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FERRARA. Quattro pittori del ‘500 in mostra a Palazzo dei Diamanti.

Nel 1496 si spense Ercole de’ Roberti, uno dei pittori che, nella Ferrara del XVI Secolo, aveva fortemente contribuito al formarsi di un linguaggio originalissimo. Trascorsero pochi anni e anche morì Ercole I d’Este, lasciando le redini del ducato al figlio Alfonso nel 1505.
In quel breve tempo si delineò uno scenario alimentato da artisti di orientamento più “moderno” che si integrarono in un contesto in cui era ancora attivo Lorenzo Costa. Queste le coordinate per comprendere l’incipit della monumentale mostra Il Cinquecento a Ferrara, il cui percorso termina con la scomparsa di altri due personaggi cruciali per la città e per la storia dell’arte. Il progetto ruota attorno alle quattro “stelle” più brillanti del firmamento ferrarese dell’epoca: due artisti pressoché sconosciuti, Mazzolino e Ortolano, e i più noti Garofalo e Dosso. Furono loro i protagonisti di una stagione straordinaria, in parte ancora da riscoprire.

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Nella seconda sala, sulla parete di fondo rispetto all’ingresso, lo sguardo viene magneticamente attirato da una pala d’altare di dimensioni modeste che promana una luce dorata e, già da lontano, trasmette un senso di pacato equilibrio: è l’Adorazione dei Magi di Avignone, prima opera certa di Ludovico Mazzolino.
L’osservazione ravvicinata delle varie opere di questo pittore, definito “eccentrico e inquieto”, è quasi una rivelazione: com’è possibile che il suo nome non sia nell’Olimpo dei grandi artisti rinascimentali? Ma le mostre – quelle che scaturiscono da attente ricerche e che si pongono obiettivi di conoscenza, non solo di mera esibizione di capolavori arcinoti – servono anche a questo: soffiare via il velo di polvere che ricopre ancora tanti eccellenti nomi, riportandoli all’attenzione del pubblico e degli studiosi. Di Mazzolino si possono ammirare dipinti sublimi che negli anni della sua giovinezza rimandano a una profonda comprensione di Giorgione, per poi lasciarsi suggestionare da Dürer – strepitoso l’accostamento tra opere dei due artisti –, quindi maturare un rapporto intrigante tra figure umane e chiarissime architetture classicheggianti e infine “esplodere” in una miriade di personaggi, muscolosi come quelli di Ercole de’ Roberti o di Michelangelo.

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Una case history analoga vede protagonista Giovanni Battista Benvenuti detto Ortolano: di lui si sa pochissimo, ma i suoi lavori si fanno notare per un naturalismo convinto e sincero che, con il passare del tempo, si alimenta delle novità proposte da Raffaello, nonché di Dosso. È una pittura, la sua, che “si mostra non meno concreta che elegante ed elegiaca, come nella splendida Sacra famiglia”, spiega un pannello didattico della mostra.
Garofalo, alias di Benvenuto Tisi, si distingue per la sua capacità di accogliere tempestivamente le novità che nel primo Cinquecento si stavano diffondendo tra Venezia e l’Italia centrale: se nel primo decennio del secolo anche lui prende a modello Giorgione – stando a Vasari, i due furono amici –, in età più matura diventa il principale divulgatore ferrarese dello stile del Sanzio, tanto che nel Settecento lo si battezzò “Raffaello de’ ferraresi”. Stile peraltro ideale, se si considera che Garofalo dipinse soprattutto pale d’altare per le chiese di Ferrara.

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Di Giovanni Luteri detto Dosso diremo poche cose, tali e tanti sono i capolavori convocati a Palazzo dei Diamanti. Fu amico e complice di Alfonso d’Este, per il quale creò opere rare e curiose come la Zuffa, o l’intenso ritratto del medico Niccolò Leoniceno o il Giove pittore di farfalle, “un’immagine dove politica, mitologia e letteratura si fondono con la leggerezza di un’ottava ariostesca” si scrive ancora in un pannello, dove si precisa che un quadro come questo poteva essere dipinto solo nella Ferrara estense. A Dosso è affidato il finale che racconta la morte di Alfonso d’Este, avvenuta nel 1534, e il passaggio del potere al figlio Ercole II. L’arguto pittore raffigurò il giovane sovrano in eroica e umoristica nudità – appena mascherata dalla pelle del leone conquistata dall’omonimo eroe mitologico – mentre trionfa sui suoi nemici, ritratti come buffi e agitati pigmei (ma è l’antenato di Gulliver!).

