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MILANO. Arnaldo Pomodoro – Grandi Opere 1972 – 2008.

Dal 3 ottobre 2008 al 22 marzo 2009 la Fondazione Arnaldo Pomodoro ospita la mostra Arnaldo Pomodoro. Grandi Opere 1972 – 2008 curata da Bruno Corà e allestita da Pierluigi Cerri.

L’esposizione, che coinvolge anche spazi esterni alla Fondazione, offre al pubblico una scelta rappresentativa delle opere monumentali realizzate dagli anni Settanta a oggi, in un percorso che segue l’evoluzione dell’artista nel suo rapporto con le grandi dimensioni, sfida prometeica allo spazio e al tempo: dal Cono Tronco del 1972 e The Pietrarubbia Group del 1975-76, passando per Giroscopio del 1986-87 e Le battaglie del 1995, fino a Punto dello spazio del 2003 e Cuneo con frecce del 2006.

L’elemento centrale della mostra e’ costituito da tre grandi opere inedite che rappresentano per l’artista un percorso di ricerca in sviluppo, componendo un ciclo in riferimento al mito e alla storia dell’uomo, con tutte le connesse significazioni culturali di memoria e di racconto:
Il Grande portale dedicato a Edipo, qui presente nella nuova versione in bronzo che misura 11,80 metri di altezza e 9,40 di larghezza, originariamente progettato per l’opera -Oedipus Rex- di Igor Stravinsky e di Jean Cocteau, messa in scena nella piazza del Duomo di Siena nel 1988;
L’Obelisco in corten con inserimenti di bronzo alto 14 metri ideato ricordando gli obelischi dell’antico Egitto;
Ingresso nel labirinto, un environment dedicato a Gilgamesh, eroe del primo grande testo poetico e allegorico sull’esperienza umana scritto nel 2000 a.C. che rimanda al tema del viaggio e del labirinto come metafora della vita, e insieme vuole essere un omaggio alla scrittura e alla comunicazione. L’opera e’ collocata nella cavea del piccolo teatro della Fondazione dove resterà permanentemente.

Queste e diverse altre sculture di Arnaldo Pomodoro sono visibili a chi voglia entrare in questa -casa della scultura-: opere monumentali solitamente sparse nel mondo per entrare in relazione con ambienti ogni volta diversi per latitudine e cultura, ma ora riunite in un unico luogo, in un unico tempo: quello della Fondazione e dei suoi visitatori.
A testimonianza del coinvolgimento di Arnaldo Pomodoro con quella che e’ la sua città di adozione, verrà segnalato un itinerario che collega le sculture dell’artista collocate in luoghi pubblici a Milano.

L’esposizione ha ricevuto il cospicuo contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il contributo e il patrocinio della Regione Lombardia, Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, la partnership di Unicredit Group, il contributo di Saporiti Italia e ATM e’ accompagnata da un catalogo edito dalla FAP. IGPDecaux , coerente alla sua mission di contribuire al decoro urbano e alle iniziative volte a impreziosire la città, sostiene la comunicazione della mostra ‘ARNALDO POMODORO. Grandi opere 1972-2008’, offrendo diverse facce pubblicitarie sulle pensiline alle fermate degli autobus a Milano.

In contemporanea, allestita negli ambienti dei camminamenti superiori della Fondazione, la mostra UGO MULAS FOTOGRAFA ARNALDO POMODORO con oltre 100 immagini realizzate dal grande fotografo racconta tutto o quasi il lavoro di Pomodoro fino a quando Mulas fu in vita e pote’ lavorare, dal 1959 al 1972, e testimonia l’intenso rapporto di amicizia e di collaborazione tra i due artisti. Scrive Angela Vettese: -Mulas sapeva leggere l’arte come chi, a partire dall’osservazione dei suoi autori, dei suoi processi, della parte tecnica come da un nucleo di problemi, vi cercasse le linee di forza del proprio tempo e non una scusa compiaciuta per la sua personale pratica di ripresa.-
Per l’occasione sarà pubblicato un volume con testo di Angela Vettese, Edizioni Olivares.

Note biografiche
Arnaldo Pomodoro e’ nato nel Montefeltro nel 1926, ha vissuto l’infanzia e la formazione presso Pesaro. Si trasferisce a Milano nel 1954. Le sue opere del Cinquanta sono altorilievi dove emerge una singolarissima -scrittura- inedita nella scultura. Nei primi anni Sessanta passa al -tuttotondo- e poi alla grande dimensione. Ha avuto molti premi per la scultura: a San Paolo nel 1963, a Venezia nel 1964, a Pittsburgh nel 1967, il Praemium Imperiale a Tokyo nel 1990, il Lifetime Achievement in Contemporary Sculpture Award nel 2008. Nel 1992 l’Università di Dublino gli conferisce la Laurea honoris causa in Lettere e nel 2001 l’Università di Ancona quella in Ingegneria edile-architettura.

Numerosissime sono le sue esposizioni: alla Rotonda della Besana di Milano nel 1974 e al Forte Belvedere di Firenze nel 1984, fino a quelle di Parigi nei Giardini del Palais-Royal nel 2002, nel centro cittadino di Lugano nel 2004 e lungo la cinta muraria di Paestum nel 2005. Inoltre le esposizioni itineranti nei musei americani, e in Europa, America, Australia e Giappone. Le sue opere sono situate in permanenza in grandi piazze (Milano, Copenaghen, Brisbane, Los Angeles, Darmstadt), al Trinity College a Dublino, nel Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, nel piazzale della Farnesina a Roma, nel piazzale delle Nazioni Unite a New York e nelle raccolte pubbliche maggiori. Ha insegnato nei dipartimenti d’arte delle università americane: a Stanford, a Berkeley, al Mills College. Si e’ dedicato anche alla scenografia con –macchine spettacolari” in grandi occasioni teatrali italiane: da ultimo ha realizzato le scene e i costumi per l’opera -Teneke- di Fabio Vacchi, con libretto di Franco Marcoaldi, tratto dall’omonimo racconto di Yashar Kemal, messa in scena in prima assoluta al Teatro alla Scala nel settembre 2007, con la regia di Ermanno Olmi e la direzione di Roberto Abbado. Nel 1996 ha costituito la Fondazione Arnaldo Pomodoro, che nel 2005 ha iniziato l’attività espositiva nella sua sede di Via Solari a Milano.

Info:
Catalogo FAP
Fondazione Arnaldo Pomodoro – tel. 02.89075394 – via Andrea Solari, 35 – Milano
Orari: mercoledi’-domenica ore 11-18 (ultimo ingresso ore 17); giovedi’ ore 11-22 (ultimo ingresso ore 21)  – Biglietti: 7/4 euro

Link: http://www.fondazionearnaldopomodoro.it

Email: c.montebello@fondazionearnaldopomodoro.it

Fonte:Undo.net

FERRARA. Turner e l’Italia.

Artefice di una autentica rivoluzione pittorica, Turner ha dato vita ad una tipologia di paesaggio che ha aperto la strada alle correnti moderne della pittura europea. L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del suo stile: affascinato dal nostro paese e dalla sua tradizione artistica, Turner vi si recò molte volte trovandovi l’ispirazione per alcuni dei suoi più celebri dipinti. Ferrara Arte e la National Gallery of Scotland di Edimburgo dedicano al grande pittore romantico e al suo legame con l’Italia una mostra affascinante che, ripercorrendo l’intero arco della sua carriera – dai quadri giovanili fino ai meravigliosi e commoventi capolavori dell’ultimo periodo – ricostruisce tutti i viaggi e gli spostamenti del maestro nella penisola.

La mostra
Joseph Mallord William Turner (1775-1851) è il più grande pittore romantico. La sua arte, nata dall’emozione provata davanti allo spettacolo della natura, è la restituzione di «qualche cosa di inafferrabile», la creazione di uno spazio del tutto nuovo e moderno, intriso di luce e di colore, nel quale si dissolve la prospettiva.
L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione della sua poetica. Fin dalla giovinezza e poi durante tutta la sua vita egli fu affascinato dal nostro paese e dalla sua tradizione artistica. Ancor prima di recarvisi in viaggio, quando era allievo di Thomas Monro a Londra, già studiava le opere di soggetto italiano dei maestri antichi e moderni. In seguito, durante i suoi soggiorni in Italia, realizzò acquerelli e disegni dal vero che utilizzò poi come studi preparatori per molte delle sue più belle e celebri creazioni.

