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TORINO. La civiltà del cotto. Terrecotte decorare l’architettura.

Palazzo Madama pensa il museo come una struttura viva, non cristallizzata, aperta al futuro. Lo studio delle collezioni, la ricerca di chiavi di interpretazione sempre diverse è alla base dei programmi che vengono ideati per Voltapagina e Museo in movimento: nuove opere e nuovi percorsi sono presentati al pubblico per proporre un altro punto di vista sul Palazzo, sul museo e sulla Città.
Nel mese di dicembre è stato inaugurato un nuovo allestimento dello spazio riservato alla terracotte al piano terra di Palazzo Madama. Le opere esposte provengono da edifici demoliti a fine ottocento a Torino e in Piemonte. Si tratta di una selezione di 40 opere che documentano lo sviluppo nei secoli di motivi decorativi e tecniche esecutive.
Il tema-guida della sala è La civiltà del cotto.
Nel corso del Quattrocento, accanto al tradizionale uso della pietra, si afferma, nell’architettura, l’uso della terracotta. Grazie alle caratteristiche della materia prima, economica e resistente, estremamente duttile e in grado di adattarsi ai cambiamenti imposti dal gusto, le fornaci piemontesi lavorarono a pieno ritmo fino alla fine del secolo.
I motivi decorativi sono simili a quelli usati nella scultura in pietra e dell’intaglio ligneo. Nel passaggio tra Tre e Quattrocento le mattonelle con la decorazione arcaica di tipo geometrico, diffuse su tutto il territorio piemontese, convivono con la nuova generazione dell’ornato vegetale (cardo, vite, ghiande, zucca), che propone immagini tratte dai ricettari e dagli erbari.
Nella seconda metà del XV secolo compaiono esempi di mattoni figurati con animali che si ispirano ai Bestiari medievali; sul finire del secolo la lavorazione della terracotta raggiunge la sua maturità con raffigurazioni di santi, puttini e personaggi fantastici.

Info:
PALAZZO MADAMA – MUSEO CIVICO D’ARTE ANTICA – Piazza Castello – 10122 Torino
fino al 31-12-2009 con orario: martedì-sabato 10-18; domenica: 10-20; chiuso il lunedì.

 

Autore: Carlo Lo Cascio

ALESSANDRIA.‘900. Cento anni di creatività in Piemonte.

Novi Ligure, Acqui Terme, Valenza e due sedi nel capoluogo ripercorrono, attraverso 250 opere di oltre 150 artisti, una stagione irripetibile che ha tracciato un solco indelebile nella storia dell’arte del XX secolo.

Il percorso espositivo si sviluppa da Pellizza da Volpedo a Giulio Paolini, da Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Felice Casorati, fino a giungere a Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Aldo Mondino, Giuseppe Penone, Gilberto Zorio, e molti altri ancora.