Ludovico-Mazzolino-Strage-degli-Innocenti-1528-Amsterdam-Rijksmuseum

Quella del duca Ercole II però è un’altra storia, e verrà raccontata nella prossima “puntata” del progetto Rinascimento a Ferrara 1471-1598: da Borso ad Alfonso II d’Este.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: artribune.com 23 gen 2025

Francesca Bianchi, Cyprea, la rete di Afrodite: al Colosseo un ponte culturale tra Italia e Cipro.

È stata prorogata fino a gennaio 2025 la mostra internazionale Cyprea. La rete di Afrodite, allestita al Parco archeologico del Colosseo, nelle sale del Museo del Foro Romano. FtNews ha intervistato il prof. Giorgio Calcara, curatore di questa mostra che intreccia l’arte contemporanea con l’archeologia, celebrando la figura di Afrodite e il legame storico-culturale tra Italia e Cipro….

Leggi l’intervista nell’allegato: Cyprea, la rete di Afrodite al Colosseo

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

TORINO. Van Dyck e Orazio Gentileschi a confronto in una mostra.

È la prima volta che la rassegna natalizia L’Ospite illustre organizzata da Intesa Sanpaolo trova spazio nelle sale auliche di Palazzo Turinetti nel cui sottosuolo sono stati ricavati gli spazi delle Gallerie d’Italia dedicati alla fotografia contemporanea.
“Le precedenti edizioni della rassegna hanno sempre avuto come scenario il Grattacielo di corso Inghilterra”, ha ricordato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia “ma una delle nostre missioni è quella di mescolare i pubblici, senza preclusioni, quindi speriamo che chi ama la fotografia contemporanea prenda l’iniziativa di salire lo scalone monumentale e venga a incontrare le opere classiche. E viceversa, naturalmente“.
A presentare le opere di Gentileschi e Van Dyck, che abitualmente sono conservate nella Galleria nobile di Palazzo Corsini, una delle due sedi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, è stato Alessandro Cosma, conservatore del museo romano.
“C’è una curiosità da annotare relativamente all’opera di Gentileschi“, ha raccontato a margine della presentazione. “La Madonna col Bambino, secondo alcuni studiosi, non sarebbe opera di Orazio ma bensì della figlia Artemisia. Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che potrebbe essere addirittura l’opera che la pittrice stava dipingendo nel momento in cui Agostino Tarsi si introdusse nello studio per farle violenza. Bisogna essere cauti e noi manteniamo l’attribuzione a Orazio Gentileschi“.
Risposte certe al momento non sembrano essercene, tuttavia il possibile legame con un episodio di cronaca entrato nei manuali di storia dell’arte, aggiunge interesse e curiosità per l’opera esposta a Torino.
Varcata la soglia della Sala delle vedute fantastiche, in uno spazio intimo e propenso alla riflessione, ci si trova di fronte ai due capolavori “romani”. Si può definirli così, perché fin dal Settecento le due opere sono presenti nelle collezioni del cardinale Neri Maria Corsini che li ospitava nei suoi spazi privati.