Ferrara Arte, in collaborazione con la National Gallery of Scotland di Edimburgo, organizza una mostra che affronta, per la prima volta in maniera esaustiva, questo nodo cruciale nella produzione del grande artista inglese, analizzandone tutti gli aspetti e ricostruendo i viaggi e gli spostamenti del maestro nella nostra penisola. Con un’ampia selezione di opere – olii, acquerelli, disegni, incisioni e taccuini provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo – la rassegna ripercorre l’intero arco della produzione di Turner, dai quadri giovanili fino agli straordinari capolavori dell’ultimo periodo.

Ad accogliere il visitatore sono olii e acquerelli che ritraggono ‘sublimi’ scenari montuosi della Gran Bretagna e fresche vedute di paesaggi italiani. Queste opere, dipinte dal giovane artista prima di recarsi in Italia, mostrano come egli fosse attento a cogliere la lezione dei maestri del passato e, al tempo stesso, guardasse la più moderna pittura di paesaggio inglese contemporanea, in particolare Robert Cozens e Richard Wilson.

Il percorso prosegue con una serie di quadri e opere su carta in cui Turner trascrive magistralmente le emozioni provate lungo il cammino che nel 1802, attraverso la Francia prima e le Alpi poi, lo portò per la prima volta in Italia.
Una volta tornato in patria, è lo studio delle opere dei grandi maestri conservate a Londra a permettere all’artista di mantenere vivo il ricordo delle vedute italiane. I paesaggi classici, in particolare quelli di Claude Lorrain, attraggono la sua attenzione e gli ispirano un gruppo di dipinti caratterizzati da una calda e morbida luminosità.

Nel 1819 Turner visita l’Italia per la seconda volta e soggiorna a Venezia, Roma e Napoli. Questo secondo e più approfondito incontro con il nostro paese segna fortemente la sua immaginazione e imprime una svolta decisiva al suo stile. Nascono gli splendidi acquerelli che raccontano la traversata delle Alpi e gli album di schizzi dove l’artista ha annotato paesaggi, edifici e figure di viaggiatori. Dall’esperienza di questo viaggio scaturiscono anche alcuni maestosi olii di grande formato realizzati dopo aver fatto ritorno in Inghilterra: sono spettacolari vedute di Roma ricolme dell’emozione provata dall’artista di fronte alle bellezze della città eterna.

Negli anni Venti Turner si dedica soprattutto al paesaggio inglese ma, anche in questo caso, le opere cui dà vita sono profondamente intrise delle atmosfere respirate in Italia. L’artista attinge spesso ai ricordi e agli schizzi eseguiti durante l’ultimo viaggio per comporre in atelier i suoi dipinti e per realizzare gli acquerelli destinati all’edizione del pregiato volume di Rogers, Italy. Turner si reca nuovamente in Italia nel 1828-29. Soggiorna soprattutto a Roma dove espone alcuni importanti quadri e acquista, per il suo mecenate Lords Egremont, una scultura antica. È un periodo fecondo per l’artista che realizza alcune delle più ambiziose opere della sua maturità: grandi e scenografiche vedute realizzate in punta di pennello, ma anche originali olii in cui l’artista libera la sua mano dando vita a composizioni dai tratti pittorici quasi ‘astratti’, veri e propri studi sulla luce e sul colore che preannunciano i futuri sviluppi della sua maniera.

La mostra si chiude con due spettacolari sezioni dedicate ai capolavori realizzati a Venezia e alla svolta radicale degli ultimi anni durante i quali raggiunge esiti di una modernità sorprendente.
Turner visita la città lagunare in tre occasioni e l’impatto che l’arte, l’architettura e soprattutto la luce di questa città hanno su di lui, plasma in maniera decisiva l’ultima fase della sua pittura. Venezia ispira alcuni dei suoi più straordinari dipinti e acquerelli, vedute della laguna in cui i confini tra acqua, aria e terra si annullano e il paesaggio è dissolto in liriche sinfonie di luce e colore.
L’esperienza veneziana segna nell’arte di Turner un punto di non ritorno. Dell’aspetto narrativo rimane traccia quasi esclusivamente nei titoli delle opere che spesso richiamano ancora i soggetti italiani. Nel dar vita ai paesaggi degli ultimi anni, più che al mondo sensibile l’artista sembra ora rivolgere il proprio sguardo all’universo interiore, un territorio immateriale che non conosce limiti. In queste opere meravigliose e commoventi che concludono il percorso di mostra «l’immagine si isola o si diffonde in un cosmo di profondità sconfinata, non misurabile».

Info:
dal 16 novembre 2008 al 22 febbraio 2009
Aperto tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì incluso: 9.00-19.00 orario continuato. Aperto anche 8 dicembre, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio
(la biglietteria chiude 30 minuti prima).
Palazzo dei Diamanti  – Corso Ercole I d’Este, 21 – 44100 Ferrara
Biglietto d’ingresso: Intero: euro 10,00 – Ridotto: euro 8,00 (dai 6 ai 18 anni, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate, visitatori con biglietto del Museo Archeologico Nazionale e del Museo di Casa Romei)
Gruppi (almeno 15 persone): euro 8,00 (1 accompagnatore gratuito ogni 20 persone)
Gruppi scolastici: euro 4,00 (gratuito per 2 accompagnatori)
Gratuito: bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino, militari in divisa.
Tariffe visite guidate per gruppi (massimo 25 persone): Adulti: euro 80,00; Scuole Medie e Superiori: euro 65,00; Scuole Elementari e Materne: euro 45,00.
La card Musei consente l’ingresso a un prezzo di assoluto favore a tutti i Musei Civici e l’ingresso a prezzo ridotto alla mostra.
Presentando il biglietto ferroviario per Ferrara si ha diritto a una riduzione sul biglietto d’ingresso alla mostra: euro 8,00 anziché euro 10,00 (non cumulabile con altre riduzioni)
Call Center Ferrara Mostre e Musei: informazioni, prenotazioni, prevendita
tel. 0532.244949 fax 0532.203064
lunedì-venerdì: 8.30-18.30; sabato e prefestivi: 9.00-18.00; domenica durante il periodo di mostra: 10.30-15.30.

L’artista
Turner è considerato uno dei massimi pittori inglesi e uno tra i più importanti esponenti del Romanticismo. Nei 76 anni della sua vita, che coincisero con un’epoca di grandi trasformazioni politiche, sociali e culturali – basti pensare alle guerre napoleoniche e alla rivoluzione industriale – egli ha sempre guardato con curiosità e interesse alla realtà del suo tempo, reinterpretandola con una vena visionaria e radicale. Muovendo dalla lezione dei maestri antichi egli ha letteralmente rivoluzionato il genere del paesaggio, offrendo un esempio per generazioni di artisti ben oltre la soglia del Novecento.

Una personalità così geniale crebbe, sorprendentemente, in un ambiente relativamente modesto. Turner nacque nel 1775 a Londra, nel quartiere popolare di Covent Garden, e, in seguito alla malattia della sorella, venne affidato ad uno zio materno residente a Brentford, il quale lo iscrisse alla scuola locale, dove il ragazzo ebbe la sua unica istruzione regolare. All’età di quattordici anni Turner scoprì la propria vocazione artistica, trovando un sostegno nel padre, barbiere a Covent Garden, e si iscrisse alla Royal Academy School, lavorando contemporaneamente nello studio dell’architetto e topografo Thomas Malton. Inoltre, il giovane e ambizioso talento non perdeva occasione per estendere la propria cultura letteraria e visiva, studiando gli autori classici e visitando mostre, aste e importanti collezioni private, grazie ai precoci contatti stabiliti con grandi mecenati favoriti dalle conoscenze del padre. In questo periodo egli iniziò a viaggiare durante il periodo estivo per realizzare studi di paesaggio dal vero, un’abitudine che avrebbe mantenuto sino in età avanzata: le sue prime destinazioni furono l’Inghilterra, il Galles e la Scozia.

