del naturalismo, con particolare attenzione alla nuova interpretazione dei soggetti sacri ed al realismo drammatico delle scene.
La seconda parte approfondisce la stagione compresa tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, segnata da una vivace pluralità di linguaggi, dove emergono le “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato, con martirî, episodi di cronaca contemporanea e scene profane, oltre a soggetti con forti protagoniste femminili, centrali nella devozione partenopea.
Una terza sezione è dedicata alla natura morta, mentre l’ultima racconta l’evoluzione verso il barocco maturo, in coincidenza con l’arrivo a Napoli di Mattia Preti nel 1653 e l’affermazione di Luca Giordano, interpreti di una pittura più dinamica, luminosa e spettacolare.
Uno spazio specifico è, infine, riservato alla figura di Giuseppe De Vito e alla sua attività di studioso, con documenti inediti, materiali d’archivio e testimonianze del suo impegno nella valorizzazione del Seicento napoletano, anche attraverso il periodico “Ricerche sul ’600 napoletano”.
Va rilevato, intanto, che la scelta di Forte dei Marmi non è casuale. Il territorio della Lucchesia conserva importanti testimonianze della pittura seicentesca di matrice caravaggesca, a partire dalle opere di Pietro Paolini. La mostra crea così un dialogo ideale tra la cultura figurativa napoletana e quella toscana, offrendo ai visitatori l’opportunità di cogliere affinità, differenze ed influenze reciproche.
“Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è un’occasione per riscoprire la straordinaria vitalità del Seicento napoletano ed il ruolo decisivo del collezionismo colto, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin, di Digione e Granet di Aix-en-Provence, e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito, viene dunque presentato per la prima volta in Toscana, posto che solo un limitato nucleo di opere della Fondazione era stato, infatti, esposto nella mostra “Dopo Caravaggio”, svoltasi a Prato nel 2019 e chiusa anticipatamente per la pandemia. Insomma, un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura potrà essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l’esposizione -come detto- di documenti inediti e altri materiali.
Il Forte Pietro Leopoldo I, uno storico edificio situato nel cuore di Forte dei Marmi, in Piazza Garibaldi, venne costruito alla fine del XVIII secolo per volontà del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, ed aveva originariamente funzione difensiva e doganale.
Oggi rappresenta uno dei simboli architettonici della città. Recentemente restaurato, ospita mostre, eventi culturali ed iniziative artistiche di qualificato spessore attrattivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

ROVIGO. Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi.

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unìsce i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.
L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro ed un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista.
La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.
Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.
Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.
La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.
Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.
Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et fille, Il dottore, Le madri, Visita in camerino, Al caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.
Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divano, Il giubbetto rosso, La conversation, La tasse de thé, Bambina dai capelli rossi, Fanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.

Info:
dal 27 febbraio al 28 giugno 2026
www.palazzoroverella.com
Fondazione Cariparo
dott. Roberto Fioretto +39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it

GENOVA. VAN DYCK L’EUROPEO. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, “Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.
In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.
Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.
Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge, dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Prezzi: 15 euro: intero; 13 euro: ridotto; 14 euro: over 65; 9 euro: under 25
Orari: Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it – tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

Immagine:
Anton van Dyck, Portrait of Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?), NG 6502,

UDINE. Da Monet a Kandinsky: 91 capolavori dell’arte moderna in mostra.

Udine si prepara a diventare uno dei poli culturali più rilevanti dell’anno con la mostra “Impressionismo e modernità. Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky, Magritte”, che dal 30 gennaio al 30 agosto 2026 porterà a Casa Cavazzini 91 opere dei più celebri protagonisti dell’arte moderna europea. I capolavori arrivano dal Kunst Museum di Winterthur, una delle collezioni più significative della Svizzera.
L’esposizione – curata da David Schmidhauser, capo curatore del museo elvetico, e da Vania Gransinigh, direttrice di Casa Cavazzini – è promossa da PromoTurismoFVG, Comune di Udine e MondoMostre.
Konrad Bitterli, direttore del Kunst Museum di Winterthur, ha espresso “grande soddisfazione per la possibilità di presentare in Italia opere del modernismo classico che rappresentano l’eccellenza del nostro museo. Questi capolavori sono veri ambasciatori della nostra identità culturale”.
Il curatore David Schmidhauser ha infine ricordato la qualità della collezione: “La nostra è una raccolta ricchissima, non solo per i nomi noti come Van Gogh, Monet o Mondrian, ma anche per i nuclei dedicati a movimenti come il post-impressionismo o l’astrattismo. Raccontiamo una storia di coraggio: quello degli artisti e quello dei collezionisti che hanno sostenuto la forza innovativa dell’arte moderna”.

Il percorso della mostra.

