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TORINO. I mondi di Primo Levi.

* Lunedì 6 ottobre 2025, alle ore 9.00, apre al pubblico la mostra “I mondi di Primo Levi” a cura di Fabio Levi e Peppino Ortoleva con il nuovo allestimento dell’architetto Gianpiero Cavaglià, dal 6 ottobre 2025 al 31 maggio 2026, nello Spazio Mostre della Città metropolitana di Torino, corso Inghilterra 7, piano terra, Torino.

Vedi Comunicato stampa allegato: CS mostra I Mondi di Primo Levi

Info: ingresso è libero.

Fonte:
Daniela Giuffrida – Relazioni con i Media e ufficio Stampa -338 7064585
Centro Internazionale di Studi Primo Levi – via Del Carmine 13- Torino
www.primolevi.it

UDINE. Da Monet a Kandinsky: 91 capolavori dell’arte moderna in mostra.

Udine si prepara a diventare uno dei poli culturali più rilevanti dell’anno con la mostra “Impressionismo e modernità. Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky, Magritte”, che dal 30 gennaio al 30 agosto 2026 porterà a Casa Cavazzini 91 opere dei più celebri protagonisti dell’arte moderna europea. I capolavori arrivano dal Kunst Museum di Winterthur, una delle collezioni più significative della Svizzera.
L’esposizione – curata da David Schmidhauser, capo curatore del museo elvetico, e da Vania Gransinigh, direttrice di Casa Cavazzini – è promossa da PromoTurismoFVG, Comune di Udine e MondoMostre.
Konrad Bitterli, direttore del Kunst Museum di Winterthur, ha espresso “grande soddisfazione per la possibilità di presentare in Italia opere del modernismo classico che rappresentano l’eccellenza del nostro museo. Questi capolavori sono veri ambasciatori della nostra identità culturale”.
Il curatore David Schmidhauser ha infine ricordato la qualità della collezione: “La nostra è una raccolta ricchissima, non solo per i nomi noti come Van Gogh, Monet o Mondrian, ma anche per i nuclei dedicati a movimenti come il post-impressionismo o l’astrattismo. Raccontiamo una storia di coraggio: quello degli artisti e quello dei collezionisti che hanno sostenuto la forza innovativa dell’arte moderna”.

Il percorso della mostra.

Impressionismo e post-Impressionismo.
Una nuova sensibilità per la luce, il colore e il movimento. L’arte cerca di cogliere il dinamismo della realtà visibile, abbandonando le convenzioni accademiche. Nel XIX secolo, mentre la pittura accademica dominava ancora le sale dei musei, alcuni collezionisti iniziarono a sostenere artisti che sfidano le convenzioni, catturando la realtà̀ attraverso luce e colore. Le opere di Vincent Van Gogh, Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, Maurice Denis e Pierre Bonnard, testimoniano questa rivoluzione visiva e il coraggio di chi scelse di investire in un’arte allora controversa.
Opere principali in mostra.
Claude Monet, Belle-Île, coucher du soleil, 1886
Camille Pissarro, Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant, 1897
Pierre Bonnard, L’abat-jour orangé, 1908
Vincent van Gogh, Joseph Roulin, 1888

Il Cubismo e la rivoluzione della forma.
Nei primi decenni del Novecento, il gusto dei collezionisti iniziò spostarsi verso un nuovo movimento che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio dell’arte: il cubismo. Artisti come Georges Braque, Pablo Picasso, Juan Gris e Fernand Léger smantellano la prospettiva tradizionale, scomponendo la realtà in forme geometriche e sperimentando nuovi modi di rappresentare lo spazio.
Opere principali in mostra.
Georges Braque, La bouteille de Champagne, 1912
Juan Gris, Pierrot, 1919
Pablo Picasso, Bouteille et raisins, 1922
Fernand Léger, Les deux femmes et la nature morte (1er état), 1920