Turner esordì con un acquerello all’esposizione della Royal Academy del 1790 e, nel 1796, vi presentò il suo primo dipinto ad olio. A partire da questa data egli mancò raramente questo prestigioso appuntamento, che gli consentì di ottenere importanti riconoscimenti pubblici, primo fra tutti l’elezione a membro della Royal Academy, nel 1802, all’età di soli ventisette anni. Un altro fondamentale riconoscimento gli venne nel 1811, quando fu nominato professore di prospettiva presso la stessa istituzione, incarico che gli offrì l’opportunità di approfondire i diversi problemi teorici legati alla pittura di paesaggio.

Nel frattempo, nel 1802, Turner viaggiò per la prima volta nel continente. La pace di Amiens tra Inghilterra e Francia gli permise, infatti, di attraversare la Manica, di visitare Parigi e di studiare i maestri del passato al Louvre. Di qui egli si diresse verso le Alpi e la Valle d’Aosta, dove ebbe il suo primo contatto diretto con l’Italia. I disegni abbozzati nei suoi taccuini gli offrirono, al rientro a Londra, una preziosa fonte di ispirazione per dipinti ed acquerelli, per merito dei quali raccolse i primi importanti successi alle esposizioni londinesi. Dal 1804 Turner poté inoltre moltiplicare le occasioni per esporre il proprio lavoro, grazie all’apertura di una propria galleria.
Con la fine delle guerre napoleoniche si aprì finalmente la possibilità di organizzare un lungo viaggio in Italia. Partito da Londra nell’estate del 1819, Turner visitò diverse località italiane, tra cui Torino, Milano, i laghi, Brescia, Verona, Padova, Venezia, Bologna, Rimini, Ancona, Loreto, Spoleto, Civita Castellana, Roma, Napoli, Paestum, Firenze. Questo secondo e più approfondito soggiorno nella penisola lasciò un’impronta profonda nella sua pittura, che di qui in avanti si arricchì della luce e dei colori conosciuti in Italia, suscitando talvolta sconcerto nei cronisti contemporanei.
A partire dagli anni Venti Turner dedicò molte energie alla realizzazione di illustrazioni per prestigiosi progetti editoriali, un’attività che lo aveva impegnato sin dalla fine del Settecento, e che ora si era notevolmente intensificata, contribuendo enormemente a diffondere la sua notorietà.

Nel 1828 Turner compì un terzo viaggio in Italia, fermandosi soprattutto a Roma. Qui egli trascorse uno dei periodi più felici della sua esistenza: nominato membro dell’Accademia di San Luca, egli condusse un’intensa vita sociale, a contatto con l’ambiente artistico romano e con la pittoresca comunità di stranieri ivi residenti, senza per questo trascurare il lavoro, di cui rimane testimonianza in un importante nucleo di dipinti e bozzetti. Altrettanto fondamentali furono gli ultimi due soggiorni italiani, dedicati a Venezia e al paesaggio lagunare. Questi produssero degli effetti duraturi e irreversibili nell’opera di Turner, che di qui in avanti appare concentrata sullo studio della luce e dei fenomeni atmosferici e sulla sperimentazione di gamme brillanti di colore puro, con esiti magici e quasi astratti. Sono le opere decantate da John Ruskin nel volume sui pittori moderni apparso nel 1843, nel quale Turner viene celebrato come il più grande esponente dell’arte moderna.

Insignito delle più alte onorificenze, nominato Presidente della Royal Academy nel 1845, nella tarda maturità Turner godette di una fama straordinaria, che, dopo la sua morte, non avrebbe cessato di crescere.
In questa fase estrema della sua vita la scomparsa del padre e degli amici più stretti contribuì a sviluppare in lui una vena di pessimismo, che lo indusse ad isolarsi nella villa di Cheyne Walk, senza tuttavia soffocare il suo desiderio di viaggiare attraverso il continente – fino al 1845 – e di dedicarsi alla pittura.
Turner si spense nel 1851 e venne sepolto nella cripta della cattedrale di St Paul.

Link: http://www.palazzodiamanti.it

Email: diamanti@comune.fe.it

AOSTA. AUGUSTA FRAGMENTA – Vitalità dei materiali dell’antico da Arnolfo di Cambio a Botticelli a Giambologna.

La rassegna, fino al 26 ottobre 2008, è il frutto della collaborazione tra l’Assessorato Istruzione e Cultura della Valle d’Aosta, attraverso la Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Firenze. Presenta un articolato progetto espositivo che intende valorizzare le ricchezze di Aosta romana offrendo nel contempo una riflessione sulla complessa linea di sviluppo del gusto antiquario umanista, che vide dopo un primo apprezzamento generico delle antichità romane, un progressivo affinarsi delle conoscenze sino all’affermarsi di un approccio filologico.

L’esposizione, curata da Mario Scalini, prende le mosse da un’eccezionale raccolta antiquaria ottocentesca, quella di Stefano Bardini (1836-1922), riscattata dallo Stato italiano nel 1996 e divenuta parte integrante delle collezioni del Polo Museale Fiorentino, e oggi ancora quasi completamente inedita. Stefano Bardini fu forse il primo tra gli antiquari del suo tempo e, quando ancora le leggi di tutela del nascente stato non riuscivano a bloccare l’emorragia di opere da contesti collezionistici formatisi in epoche storiche, riuscì a comporre una straordinaria raccolta che, finendo congelata a seguito della legislazione di tutela elaborata a partire dal 1909, si mantenne pressoché senza eccezioni nel palazzo che ospitava anche la galleria di vendita a Firenze.

Il progetto Augusta Fragmenta, – sottolinea l’Assessore all’Istruzione e Cultura Laurent Viérin – non è solo un evento espositivo fine a se stesso ma si caratterizza per le valenze culturali che si riflettono sul territorio. Esso è uno degli esiti più recenti e preziosi di un cammino che l’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta ha intrapreso nella tutela e nella valorizzazione delle sue radici e del suo patrimonio culturale. Un percorso spesso impervio, ma ricco di soddisfazioni, che dalla tutela e conservazione porta alla fruizione pubblica dei beni culturali della nostra comunità, come avviene in questa occasione per il Criptoportico forense che da semplice luogo di visita, reso fruibile grazie ad importanti interventi di conservazione e restauro, diventa una nuova ed inusuale sede espositiva. Una sfida che mi auspico possa avere il giusto successo: portare la cultura fuori dai luoghi in cui generalmente essa trova spazio. Fare della città un “Museo a cielo aperto” in cui le opere in mostra e il patrimonio archeologico richiamino alla memoria il gusto dell’antico e la grandiosità di un passato testimoniato ancora oggi dai nostri monumenti.”

La mostra si svolge in tre sedi, partendo dal Museo Archeologico Regionale, dove sono presenti, a titolo esemplificativo di cosa rappresentava l’antichità classica per l’arte del Medioevo e del Rinascimento, alcuni indiscussi capolavori e alcuni inediti di grande interesse tratti dalle pertinenze delle ‘gallerie’ fiorentine. Si potranno ammirare a confronto opere pittoriche d’ambito veneto, mantovano e fiorentino, capolavori di pittura e scultura di artisti quali Arnolfo di Cambio, Lorenzo Ghiberti, Filippino Lippi, Sandro Botticelli e Giambologna che dialogheranno con oggetti di arte applicata, manufatti antichi in pietre dure, sculture classiche e frammenti architettonici. Tra le opere in mostra la grande Annunciazione, ad affresco, di Botticelli, dall’ospedale di San Martino in via della Scala a Firenze, ma anche la problematica Pala del preziosissimo Sangue, di chiara impronta del Mantegna, nonché una porzione dell’affresco di Andrea del Castagno dalla villa Carducci Pandolfini di Legnaia.
Tra le opere di statuaria moderna spicca un modello d’integrazione per un torso classico policleteo riferibile con certezza a Giambologna, che prova come l’artista ben conoscesse i modi e gli espedienti, documentati in mostra da esemplari reali e da riproduzioni di antichi disegni, per l’integrazione delle antichità all’uso del tempo.
Una tavola di Filippino Lippi, concessa dalla Galleria Palatina, esemplifica invece il riuso delle colonne di porfido a sostegno delle statue quattrocentesche come avvenne per i bronzi di Donatello, imitando quanto in Campidoglio, a Roma, si era fatto con il celebre Spinario. Una primizia è costituita poi da un bronzetto del Museo Nazionale del Bargello che parrebbe la prima riflessione sul gruppo del Laocoonte rinvenuto nel 1506, mentre resti della facciata arnolfiana del Duomo di Firenze ed altre tarsie di marmi colorati, mostreranno quanto ampio fosse il ventaglio di suggestioni esercitate dall’antico negli anni cruciali che portarono al rinnovamento del linguaggio artistico, ben esemplificato, in mostra, da un inedito modello in terracotta di ambito ghibertiano.

