Archivi categoria: Mostre

TORINO. Ritratti di isolani e di maltrattati dalla storia.

Luigia Rinaldi è resistente come le rocce che rappresenta, come gli ulivi che disegna e che diventano, con la sua maestria, materia viva.
È resistente come i volti plasmati con pennellate ampie che rivelano nella loro matericità la testimonianza del tempo che fugge.
La sua pittura diventa una voce forte, un urlo per denunciare ingiustizia e maltrattamenti. Chiama attenzione, raccoglie ed esprime simbolismo e vitalità.
La natura, da lei studiata e analizzata quasi microscopicamente nei decenni di ricerca sul colore, si trasforma in una nuova figurazione, costruita con colori primari e forme archetipe che trascendono la realtà per diventare iconiche.
Muri a secco, erba, soli impossibili, tronchi contorti, pietre, volti esprimono storie e sono racconto, avvenimento. Ogni pezzo di storia, singola o universale, nella sua rarefazione pittorica richiama al nostro contemporaneo e annuncia ad ognuno di noi che l’apocalisse è dietro l’angolo.
Luigia Rinaldi denuncia a tutto campo, il suo grido forte e’ amplificato dall’utilizzo del colore acrilico che diventa spessore e volume nella giustapposizione di colori primari forti, impossibili, abbaglianti. Luce, colore, forma diventano quindi astrazione mentale con un potente richiamo alla concretezza delle storie, del racconto, della narrazione che l’artista ci propone per farci entrare nello spazio di un mondo tutto suo, dove la saturazione del colore ci rende fragili, quasi pericolanti in caduta libera.

Info:
mostra di Luigia Rinaldi, presso Museo Miit, corso Cairoli 4, Torino.

Autore: Maria Luisa Reviglio della Veneria

CASERTA. La Reggia. “Veneri nere”, simbolo di emancipazione inclusiva e parità di genere.

La Reggia di Caserta, gioiello UNESCO di fama internazionale, con i suoi tesori d’arte, le sue meraviglie storico-culturali, i sempre più preziosi e ricercati eventi che accoglie, non smette mai di stupire e, quindi, di lasciare estasiati. Per la primavera 2025, il 20 marzo, ospita infatti una installazione collettiva, di arte contemporanea e impegno sociale, con “CRASH”, scultura e monumentale “Venere site specific”, simbolo di emancipazione e parità di genere.
Per l’occasione, la Reggia concede gli spazi della Sala Romanelli, dove i visitatori potranno usufruire dell’opera con lo stesso biglietto di ingresso al palazzo.
Realizzata, a cura di Giuseppe Loffredo con ICONIC Art System, dagli artisti Angelo Accardi, Luca Bellandi e Daniele Fortuna, la “Venere”, alta 4 metri, è un omaggio alle “Veneri nere”, nonchè un manifesto universale. La capigliatura afro celebra le donne che hanno segnato la storia della lotta per la parità di genere. La bocca, avvolta da un velo bianco, che termina su una mela simbolica, si fa eco del peccato originale e dello stigma imposto alle donne nel corso della storia.

Venere e Marte, Luca Bellandi, Iconic Art System

Un progetto contemporaneo e “a sei mani”, studiato per combinare materiali tradizionali e alternativi, giocando con superfici lucide, trasparenze e riflessi per amplificare il messaggio. Alla resina bianca, laccata da Angelo Accardi, che conferisce un aspetto marmoreo alla scultura, si aggiunge il dipinto su plexiglass di Luca Bellandi, riflesso da uno specchio, in un’illusione ottica di trasformazione, creata dalla sovrapposizione del dipinto al drappo della scultura. A questi, si unisce il legno di Daniele Fortuna che, con le sue forme stratificate e i colori vibranti, dona ulteriori tridimensionalità alla scena e all’installazione stessa, poggiata sul tappeto scenografico di Saints Studio, maison di moda vicina al mondo dell’arte: un patchwork di seta lungo 10 metri posto ai piedi della Venere per richiamare il legame tra arte, tessuto e storia.
A chiudere l’ampia “vetrina”, è una serie di opere firmate da Rocco Ritchie, Alessandro Flaminio, Mimmo Di Dio, Gaetano Di Dio, Marco Grasso, Fabio Abbreccia, Daniele Accossato e Pedro Perdomo.
“Crash”, si sottolinea, è la prima restituzione pubblica di ICONIC Art System, piattaforma innovativa fondata da Giuseppe Loffredo che punta a un dialogo artistico inclusivo, valorizzando i grandi artisti e supportando quelli emergenti. Ogni progetto è pensato per avvicinare l’arte alla società, trasformandola in un veicolo di riflessione e impegno civile che si sviluppa attraverso mostre, eventi e installazioni site-specific. L’arte, è dato ancora leggere, non è solo espressione ma azione concreta, un mezzo per creare impatto culturale e sociale duraturo: è qui che diventa necessario il supporto ai giovani artisti, facendo incontrare un’etica di inclusività e sostenibilità. Con questo spirito nasce appunto Iconic Art System, una rete di gallerie d’arte promossa dalla Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion, con un duplice scopo: creare spazi artistici inclusivi e generare risorse per sostenere progetti, ispirandosi al concetto di mecenatismo contemporaneo, creando un ecosistema culturale accessibile, dove l’arte diventa esperienza collettiva e strumento di cambiamento sociale.