Dall’astrazione alla sintesi tra arte e spazio.
Se il cubismo aveva ancora un legame con la realtà̀ visibile, gli artisti astrattisti decisero di rompere completamente con la rappresentazione. Le opere di Piet Mondrian, Theo van Doesburg e Wassily Kandinsky testimoniano questa radicale trasformazione, in cui la pittura diventa un sistema di segni e colori indipendente dal mondo naturale.
Il collezionismo, in questa fase, diventa un vero e proprio sostegno ideologico: i mecenati non acquistano solo opere, ma finanziano un’idea, credendo nella possibilità̀ di un’arte completamente nuova e rivoluzionaria.
Opere principali in mostra:
Piet Mondrian, Composition A, 1932
Theo van Doesburg, Composition arithmétique, 1929–30
Hans Arp, Concrétion humaine oder Coquille se dénouant, 1936
Fritz Glarner, Relational Painting #68, 1954
Sophie Taeuber-Arp, Plans profilés en courbes, 1935

Surrealismo e il sogno della materia.
Con il surrealismo, l’arte si apre ai sogni, all’inconscio e al caso. I collezionisti più̀ audaci non si accontentano più̀ di estetiche equilibrate, ma cercano opere che li mettano di fronte all’ignoto.
Opere principali in mostra:
René Magritte, Le monde perdu, 1928
Max Ernst, Fleurs-écaille, ca. 1928
Yves Tanguy, La tour de l’ouest, 1931
Paul Klee, Blühendes / Blühender Baum, 1934
Giorgio de Chirico, Autoritratto con la tavolozza, 1924

Il museo e la sua collezione
Il Kunst Museum di Winterthur è stato tra i primi in Europa a sostenere l’impressionismo, quando ancora era rifiutato dalle grandi istituzioni. Grazie al contributo di collezionisti privati e donazioni, la collezione si è ampliata includendo le avanguardie del Novecento, rendendo Winterthur un punto di riferimento per l’arte moderna. L’esposizione a Udine rappresenta un’opportunità rara per il pubblico italiano di accedere a opere normalmente custodite in Svizzera.
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha definito la mostra “perfettamente coerente con il percorso di valorizzazione culturale intrapreso dalla Regione”, ricordando i riconoscimenti ottenuti dal territorio: “La Regione sta investendo con convinzione in eventi di alto profilo culturale, come dimostrano GO! 2025 e la recente nomina di Pordenone a Capitale italiana della Cultura 2027. Siamo orgogliosi che il Friuli Venezia Giulia sia oggi sinonimo di eventi memorabili che rafforzano l’immagine della nostra terra a livello nazionale e internazionale”.
Sulla stessa linea l’assessore regionale alle Attività produttive e Turismo, Sergio Emidio Bini, che sottolinea la portata strategica dell’investimento nelle grandi mostre: “Udine ospiterà capolavori di rilevanza mondiale. Un’iniziativa che conferma la nuova vocazione del Friuli Venezia Giulia come punto d’incontro per grandi eventi culturali, musicali e sportivi. In collaborazione con gli operatori turistici locali, svilupperemo offerte specifiche per incrementare l’incoming e valorizzare il capoluogo”.
Il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, parla di “un passaggio importante per la città nel panorama culturale europeo”, elogiando la capacità di Udine di costruire legami solidi con istituzioni museali internazionali. “Questa mostra rafforza il ruolo di Udine come punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Sarà anche un’occasione concreta per attrarre nuovi flussi turistici qualificati e promuovere la crescita del territorio”.
Anche l’assessore comunale alla Cultura, Federico Pirone, pone l’accento sul valore della mostra per il tessuto culturale locale: “Con questo progetto portiamo a Udine un’esposizione di alto profilo, costruita con cura e coerenza. Il coinvolgimento diretto dei Civici Musei attraverso la co-curatela di Vania Gransinigh rafforza il ruolo del museo non solo come contenitore, ma come motore culturale della città e del territorio. La mostra saprà parlare a tutti, dai più piccoli agli appassionati d’arte”.
Per Simone Todorow di San Giorgio, amministratore delegato di MondoMostre, si tratta di un’occasione unica: “Siamo orgogliosi di contribuire a un progetto che unisce qualità scientifica e apertura al pubblico. Udine si conferma una città recettiva e pronta ad accogliere eventi culturali di respiro europeo”.