Nel Criptoportico forense aostano, confluirà una cospicua selezione della ricca raccolta Bardini, quasi del tutto inedita. L’evocativo allestimento metterà in luce una superba statua ritratto, maggiore del vero, dell’imperatore Tiberio-Augusto in nudità eroica, contraltare dell’immagine di Onorio Loricato che appare su uno dei gioielli di Aosta, il celeberrimo ‘dittico di Anicio Probo’. Suppellettili imperiali in sardonice, opere in porfido, sarcofagi di grande rarità e squisita fattura, capitelli monumentali e di parti architettoniche significative, urne cinerarie, cippi e simili completano questa sintetica e varia apertura sulla passione collezionistica di antichità, che ha spogliato senza posa e in antico senza remore, tanti giacimenti archeologici, per trarne quelle vestigia ‘auguste’ in grado di legittimare come simbolo di ‘status’ il potere e l’ambizione d’immortalità dei grandi.

Al Teatro Romano di Aosta saranno esposte due sculture lapidee databili al I e III secolo d.C..

Dal Medioevo e con un notevole incremento nel Rinascimento e nel primo Manierismo, si assiste infatti a un consapevole reimpiego di materiali costruttivi e di varia natura tratti dalle vestigia antiche esistenti nella penisola e provenienti da scavi archeologici più o meno sistematici o ritrovamenti occasionali. Nell’ambito degli eruditi, che già dal Trecento avevano iniziato a considerare i pezzi archeologici come fonte di ispirazione, si affermò presto un rispetto reverenziale per gli stessi materiali e le collezioni fiorentine sono uno dei più complessi e sfaccettati specchi di questa predilezione.
Aosta si propone come sede ideale per sviluppare una tematica sullo spoglio collezionistico delle vestigia romane per l’imponente quantità di resti che conserva e per il saccheggio probabilmente sistematico cui deve essere stata soggetta nel tempo proprio a vantaggio dei collezionisti e dei dinasti che attraverso l’aulicità di resti e materiali ammantarono di quella autorità ‘augustea’, che irradiava dal possesso di tali beni, la propria legittimazione all’esercizio del potere.

Info:
Biglietti: € 5,00 intero, € 3,50 ridotto
Orario: tutti i giorni dalle 9 alle 19, in abbinamento con l’ingresso alla mostra L’alchimia dell’arte contemporanea. Opere dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presso il Centro Saint-Bénin € 6,00 intero, € 4,00 ridotto.
Segreteria organizzativa: Anonima Talenti, Rimini, tel. 0541.787681, e-mail direzione@anonimatalentisrl.it
Catalogo bilingue italiano–francese: Silvana Editoriale.
Museo Archeologico Regionale, Piazza Roncas 12: tel. 0165.275902
Servizio attività espositive: tel. 0165.274401, e-mail u-mostre@regione.vda.it
Museo Archeologico Regionale-Criptoportico forense-Teatro Romano. Aosta, fino al 26 Ottobre 2008

 

Link: http://www.regione.vda.it

RAVENNA. Giorgio de Chirico il metafisico ovvero il teatro degli enigmi.

Uno degli esiti più alti della metafisica di Giorgio de Chirico, che riscontriamo anche nei suoi scritti, “consiste nel togliere il mistero e l’enigma dalla parte dell’oscurità e consegnarli alla chiarezza e alla precisione della forma”, il visibile pittorico non è più la rappresentazione del reale.

Da qui il titolo della mostra “Giorgio de Chirico il metafisico ovvero il teatro degli enigmi” che inaugura venerdì 29 agosto alle ore 21 nelle sale espositive del Palazzo delle Arti Mauro De Andrè, a Ravenna.
A trent’anni dalla scomparsa, a centoventi dalla nascita e nel centenario delle primissime manifestazioni della poetica “metafisica”, si vuole celebrare con una rassegna antologica che riunisce alcune tra le opere più interessanti dei cicli creativi dell’artista, uno dei maestri più significativi, saccheggiati e controversi dell’arte italiana ed internazionale.

In mostra 130 pezzi, una raccolta di opere a partire dagli anni Venti di diversi periodi della sua produzione artistica, realizzate con tecniche diverse dalla pittura alla scultura, ai disegni, alcuni dei quali mai visti prima dal pubblico, dai pezzi di grafica ai “gioielli” realizzati direttamente dal Maestro. La mostra rende, in maniera chiara ed esauriente, il valore e la capacità espressiva dell’autore non solo sotto il profilo pittorico, ma anche per definire lo spessore culturale, letterario e filosofico che l’autore ha espresso durante la sua vita.

Ecco allora che accanto a 20 dipinti ad olio, da Vita silente in un paese (1951), Manichini coloniali (1959), Piazza (1955), Ritratto Senatore Giulio Andreotti (1958/59), Bagnante (1953), fino a Cavalli in riva al mare con castello (1955), si possono ammirare le sculture e multipli di sculture, tra cui le mini sculture o “gioielli”, questi ultimi sono 17 pezzi svelano un’altra sensibilità artistica di De Chirico. Solo negli anni ’70 De Chirico si interessa alla creazione di sculture gioiello, fusioni a cera persa in argento massiccio o argento dorato (vermeil) e una limitata tiratura di esemplari in oro.
In mostra anche 44 tra disegni e acquerelli che rendono l’intensità del lavoro preparatorio dell’artista. Inoltre una copia del romanzo autobiografico dal titolo Ebdòmero, un capolavoro di letteratura surrealista pubblicato in Francia nel 1929, quando i suoi rapporti con il surrealismo erano definitivamente rotti. Definito da Louis Aragon: “opera indeterminatamente bella” il libro (Hebdomeros 1972, edizioni Carlo Bestetti) è composto da 24 litografie in bianco e nero con testi in lingua francese. A completare la mostra l’intera serie di Mythologie (Bagni Misteriosi), realizzata nel 1934 composta da 10 litografie, che fanno da cornice a “La piscina dei Bagni Misteriosi” (1973). Questa è la maquette della “piscina-fontana” dei Bagni Misteriosi ideata e realizzata da Giorgio de Chirico per la XV Triennale del 1973, accanto è esposto L’ospite dei Bagni Misteriosi, (1969), proveniente dalla Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. Di tutta la produzione artistica di De Chirico, si tratta dell’unica opera monumentale realizzata. Le origini dell’iconografia e la fortuna del tema dei Bagni Misteriosi, risalgono dalla Mythologie di Jean Cocteau del 1934, alle opere di una fantasia straordinariamente originale presenti dagli anni Trenta fino alla neometafisica degli anni Sessanta e Settanta, dalla pittura alla scultura.

Sarà infine proiettato a ciclo continuo un video dove De Chirico parla di se mentre dipinge nel suo studio.

Nato in Grecia nel 1888, Giorgio de Chirico studia a Monaco di Baviera, presso l’Accademia di Belle Arti, dove segue i corsi di Franz von Stuck.
Fra il 1908 ed il 1909, attraverso la lettura delle opere di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche, e grazie ad un costante scambio di esperienze creative con il fratello impegnato negli studi musicali, comincia a prendere corpo l’idea di una nuova estetica nella quale far convergere tutte le arti: dalla pittura alla musica, dalla poesia alla filosofia, che costituirà il fondamento di quella poetica “metafisica” che si prefigge di rappresentare ciò che è oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi.
Dopo Parigi (1911) con i principali protagonisti dell’avanguardia artistica, e la fama (1912 e il 1913) conosce il gallerista Paul Guillaume che gli compra tutta la produzione metafisica. Dopo le “piazze d’Italia”, de Chirico comincia a dipingere i suoi primi manichini.
La sua pittura rilegge la lezione, sia tecnica che iconografica, di Arnold Boecklin, dando vita ai cicli delle nature morte, o “vite silenti”, dei nudi e dei ritratti femminili in cui riecheggiano anche le composizioni ricercate e chiaroscurali di Anselm Feuerbach.
Nel corso degli anni Trenta alla ritrattistica e all’impegno per il teatro di danza, si affianca l’attenzione nei confronti della decorazione murale. A partire dai primi anni Cinquanta, la ricerca di De Chirico si qualifica polemicamente come “manifestazione di tradizionalismo”, come tentativo di espellere dall’arte ogni manifestazione di quell’intellettualismo snobistico che “l’ha ridotta all’impotenza”, riproponendo spesso i temi già indicati nei periodi precedenti, rivisitando gli spazi metafisici e gli interni seicenteschi, anche traducendo in forma plastica soggetti metafisici e barocchi.
Giorgio de Chirico muore a Roma il 20 novembre del 1978.