Fino al 26 aprile 2009, Alessandria e la sua provincia celebrano la grande e irripetibile stagione dell’arte piemontese del Novecento. L’esposizione, dal titolo ‘900. Cento anni di creatività in Piemonte, è promossa dalla Società Palazzo del Monferrato e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, in collaborazione con il Comune di Alessandria, il Comune di Novi Ligure, il Comune di Acqui Terme, il Comune di Valenza, col contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria, della Banca Popolare di Milano, ed è curata da Marisa Vescovo, in collaborazione con Giuliana Godio e Isa Caffarelli.
L’iniziativa abbraccia cinque sedi – Palazzo del Monferrato e Palazzo Cuttica ad Alessandria, il Museo dei Campionissimi a Novi Ligure, il Movicentro ad Acqui Terme e l’oratorio di San Bartolomeo a Valenza – e presenta 250 opere di oltre 150 artisti che hanno tracciato un solco indelebile nella storia dell’arte del XX secolo, sia nella pittura, che nella scultura, che nella grafica.
Ad Alessandria, la sezione allestita a Palazzo del Monferrato esplora la pittura piemontese del primo ‘900, da Morbelli a Pellizza da Volpedo, Carrà, Chessa, Casorati, mentre a Palazzo Cuttica sarà protagonista l’arte prodotta in provincia di Alessandria, in un percorso tra le pubbliche collezioni d’arte, da Bozzetti e Morando a Dina Bellotti, Fallini, Porta, Marchelli e Maddalena Sisto.
Al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure, si troveranno le opere del secondo ‘900, da Spazzapan a Merz, Mastroianni, De Maria, Salvo.
Gli altri due segmenti testimoniano, al Movicentro di Acqui Terme, l’importanza del Piemonte nel campo della scultura e dell’installazione contemporanea (da Mainolfi a Grassino, Viale, Bolla, Todaro), e all’oratorio di San Bartolomeo di Valenza, in quello delle tempere, degli acquerelli e dei disegni (da Bistolfi a Pistoletto, Boetti, Cremona, Paulucci).
Infatti, il Piemonte, forse come nessuna altra regione italiana, ha visto crescere personalità che hanno dato impulso, per tutto il secolo scorso, a movimenti e correnti artistiche come il Divisionismo, il Futurismo, la Metafisica, il Novecento, l’Astrattismo, la Pop art, l’Arte povera e l’Arte concettuale.
Il percorso espositivo prende avvio alla fine dell’Ottocento, da Pellizza da Volpedo e dalla grande stagione divisionista e post-divisionista, con Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Cesare Maggi, Matteo Olivero, Angelo Barabino, e prosegue con Giacomo Balla e Carlo Carrà, che hanno traghettato l’arte italiana dapprima verso il Futurismo, quindi alla Metafisica, a Novecento, all’astrattismo ottico percettivo.
Ma in Piemonte, dopo l’arcaismo di Carrà, ha trovato grande spazio, tra il 1910 e il 1940, il mondo di Felice Casorati, malinconico e crepuscolare, che passato dal florealismo a una forma di “anti-classicità” densa di simboli metafisici.
Al suo fianco ha assunto una ben precisa collocazione, fin dal 1929, il “Gruppo dei sei”, decisamente antinovecentista, composto da Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio, Carlo Levi, Enrico Paulucci, Jessie Bosswel, che contrapponevano al ritorno all’ordine, il “gusto dei primitivi” teorizzato da Lionello Venturi ed Edoardo Persico.
A Torino è nato, nel 1923, anche il “Secondo futurismo”, capitanato da Fillia, polemista e scrittore, fondatore, insieme a Pozzo, Djulgheroff, Farfa, il ‘Movimento futurista torinese’ e i ‘Sindacati artistici futuristi’.
In Piemonte, poi, hanno trovato terreno fertile anche identità isolate, ma interessanti, come Pietro Morando, Adriano Parisot, Paola Levi Montalcini, Umberto Mastroianni, e soprattutto la geniale personalità dell’architetto, fotografo, romanziere, designer, Carlo Mollino, che ha inciso un solco profondo per molti anni nell’arte piemontese. Tra gli architetti, non si può non ricordare la personalità dell’alessandrino Ignazio Gardella.
Dagli anni Cinquanta, fino ad oggi, il Piemonte è stato una fucina di movimenti e di singole identità che hanno avuto, e hanno tuttora, una valenza internazionale sia di mercato che di qualità e importanza, come l’Informale — con la pittura di Piero Ruggeri, Giacomo Soffiantino, Sergio Saroni e, in maniera autonoma e più utopica Pinot Gallizio — la forte presenza di Luigi Spazzapan e anche dello scultore Franco Garelli, ha segnato la discesa nella dimensione dell’esistenza psichica, ponendosi così contro il razionalismo astratto dilagante altrove.
In seguito, altri artisti hanno colto la possibilità di uscire dalla misura individuale imposta dall’Informale e hanno iniziato a rendersi conto dei rapporti fondamentali con l’ambiente fisico e sociologico. Nasce quindi un’arte di relazione, quale la Pop-art, con Piero Gilardi, Aldo Mondino, il primo Michelangelo Pistoletto, Ugo Nespolo.
L’ala più minimalista della pittura degli anni Settanta è stata quella delineata da Marco Gastini e Giorgio Griffa, mente Salvo inseguiva ante-litteram un citazionismo tutto mentale, insieme alle installazioni di Claudio Parmiggiani, e contemporaneamente a Luigi Mainolfi che portava il suo mondo fantastico all’interno di sculture di terracotta di grande fascino.
Tutto questo avveniva mentre Piero Fogliati inseguiva l’utopia di una “città fantastica” legando arte e scienza e Nicola De Maria rappresentava il lato pittorico-poetico della Transavanguardia.
Ma il Piemonte è stato protagonista anche negli anni Ottanta con Piero Bolla, Riccardo Cordero, Luigi Stoisa e Sergio Ragalzi, così come, tra il 1990 e il 2008 si presenta con artisti giovani che hanno raggiunto in breve una notorietà internazionale: Pierluigi Pusole, Daniele Galliano, Francesco Sena, per la pittura, Paolo Grassino, Mimmo Borrelli, Saverio Todaro, Fabio Viale, Nicola Bolla, Luisa Valentini, Enrica Borghi, Diego Scroppo, per la scultura, Monica Carocci, Giulia Caira, Botto & Bruno, Enzo Obiso, Marzia Migliora, per la fotografia.

