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CHIETI: Astrattismo italiano 1910-1970. La fiamma di cristallo: da Giacomo Balla a Lucio Fontana e …

Sei decenni di astrattismo italiano raccontati attraverso 57 opere firmate dai più importanti artisti italiani del Novecento: Boccioni, Dorazio, Caporossi, Burri, Biasi, Trampolini, Veronesi, Soldati, Munari, Severini, e molti altri.
Tutto questo è “Astrattismo italiano 1910-1970. La fiamma di cristallo: da Giacomo Balla a Lucio Fontana e…”, mostra organizzata dall’Associazione culturale Trifoglio, in collaborazione con la Regione Abruzzo, la Provincia ed il Comune di Chieti, in programma dal 30 giugno al 15 ottobre 2006 nella splendida sede del Museo Archeologico Nazionale di Chieti.

L’articolo completo si trova alla pagina:

http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=32128

Info:
Museo Archeologico Nazionale; orario: 9,00/20,00 (chiuso il lunedi’).

 

Link: http://www.associazioneculturaletrifoglio.com

Fonte:Exibart on line

FRANCAVILLA AL MARE (Ch): La famiglia de Chirico. I geni della pittura: Giorgio de Chirico Alberto Savinio Ruggero Savinio.

La genialità “genetica” – sulla quale gioca ambiguamente il titolo della mostra curata da Silvia Pegoraro – si esprime attraverso una sessantina di opere dei tre pittori, distribuite cronologicamente attraverso l’intero arco di attività di ciascuno.
Dal 24 giugno al Museo Michetti di Francavilla al Mare, la mostra “La famiglia de Chirico. I geni della pittura: Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Ruggero Savinio.”
L’evento, organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Francavilla al Mare, con la partecipazione della Provincia di Chieti e della Regione Abruzzo, riunisce per la prima volta in un unico percorso espositivo, tre artisti appartenuti alla stessa, straordinaria, famiglia: Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, fratello minore di Giorgio, e Ruggero Savinio, figlio di Alberto.
La genialità “genetica” – sulla quale gioca ambiguamente il titolo della mostra curata da Silvia Pegoraro – si esprime attraverso una sessantina di opere dei tre pittori, distribuite cronologicamente attraverso l’intero arco di attività di ciascuno. Tra le opere spiccano diversi inediti di notevole qualità, come lo splendido En visite (1930) di Alberto Savinio o Le figlie di Apollo (1954) di Giorgio de Chirico, la cui autenticità è stata riconosciuta dalla Fondazione Giorgio e Isa De Chirico.
Il percorso espositivo si propone di ricostruire criticamente le riflessioni e le assonanze poetiche intercorse fra Giorgio de Chirico e Alberto Savinio a partire dalle prime speculazioni intorno alla metafisica, fino ad abbracciare una più ampia riflessione sul mito che coinvolge anche Ruggero Savinio, ultimo esponente della brillante famiglia ed erede di un pensiero articolato e raffinato, attraverso il quale la famiglia de Chirico ha dato vita ad una profonda trasformazione dei codici estetici del XX secolo.
Giorgio de Chirico e Alberto Savinio hanno dato luogo a uno dei momenti più alti di diffusione internazionale della cultura figurativa italiana novecentesca.
Nati in Grecia, rispettivamente nel 1888 e nel 1891, da un ingegnere ferroviario palermitano e da una nobildonna genovese, dopo avere qui trascorso l’infanzia si sono spostati in Germania, Francia, Italia. Da qui la centralità in entrambi del tema del viaggio, del mistero del distacco, della struggente commozione del ritorno, che costituiscono una costante della loro pittura e vengono rielaborati in una sintesi originale da Ruggero Savinio, il cui stile per molti aspetti è debitore di quelli del grande padre e del grande zio, benché risulti, inconfondibilmente, suo.
In realtà la pittura di Ruggero Savinio è carica di mistero – e in questo è più vicina a quella dello zio che a quella del padre – ed è attraversata da una fascinazione per il mito pari a quella che troviamo nei due più anziani familiari.