Sin Titulo, Pedro Perdomo, Iconic Art System

“L’arte è un linguaggio universale, un ponte tra culture e un potente strumento di emancipazione” spiega Giuseppe Loffredo curatore dell’installazione e fondatore della Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion”, mentre aggiunge: <<Vogliamo offrire ai giovani artisti emergenti non solo un supporto economico, ma un contesto sicuro e stimolante in cui sviluppare il proprio talento. Per questo motivo, abbiamo avviato un innovativo progetto di safe houses, residenze pensate come veri e propri centri di creazione e confronto, in cui gli artisti selezionati potranno sperimentare, dialogare e crescere attraverso la collaborazione. Queste strutture non saranno esclusivamente dedicate al mondo dell’arte, ma diventeranno un punto di riferimento per giovani che affrontano discriminazioni di genere o che hanno subito esclusione sociale a causa della loro identità. Vogliamo offrire loro non solo un rifugio, ma un’opportunità concreta per costruire un futuro in cui l’arte diventi uno strumento di libertà e inclusione”.
Insomma un appuntamento, di quelli da pubblico delle grandi, qualificate occasioni, da non perdere. Assolutamente.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FERRARA. Quattro pittori del ‘500 in mostra a Palazzo dei Diamanti.

Nel 1496 si spense Ercole de’ Roberti, uno dei pittori che, nella Ferrara del XVI Secolo, aveva fortemente contribuito al formarsi di un linguaggio originalissimo. Trascorsero pochi anni e anche morì Ercole I d’Este, lasciando le redini del ducato al figlio Alfonso nel 1505.
In quel breve tempo si delineò uno scenario alimentato da artisti di orientamento più “moderno” che si integrarono in un contesto in cui era ancora attivo Lorenzo Costa. Queste le coordinate per comprendere l’incipit della monumentale mostra Il Cinquecento a Ferrara, il cui percorso termina con la scomparsa di altri due personaggi cruciali per la città e per la storia dell’arte. Il progetto ruota attorno alle quattro “stelle” più brillanti del firmamento ferrarese dell’epoca: due artisti pressoché sconosciuti, Mazzolino e Ortolano, e i più noti Garofalo e Dosso. Furono loro i protagonisti di una stagione straordinaria, in parte ancora da riscoprire.

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Nella seconda sala, sulla parete di fondo rispetto all’ingresso, lo sguardo viene magneticamente attirato da una pala d’altare di dimensioni modeste che promana una luce dorata e, già da lontano, trasmette un senso di pacato equilibrio: è l’Adorazione dei Magi di Avignone, prima opera certa di Ludovico Mazzolino.
L’osservazione ravvicinata delle varie opere di questo pittore, definito “eccentrico e inquieto”, è quasi una rivelazione: com’è possibile che il suo nome non sia nell’Olimpo dei grandi artisti rinascimentali? Ma le mostre – quelle che scaturiscono da attente ricerche e che si pongono obiettivi di conoscenza, non solo di mera esibizione di capolavori arcinoti – servono anche a questo: soffiare via il velo di polvere che ricopre ancora tanti eccellenti nomi, riportandoli all’attenzione del pubblico e degli studiosi. Di Mazzolino si possono ammirare dipinti sublimi che negli anni della sua giovinezza rimandano a una profonda comprensione di Giorgione, per poi lasciarsi suggestionare da Dürer – strepitoso l’accostamento tra opere dei due artisti –, quindi maturare un rapporto intrigante tra figure umane e chiarissime architetture classicheggianti e infine “esplodere” in una miriade di personaggi, muscolosi come quelli di Ercole de’ Roberti o di Michelangelo.