La mostra si avvale per la promozione della collaborazione di Civita ed è accompagnata da un catalogo Silvana editoriale che presenta, oltre al testo della curatrice, un saggio critico di Maurizio Calvesi.

Info:
Sezioni ALESSANDRIA, Palazzo Monferrato (Via San Lorenzo 21)
Il Primo ‘900 (da Morbelli a Pellizza da Volpedo, Carrà, Chessa, Casorati)
 
ALESSANDRIA, Palazzo Cuttica (via Parma 1)
Alessandria oltre il Moderno. Un percorso tra le pubbliche collezioni d’arte e il contemporaneo (da Bozzetti e Morando a Dina Bellotti, Fallini, Porta, Marchelli e Maddalena Sisto).
 
NOVI LIGURE, Museo dei Campionissimi (viale dei Campionissimi 2)
Il Secondo ‘900 (da Spazzapan a Merz, Mastroianni, De Maria, Salvo)

ACQUI TERME, Movicentro (via Alessandria)
La scultura e l’installazione contemporanea (da Mainolfi a Grassino, Viale, Bolla, Todaro)

VALENZA, Oratorio di San Bartolomeo (piazza Lanza)
Le tempere, gli acquerelli e i disegni (da Bistolfi a Pistoletto, Boetti, Cremona, Paulucci).

Orari: Dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. Chiuso lunedì.

Informazioni: Palazzo del Monferrato: numero verde 848 886622 – 199 199 111. 

Link: http://www.palazzodelmonferrato.it

AOSTA. Futurismi.

Il Centro Saint-Bénin di Aosta ospiterà, fino al 26 aprile 2009, la mostra  “Futurismi” curata da Claudio Rebeschini. L’esposizione, organizzata dal Servizio Attività Espositive dell’Assessorato Istruzione e Cultura, intende celebrare il centenario della nascita del futurismo, movimento che ha segnato profondamente il Novecento dal punto di vista artistico, letterario e culturale.

La finalità dell’esposizione è non soltanto quella di verificare alcuni aspetti del futurismo,  ma di capire la molteplicità della sua distribuzione topografica sul territorio italiano. Questa sua peculiarità lo ha reso diverso da altre avanguardie storiche novecentiste, come ad esempio il Cubismo, considerato a ragione come espressione dell’ambiente parigino. Gli aspetti transnazionali del futurismo e gli ambiti d’intervento sono inoltre variegati e spaziano in tante e tali direzioni che risulta difficile classificarle per tipi di produzione e per ideologie. Le innovazioni apportate dal movimento di Marinetti nel mondo dell’arte ebbero sin dal 1909, anno della prima  pubblicazione del manifesto futurista, un’ampia eco in Europa e possono essere poste in relazione con le altre avanguardie storiche.