“Feuerbach diceva che per comprendere un’opera d’arte e goderne ci vuole una sedia, poi bisogna sedersi alla giusta distanza, stare in silenzio e dimenticare il proprio io per almeno un quarto d’ora” aggiunge Cosma descrivendo lo spirito che ha guidato l’allestimento alle Gallerie d’Italia.
Le due opere sono infatti state esposte ad altezza di sguardo, prive di vetri per evitare riflessioni, in un ambiente ristretto che invita a cogliere i particolari di ciascuna opera, senza la smania di dover correre da una sala all’altra.
“È interessante notare”, precisa Alessandro Cosma, “che Orazio Gentileschi e Antoon Van Dyck si ritrovano qui, uno di fronte all’altro, dopo che in vita ebbero l’occasione di incontrarsi più volte: a Genova nel 1621, poi in Inghilterra dove entrambi sono chiamati a lavorare“.
Oltremanica, Van Dyck farà anche un ritratto di Orazio Gentileschi, a testimonianza di una certa familiarità fra i due artisti.
Le due opere sono diverse interpretazioni della Madonna con il Bambino e, in particolare della cosiddetta Madonna del latte, un canone iconografico molto popolare ma interpretato in modo completamente diverso da due fra i massimi esponenti della pittura del Seicento.
Nell’opera di Gentileschi dipinta a Roma attorno al 1610, si coglie la semplicità della scena: due figure non idealizzate che potrebbero essere una popolana e il suo bambino, seppur entrambe avvolti in abiti dai ricchi drappeggi.
Lo scambio di sguardi è fra la madre e il figlio, nessuna complicità con l’osservatore. Gentileschi aveva conosciuto Caravaggio nei primi anni del secolo e questo dipinto è l’emblema del suo cambio di prospettiva pittorica e si coglie tutta l’influenza di Michelangelo Merisi.
Il bambino avvolto nel suo vestitino giallo afferra l’abito della madre per arrivare al seno: nello sguardo che intercorre fra i due personaggi c’è tutta l’atmosfera domestica e umana di questo quadro. Solo un accenno di aureola tradisce il fatto che siamo di fronte alla Vergine.
“Il quadro di Van Dyck è di una quindicina di anni successivo. Qui il maestro di Anversa dimostra di avere già assorbitola lezione dei maestri del Rinascimento italiano e propone il tema della Madonna del latte in una versione altamente concentrata e simbolica. Rispetto al classico scenario delle Natività, mancano Giuseppe e il bue, tutta l’attenzione è concentrata sulla madre e figlio. L’atmosfera malinconica, lo sguardo triste della Madonna, la nuvola nera e le due spighe della paglia che formano una croce sembrano far presagire il destino del Cristo” spiega il conservatore della Galleria Corsini. Il piccolo, sazio, è già caduto addormentato e la sua testa copre il seno scoperto della madre secondo i dettami del Concilio di Trento. L’opera è tra i capolavori della produzione religiosa di Van Dyck e venne realizzata durante il suo soggiorno a Genova e donata ai fratelli Cornelis e Lucas de Wael che lo avevano accolto e aiutato in città. Trasferita poi nelle Fiandre, la tela venne acquistata dal cardinale Neri Maria Corsini a Bruxelles e portata a Roma per essere esposta nella Galleria nobile, la sala più importante del suo appartamento.