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Una case history analoga vede protagonista Giovanni Battista Benvenuti detto Ortolano: di lui si sa pochissimo, ma i suoi lavori si fanno notare per un naturalismo convinto e sincero che, con il passare del tempo, si alimenta delle novità proposte da Raffaello, nonché di Dosso. È una pittura, la sua, che “si mostra non meno concreta che elegante ed elegiaca, come nella splendida Sacra famiglia”, spiega un pannello didattico della mostra.
Garofalo, alias di Benvenuto Tisi, si distingue per la sua capacità di accogliere tempestivamente le novità che nel primo Cinquecento si stavano diffondendo tra Venezia e l’Italia centrale: se nel primo decennio del secolo anche lui prende a modello Giorgione – stando a Vasari, i due furono amici –, in età più matura diventa il principale divulgatore ferrarese dello stile del Sanzio, tanto che nel Settecento lo si battezzò “Raffaello de’ ferraresi”. Stile peraltro ideale, se si considera che Garofalo dipinse soprattutto pale d’altare per le chiese di Ferrara.

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Di Giovanni Luteri detto Dosso diremo poche cose, tali e tanti sono i capolavori convocati a Palazzo dei Diamanti. Fu amico e complice di Alfonso d’Este, per il quale creò opere rare e curiose come la Zuffa, o l’intenso ritratto del medico Niccolò Leoniceno o il Giove pittore di farfalle, “un’immagine dove politica, mitologia e letteratura si fondono con la leggerezza di un’ottava ariostesca” si scrive ancora in un pannello, dove si precisa che un quadro come questo poteva essere dipinto solo nella Ferrara estense. A Dosso è affidato il finale che racconta la morte di Alfonso d’Este, avvenuta nel 1534, e il passaggio del potere al figlio Ercole II. L’arguto pittore raffigurò il giovane sovrano in eroica e umoristica nudità – appena mascherata dalla pelle del leone conquistata dall’omonimo eroe mitologico – mentre trionfa sui suoi nemici, ritratti come buffi e agitati pigmei (ma è l’antenato di Gulliver!).

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Quella del duca Ercole II però è un’altra storia, e verrà raccontata nella prossima “puntata” del progetto Rinascimento a Ferrara 1471-1598: da Borso ad Alfonso II d’Este.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: artribune.com 23 gen 2025

Francesca Bianchi, Cyprea, la rete di Afrodite: al Colosseo un ponte culturale tra Italia e Cipro.

È stata prorogata fino a gennaio 2025 la mostra internazionale Cyprea. La rete di Afrodite, allestita al Parco archeologico del Colosseo, nelle sale del Museo del Foro Romano. FtNews ha intervistato il prof. Giorgio Calcara, curatore di questa mostra che intreccia l’arte contemporanea con l’archeologia, celebrando la figura di Afrodite e il legame storico-culturale tra Italia e Cipro….

Leggi l’intervista nell’allegato: Cyprea, la rete di Afrodite al Colosseo

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

TORINO. Van Dyck e Orazio Gentileschi a confronto in una mostra.