I prestatori coinvolti in questo progetto sono oltre ai collezionisti privati le amministrazioni comunali: Comune di Ferrara, Comune di Lissone, Museo 900 MAGI (Comune di Cento Ferrara), Comune di Argenta, Comune di Gualtieri, MAMBO di Bologna, Comune di Comacchio, Comune di Piacenza e  Fondazione Mazzolini di Piacenza.

La mostra si avvale del contributo di: Acmar, Agenzia Ritmo, Arimar, Club del Sole, Consorzio Ciro Menotti, Copura, Europa 2000, Fiat S.V.A., Consar-Grar, Galotti S.P.A., Idroexpert, Marcegaglia, Marinara, Moviter Strade Cervia.


Info:
Sede espositiva: Palazzo Mauro De André, viale Europa, 1 – Ravenna, dal 29/08/2008 al 15/09/2008
Organizzazione: Associazione Culturale Il Cerbero
Orario: dalle 18.30 alle 23.30, domenica dalle 18.00 alle 23.30
tel. 3358151821.
Catalogo e mostra: a cura di Silvana Costa, testo critico di Bruno Bandini.
Patrocinio: Regione Emilia-Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Ravenna.
INGRESSO GRATUITO

Elenco delle opere esposte:
DIPINTI
1.Ritratto Senatore Giulio Andreotti 19598; olio su tela; altezza 65 cm larghezza 58.5 cm
2.Bagnante, 1953 olio su tela, altezza 50 cm larghezza 40
3.Piazza, 1955 olio su tela altezza 40 cm larghezza 50
4.Dioscuri, 1955, olio su tela, altezza 50 cm larghezza 40 cm
5.Vita silente in un paese, 1951, olio su tela, altez. 50cm largh. 60cm
6.Cavalli in riva al mare con castello, 1955, olio su tela, altezza 50 cm larghezza 60 cm
7.Cavalli nell’apocalisse, 1954, olio su tela, cm 35 x cm 45volme collezione G. Iotti R.E.
8.Manichini coloniali, 1959, olio su tela, altezza: 80 x base 54 museo MAGI, comune Cento Ferrara
9.Studio di figura, 1926 olio su tela altezza: 28 cm larghezza: 20 cm, Mambo Bologna
10.Trovatore, 1972 litografia, inchiostro su carta altezza: 59 cm larghezza: 44.5 cm., COMUNE di ARGENTA FERRARA
11.L’Angelo, 1960/1970, tempera su carta, altezza: 40,5 cm larghezza: 30,7 cm , COLLEZIONE TIRELLI COMUNE DI GUALTIERI
12.Cavaliere(Cavallo con Cavaliere) prima metà anni 70; gouache su carta intelata; cm 22×27, COMUNE DI LISSONE
13.Natura morta, sd olio su tela, altezza: 21 cm larghezza: 27 cm
14.Musa metafisica,sd olio su tela, altezza: 28 cm larghezza: 20 cm
15.Cavalli, 1954 olio su tela, altezza: 28 cm larghezza: 20 cm
16.Esculapio proctologo, 1950/55, olio su tela altezza: 55 cm larghezza: 40 cm
17.I gladiatori (La Lutte), 1929, olio su tela, altezza: 90 cm larghezza: 115 cm
18.Cavalli con Cavaliere, sd, olio su tela, altezza: 30 cm larghezza: 40 cm
19.Ippocrate che rifiuta i doni, 1955 olio su tela, altezza: 50 cm larghezza: 70 cm
20.Piazza d’Italia, 1956, olio su tela, altezza: cm 40 larghezza: cm 50
21.Amazzone e cavaliere, 1955 Olio su tela, altezza: cm 40 larghezza: cm 50, GALLERIA RICCI ODDI DI PIACENZA
22.L’oro Nero, 1976, olio su tela cm. 48,5X38,5
23.Cavallino con Tempio, 197,1 olio su tela cm48,5X38,5
24.Senza Titolo 1968, olio su tela, cm 48,5X38,5

DISEGNI E ACQUERELLI, primo nucleo
1.SENZA TITOLO  (LA SIBILLA ?) – CM  31,3X24 – MATITA SU CARTA –  ANNI ’30 ca
2.GRUPPO DI GLADIATORI –  CM13,5X18,7 – INCHIOSTRO SU CARTA COLORATA  – 1929 ca.
3.LA MANO DELL’ARTISTA – CM 20,5X23,5 – MATITA SU CARTA COLORATA – 1930 ca.
4.PAGGIO – CM 30X22,5 – MATITA SU FONDO ACQUARELLATO – 1940 ca.
5.L’ABBRACCIO (IL RITORNO DEL FIGLIOL PRODIGO) – CM 24,5X40 – MATITA SU CARTA      INCOLLATA SU CARTONCINO – 1940 ca.
6.STUDIO  DI  DRAPPEGGIO  E TESTA DI CAVALIERE –  CM 37X30 –  MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO  –  CM 26,8X21 – 1940 ca.
7.AUTORITRATTO –  CM 14,4X11 –  MATITA SU CARTA COLORATA – ANNI ‘40
8.STUDIO DI FIGURE –  CM 23X17 – MATITA SU CARTA – 1945 ca.
9.FIGURA ALLO SPECCHIO (STUDIO DA WATTEAU)  –  CM 20X13,9 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO –  1947
10.10 STUDIO DI  TESTA  – CM 11,5X8,5 – MATITA SU CARTONCINO INCOLLATO SU CARTA GIAPPONESE –  ANNI ‘40
11.STUDIO DI RITRATTI E FIGURA – CM 9X12 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘40
12.LA MANO DELL’ARTISTA – CM 8,5X12,5 – MATITA E INCHIOSTRO SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO –  ANNI ‘40
13.STUDIO DI PIEDE – CM 12,5X16,5 – MATITA SU CARTA – ANNI ‘40
14.CAVALLO E CAVALIERE –  CM 17,2X23,2 – CARBONCINO E LAVIS  SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO GRIGIO – 1950 ca.
15.PAESAGGIO – CM 22,9X30 – MATITA E ACQUARELLO SU CARTA – ANNI ‘50
16.FIGURA –  CM 22X15 – MATITA SU CARTA – 1950 ca.
17.SENZA TITOLO – CM 13,6X18,9 – MATITA SU CARTA – 1950 ca.
18.FIGURA DI DONNA – CM 23,5X12 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO –  ANNI  ‘50
19.FIGURA CON MANTO – CM 16,3X 21,3 – MATITA SU CARTA COLORATA  INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘50
20.DONNA DISTESA – CM 14X20,4 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1950 ca.
21.TESTA CLASSICA – CM 16,5X13 – MATITA  SU CARTA  COLORATA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘50
22.FIGURA MITOLOGICA (LACOONTE) – CM 26X17,8 – CARTA AVORIO INCOLLATA SU CARTONCINO – 1960
23.CAVALLO MARINO – CM 18X26 – INCHIOSRO ED ACQUARELLO SU CARTONCINO .- ANNI ‘60
24.DISEGNO FANTASTICO  (GLI  ANIMALI  MISTERIOSI) –  CM 25,3X 36,2 – MATITA E ACQUERELLO SU CARTONCINO – 1965
25.BATTAGLIA SUL PONTE – 1969  CM 20X29,9 – MATITA SU CARTONCINO
26.FIGURE SULLA CITTA’ –  CM 25X36,1 – ACQUARELLO E MATITA SU CARTONCINO – 1970 ca.
27.APPARIZIONE –  CM 36,5X25,5 – ACQUARELLO SU CARTONCINO – 1970 ca.