La mostra presenta al pubblico una selezione di opere di vari artisti che documentano la diffusione del futurismo nelle diverse regioni d’Italia. In Italia il futurismo vide un’intensa attività tra Milano, Roma e Firenze e, a partire dagli anni dieci del Novecento, la sua diffusione territoriale, legata soprattutto alle memorabili serate futuriste organizzate da Marinetti, diventò tangibile. Accanto a questi centri storicamente consolidati si trovano, infatti, anche originali realtà come Gorizia, Savona, Padova, Macerata, Palermo. La presenza attiva dei “gruppi futuristi” nei cosiddetti centri minori è stata, solo recentemente, ricollocata in una giusta dimensione riconoscendo, a questi, quel ruolo innovatore e propulsore che sarebbe stato difficilmente possibile avere in un’Italia costretta dalle strutture dell’ufficialità corporativa del onnipresente presente Sindacato Artisti.

In mostra 40 dipinti, per la maggior parte ad olio, e 30 bozzetti, provenienti da collezioni private e da istituzioni museali di arte contemporanea quali il MART di Rovereto, firmati da artisti futuristi tra cui Fillia, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Leonardo Dudreville, Tullio Crali e molti altri.

La mostra sarà corredata da un catalogo bilingue italiano-francese edito da Skira con contributi critici di vari autori tra cui Claudio Rebeschini, Enzo Di Martino e Francesca Duranti.

Info:
Centro Saint-Bénin Via Festaz, 27 – Aosta
Orario: tutti i giorni dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18.30
Biglietti: € 3,00 intero, € 2,00 ridotto
in abbinamento con l’ingresso alla mostra “Memorie del Grand Tour” presso il Museo Archeologico Regionale  € 6,00 intero, € 4,00 ridotto.
Centro Saint-Bénin: tel. 0165.272687 – Servizio attività espositive: tel. 0165.274401

Link: http://www.regione.vda.it

Email: u-mostre@regione.vda.it

UDINE. Splendori del gotico nel Patriarcato di Aquileia.

L’iniziativa, a cura dei Civici Musei di storia e arte del Castello di Udine, rievoca la grande e feconda epoca della diffusione del tardo gotico negli ultimi anni del potere patriarcale in Friuli, momento di notevole complessità, in cui si sviluppa uno stile particolarissimo, frutto dell’incontro e del reciproco influsso di culture diverse e lontane. Punto di partenza è il restauro, finanziato dalla Regione FVG e dalla FriulAdria-CréditAgricole, dei lacerti di affresco quattrocentesco della cappella del Beato Odorico da Pordenone, annessa alla chiesa ove si svolge la mostra.

 

La chiesa, fin dall’inizio del Trecento splendidamente affrescata, fu decorata in origine grazie alle cospicue donazioni di numerosi testatori ed agli interventi del Comune di Udine. Nel corso degli ultimi anni, altri generosi donatori si sono susseguiti per far riemergere le parti fortunosamente conservate della decorazione ad affresco della chiesa.

 

Gli affreschi che decoravano gran parte di due lati della cappella del Beato Odorico, eseguiti dopo il 1435 ed oggetto del recente restauro, costituiscono un capitolo poco considerato dell’arte gotica in Udine ed in generale nel Patriarcato. Ciò si deve in primo luogo allo stato di conservazione degli affreschi, staccati non senza polemiche tra il 1938 ed il 1939, danneggiati da un incendio nel corso della seconda guerra mondiale e poi gravemente degradati a motivo del loro collocamento in un letto di cemento, come era d’uso a quei tempi. Per queste ragioni la brillantezza dei colori, la ricchezza della composizione ed anche il preciso significato di molte scene sono rimasti fino ai giorni nostri solo in parte compresi.

Il restauro costituisce, dunque, a tutti gli effetti una riscoperta e permette anche di collocare nella giusta luce la funzione dei francescani come committenti di importanti decorazioni artistiche non solo nel Trecento, ma anche nella prima metà del secolo successivo, quando erano attivi in regione gli artisti friulani Baietto e Domine, di cui poco si sa e che forse poterono non essere completamente estranei anche al nostro ciclo.