Fonte: www.friulioggi.it 17 luglio 2025

LA SPEZIA. Morandi e Fontana si incontrano per la prima volta in una grande mostra.

Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964) e Lucio Fontana (Argentina, 1899 – Comabbio, 1968) vicini per età e geografia; eppure, apparentemente, inconciliabili, come due rette parallele che sembrano destinate a non incontrarsi mai. Tuttavia, proprio nel loro condiviso tendere all’infinito risiede la possibilità di un incontro, seppur mentale, immaginario, per l’aver condotto entrambi una profonda indagine tra la materia e l’essenza invisibile delle cose, tra la contingenza e l’infinito.
Ed è così che i due grandi artisti, poli magnetici del Novecento si incontrano nella mostra “Morandi e Fontana. Invisibile e Infinito”, a cura di Maria Cristina Bandera e Sergio Risaliti, al CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia.
In linea con gli artisti, che si sono spinti ben oltre le convenzioni, il percorso espositivo, non segue un iter cronologico e non ha nulla di didascalico. Proprio come una partitura musicale o una pièce teatrale, procede con un ritmo in crescendo; caratterizzato da un avvicinamento inizialmente lento e graduale, che accelera con un deciso climax ascendente nell’ultima sala.
Inizialmente, infatti, i due artisti sembrano guardarsi, o meglio studiarsi, da lontano ma in maniera incisiva e ficcante. Così, nella prima sala, prevalentemente dedicata alle opere degli Anni Cinquanta di Fontana, quindi ai primi Concetti Spaziali, alle prime Attese, appare una sola opera di Morandi e la scelta dei curatori è magistrale. Perché, invece di presentare un lavoro iconico, che sarebbe stato chiassoso, ne propongono uno particolarissimo, volutamente non finito, letteralmente tagliato: Natura Morta, del 1942, un olio su tela reintelato. E accostando ai primi deliberati tagli di Fontana questa singolare Natura Morta del collega, prendono silenziosamente posizione, sottolineando, sin dall’apertura, la validità di un percorso che intende rivelare come i due artisti, per quanto in modi diversi, perseguano il medesimo obiettivo di condurre la mente sulla soglia dell’infinito, evocando, come scrivono i curatori citando Leopardi “infiniti spazi e sovrumani silenzi”.
L’ambiente successivo, dedicato a Morandi, mette in luce il cambiamento vertiginoso avvenuto nell’artista, con opere dagli Anni Venti fino ai Sessanta. Una metamorfosi alla ricerca dell’essenzialità, evidente soprattutto nei paesaggi, in cui una pittura che racconta se stessa, senza nascondere il gesto creativo, rivela la crescente insofferenza dell’artista per i dettagli, il bisogno di andare oltre la realtà, verso la trascendenza. Obiettivo che realizza nelle nature morte e nei paesaggi, dove la forma diventa puro pretesto per assurgere ad una dimensione metafisica, in cui il tempo è sospeso in un eterno presente e la luce, non più naturale ma mentale, diventa “principio costruttivo che modella lo spazio e dissolve il confine tra pieno e vuoto, tra realtà e astrazione” per citare i curatori.
Anche Fontana partecipa a questa epifania con Concetto Spaziale, Attesa, in tela naturale del 1968; opera che, potendosi definire metaforicamente “nuda”, rivela come anche l’artista italo argentino, sul finire della sua parabola artistica, tendesse alla sottrazione in nome dell’essenzialità.
Una ricerca, quella di Fontana, che tuttavia, rispetto all’austerità di Morandi – che sembra bastare a stesso -, si esprime in maniera più dinamica, manifestando una vivace inquietudine che lo pone in diretta relazione anche con la rivoluzione della fisica quantistica, come si nota in diversi lavori, tra cui in mostra la Fine di Dio, 1963, la cui forma ovale non può che ricordare un atomo. Così, se dal ’49 aveva iniziato, con i Concetti spaziali, a spingere lo sguardo sull’incommensurabilità dello spazio e del tempo; negli Anni Sessanta va ancora oltre e, giocando con una materia sempre più essenziale, dimostra come il supporto perda progressivamente significato a favore della ricerca di un senso assoluto incarnato dal fugace passaggio della luce.
Ed è proprio la luce, come si evince al termine del percorso, nella sala che finalmente vede riuniti i due Maestri del Novecento, il vero trade union, denominatore comune primario per entrambi. Pars construens per Morandi, che costruiva con la luce e pars destruens per Fontana, che la adoperava per aprire un varco sull’ignoto. Del resto, come scrivono i curatori: “A Morandi era caro l’infinito dell’invisibile. A Fontana l’invisibile dell’infinito”.