secondo nucleo
28.GUERRIERO – CM 29X22 – MATITA SU CARTA –  1948ca
29.ANDROCLO E IL LEONE – CM 13X18 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI  ‘30
30.CAVALLO IMPENNATO – CM 22X30,5 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI  ‘50
31.STUDIO DI TESTA E DI FIGURE – CM  14,3X20 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1940ca.
32.DONNA  DISTESA (VICTORIA PALACE HOTEL) – CM 14,5X23 – MATITA SU CARTA DA SCRIVERE DEL VICTORIA PALACE HOTEL, PARIGI – 1940 ca.
33.LA NEMESI – CM 19X25,5 – CARBONCINO E LAVIS SU CARTONCINO – 1945 ca.
34.GLADIATORI  A  RIPOSO – CM  22,5X26 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1950 ca.
35.NUDO CON PEPLO E FIGURA – CM 24,5X14,5 – MATITA SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘50
36.TESTA DI DONNA NEL PAESAGGIO – CARBONCINO E LAVIS SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1940 ca.
37.DONNA DI SCHIENA (o NUDO NEL BOSCO) –  CM 18X12 – CARBONCINO SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘50
38.RITRATTO DELLA MADRE – CM 20,5X13 – PENNA SU COPERTINA DI QUADERNO INCOLLATA SU CARTONCINO – ANNI ‘30
39.GUERRIERO A CAVALLO – CM 23X17,5 – MATITA SU CARTONCINO – ANNI ‘50
40.TESTA DI FANCIULLO – CM 23X16 – CARBONCINO E LAVIS SU CARTONCINO – ANNI ‘50
41.DA GOYA – CM 17X15 – CARBONCINO E LAVIS SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1940 ca.
42.CAVALLINO – CM 23X30 – CARBONCINO E LAVIS SU CARTA INCOLLATA SU CARTONCINO – 1950 ca.
43.STUDI DI RITRATTI – CM. 15,5X22,8 – MATITA SU CARTA 1950 ca
44.Studio di figura, 1926 olio su tela altezza: 28 cm larghezza: 20 cm, Manbo Bologna
45.Piazza d’Italia, 1960/65 disegno altezza 30 cm larghezza 20 cm

MULTIPLI DI SCULTURE
1.LA MUSA DELL’ANTIQUITA’ – 1970 – alt. CM 23,5- base CM 5,8X5,8
110 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/110 a 110/110
Es. n. 19/110 bronzo argentato
2.LA MUSA DELLA MUSICA – 1970  – alt. CM 23,5- base CM 5,8X5,8
100 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/100 a 100/100
Es. n.46/100 bronzo argentato
3.LA MUSA DELL’ARCHITETTURA – 1970 – alt.CM 23,5- base CM 5,8X5,8
100 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/100 a 100/100
Es. n. 48/100 bronzo argentato
4.MUSA CON COLONNA SPEZZATA – 1970 – alt. 30,5- base CM 7,5X11,1
100 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/100 a 100/100
Es. n. 24/100 bronzo argentato
5.MUSA CON COLONNA SPEZZATA – 1970  – alt. 30,5- base CM 7,5X11,1
100 esemplari in bronzo dorato numerati da I/C a C/C
Es. n. XXIV/C bronzo dorato
6.IL PITTORE – 1971 – alt. CM 25,5- base 15X14
100 esemplari in bronzo patinato, argentato o dorato numerati da I/100 a C/100
Es. n.15/100 bronzo argentato
7.L’ARCHEOLOGO – 1971 –  alt. CM 23,5- base CM 8X7,5
100 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/100 a 100/100
Es. n 12/100 bronzo argentato
8.L’ARCHEOLOGO – 1971 – alt. CM 23,5- base CM 8X7,5
100 esemplari in bronzo dorato numerati da I/100 a C/100
Es. n. XVIII/ 100 bronzo dorato
9.LA MUSA DELL’ARCHEOLOGIA – 1974 – alt. CM 31,5- base CM 7X8,5
50 esemplari in bronzo patinato, argentato o dorato numerati da 1/50 a 50/50
Es. n. 22/50 bronzo patinato argentato
10.TROVATORE CON MANTO – Ed. Artcurial, autorizzata nel 1980
alt. CM 29,5- base CM 9X10,5
250 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/250 a 250/250
più 6 p.a numerate da E.A. 1/6 a  E.A. 6/6
Es. n. 65/250 bronzo argentato
11.LA MUSA – Ed. Artcurial, autorizzata nel 1983
alt. CM 29,5-base CM 8X10,5
250 esemplari in bronzo argentato numerati da 1/250 a 250/250
più 6 p.a numerate da E.A. 1/6 a E.A. 6/6
Es. n. E.A. 4/06 bronzo argentato

MINI SCULTURE O SCULTURE GIOIELLO
1.TROVATORE CON SPADINO – alt. CM 5 (X3,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 28/150 argento dorato
2.TROVATORE CON SPADINO – alt. CM 5 (X3,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 29/150 argento
3.TRIANGOLO CON GUANTO- alt. CM 6,5 (X4) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 30/150 argento
4.TRIANGOLO CON GUANTO- alt. CM 6,5 (X4) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 22/150 argento dorato
5.TRIANGOLO CON PALLONE – alt. CM 7 (x4,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 16/150 argento
6.IL GLADIATORE – alt. CM 6,8 (X5,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 25/150 argento
7.IL GLADIATORE – alt. CM 6,8 (X5,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 20/150 argento dorato
8.TROFEO I – alt. CM 6,2 (X5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 15/150 argento
9 TROFEO II  – Alt. CM 6,5(X5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. 11/150 argento
10 SOUVENIR DE GRECE – alt. CM 6 (X5,5) – fibbia o gioiello girocollo – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 21/150 argento
11 LEDA – Alt CM 6,3 (X4) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 18/150 argento dorato
12 IL GRANDE METAFISICO – Alt CM 6,5 (X4) – 150 esemplari numerati da 1/150 A 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 11/150 argento
13 PROFILO DI CAVALLO – alt. CM 6,7 (X7,6) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 13/150 argento
14 TESTA DI CAVALLO – alt. CM 7(X6) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 30/150 argento dorato
15 L’ANIMALE MISTERIOSO – alt. CM 7,2 (X7) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 11/150 argento dorato
16 ETTORE E ANDROMACA – Ed. Artcurial, autorizzata nel 1985, disponibile a spilla (alt. CM 4,3X5) o a ciondolo (alt. CM 4,9X5,3) – 250 esemplari in bronzo dorato numerati da 1/250 a 250/250 – 100 esemplari in vermeil numerati da 1/100 a 100/100 – 30 esemplari in oro numerati da 1/30 a 30/30 – più 50 p.a. in bronzo dorato numerate da 1/50 E.A. a 50/50 E.A. – 10 p.a. in vermeil numerate da 1/10 E.A. a 10/10 E.A. e 4 p.a. in oro numerate da 1/4 E.A. a 4/4 E.A. 
Realizzazione Rossignol – Parigi  Es. n. E.A. vermeil 3/10
17 MUSETTA – Alt. CM 5,5(X2,5) – 150 esemplari numerati da 1/150 a 150/150
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 22/150 argento

SCULTURE
1.Cavallo Stilizzato (o Cavallo in Parata), 1974 h.cm 33- base CM 12X29
9 esemolari numerati da 1/9 a 9/9   – 3 esemplari numerati da I/III a III/III
Fonderia Artistica Cavallari – Roma – Es. n. 2/9         
2.LA GRANDE MUSA – 1986 – alt. CM 76- base CM 16,5X20
9 esemplari in bronzo patinato dorato o argentato numerati da 1/9 a 9/9  – 3 esemplari numerati da I/III a III/III – 1 esemplare H.C.
Fonderia d’Arte Flaminia – Roma da ingrandimento di un bronzo del 1974 su autorizzazione di Isabella Far De Chirico – Es. n. 3/9 