Il restauro ha permesso di ancorare ad un terminus post quem l’esecuzione del ciclo, ovvero il 1435 anno in cui la facciata della chiesa fu ridotta nella forma che si vede ancor oggi, facciata che i lavori di pulitura hanno consentito di riconoscere nell’ultima scena. I termini cronologici vanno dunque dalla prima metà del Trecento – propriamente dalla morte di Odorico, avvenuta nel 1331, e dall’avvio del suo culto – alla prima metà del Quattrocento, ovvero al completamento della decorazione pittorica nella cappella.

Più volte negli scorsi anni è stata giustamente ricordata, in special modo nella sua città di origine, la figura di Odorico da Pordenone. Come molti altri francescani non ebbe paura di affrontare l’ignoto spingendosi sempre più ad est fino ad arrivare alle lontane India e Cina, dove trovò ad accoglierlo altri confratelli. A differenza di loro ed a somiglianza di Marco Polo, dettò le memorie dei suoi viaggi in un resoconto che fu molto popolare ed ebbe un numero rilevante di copie in circolazione. In esso narrava, tra l’altro, di come avesse potuto recuperare i resti di alcuni francescani martirizzati e li avesse messi in salvo per render loro gloria. Su questo si sofferma in parte quanto del ciclo è giunto fino a noi.

Di fatto, al suo rientro a Udine, da dove probabilmente era partito intorno al 1318, Odorico apparve come circonfuso di gloria e quando morì sembrò naturale considerarlo un santo, tanto che subito furono inviati in tutto il patriarcato alcuni commissari per verificare la realizzazione di eventuali miracoli. La presenza fisica di un corpo santo era considerata apportatrice di prestigio, di indubbi vantaggi spirituali ed anche di ricchezza economica, che poteva derivare dalle offerte e dai pellegrinaggi. Così da subito Odorico divenne il santo di Udine ed il comune non ebbe difficoltà ad ordinare a uno degli scultori più apprezzati di Venezia un’arca adeguata alla sua importanza, arca che poi fu valutata come un’opera meritevole di essere pagata ad un prezzo superiore a quello pattuito. L’arca, che oggi si trova nella chiesa del Carmine in via Aquileia, dove fu riallestita nel 1931, sesto centenario della morte di Odorico, fu uno dei monumenti che quasi a gara spuntavano nelle diverse città dell’Italia nordorientale, quali Aquileia, Udine, Treviso, Venezia, per volontà di committenti ecclesiastici o delle comunità locali.

L’ordine francescano fu un potente canale di diffusione del culto, spontaneo ancorché appoggiato dalla chiesa locale, di Odorico, che venne raffigurato in più chiese. Un ciclo di grande importanza si conserva nella chiesa di San Fermo a Verona, ma anche in Friuli vi erano certo parecchie rappresentazioni (ad esempio a Venzone).

Nel corso degli studi di preparazione della mostra sono state individuate due ulteriori raffigurazioni trecentesche di Odorico, eseguite probabilmente nei primi anni Trenta del Trecento, ovvero nella chiesa di San Francesco di Cividale ed in quella di Udine, precisamente nei due conventi in cui il beato visse per alcuni anni. All’inizio del trecento i francescani erano sommamente desiderosi di esibire i loro tesori, ovvero le persone riconosciute ufficialmente dalla chiesa come santi. Il primo era naturalmente San Francesco, seguito a ruota da Sant’Antonio da Padova. Nel 1317 si era unito San Ludovico da Tolosa, fratello di Roberto d’Angiò, per cui nello stesso anno Simone Martini realizzò una pala a Napoli.

Il culto del Beato Odorico veniva lanciato, per così dire, negli anni stessi in cui il patriarca Pagano della Torre aveva ridato impulso alla basilica di Aquileia come contenitore di reliquie di santi, promovendo la realizzazione di arche-altari. Ma anche un secolo più tardi esso non si era spento come dimostra appunto il vasto impegno economico che certo richiesero gli affreschi della cappella a lui dedicata presso la chiesa di San Francesco a Udine.