Autore: Ludovica Palmieri

Fonte: www.artribune.com 20 giu 2025

TORINO. Ritratti di isolani e di maltrattati dalla storia.

Luigia Rinaldi è resistente come le rocce che rappresenta, come gli ulivi che disegna e che diventano, con la sua maestria, materia viva.
È resistente come i volti plasmati con pennellate ampie che rivelano nella loro matericità la testimonianza del tempo che fugge.
La sua pittura diventa una voce forte, un urlo per denunciare ingiustizia e maltrattamenti. Chiama attenzione, raccoglie ed esprime simbolismo e vitalità.
La natura, da lei studiata e analizzata quasi microscopicamente nei decenni di ricerca sul colore, si trasforma in una nuova figurazione, costruita con colori primari e forme archetipe che trascendono la realtà per diventare iconiche.
Muri a secco, erba, soli impossibili, tronchi contorti, pietre, volti esprimono storie e sono racconto, avvenimento. Ogni pezzo di storia, singola o universale, nella sua rarefazione pittorica richiama al nostro contemporaneo e annuncia ad ognuno di noi che l’apocalisse è dietro l’angolo.
Luigia Rinaldi denuncia a tutto campo, il suo grido forte e’ amplificato dall’utilizzo del colore acrilico che diventa spessore e volume nella giustapposizione di colori primari forti, impossibili, abbaglianti. Luce, colore, forma diventano quindi astrazione mentale con un potente richiamo alla concretezza delle storie, del racconto, della narrazione che l’artista ci propone per farci entrare nello spazio di un mondo tutto suo, dove la saturazione del colore ci rende fragili, quasi pericolanti in caduta libera.

Info:
mostra di Luigia Rinaldi, presso Museo Miit, corso Cairoli 4, Torino.

Autore: Maria Luisa Reviglio della Veneria

CASERTA. La Reggia. “Veneri nere”, simbolo di emancipazione inclusiva e parità di genere.

La Reggia di Caserta, gioiello UNESCO di fama internazionale, con i suoi tesori d’arte, le sue meraviglie storico-culturali, i sempre più preziosi e ricercati eventi che accoglie, non smette mai di stupire e, quindi, di lasciare estasiati. Per la primavera 2025, il 20 marzo, ospita infatti una installazione collettiva, di arte contemporanea e impegno sociale, con “CRASH”, scultura e monumentale “Venere site specific”, simbolo di emancipazione e parità di genere.
Per l’occasione, la Reggia concede gli spazi della Sala Romanelli, dove i visitatori potranno usufruire dell’opera con lo stesso biglietto di ingresso al palazzo.
Realizzata, a cura di Giuseppe Loffredo con ICONIC Art System, dagli artisti Angelo Accardi, Luca Bellandi e Daniele Fortuna, la “Venere”, alta 4 metri, è un omaggio alle “Veneri nere”, nonchè un manifesto universale. La capigliatura afro celebra le donne che hanno segnato la storia della lotta per la parità di genere. La bocca, avvolta da un velo bianco, che termina su una mela simbolica, si fa eco del peccato originale e dello stigma imposto alle donne nel corso della storia.