Autore: Dario Bragaglia

Fonte: artribune.com 13 dic 2024

Scaduto: MURANO (Ve). Storie di fabbriche. Storie di famiglie.

Una mostra per celebrare l’esperienza e la storia di una creatività illuminata, per ricordare due gentiluomini del vetro, Carlo e Giovanni Moretti, la loro avventura imprenditoriale che ha saputo lasciare un segno ancora oggi indelebile e immediatamente riconoscibile.
Curata da Chiara Squarcina, Mauro Stocco e Marta Moretti, l’esposizione permetterà per la prima volta di presentare al pubblico la maggior parte dell’importante e cospicua donazione di oltre 400 opere della ditta Carlo Moretti, pervenuta al Museo del Vetro nel 2020 e che permette di ripercorrere in modo ricco, puntuale ed esaustivo le vicende storiche dell’azienda creata da Carlo e Giovanni Moretti nel 1958 e l’evolversi della sua fortunata produzione, fino al 2013, quando l’azienda è passata di mano.
Un’avventura che inizia, come da tradizione, con la creazione di vetri trasparenti e di bicchieri colorati, caratterizzati dalla ricerca costante di linee pulite ed essenziali, unita a innovazione tecnica e messa a punto degli strumenti di lavorazione. Da subito apparve chiara la loro volontà, ossia di lasciare un segno che fosse capace di dialogare con la contemporaneità, travalicando i confini dell’isola e cercando un respiro internazionale.
Due personalità diverse ma perfettamente complementari: Carlo dal gusto raffinato e colto, con il suo procedere per sottrazione sino al raggiungimento di una essenzialità formale che è diventata ben presto la sua firma, la cifra stilistica con cui ancora oggi è conosciuto nel mondo; Giovanni, invece, sensibile agli orientamenti del mercato e intuitivo anticipatore di gusti e bisogni, capace di creare la narrazione che meglio si potesse accompagnare ai loro prodotti, contagiando interlocutori e clienti nel suo entusiasmo.
All’inizio degli anni Sessanta la Carlo Moretti mette in produzione le prime serie di articoli in vetro bicolore (lattimo interno e colore esterno) e successivamente la fortunata serie dei Satinati, destinate ai grandi magazzini Bloomingdale’s di New York. Si avvia così il processo di affermazione dell’azienda sui mercati esteri. Cifra stilistica della Carlo Moretti è l’adozione di forme semplici e basilari e di linee essenziali per calici e coppe, composte per lo più da geometrie basate su cilindri e sfere.
Gli anni Settanta rappresentano per la Carlo Moretti il periodo di maggiore innovazione, che si manifesta anche nella ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità della materia prima e nella volontà di affermazione di un preciso linguaggio espressivo. In questi anni si attua in azienda la ripresa del tradizionale cristallo muranese, che diventa un vero marchio di fabbrica per la Carlo Moretti, identificata con l’eleganza e la leggerezza dei suoi prodotti. Nascono allora straordinari progetti come il bicchiere Ottagonale del 1974 e l’Ovale del 1976.
Un momento di svolta nel repertorio formale si verifica nel corso degli anni Ottanta con i vetri che meglio identificano la produzione dell’azienda e la sua cifra stilistica: oggetti sobri in cristallo, di grande raffinatezza, spesso finiti a sola molatura, quali le serie Millemolature e Bande molate del 1984.
Sarà presente in mostra anche la celebre serie di Calici da collezione, lanciata in occasione del Natale 1990, frutto di un’intuizione di Giovanni Moretti. Ogni anno rinnovati nei colori, nelle forme e nelle decorazioni, i Calici ottennero subito un grandissimo successo commerciale.
Dal punto di vista delle creazioni più propriamente artistiche risale agli anni Novanta anche il progetto Monolite, sculture in vetro pesante ispirate al paesaggio urbano notturno di Manhattan, realizzate con una tecnica particolare di fusione nel forno termico.
Gran parte della produzione degli anni Duemila è caratterizzata dai vetri in pasta, in cui ogni oggetto è firmato a mano a punta di diamante, in modo da renderlo inconfondibile e unico.
Ora come allora, nelle loro creazioni affiora l’anima di Venezia, quella sua straordinaria capacità di essere al tempo stesso liquida e solida, trasparente e opaca, di essere una cultura e una società che si conserva e, al tempo stesso, che si lascia contaminare. Fluida come il moto alternato delle maree, come il respiro lavorato del vetro.

Info:
Donazione Carlo e Giovanni Moretti 1958-2013
Murano, Museo del Vetro, Spazio Ex Conterie, dal 6 dicembre 2024 al 30 giugno 2025
Fondamenta Giustinian 8 – 30141 Murano – Tel. +39 041 5275120
museovetro.visitmuve.it

Scaduto: TARQUINIA (Vt). 1437. La Madonna di Filippo Lippi, Tarquinia e il cardinale Vitelleschi.