Impressionismo e post-Impressionismo.
Una nuova sensibilità per la luce, il colore e il movimento. L’arte cerca di cogliere il dinamismo della realtà visibile, abbandonando le convenzioni accademiche. Nel XIX secolo, mentre la pittura accademica dominava ancora le sale dei musei, alcuni collezionisti iniziarono a sostenere artisti che sfidano le convenzioni, catturando la realtà̀ attraverso luce e colore. Le opere di Vincent Van Gogh, Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, Maurice Denis e Pierre Bonnard, testimoniano questa rivoluzione visiva e il coraggio di chi scelse di investire in un’arte allora controversa.
Opere principali in mostra.
Claude Monet, Belle-Île, coucher du soleil, 1886
Camille Pissarro, Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant, 1897
Pierre Bonnard, L’abat-jour orangé, 1908
Vincent van Gogh, Joseph Roulin, 1888

Il Cubismo e la rivoluzione della forma.
Nei primi decenni del Novecento, il gusto dei collezionisti iniziò spostarsi verso un nuovo movimento che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio dell’arte: il cubismo. Artisti come Georges Braque, Pablo Picasso, Juan Gris e Fernand Léger smantellano la prospettiva tradizionale, scomponendo la realtà in forme geometriche e sperimentando nuovi modi di rappresentare lo spazio.
Opere principali in mostra.
Georges Braque, La bouteille de Champagne, 1912
Juan Gris, Pierrot, 1919
Pablo Picasso, Bouteille et raisins, 1922
Fernand Léger, Les deux femmes et la nature morte (1er état), 1920

Dall’astrazione alla sintesi tra arte e spazio.
Se il cubismo aveva ancora un legame con la realtà̀ visibile, gli artisti astrattisti decisero di rompere completamente con la rappresentazione. Le opere di Piet Mondrian, Theo van Doesburg e Wassily Kandinsky testimoniano questa radicale trasformazione, in cui la pittura diventa un sistema di segni e colori indipendente dal mondo naturale.
Il collezionismo, in questa fase, diventa un vero e proprio sostegno ideologico: i mecenati non acquistano solo opere, ma finanziano un’idea, credendo nella possibilità̀ di un’arte completamente nuova e rivoluzionaria.
Opere principali in mostra:
Piet Mondrian, Composition A, 1932
Theo van Doesburg, Composition arithmétique, 1929–30
Hans Arp, Concrétion humaine oder Coquille se dénouant, 1936
Fritz Glarner, Relational Painting #68, 1954
Sophie Taeuber-Arp, Plans profilés en courbes, 1935

Surrealismo e il sogno della materia.
Con il surrealismo, l’arte si apre ai sogni, all’inconscio e al caso. I collezionisti più̀ audaci non si accontentano più̀ di estetiche equilibrate, ma cercano opere che li mettano di fronte all’ignoto.
Opere principali in mostra:
René Magritte, Le monde perdu, 1928
Max Ernst, Fleurs-écaille, ca. 1928
Yves Tanguy, La tour de l’ouest, 1931
Paul Klee, Blühendes / Blühender Baum, 1934
Giorgio de Chirico, Autoritratto con la tavolozza, 1924

Il museo e la sua collezione
Il Kunst Museum di Winterthur è stato tra i primi in Europa a sostenere l’impressionismo, quando ancora era rifiutato dalle grandi istituzioni. Grazie al contributo di collezionisti privati e donazioni, la collezione si è ampliata includendo le avanguardie del Novecento, rendendo Winterthur un punto di riferimento per l’arte moderna. L’esposizione a Udine rappresenta un’opportunità rara per il pubblico italiano di accedere a opere normalmente custodite in Svizzera.
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha definito la mostra “perfettamente coerente con il percorso di valorizzazione culturale intrapreso dalla Regione”, ricordando i riconoscimenti ottenuti dal territorio: “La Regione sta investendo con convinzione in eventi di alto profilo culturale, come dimostrano GO! 2025 e la recente nomina di Pordenone a Capitale italiana della Cultura 2027. Siamo orgogliosi che il Friuli Venezia Giulia sia oggi sinonimo di eventi memorabili che rafforzano l’immagine della nostra terra a livello nazionale e internazionale”.
Sulla stessa linea l’assessore regionale alle Attività produttive e Turismo, Sergio Emidio Bini, che sottolinea la portata strategica dell’investimento nelle grandi mostre: “Udine ospiterà capolavori di rilevanza mondiale. Un’iniziativa che conferma la nuova vocazione del Friuli Venezia Giulia come punto d’incontro per grandi eventi culturali, musicali e sportivi. In collaborazione con gli operatori turistici locali, svilupperemo offerte specifiche per incrementare l’incoming e valorizzare il capoluogo”.
Il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, parla di “un passaggio importante per la città nel panorama culturale europeo”, elogiando la capacità di Udine di costruire legami solidi con istituzioni museali internazionali. “Questa mostra rafforza il ruolo di Udine come punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Sarà anche un’occasione concreta per attrarre nuovi flussi turistici qualificati e promuovere la crescita del territorio”.
Anche l’assessore comunale alla Cultura, Federico Pirone, pone l’accento sul valore della mostra per il tessuto culturale locale: “Con questo progetto portiamo a Udine un’esposizione di alto profilo, costruita con cura e coerenza. Il coinvolgimento diretto dei Civici Musei attraverso la co-curatela di Vania Gransinigh rafforza il ruolo del museo non solo come contenitore, ma come motore culturale della città e del territorio. La mostra saprà parlare a tutti, dai più piccoli agli appassionati d’arte”.
Per Simone Todorow di San Giorgio, amministratore delegato di MondoMostre, si tratta di un’occasione unica: “Siamo orgogliosi di contribuire a un progetto che unisce qualità scientifica e apertura al pubblico. Udine si conferma una città recettiva e pronta ad accogliere eventi culturali di respiro europeo”.