È la prima volta che la rassegna natalizia L’Ospite illustre organizzata da Intesa Sanpaolo trova spazio nelle sale auliche di Palazzo Turinetti nel cui sottosuolo sono stati ricavati gli spazi delle Gallerie d’Italia dedicati alla fotografia contemporanea.
“Le precedenti edizioni della rassegna hanno sempre avuto come scenario il Grattacielo di corso Inghilterra”, ha ricordato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia “ma una delle nostre missioni è quella di mescolare i pubblici, senza preclusioni, quindi speriamo che chi ama la fotografia contemporanea prenda l’iniziativa di salire lo scalone monumentale e venga a incontrare le opere classiche. E viceversa, naturalmente“.
A presentare le opere di Gentileschi e Van Dyck, che abitualmente sono conservate nella Galleria nobile di Palazzo Corsini, una delle due sedi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, è stato Alessandro Cosma, conservatore del museo romano.
“C’è una curiosità da annotare relativamente all’opera di Gentileschi“, ha raccontato a margine della presentazione. “La Madonna col Bambino, secondo alcuni studiosi, non sarebbe opera di Orazio ma bensì della figlia Artemisia. Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che potrebbe essere addirittura l’opera che la pittrice stava dipingendo nel momento in cui Agostino Tarsi si introdusse nello studio per farle violenza. Bisogna essere cauti e noi manteniamo l’attribuzione a Orazio Gentileschi“.
Risposte certe al momento non sembrano essercene, tuttavia il possibile legame con un episodio di cronaca entrato nei manuali di storia dell’arte, aggiunge interesse e curiosità per l’opera esposta a Torino.
Varcata la soglia della Sala delle vedute fantastiche, in uno spazio intimo e propenso alla riflessione, ci si trova di fronte ai due capolavori “romani”. Si può definirli così, perché fin dal Settecento le due opere sono presenti nelle collezioni del cardinale Neri Maria Corsini che li ospitava nei suoi spazi privati.
“Feuerbach diceva che per comprendere un’opera d’arte e goderne ci vuole una sedia, poi bisogna sedersi alla giusta distanza, stare in silenzio e dimenticare il proprio io per almeno un quarto d’ora” aggiunge Cosma descrivendo lo spirito che ha guidato l’allestimento alle Gallerie d’Italia.
Le due opere sono infatti state esposte ad altezza di sguardo, prive di vetri per evitare riflessioni, in un ambiente ristretto che invita a cogliere i particolari di ciascuna opera, senza la smania di dover correre da una sala all’altra.
“È interessante notare”, precisa Alessandro Cosma, “che Orazio Gentileschi e Antoon Van Dyck si ritrovano qui, uno di fronte all’altro, dopo che in vita ebbero l’occasione di incontrarsi più volte: a Genova nel 1621, poi in Inghilterra dove entrambi sono chiamati a lavorare“.
Oltremanica, Van Dyck farà anche un ritratto di Orazio Gentileschi, a testimonianza di una certa familiarità fra i due artisti.
Le due opere sono diverse interpretazioni della Madonna con il Bambino e, in particolare della cosiddetta Madonna del latte, un canone iconografico molto popolare ma interpretato in modo completamente diverso da due fra i massimi esponenti della pittura del Seicento.
Nell’opera di Gentileschi dipinta a Roma attorno al 1610, si coglie la semplicità della scena: due figure non idealizzate che potrebbero essere una popolana e il suo bambino, seppur entrambe avvolti in abiti dai ricchi drappeggi.
Lo scambio di sguardi è fra la madre e il figlio, nessuna complicità con l’osservatore. Gentileschi aveva conosciuto Caravaggio nei primi anni del secolo e questo dipinto è l’emblema del suo cambio di prospettiva pittorica e si coglie tutta l’influenza di Michelangelo Merisi.
Il bambino avvolto nel suo vestitino giallo afferra l’abito della madre per arrivare al seno: nello sguardo che intercorre fra i due personaggi c’è tutta l’atmosfera domestica e umana di questo quadro. Solo un accenno di aureola tradisce il fatto che siamo di fronte alla Vergine.
“Il quadro di Van Dyck è di una quindicina di anni successivo. Qui il maestro di Anversa dimostra di avere già assorbitola lezione dei maestri del Rinascimento italiano e propone il tema della Madonna del latte in una versione altamente concentrata e simbolica. Rispetto al classico scenario delle Natività, mancano Giuseppe e il bue, tutta l’attenzione è concentrata sulla madre e figlio. L’atmosfera malinconica, lo sguardo triste della Madonna, la nuvola nera e le due spighe della paglia che formano una croce sembrano far presagire il destino del Cristo” spiega il conservatore della Galleria Corsini. Il piccolo, sazio, è già caduto addormentato e la sua testa copre il seno scoperto della madre secondo i dettami del Concilio di Trento. L’opera è tra i capolavori della produzione religiosa di Van Dyck e venne realizzata durante il suo soggiorno a Genova e donata ai fratelli Cornelis e Lucas de Wael che lo avevano accolto e aiutato in città. Trasferita poi nelle Fiandre, la tela venne acquistata dal cardinale Neri Maria Corsini a Bruxelles e portata a Roma per essere esposta nella Galleria nobile, la sala più importante del suo appartamento.

Autore: Dario Bragaglia

Fonte: artribune.com 13 dic 2024