Mostra diffusa realizzata a chiusura delle celebrazioni del centenario del Museo Nazionale Archeologico di Tarquinia.
Dal 5 dicembre “La Madonna di Tarquinia” di Filippo Lippi torna nel luogo per cui era stata pensata e commissionata, palazzo Vitelleschi, oggi sede del Museo Nazionale Archeologico di Tarquinia. L’opera, considerata una delle più raffinate composizioni sacre del Quattrocento, un dipinto su tavola realizzato dal grande artista fiorentino su incarico del cardinale mecenate Giovanni Vitelleschi, sarà esposta nell’abside della cappella del secondo piano dell’edificio fino al 4 marzo 2025, in occasione della mostra diffusa “1437. La Madonna di Filippo Lippi, Tarquinia e il cardinale Vitelleschi”, voluta dal Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia (PACT) a chiusura delle celebrazioni del centenario del museo.
L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Comune di Tarquinia e la Diocesi Civitavecchia-Tarquinia e con il sostegno del Dipartimento Diva del Ministero della Cultura e della Direzione Generale Musei.
Mettendo a sistema i risultati degli studi recenti, la mostra si ripropone di illustrare legami fra arte, religione e potere nella Tarquinia della prima metà del Quattrocento, presentando il capolavoro di fra Filippo Lippi nel suo contesto originario di destinazione e di relazioni, ovvero la città natale del cardinale, con il suo più importante palazzo aristocratico, le sue chiese, e il suo retroterra di spiritualità, in particolare quella sviluppata dall’ordine agostiniano. Si tratta, in settanta anni, della terza volta che la Madonna del Lippi lascia Palazzo Barberini, dove è custodita attualmente. Sarà, dunque, un evento di altissimo valore simbolico e culturale per la città, che offrirà inoltre la possibilità di esplorare in più tappe il legame tra Tarquinia e il cardinale Vitelleschi. Infatti il percorso espositivo coinvolgerà altri cinque luoghi: il duomo, la chiesa di Santa Maria in Ca stello, il palazzetto di Santo Spirito (archivio comunale) e la Sala degli affreschi del palazzo comunale.
Il punto di partenza sarà il palazzo Vitelleschi, che, da vero organismo vivente, ha avuto una lunga storia e un suo sviluppo, fino a diventare museo. In questo contesto spaziale il progetto scientifico, coordinato dal professor Vincenzo Bellelli, direttore del PACT, mira a sottolineare l’importanza del contesto temporale: “Il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è stato istituito nel 1916 e inaugurato nel 1924. Cento anni di storia, a cui in realtà si sommano altri cinque secoli di vicende del superbo edificio che lo ospita, palazzo Vitelleschi, gioiello dell’architettura rinascimentale. La seconda vita del Palazzo – quella di museo statale – è nata all’insegna di un “dono”, quello da parte della città di Tarquinia allo Stato, per farne un museo. Una storia esemplare, fatta di comportamenti virtuosi delle istituzioni pubbliche e delle persone che le hanno incarnate, per raggiungere l’interesse collettivo, sommo fra tutti gli obiettivi di una amministrazione pubblica: la creazione a Tarquinia di un museo che conservasse la memoria del territorio e della sua comunità. E così, nell’anno del centenario del museo, è parso naturale al PACT, in cui è confluito il museo tarquiniese, organizzare un grande evento culturale, che riproponesse con forza il legame fra Tarquinia e il “suo” museo. La Madonna di Tarquinia realizzata da Filippo Lippi nel 1437 per il cardinale Vitelleschi ci è parso un tema adatto, perché identitario, che potesse vedere affiancati, in una sinergia fruttuosa, il PACT, il Comune e la Diocesi di Civitavecchia e Tarquinia. Siamo felici che tutti, tarquiniesi e non, nelle vacanze natalizie e per tutto il periodo della mostra, possano ammirare la Madonna di Lippi nel luogo a cui Giovanni Vitelleschi l’aveva destinata”.
“Il ritorno temporaneo de “La Madonna di Tarquinia” di Filippo Lippi- dichiara il sindaco Francesco Sposetti -, oltre a rappresentare un evento culturale eccezionale per il valore artistico dell’opera e il suo legame affettivo con la comunità, costituisce un’importante opportunità per far conoscere un altro periodo storico fondamentale della città, che spesso viene solamente identificata come culla della civiltà etrusca. La mostra, che avrà il suo fulcro in palazzo Vitelleschi e il cui percorso espositivo coinvolgerà il Duomo, la chiesa di Santa Maria in Castello, il palazzetto di Santo Spirito, sede dell’archivio comunale, e la sala degli affreschi del palazzo comunale, consentirà infatti di far luce sui rapporti fra arte, religione e potere nella Tarquinia della prima metà del Quattrocento e di volgere lo sguardo su altri edifici del centro storico di grandissimo pregio. Come Amministrazione comunale, siamo quindi onorati di collaborare nell’organizzazione della mostra”.
“Contempliamo con gioia – afferma il vescovo Gianrico Ruzza -, onore e rispetto per la straordinaria storia della nostra città di Tarquinia l’opera di Filippo Lippi nell’affascinante e suggestivo contesto di palazzo Vitelleschi e nella cornice di una mostra di enorme significato per la vita culturale della nostra città, in un’iniziativa scientifica alla quale la Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia ha aderito come partner con grande convinzione e soddisfazione. La felice coincidenza della mostra con l’inizio del Giubileo consentirà sicuramente a molti visitatori di vivere un’esperienza di pace e di godimento della bellezza che promana dall’arte ispirata dalla Luce divina”.

Fonte:
Comune di Tarquinia