Dei tre autori, la mostra indaga gli aspetti estetici, filosofici, speculativi, inquadrandoli nel panorama del secolo XX e XXI, a partire dalla rivoluzione operata da Giorgio de Chirico -in stretta collaborazione con il fratello Alberto – nel secondo decennio del 1900, rappresentata dalla pittura metafisica.
I quadri di de Chirico raffigurano deserte piazze d’Italia o struggenti manichini colti nel tentativo di rappresentare la condizione desolata dell’uomo contemporaneo, nei quali non è possibile scorgere alcuna metafisica religiosa che possa attenuare il dolore esistenziale, come ne L’enigma del ritorno (1938) o ne La malinconia di Arianna (1968-71).
Una dimensione pittorica collocata in un preciso spazio geometrico, pieno di oggetti simbolici che alludono ora al distacco doloroso e senza ritorno di Ettore e Andromaca (1935), ora alla solitudine silenziosa di Le muse inquietanti (1963).
Gli interrogativi sul destino degli esseri umani, sulla loro fragilità fisica e sentimentale, diventano il motivo dominante della pittura dechirichiana, la loro ragion d’essere anche nei quadri neoclassici, quando l’artista sembra aver superato la misteriosa stagione metafisica, prediligendo un apparente ‘ritorno all’ordine’. Paesaggi che si richiamano ai miti dell’antichità, cavalli fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere o morire, autoritratti e ridondanti nature morte, si moltiplicano nella sua vasta produzione in cui ritornerà sistematicamente il tema dell’esistenza con i suoi enigmi, le sue inesplicabili contraddizioni, come suggeriscono superbe opere come il Combattimento di Ettore e Achille sotto le Mura di Troia (1947)
Gioco e ironia sono invece i cardini intorno ai quali ruota l’estetica metafisica di Alberto Savinio. A differenza del fratello, infatti, Savinio dimostra fin da subito un’innata capacità di immettere nei profondi silenzi metafisici, la sapiente leggerezza dell’ironia, che si dispiega attraverso una visionarietà fantastica. Nelle sue opere oggetti inanimati ed esseri animati si uniscono in un’unica rappresentazione colorata e vivace, nella quale forme umane ed animali si confondono e si decontestualizzano, inserite all’interno di prospettive impossibili, come ci ricordano dipinti quali Voilà mon rêve (1928), Les Poissons (1928), o L’isola dei giocattoli (1930)
Infine i dipinti di Ruggero Savinio, che, secondo il critico Maurizio Calvesi ricordano quelli del “grande zio Metafisico” da cui ha appreso il mestiere giovanissimo, sono attraversati da elementi eterogenei.
I protagonisti dei suoi quadri, quando non vengono direttamente da figure classiche, statue o personaggi della pittura, sono la sua famiglia, lui stesso, gli amici, il suo cane. Ma queste presenze quotidiane sotto il suo pennello perdono la fisionomia contingente e diventano archetipi, personaggi del Mito, per ricordarci che siamo attori di una favola eternamente ripetuta.
I temi a lui più cari sono conversazioni e paesaggi ritratti ad olio con una tecnica che sperimenta diversi supporti: dalla carta al velluto, dalla tela alla carta vetrata. Le figure delle sue mute conversazioni appaiono ad un tempo creature ed attori della scena, stagliandosi sul paesaggio che le circonda, come Giardino (1993) o Spiaggia (1995), o ancora La conversazione dell’autunno (1998).

Info:
Museo Michetti, Francavilla al Mare (CH)  – Indirizzo: Piazza S. Domenico, 1
Periodo espositivo: 24 giugno – 24settembre 2006
Orario: Tutti i giorni dalle 18,00 alle 24,00
Ingresso: interi € 4,00 – ridotti: ragazzi fino a 18 anni, studenti e ultrasessantenni € 2,00
Informazioni: Ufficio Cultura Comune di Francavilla al Mare, Tel. e fax 0854911161

Fonte:Sussidiario.it

TRENTO: Girolamo Romanino. Un pittore in rivolta nel Rinascimento italiano.