3.L’ARCHEOLOGO – 1986 – alt CM 40,8 base CM 13,5X13,5
9 esemplari in bronzo patinato dorato o argentato numerati da 1/9 a 9/9  – 3 esemplari numerati da I/III a III/III – 1 esemplare H.C.
Fonderia d’Arte Flaminia – Roma da ingrandimento di un multiplo del 1971 su autorizzazione di Isabella Far De Chirico – Es. n. 1/9 

4.Uomo a cavallo (Dioscuro), 1928 scultura, bronzo argentato altezza 24 cm larghezza: 24 cm profondità: 14 cm MUSEO BRINDISI COMACCHIO FERRARA

5.La piscina dei bagni misteriosi, 1950/1978 tecnica mista altezza: 33 cm larghezza: 125 cm profondità: 83 cm MUSEO BRINDISI COMACCHIO FERRARA

LITOGRAFIE
L’ospite dei bagni misteriosi, 1969, litografia, mm 435 x 320, Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea
UN VOLUME D’ARTE HEBDOMEROS – EDIZIONI CARLO BESTETTI – EDIZIONI D’ARTE, ROMA CON LITOGRAFIE ORIGINALI
10 litografie di Mythologie sono (cm. 22,5 x 28,5)

UNA FOTO
Fotografia di Giorgio de Chirico, 1974, realizzata da Dino Pedriali stampa su carta Manbo Bologna

Email: info@ilcerbero.it

L’AQUILA. “PACE A VOI!”: mostra d’arte sacra di Augusto Pelliccione.

Non semplice “arte a soggetto sacro”, ma la bellezza di un’arte rivelatrice del sovrannaturale che vive nel rapporto tra gli uomini e Dio, attraverso l’esperienza del Verbo e l’azione creatrice della mano dell’artista. È stato questo il  pensiero dal quale è nata “PACE A VOI !”: mostra d’arte sacra del pittore e scultore abruzzese Augusto Pelliccione, organizzata dall’Associazione Teatrale “L’Uovo” a cura della dott.ssa Maria Cristina Ricciardi con il patrocinio della Regione Abruzzo e dall’Arcidiocesi de L’Aquila, che si inaugurerà a L’Aquila il 16 agosto 2008 nella cornice barocca del Teatro San Filippo e che resterà aperta al pubblico fino al 31 dello stesso mese (Lunedì – Domenica: 18:00 – 24:00).

Per oltre un anno l’artista aquilano ha lavorato alla creazione delle opere in mostra: grandi tele ad olio, appositamente realizzate per i suggestivi spazi del Teatro S. Filippo.
«Quella di Pelliccione – ha affermato la dott.ssa Ricciardi – è una visione che affascina perché non è semplice rappresentazione sacra, ma testimonianza dell’attualità di un messaggio, del quale l’artista si fa vero mediatore tra terra e cielo. Una testimonianza che parla ancora di Pace, ribadendone il senso cristiano, in un mondo, quale il nostro, ricolmo degli effetti negativi di eccessi consumistici, di guerre e di violenze, di infanzie negate e di allucinate smanie di potere. Una pace, che non sia strumento di passività, ma che spinga l’uomo contemporaneo, come è già stato per i discepoli, fuori dai perimetri delle proprie paure e dei propri egoismi, per farlo sentire finalmente libero nella Verità».

Il catalogo, edito della Casa Editrice La Frentania e introdotto da Fra’ Marcello dei Frati Minori d’Abruzzo (caro amico e conoscitore dell’opera di Pelliccione), costituisce il terzo numero di “Rosa Mistica”: collana, ideata e diretta dal critico Maria Cristina Ricciardi, dedicata ai grandi temi del Sacro attraverso la ricerca artistica contemporanea condotta in Abruzzo.

Augusto Pelliccione: biografia dell’artista
Nasce a L’Aquila nel 1938, dove vive e lavora. Pittore, scultore, poeta e promotore culturale, nel 1954 abbandona gli studi ginnasiali del Liceo “Vincenzo Cuoco” di Frosolone per frequentare il Liceo Artistico di Pescara dove è alunno di Giovanni Melarangelo, Ferdinando Gammelli, Giuseppe Di Prinzio e Giuseppe Misticoni.
A Pescara, frequenta lo studio di Bruno Cascella in cui spesso si riunivano giovani artisti come Alfredo Del Greco, Aldo Macchia, Guido Giancaterino, Mario Moretti, Fulvio Viola, Vito Giovannelli ed altri che, assieme ai poeti Arturo Fornaro e Benito Sablone, diedero vita al “Circolo Filologico Internazionale” organizzando varie mostre a Pescara e a Roma, spesso ordinate e recensite dal critico Antonio Bandera. In questo ambito, partecipa a numerose rassegne nazionali, regionali e collettive tenute in Abruzzo.
Nel 1959 torna a L’Aquila dove stringe rapporti di collaborazione ed amicizia con giovani artisti, quali Marcello Mariani, Sandro Visca, Ennio Di Vincenzo, Mario Narducci ed altri, con cui vivacizza culturalmente la vita del capoluogo regionale, che va imponendosi all’attenzione della critica per il succedersi delle rassegne Alternative Attuali, organizzate dal critico Enrico Crispolti.
Nel 1964 tiene la sua prima personale a L’Aquila e l’anno successivo il CC3M di Paolo Scipioni, Gianfranco Colacito ed Emilio Di Carlo, gli pubblica una cartella di disegni e poesie.
Nel 1967 gli viene assegnato il secondo Premio di poesia “La Madia d’Oro” e l’anno successivo, ottiene il terzo Premio.
Nel 1968 dipinge una grande tela per la Chiesa aquilana di S. Maria Mediatrice, parte centrale di una trilogia dedicata alla Madonna che doveva interessare l’intera abside della Chiesa; questo lavoro, allora interrotto, viene ripreso e portato a termine nel 1986 con l’aggiunta di altri due lavori ispirati a figure dell’Antico Testamento. Tra 1985 ed il 1986 dipinge per la stessa, Chiesa un grande dipinto dedicato al tema dell’Ultima Cena.
Nel 1974 in occasione del Premio Vasto, viene invitato, insieme agli artisti Antonio Di Fabrizio e Luciano Primavera come “giovane maestro della pittura abruzzese”.
Nel 1977 è tra i fondatori del “Gruppo Officina Culturale ’77”,  che diviene un importante  punto di riferimento e polo di aggregazione per quanti operavano nel campo delle arti figurative.

Nel 1993 è tra i venti artisti invitati al 6° Premio Vasto Cinquant’anni d’Arte in Abruzzo – Presenze 1945-1993.
Nel 1994  esegue per  la  Chiesa di S. Maria Mediatrice un dipinto murale di grande formato che interessa la superficie superiore del braccio sinistro del transetto. Nello stesso anno, da vita con altri pittori e scultori aquilani al “Gruppo d’Arte  Saturnino Gatti”.
Nel 1995, ancora nella Chiesa di S. Maria Mediatrice, esegue un nuovo grande dipinto murale che interessa l’altro braccio del transetto.
Con le sue opere  è presente nei Musei di: Lido di Spina, ordinato da Remo Brindisi; Pro Civitate Cristiana di Assisi, ordinato da Tony Bernardini; Castello di Nocciano, ordinato da Eugenio Ruccitelli; Castello Cinquecentesco dell’Aquila (sezione d’Arte Moderna); Generazioni Italiane dal ’900 G. Bargellini, Pieve di Cento, ordinato da Giorgio Di Genova.
Nel 2007 è tra i trenta artisti abruzzesi invitati al 40° Premio Vasto d’Arte Contemporanea

Quando l’arte è Rivelazione: l’immaginario sacro di Augusto Pelliccione, di Maria Cristina Ricciardi.
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». (Giovanni 20, 19-23)