L’opera di alcuni Patriarchi di Aquileia, vissuti nel periodo gotico, fu essenziale per la comunità locale non solo sotto l’aspetto artistico. Così, nel 1348, contraddistinto dall’infuriare della peste, da un tragico terremoto e da una conseguente carestia, Bertrando di Saint-Geniès, energico patriarca di origine francese, attraverso il suo più stretto collaboratore, Guido de Guisis, qui sepolto, fece venire a Udine Vitale da Bologna che impresse una impronta decisiva all’arte locale. Lo stesso patriarca eresse, fece decorare ed ornò con oreficerie le principali chiese del Friuli. In una situazione di grave emergenza seppe attraverso la cultura e l’arte indicare una strada di salvezza.

In maniera non dissimile si comportò il suo successore Nicolò di Lussemburgo, che trasse giovamento anche dagli stretti legami con il sacro romano imperatore Carlo IV, suo fratellastro. Grazie a loro, si respira un’aria più alta nel patriarcato. Si guarda all’Europa centrale, non solo a Praga, ed alla Francia, ma anche all’Italia meridionale, intrisa nel periodo angioino di cultura gotica francese.

Il vivace interscambio tra regioni a sud ed a nord delle Alpi è indicato in mostra anche da preziose oreficerie e da manufatti di pregio che dal campo profano potevano poi passare a quello religioso, come i cofanetti portareliquie di cui è esposto un eminente esempio, poco noto in Italia. Di straordinario interesse è anche il codice praghese trecentesco di Dalimilo che presenta per la prima volta dal punto di vista dell’Italia settentrionale una cronaca della Boemia. Manoscritto pregiatissimo, è stato concesso dopo molte esitazioni e per la prima volta ad un museo al di fuori della Repubblica ceca.

Il percorso cronologico della mostra arriva fino alle manifestazioni artistiche del primo umanesimo. Mentre nel catalogo ci si sofferma sugli affreschi del primo quattrocento nella cappella Ricchieri del Duomo di Pordenone, che rivelano echi di Gentile da Fabriano, in mostra è visibile parte della decorazione del palazzo di Antonio Altan di Salvarolo a San Vito al Tagliamento. Costui, vero e proprio homo novus all’origine di una famiglia che arriva fino ai giorni nostri, riuscì a percorrere i diversi gradi della carriera ecclesiastica che lo portarono dal capitolo di Aquileia al seggio vescovile di Urbino e quindi a un contatto strettissimo con la corte papale, fino a diventare nunzio pontificio nel concilio di Basilea che era stato indetto anche per tentare l’unione delle chiese di oriente e d occidente. Le sue frequentazioni letterarie gli fecero  citare versi della Divina Commedia al di sotto di raffigurazioni che riecheggiavano soluzioni iconografiche romane del suo tempo. Di questo personaggio, nel corso dei lavori preparatori per mostra, si è potuto riconoscere il sigillo, già creduto di un ignoto Tano.

Nel momento in cui lo stato patriarcale si è dissolto (1420), non vien meno la capacità dei più avvertiti esponenti della classe dirigente locale di rimanere aggiornati rispetto all’evoluzione culturale dei centri maggiori, da cui importano le nuove tendenze.

 

La mostra

Dato che la mostra nasce intorno ad un importante restauro, la prima e più consistente parte delle opere esposte è rappresentata proprio da frammenti di affresco, che vengono da Pordenone, da Polcenigo, dal convento dei francescani a Cividale, dal Duomo di Udine (La Flagellazione di Vitale da Bologna), da Tenzone. Chiudono la sezione della pittura alcuni frammenti di affresco del quattrocentesco palazzo Altan di San Vito al Tagliamento. Ma l’opera certo più importante è un preziosissimo dittico dipinto alla metà del Trecento, forse per commissione dello stesso Bertrando di Saint-Geniès, dal pittore viterbese Matteo Giovanetti che fu attivo alla corte papale di Avignone.