A distanza di ben 40 anni dalla prima e finora unica mostra monografica tenuta a Brescia, il Castello del Buonconsiglio di Trento organizzerà nell’estate del 2006 un’ampia rassegna dedicata all’artista bresciano Girolamo Romanino (1485-87 – ca. 1560) autore del celebre ciclo pittorico che impreziosisce il Castello, uno dei capolavori della decorazione ad affresco della prima metà  del Cinquecento in Italia.

Grazie alla sua pittura realistica, libera e lontana dall’ufficialità del tempo, Romanino rappresenta un pittore in rivolta nel Rinascimento ed è da considerarsi uno dei precursori del naturalismo di Caravaggio e della modernità.

Il Romanino lavorò a Trento negli anni 1531-1532 su commissione del cardinale Bernardo Cles, principe vescovo di Trento dal 1514 al 1539 per decorare la nuova residenza rinascimentale nota come il Magno Palazzo.

Al centro dell’esposizione saranno naturalmente gli affreschi del Castello, ed il suo vasto e prezioso apparato decorativo dovuto anche all’opera di altri importanti pittori come il ferrarese Dosso Dossi e il veneto Marcello Fogolino.
La mostra consentirà di ammirare a Trento straordinarie testimonianze pittoriche del Romanino,  provenienti da prestigiosi musei e collezioni pubbliche e private italiane ed estere, tra questi il Louvre, la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera, il Metropolitan di New York, la galleria Doria Pamphilj di Roma e il Museo di Belle Arti di Budapest. Il percorso espositivo presenterà complessivamente un centinaio di opere tra dipinti e disegni, la maggior parte del Romanino, allo scopo di ricostruire  tutto l’arco  di  attività  dell’artista nel contesto italiano del tempo. Saranno presentate inoltre opere  realizzate da importanti maestri della pittura rinascimentale italiana fra cui Tiziano, Lotto, Moretto, Savoldo, Callisto Piazza e Altobello Melone.

La mostra si articolerà in diverse sezioni. Si aprirà con la prima produzione pittorica del Romanino e la sua formazione tra Venezia  e Milano, sarà posto in luce il rapporto con l’ opera di Giorgione e di Tiziano. Seguono i ritratti giovanili e i lavori degli anni ’20. Parte fondamentale della mostra saranno gli affreschi del ciclo di Trento, presentati al termine  dei restauri e inseriti nel contesto dell’opera complessiva del Romanino, anche in relazione con l’attività degli altri pittori che operarono nel Magno Palazzo come i Dossi e Fogolino. Una sezione sarà dedicata alla produzione degli anni ’40-’50 all’interno della quale particolare risalto avranno le grandi ante d’organo provenienti dal Duomo di Brescia e dalla chiesa di S. Giorgio in Braida a Verona. Questi anni saranno rappresentati anche dalla magnifica tela con La raccolta della Manna conservata a Brescia. Inoltre sarà ampiamente documentata la produzione grafica del Romanino, molto significativa ma poco conosciuta,  che comprenderà  anche disegni del Pordenone e del Lotto. Infine una sezione sarà riservata a Bernardo Cles, non solo al suo ruolo nella politica europea e ai suoi rapporti con la casa d’Austria, ma alla sua figura di committente in quel  straordinario cantiere d’arte rinascimentale che fu il Castello intorno al 1530.

Curatori della mostra sono: Francesco Frangi dell’Università di Pavia e per il Castello del Buonconsiglio Lia Camerlengo, Ezio Chini e Francesca de Gramatica.
Al progetto partecipa anche Alessandro Nova, professore alla Goethe-Universität di Francoforte, uno degli studiosi più autorevoli del Romanino  nonché autore dell’ultima monografia  sul pittore pubblicata nel 1994. La mostra è possibile grazie alla collaborazione dei Musei Civici di Brescia e delle Soprintendenze ai beni storico – artistici di Mantova e Trento.