Tutto muove da una affermazione che Cristo ripete due volte nel cenacolo dei suoi discepoli ed una terza alla presenza dell’incredulo Tommaso. In tal modo, nella scenografica visione di Augusto Pelliccione, noto pittore e scultore aquilano, certamente non nuovo alla realizzazione di importanti opere di tematica religiosa – ricordiamo i bellissimi dipinti di grande formato eseguiti per la Chiesa di Santa Maria Mediatrice a L’Aquila – la formulazione “Pace a voi!” diviene una stupefacente chiave di lettura per un eloquente ciclo di grandi tele, di recente realizzazione, capaci di rinnovare, con sensibile e moderna spiritualità, il significato della vita e del Verbo di Dio.
Un gigantesco trittico di oltre quattro metri di lunghezza, segna dunque, nella precisa intenzionalità dell’artista, il suggestivo punto nodale di un percorso pittorico che si realizza dentro la sacralità della Parola a partire proprio dalla centralità dell’annuncio della pace, perché è dall’Uomo nuovo, risorto dalla morte, che porta la pace ai suoi discepoli e dona lo Spirito Santo, che si concreta, attraverso l’azione degli apostoli, il nuovo disegno del mondo, il nuovo destino dell’umanità. Al centro della scena, il Cristo Risorto e benedicente mostra nei palmi, nel costato e sui piedi le rosse tracce dei chiodi e delle fresche ferite. È splendente nella luminosità del suo nuovo corpo, che nel bianco aspetto rivela la somma e la scomparsa di tutti i colori, di tutti i fatti terreni, e di quella straziante Passione, appena conclusa, evocata dalla memoria del sudario e delle bende. Corre un richiamo all’equivalenza kandinskijana che associava al colore bianco, l’analogia con la pausa musicale, con un silenzio diversamente inteso da quello della morte (associato al colore nero), piuttosto carico di infinite possibilità: il silenzio che precorre la nuova nascita, il silenzio del foglio bianco, di una nuova storia. Come una gigantesca aureola, che l’artista pone dietro il Cristo, similmente a certi dipinti di età medievale in cui la figura del santo appare avvolta in tutto il suo contorno da una mandorla di luce, si dispone il segno rappresentativo dell’atomo, che Pelliccione ama reiterare sia in pittura che in scultura, quasi a diventare la sua stessa firma. Esso focalizza il centro della composizione, catturando con forza lo sguardo imbrigliato dalla caleidoscopica vibrazione dei colori: la particella che come un mattone costruisce tutta la materia, si pone qui in stretta relazione con il contesto, ne diviene essa stessa elemento costitutivo. La geometria delle squillanti cromie satura la spazialità sintetica della scena, completata dalle figure dei dieci apostoli, disposti a gruppi di cinque, come due grandi quinte umane, sulla destra e sulla sinistra dell’opera. Sono Pietro e suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Giacomo, Taddeo, Simone. Mancano Giuda, il traditore e Tommaso che si ricrederà di non aver prestato fede. Le loro vesti, i loro volti sono ritmati da tarsie cromatiche che modulano la visione d’insieme bilanciando la potente luminosità dell’apparizione.
Viene da riflettere se la sacralità di un’opera – come affermava Mario De Micheli – abbia davvero radice soltanto nell’uomo, eludendo il sentimento di una cristianità profondamente sentita, se cioè basti considerare “sacra” tutta l’arte solo in virtù del fatto che dentro di essa viva la “sacralità” dell’essere umano. Così come è da riflettere se sia giusto ritenere “sacra” quell’arte liturgica che semplicemente tratti soggetti sacri, decorando le chiese, o se piuttosto debba richiedersi qualcosa di più, una diversa risonanza, una vera comunicazione spirituale, un complesso processo di riscatto sulla materia, una soluzione di sacralità da ricercarsi e da comprendere, come in questo caso, più come qualità che non come fine. In tal senso, le iconografie di Pelliccione, sanno dimostrarsi esperienza estetica autentica, ed assumere il ruolo profondo e complesso della consapevolezza, traduzione pittorica di una comprensione che è intenzionalmente passata attraverso l’ispirazione della Scrittura, intesa come Parola di Dio. Di qui il forte impatto comunicativo del suo lessico espressivo, codificato in oltre cinquanta anni di pittura vissuta con grande intensità di esercizio, che cattura e assorbe l’attenzione di chi guarda, entrando nell’animo, con forza medianica. Obiettivamente non è cosa semplice dare una forma all’Assoluto e non è questo un confronto senza difficoltà quando si decide che non si può ridurre tutto al gioco facile del comodo simbolo. Qui non si vuole fare “arte a soggetto sacro”, ma “rivelare”, attraverso un impianto iconografico che non rinuncia all’immagine, il sovrannaturale, l’invisibile, il cuore di una questione che riguarda il rapporto tra gli uomini e Dio e che traspare dalla conoscenza delle Sacre Scritture.
«Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri». Queste, le parole del Pontefice Benedetto XVI, del 21 maggio 2008, affermate a distanza di oltre milleduecento anni da quel secondo Concilio ecumenico di Nicea in cui si stabiliva che la Parola e l’Immagine debbano assolvere per i cristiani, cattolici o ortodossi, la medesima importanza.
Nelle altre grandi tele ad olio, che compongono questa energica suite realizzata da Pelliccione tra il 2007 ed il 2008, ritroviamo, alla guida della sua immaginazione, la stessa efficacia, il medesimo principio etico utilizzato per il grande trittico Apparizione di Cristo Risorto, accompagnato come sempre dalla forte esperienza della pratica pittorica. Verso il Battesimo, Tentazioni, Discorso della montagna, Orto degli ulivi, Deposizione, Discesa agli inferi, Raccolta degli apostoli, Trasfigurazione, Apparizione agli apostoli, sono opere che ci conducono dentro un mondo che certamente rivela con chiarezza tutti i tratti formali e gli impianti cromatici che connotano il lessico proprio dell’artista e la sua spiccata riconoscibilità, determinando uno stato meditativo sulla natura spirituale di quei fatti che hanno accompagnato la vita pubblica di Gesù, la sua sofferenza, la vicinanza agli apostoli. Il senso di forte sospensione atmosferica che l’artista ci offre, si compenetra al sentimento di totale assolutezza dello spazio, astratto e metafisico ad un tempo, dove la contestualizzazione, ridotta a pochi elementi essenziali, parla la lingua rarefatta di un paesaggio che è già ricondotto all’esperienza spirituale: il fiume Giordano, in cui Gesù riceve il Battesimo, il deserto tra Gerusalemme ed il Mar Morto, in cui dopo quaranta giorni di digiuno egli viene tentato per tre volte dal demonio, la montagna vicina a Cafarnao, da cui pronuncia le beatitudini e i suoi commenti ai comandamenti, il podere degli ulivi chiamato Getsemani, dove egli accetta la volontà del Padre, il monte Calvario in cui viene crocifisso, la scena dell’anástasis con la risurrezione dai morti e la salvezza che egli porta loro, lo sfondo del Mar di Galilea da cui Cristo chiama a sé i discepoli, il monte Tabor dove egli appare ai discepoli in tutta la sua trascendenza, il grande lago di Tiberiade, sulle cui sponde appare a Pietro e agli altri apostoli. Parimenti l’anatomia dei personaggi, strutturata da vivaci campiture cromatiche che ricordano il gioco degli smalti di un cloisonné di gusto bizantino, partecipa con sensibile intelligenza ad una visione che affascina proprio perché non è semplice rappresentazione sacra ma testimonianza dell’attualità di un messaggio, di cui l’artista si fa vero mediatore tra terra e cielo. Una testimonianza che parla ancora di Pace, ribadendone il senso cristiano, in un mondo, quale il nostro, ricolmo degli effetti negativi di eccessi consumistici, di guerre e di violenze, di infanzie negate e di allucinate smanie di potere. Una pace, che non sia strumento di passività ma che piuttosto spinga l’uomo contemporaneo, come è già stato per i discepoli, fuori dai perimetri delle proprie paure e dei propri egoismi, per farlo sentire finalmente libero nella Verità.
A questo ciclo di lavori, completato dalla struggente tensione della scultura policroma, in legno d’olmo, intitolata L’ultimo grido, la riflessione sul tema della Passione di Cristo, viene contratta nei soli due momenti del drammatico spasimo finale, che assorbe l’opera plastica, e della Deposizione, presente nella suite delle opere pittoriche. Una analitica  meditazione sull’esperienza dolorosa della Croce, è stata scandagliata da Pelliccione in una intensa Via Crucis realizzata dall’artista aquilano nel 2002, in una serie di dipinti su tela con cornici in legno appositamente scolpite, che ripercorre, con esiti di grande efficacia, le quattordici Stazioni del Calvario, opere che presentiamo nella seconda sezione illustrativa di questo volume.

Info: simona.petaccia@co-munica.it