La scultura presenta una significativa rassegna di opere lignee (Madonne, crocifissioni) e si conclude con l’importante Vesperbild di Aquileia che segna una ulteriore tappa degli influssi transalpini nel cuore stesso del patriarcato ancora all’inizio del Quattrocento.

Il percorso del gotico è scandito da importanti documenti manoscritti, non solo relativi al convento di San Francesco a Udine, ma anche ai Battuti, in parte siglati dal Papa o dal patriarca di Aquileia. Tra i documenti vi è un importantissimo codice miniato che proviene dalla Marciana di Venezia. Accanto ad esso altri codici conservati in biblioteche friulane danno conto dei progressi della scrittura e della lingua friulana e della miniatura.

I racconti cavallereschi che certo erano molto letti e che ispirarono anche le decorazioni domestiche (ne sono prova le catinelle dal museo di Pordenone) sono ben rappresentati da La grant queste del Graal, che si affianca ad altre opere miniate.

Una parte importante è quella dell’oreficeria che presenta due assoluti capolavori del gotico friulano (forse cividalese) ovvero la croce dei principi e la coperta del Vangelo di San Marco, accanto ad altre croci astili, reliquiari e preziosi contenitori.

Infine, la cultura materiale presenta una serie di stoviglie francescane accanto a ceramiche di maggior valore ed a cuspidi di balestra, come quelle fabbricate per ordine di Bertrando dai fabbri di Udine che fecero decorare la loro cappella in Duomo a Vitale. Si ricorda la maiolica arcaica di palazzo Savorgnan e della Casa della Confraternita in Castello, Castello Superiore di Attimis. La lavorazione del ferro è documentata da punte di freccia e cuspidi di proiettili per armi da lancio provenienti dal Castello Superiore di Attimis; la lavorazione del legno in cornici che decorano arredi sacri, ecc.; quella del vetro nella Casa della Contadinanza in Castello.

Da ultimo, il nome di Bertrando è ormai indissolubilmente legato ai paramenti con cui venne sepolto in Duomo a Udine nel 1350: tra questi le famose calze con l’aquila del Patriarcato. Questi rimangono visibili nel Museo del Duomo mentre in mostra viene presentata una serie di tessuti che presentano la diffusione dei motivi pittorici anche nei paramenti sacri trecenteschi. 

 

 

(da Messaggero Veneto, 10/12/2008, a cura di Maurizio Buora, direttore Civici Musei di Udine)

 

 

Catalogo:

AA.VV. Splendori del gotico nel patriarcato di Aquileia, Civici Musei, Udine 2008, pp. 247 € 25,00 – ISBN 978-88-95752-04-4

          Cesare Scalon, Il patriarcato di Aquileia nel Trecento;

          Enrica Cozzi, Pittura di epoca gotica e tardogotica nel patriarcato di Aquileia;

          Paolo Casadio, Il contributo dell’attività di tutela alla conoscenza della pittura murale di età gotica a Udine;

          Raffaella Brusamonti, Paolo Casadio, Il restauro degli affreschi con Storie del Beato Odorico da Pordenone;

          Claudio Moretti, Note sulla iconografia delle storie del beato Odorico;

          Emanuela Tabiadon, Documenti per la storia della chiesa e del convento di S. Francesco a Udine;

          Elisabetta Francescutti, Alle estremità di un’epoca: analisi tecnica e vicende conservative di due ciclo di affreschi del Friuli occidentale, con appendice tecnica a cura di Giancarlo Magri, Giovanni Magri, Giovanna Nevyjel, Claudia Ragazzoni;

          Michele Tomasi, Santi, scultori, committenti nel Friuli gotico: attorno all’arca di Odorico da Pordenone;

          Gilberto Ganzer, Il gotico a palazzo Ricchieri;

          Cesare Scalon, Produzione e fruizione del libro nel Friuli del Trecento;

          Federico Vicario, Il friulano tra XIV e XV secolo;

          Giuseppe Bergamini, La miniatura in Friuli nel periodo gotico;

          Giuseppe Bergamini, Paolo Goi, Oreficeria;

          Maurizio Buora, Appunti sulla cultura materiale del Trecento e del primo Quattrocento;

          Maria Beatrice Bertone, Abbigliamento, tessuti e ricami in Friuli (secoli XIII-XIV);

          Schede,

          Bibliografia.