Info:

Trento, Castello del Buonconsiglio, 29 luglio – 29 ottobre 2006

tel. 0461 233770, fax.0461 239497
BIGLIETTI: intero: 6,00 euro, ridotto: 3,00 euro
ORARI: da martedì a domenica 10.00 –18.00, chiuso il lunedì
GRUPPI E SCUOLE: Servizi educativi del museo tel. 0461 492811, e-mail: education@buonconsiglio.it
VISITE GUIDATE: alla mostra: visite guidate a pagamento (1,00 euro) alle 11.00 14.30 e 16.00  ; al Castello: visite  guidate a pagamento (1,00 euro) alle 10.30 e 15.30  
CATALOGO: Silvana Editoriale
 

Link: http://www.buonconsiglio.it/

Email: info@buonconsiglio.it

REGGIO EMILIA: Antologia di Arnaldo Pomodoro.

In Palazzo Magnani e nei luoghi più suggestivi della città, 40 sculture, alcune monumentali, ripercorrono 50 anni di produzione dell’artista. Nel Palazzo dei Principi di Correggio, una selezione di 90 opere grafiche realizzate tra il 1976 a oggi e 10 sculture.

Dal 25 giugno all’8 ottobre, nelle due sedi di Palazzo Magnani di Reggio Emilia e di Palazzo dei Principi di Correggio (RE) si terrà un’ampia antologica dedicata ad Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna (RN), 1926), lo scultore italiano contemporaneo più noto e apprezzato a livello internazionale.
Promossa dalla Provincia di Reggio Emilia e dal Comune di Correggio, con il contributo di Fondazione Manodori, CCPL, Interacciai di Reggio Emilia, Assicurazioni Generali e Tecton, l’esposizione curata da Sandro Parmiggiani ripercorre cinquant’anni di produzione dell’artista.

Si parte, infatti, dal 1960 (La colonna del viaggiatore) fino a giungere ai nostri giorni.
La mostra permetterà alle quaranta sculture di Pomodoro di dialogare con una duplice situazione ambientale: l’interno delle stanze di Palazzo Magnani e i luoghi più suggestivi della città di Reggio. Le opere dell’artista, infatti, posizionate lungo corso Garibaldi, e sull’asse da piazza Gioberti a piazza Roversi, si confronteranno con le architetture storiche cittadine, come la Chiesa del Cristo, e con il rigore formale dei cortili interni del Palazzo Ducale (ora Palazzo Allende, sede della Provincia di Reggio Emilia).
A Palazzo dei Principi di Correggio verranno presentate dieci sculture che faranno da corollario a 90 lavori su carta, realizzati tra il 1976 a oggi, che costituiscono la parte più significativa dell’opera grafica di Pomodoro, nella cui attività artistica assumono un ruolo importante, essendo luogo di sperimentazioni e di innovazioni, con il ricorso, del tutto peculiare, alla calcografia in rilievo combinata all’acquatinta, al collage e all’utilizzo di carte speciali.

Molto si è scritto sull’arte di Pomodoro, da parte di autori italiani e stranieri, di storici e critici dell’arte e di poeti e scrittori. Le sue sculture affascinano perché permettono, nell’indagine delle forme e nello scavo dentro la materia che le costituisce, nella rivelazione della particolare struttura ‘molecolare’ che l’artista immagina, di gettare un ponte tra il passato, come il retaggio delle architetture di antiche civiltà, e il presente, con una continua capacità di osservazione del reale e di collegamento allo ‘spirito del tempo’.
L’influenza di Pomodoro è stata assai profonda e travalica gli stessi ambiti dell’arte: non è un caso, ad esempio, che la conformazione geologica di mondi alieni o la configurazione esteriore di veicoli spaziali immaginate da certi autori di film di fantascienza sembrino ispirarsi alle forme che la scultura di Arnaldo Pomodoro ha reso familiari.