Venere e Marte, Luca Bellandi, Iconic Art System

Un progetto contemporaneo e “a sei mani”, studiato per combinare materiali tradizionali e alternativi, giocando con superfici lucide, trasparenze e riflessi per amplificare il messaggio. Alla resina bianca, laccata da Angelo Accardi, che conferisce un aspetto marmoreo alla scultura, si aggiunge il dipinto su plexiglass di Luca Bellandi, riflesso da uno specchio, in un’illusione ottica di trasformazione, creata dalla sovrapposizione del dipinto al drappo della scultura. A questi, si unisce il legno di Daniele Fortuna che, con le sue forme stratificate e i colori vibranti, dona ulteriori tridimensionalità alla scena e all’installazione stessa, poggiata sul tappeto scenografico di Saints Studio, maison di moda vicina al mondo dell’arte: un patchwork di seta lungo 10 metri posto ai piedi della Venere per richiamare il legame tra arte, tessuto e storia.
A chiudere l’ampia “vetrina”, è una serie di opere firmate da Rocco Ritchie, Alessandro Flaminio, Mimmo Di Dio, Gaetano Di Dio, Marco Grasso, Fabio Abbreccia, Daniele Accossato e Pedro Perdomo.
“Crash”, si sottolinea, è la prima restituzione pubblica di ICONIC Art System, piattaforma innovativa fondata da Giuseppe Loffredo che punta a un dialogo artistico inclusivo, valorizzando i grandi artisti e supportando quelli emergenti. Ogni progetto è pensato per avvicinare l’arte alla società, trasformandola in un veicolo di riflessione e impegno civile che si sviluppa attraverso mostre, eventi e installazioni site-specific. L’arte, è dato ancora leggere, non è solo espressione ma azione concreta, un mezzo per creare impatto culturale e sociale duraturo: è qui che diventa necessario il supporto ai giovani artisti, facendo incontrare un’etica di inclusività e sostenibilità. Con questo spirito nasce appunto Iconic Art System, una rete di gallerie d’arte promossa dalla Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion, con un duplice scopo: creare spazi artistici inclusivi e generare risorse per sostenere progetti, ispirandosi al concetto di mecenatismo contemporaneo, creando un ecosistema culturale accessibile, dove l’arte diventa esperienza collettiva e strumento di cambiamento sociale.

Sin Titulo, Pedro Perdomo, Iconic Art System

“L’arte è un linguaggio universale, un ponte tra culture e un potente strumento di emancipazione” spiega Giuseppe Loffredo curatore dell’installazione e fondatore della Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion”, mentre aggiunge: <<Vogliamo offrire ai giovani artisti emergenti non solo un supporto economico, ma un contesto sicuro e stimolante in cui sviluppare il proprio talento. Per questo motivo, abbiamo avviato un innovativo progetto di safe houses, residenze pensate come veri e propri centri di creazione e confronto, in cui gli artisti selezionati potranno sperimentare, dialogare e crescere attraverso la collaborazione. Queste strutture non saranno esclusivamente dedicate al mondo dell’arte, ma diventeranno un punto di riferimento per giovani che affrontano discriminazioni di genere o che hanno subito esclusione sociale a causa della loro identità. Vogliamo offrire loro non solo un rifugio, ma un’opportunità concreta per costruire un futuro in cui l’arte diventi uno strumento di libertà e inclusione”.
Insomma un appuntamento, di quelli da pubblico delle grandi, qualificate occasioni, da non perdere. Assolutamente.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it