 

 

Info:

Udine, Chiesa di San Francesco, fino al 19 aprile 2009

Orario: dal martedì al venerdì, 10,00-13,00 e 14,00-18,00;

sabato e domenica, 10,00-19,00; lunedì chiuso.

Tel. 0432271591, 271980

Ingresso: intero € 8,50; ridotto € 6,50 (comprensivo di audioguida). 

Link: http://www.comune.udine.it

Email: Civici.musei@comune.udine.it

Fonte:Messaggero Veneto

VICENZA. Palladio 500 anni.

La mostra PALLADIO 500 ANNI è la storia di una vita straordinaria: come un semplice spaccapietre sia riuscito a diventare il più famoso architetto veneto.
Il racconto è fatto attraverso documenti unici, ritrovati in cinque anni di ricerche da parte di una equipe internazionale di studiosi provenienti da Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, e Stati Uniti d’America.
Molti dei 78 disegni autografi di Palladio ritornano in Italia dopo la vendita da parte di Vincenzo Scamozzi all’architetto inglese Inigo Jones nel 1614. Presentano anche il Palladio dimenticato, cioè quei progetti mai realizzati, o per ragioni finanziarie oppure perché troppo avanzati per il suo tempo: il ponte di Rialto di Venezia, ville grandi come templi antichi, il progetto per un nuovo Palazzo Ducale dopo la distruzione causata dall’incendio del 1577.
Gli esperti hanno curato la realizzazione di oltre trenta modelli tridimensionali che chiariscono lo sviluppo spaziale dei disegni tracciati nei fogli di carta.
Oltre 40 dipinti rappresentano gli amici di Palladio, ritratti da grandi pittori come Veronese e Tintoretto e El Greco, ma anche i suoi nemici, come Jacopo Sansovino, di cui Palladio insidia il primato come leader dell’architettura a Venezia.
Splendide vedute di Canaletto e Zuccarelli mostrano gli edifici di Palladio .Ne emerge un Palladio inedito,  un Palladio  inventore di forme nuove e di  creative soluzioni per superare le difficoltà imposte dal sito, un  Palladio che, soprattutto negli anni della maturità, vuole emozionare con i propri edifici, usando il colore, gli ordini colossali, le viste scenografiche, un  Palladio ‘moderno’ , che cambia il volto di Vicenza e il modo di vivere nelle campagne del Veneto e le quinte del Bacino di San Marco a Venezia.
Si comprende così la portata innovativa del suo messaggio, e l’attualità della sua convinzione che l’architettura possa cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.

Info:
Vicenza, Palazzo Barbaran da Porto, Contrà Porti 11, fino al 6 gennaio 2009
Orario: dalla domenica al giovedì: 9,30 – 19; venerdì, sabato e festività: 9,30 – 21. chiuso il lunedì. Ad eccezione di lunedì 5/1/09 in cui la mostra sarà aperta al pubblico con orario 9.30 – 21.00.
Biglietti: intero 10 euro; ridotto 8 euro.
Visite guidate su prenotazione: gruppi massimo 25 persone, 100 euro
Scuole massimo 25 persone, 60 euro
Mostra promossa dal Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Royal Academy of Arts, Royal Institute of British Architects nell’ambito di “Andrea Palladio 500”, manifestazione promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Comitato Nazionale per il V Centenario della nascita di Andrea Palladio (1508 – 2008) e dalla Regione del Veneto – Comitato Regionale per le celebrazioni del cinquecentenario della nascita di Andrea Palladio, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
Dopo Vicenza, la mostra sarà allestita a Londra e negli Stati Uniti d’America.

Autore: Carlo Lo Cascio