Accompagna l’esposizione, un catalogo – Skira editore – che presenta un testo di Luciano Caprile, una conversazione tra l’artista e Sandro Parmiggiani, nonché un’ampia antologia critica, con particolare attenzione ai testi, alcuni dei quali inediti, che poeti e scrittori hanno dedicato a Pomodoro.

Note biografiche:
Arnaldo Pomodoro è nato a Morciano di Romagna nel 1926. È a Milano nella prima metà degli anni Cinquanta, dove diventa amico di artisti e uomini di cultura. Nel 1956 viene invitato alla Biennale di Venezia, dove tornerà a esporre con sale personali nel 1964 e nel 1988; già nel 1958, tiene mostre in Germania e in Belgio. Nel 1959 è a New York e San Francisco: negli Stati Uniti soggiorna ripetutamente per vent’anni; qui frequenta artisti e poeti di primo piano (David Smith, Louise Nevelson, Allen Ginsberg, Gregory Corso), è chiamato a insegnare in alcune Università (Stanford University, Berkeley University, il Mills College di Oakland, California), espone in mostre pubbliche itineranti e riceve premi prestigiosi, quali il ‘Premio Internazionale di Scultura’ del Carnegie Institute di Pittsburgh, che gli viene attribuito nel 1967. Tra le tante mostre importanti a lui dedicate, vanno almeno ricordate quella alla Rotonda della Besana di Milano (1974), al Musée d’art Moderne di Parigi (1976), al Forte di Belvedere di Firenze (1984), a Rimini e Cesena (1995), a Varese (1998), a Palma de Mallorca (1999), alla Reggia di Caserta (2000), in vari musei tedeschi, americani, giapponesi e australiani. Pomodoro riceve numerose commissioni pubbliche e private in tutto il mondo, che gli consentono di realizzare opere monumentali – basta ricordare, tra le tante, la Sfera con Sfera collocata davanti al Palazzo dell’ONU a New York nel 1996 -, sempre misurandosi con le caratteristiche del sito e con le problematiche del rapporto tra arte, ambiente e architettura. Svolge pure un’intensa, ininterrotta attività di scenografo, e riceve numerosi importanti riconoscimenti. Nel 1996 costituisce la Fondazione Arnaldo Pomodoro, che ha iniziato di recente la propria attività espositiva a Milano.

Info:

Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi 29)
Correggio (RE), Palazzo dei Principi (Corso Cavour 7)
fino al 8 ottobre 2006
Orari Palazzo Magnani: 10.00 – 13.00 / 16.00 – 19.30; 21.00 – 23.00. Chiuso il lunedì
Orari Palazzo dei Principi:; mercoledì, sabato e domenica 10.00 / 13.00 -16.00 / 19.30; martedì, giovedì, venerdì 16.00 – 19.30; chiuso il lunedì
Biglietti d’ingresso: Euro 7 intero; Euro 5 ridotto; Euro 2 studenti
Catalogo: Edizioni Skira

tel. 0522.454437; fax 0522.444436

Link: http://www.palazzomagnani.it

Email: info@palazzomagnani.it

ROMA: Raffaello da Firenze a Roma.

Il pittore più luminoso ed enigmatico del Rinascimento alla Galleria Borghese. Con capolavori da tutto il mondo.  

All’inevitabile discrepanza tra l’anno della nascita e quello della morte (1483-1520) Raffaello Sanzio, desideroso di perfezione, rimediò facendo almeno coincidere mese e giorno, il 6 aprile, e per Giorgio Vasari perfino l’ora, le 3 di notte. In competizione con Dio nello sforzo di correggerne l’opera (poiché ogni artista “ha l’obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare”), il “divino” pittore morì giovane, a 37 anni. Come Wolfgang Amadeus Mozart, musicista al quale lo si associa: stessi doni, stessa limpida chiarezza e inesauribili stati di grazia su un fondo di fantasia irrequieta, difficile da definire. Raffaello era già un mito a trent’anni e poi per sempre ha rappresentato la quintessenza della bellezza in pittura.