Fonte: www.friulioggi.it 17 luglio 2025

LA SPEZIA. Morandi e Fontana si incontrano per la prima volta in una grande mostra.

Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964) e Lucio Fontana (Argentina, 1899 – Comabbio, 1968) vicini per età e geografia; eppure, apparentemente, inconciliabili, come due rette parallele che sembrano destinate a non incontrarsi mai. Tuttavia, proprio nel loro condiviso tendere all’infinito risiede la possibilità di un incontro, seppur mentale, immaginario, per l’aver condotto entrambi una profonda indagine tra la materia e l’essenza invisibile delle cose, tra la contingenza e l’infinito.
Ed è così che i due grandi artisti, poli magnetici del Novecento si incontrano nella mostra “Morandi e Fontana. Invisibile e Infinito”, a cura di Maria Cristina Bandera e Sergio Risaliti, al CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia.
In linea con gli artisti, che si sono spinti ben oltre le convenzioni, il percorso espositivo, non segue un iter cronologico e non ha nulla di didascalico. Proprio come una partitura musicale o una pièce teatrale, procede con un ritmo in crescendo; caratterizzato da un avvicinamento inizialmente lento e graduale, che accelera con un deciso climax ascendente nell’ultima sala.
Inizialmente, infatti, i due artisti sembrano guardarsi, o meglio studiarsi, da lontano ma in maniera incisiva e ficcante. Così, nella prima sala, prevalentemente dedicata alle opere degli Anni Cinquanta di Fontana, quindi ai primi Concetti Spaziali, alle prime Attese, appare una sola opera di Morandi e la scelta dei curatori è magistrale. Perché, invece di presentare un lavoro iconico, che sarebbe stato chiassoso, ne propongono uno particolarissimo, volutamente non finito, letteralmente tagliato: Natura Morta, del 1942, un olio su tela reintelato. E accostando ai primi deliberati tagli di Fontana questa singolare Natura Morta del collega, prendono silenziosamente posizione, sottolineando, sin dall’apertura, la validità di un percorso che intende rivelare come i due artisti, per quanto in modi diversi, perseguano il medesimo obiettivo di condurre la mente sulla soglia dell’infinito, evocando, come scrivono i curatori citando Leopardi “infiniti spazi e sovrumani silenzi”.
L’ambiente successivo, dedicato a Morandi, mette in luce il cambiamento vertiginoso avvenuto nell’artista, con opere dagli Anni Venti fino ai Sessanta. Una metamorfosi alla ricerca dell’essenzialità, evidente soprattutto nei paesaggi, in cui una pittura che racconta se stessa, senza nascondere il gesto creativo, rivela la crescente insofferenza dell’artista per i dettagli, il bisogno di andare oltre la realtà, verso la trascendenza. Obiettivo che realizza nelle nature morte e nei paesaggi, dove la forma diventa puro pretesto per assurgere ad una dimensione metafisica, in cui il tempo è sospeso in un eterno presente e la luce, non più naturale ma mentale, diventa “principio costruttivo che modella lo spazio e dissolve il confine tra pieno e vuoto, tra realtà e astrazione” per citare i curatori.
Anche Fontana partecipa a questa epifania con Concetto Spaziale, Attesa, in tela naturale del 1968; opera che, potendosi definire metaforicamente “nuda”, rivela come anche l’artista italo argentino, sul finire della sua parabola artistica, tendesse alla sottrazione in nome dell’essenzialità.
Una ricerca, quella di Fontana, che tuttavia, rispetto all’austerità di Morandi – che sembra bastare a stesso -, si esprime in maniera più dinamica, manifestando una vivace inquietudine che lo pone in diretta relazione anche con la rivoluzione della fisica quantistica, come si nota in diversi lavori, tra cui in mostra la Fine di Dio, 1963, la cui forma ovale non può che ricordare un atomo. Così, se dal ’49 aveva iniziato, con i Concetti spaziali, a spingere lo sguardo sull’incommensurabilità dello spazio e del tempo; negli Anni Sessanta va ancora oltre e, giocando con una materia sempre più essenziale, dimostra come il supporto perda progressivamente significato a favore della ricerca di un senso assoluto incarnato dal fugace passaggio della luce.
Ed è proprio la luce, come si evince al termine del percorso, nella sala che finalmente vede riuniti i due Maestri del Novecento, il vero trade union, denominatore comune primario per entrambi. Pars construens per Morandi, che costruiva con la luce e pars destruens per Fontana, che la adoperava per aprire un varco sull’ignoto. Del resto, come scrivono i curatori: “A Morandi era caro l’infinito dell’invisibile. A Fontana l’invisibile dell’infinito”.

Autore: Ludovica Palmieri

Fonte: www.artribune.com 20 giu 2025