Però, confrontato con Michelangelo o Leonardo o Tiziano, di lui qualcosa sfugge. È l’astro rinascimentale più luminoso e, al tempo stesso, più distante. Anni fa lo scrittore napoletano Michele Prisco diceva che “forse proprio questo è il mistero di Raffaello: di essere, come pittore, senza mistero”. La sua serenità, la nettezza del suo stile sono qualità poco eloquenti: lo allontanano più che avvicinarlo. Questo è anche il suo fascino. Raffaello è come la porta di una cassaforte: là dietro c’è un tesoro ma devi trovare la combinazione giusta per aprirla.
La sua enigmatica imperturbabilità ha per esempio messo d’accordo artisti antitetici come il neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres e il romantico Eugène Délacroix. E se la sua ineffabilità ha mandato in estasi Honoré de Balzac, c’è stato chi come Charles Baudelaire, credendo di scorgervi un difetto, ne ha involontariamente illuminato una delle virtù: “Per puro che sia, Raffaello non è che uno spirito materiale all’incessante ricerca del solido”. Infine, quanta ammirazione trabocca da André Malraux: “Un capolavoro di pittura, al tempo di Raffaello, è un quadro che l’immaginazione non può più perfezionare”. Ora: quali occhi abbiamo, noi, per Raffaello?

Non è una domanda bizzarra. Per incredibile che sia la mostra evento Raffaello, da Firenze a Roma (Galleria Borghese, dal 19 maggio al 10 settembre), è la prima monografica che la città dedica al sommo artista marchigiano (catalogo Skira): 27 tavole e 30 disegni dai più importanti musei del mondo, più 10 capolavori di altri pittori a confronto, per un totale di 1,2 miliardi di euro (record) di valore assicurato. L’esposizione, ruotando attorno alla Deposizione, inamovibile gioiello della Galleria Borghese, trafugata nel 1608 da Perugia a beneficio dell’avido cardinal Scipione, si concentra sull’opera di un pittore che, nato e formatosi a Urbino, sta maturando a Firenze e medita di trasferirsi a Roma. Un talento precoce che diventa un genio nel passaggio critico da qui a lì tra il 1505 e il 1508.

Raffaello, come fosse consapevole di non avere molto tempo, assimila in fretta e passa oltre. Inizialmente allievo del padre, il modesto Giovanni Santi, cresce all’ombra della corte urbinate dei Montefeltro. È qui che insegue e batte, sul suo stesso terreno, il Perugino. Uno Sposalizio della Vergine a testa. Solo che Perugino sembra che giochi a scacchi.

Raffaello dipinge l’aria, l’atmosfera. Suscita forze, trazioni emotive e fisiche. Arriva a Firenze attratto dal match tra Leonardo e Michelangelo. E allora ecco la sintesi e dunque il superamento di quei due mostri sacri nella Belle jardinière (è la prima volta che il Louvre le dà la libera uscita) e nella Madonna con San Giovannino e il Bambino: le sue Madonne, le più donne che mai si fossero viste. Com’è intensamente femminile, fin quasi all’evidenza di un’ermetica e placida essenza corporea, la Gravida. E virile, psicologico e oggettivo, il Ritratto d’uomo. Tra la Dama del Liocorno e La Fornarina ci sono i quasi 15 anni che trasformano un figlio della luce e del giorno in uno smaliziato frequentatore di malate notti romane. In mezzo: è come un’onda che si alza, si tende e si frange la Deposizione. Fanno al tiro alla fune col corpo di Cristo, le Marie piangono, la Vergine sviene, la natura è indifferente. Un presagio di Roma consegna Raffaello a un’oscura energia nuova, all’antichità fosca e monumentale. Lo aspettano l’ambizione dei papi e la storia.

Autore: Marco Di Capua

Fonte:Panorama.it