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TORINO: Tornano a casa i gioielli sabaudi.

Grazie alle fondazioni bancarie e a Torino Musei molti cimeli appartenuti al Duca Carlo Emanuele I di Savoia tornano a casa. Ieri a Londra l’asta da Christie’s.

Tornano a Torino alcuni intimi cimeli appartenuti al Duca Carlo Emanuele I di Savoia, il sovrano che diede alla città il decoro architettonico di capitale. Sono i ritratti dei suoi figli piccoli: Margherita, futura duchessa di Mantova, e suo fratello Tommaso Francesco, primo principe di Carignano destinato a diventare famoso condottiero, dipinti dal pittore Giovanni Carraca, quando avevano 6 e 3 anni. Ritrovano casa con un carneo in corniola che raffigura Carlo Emanuele stesso e un medaglione gioiello, con scolpita l’immagine di sua mamma: Margherita di Valois.

Il merito di averli recuperati va alla Compagnia di San Paolo, alla Fondazione Crt e alla Fondazione Torino Musei. Sotto egida della Soprintendente Carlenrica Spantigati, li hanno acquistati all’asta di Christie’s che il 22 aprile scorso ha disperso la collezione di Maria Beatrice di Savoia, nota alle cronache mondane come “principessa Titti”.

Insieme hanno speso oltre 220 mila euro, che hanno consentito d’acquistare altri due importanti opere. La prima è un olio su tela di Claudio Francesco Beaumont. Raffigura il “Trionfo di Venere e Amore”. E’ il bozzetto preparatorio del secondo riquadro della volta che sovrasta la “Galleria della Regina” di Palazzo Reale, nota come “Galleria Beaumont”, dove l’Armeria Reale schiera le sue più importanti armature. Il secondo dipinto rappresenta 1’”Angelo dell’Annunciazione”. E’ attribuito al seguito della pittrice Elisabetta Sirani. Purtroppo le risorse piemontesi non sono state sufficienti a comperare un altro stupendo quadro di Carraca, raffigurante Vittorio Amedeo I bambino. E’ finito in Spagna.

Le tre fondazioni hanno dovuto ingaggiare un serrato confronto con i più ricchi collezionisti internazionali, che hanno portato le quotazioni alle stelle. Sono stati venduti tutti i lotti, per una cifra complessiva di 2 milioni e 400 mila sterline, equivalenti a oltre 3 milioni e mezzo di euro.

La “Fondazione Torino Musei” ha acquistato il pendente con la corniola intagliata che ritrae Carlo Emanuele I nel 1621 e il medaglione in madreperla con l’effige di sua madre Margherita di Valois. Il primo, valutato da Christie’s 880-1200 euro, è stato battuto a 29 mila euro.

L’altro monile, stimato 590-870 euro, ha richiesto una spesa di 15 mila euro. “Sono due pezzi rarissimi”, spiega Enrica Pagella, dirigente del Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama. “Facevano parte delle collezioni di Carlo Emanuele I. Verranno esposti nella ‘Torre dei Tesori’, al primo piano di Palazzo Madama, con gli altri gioielli appartenuti al Duca”.

La Compagnia di San Paolo è invece riuscita ad acquistare il ritratto della piccola Margherita di Savoia. Era valutato fra i 7300 e i 15 mila euro. E’ stato battuto a 48 mila sterline, pari circa 70 mila euro. Mentre il ritratto del giovane principe Tommaso è stato acquisito dalla Fondazione Crt per 45.600 sterline. Era valutato fino a 15 mila euro. E’ volato a oltre 66 mila e 500 euro. Andranno entrambi alla Galleria Sabauda, come la tela di Beaumont, valutata fino a 12 mila euro ed acquistata dalla Compagnia di San Paolo a 19.200 sterline, pari a circa 28 mila euro. Alla Sabauda andrà pure l’”Angelo dell’Annunciazione”, stimato fino a 1700 euro e acquistato per 5400 sterline, pari a oltre 7800 euro, dalla Fondazione Crt, che si è aggiudicata altri due lotti.

Sono un ritratto di scuola russa raffigurante la regina Elisabetta del Belgio con la principessa Maria-Josè bambina e un set da toeletta in argento. Saranno collocati al Castello di Racconigi.

Tommaso di Savoia – II principe-condottiero a 3 anni
Era il figlio più giovane di Carlo Emanuele I. Diede inizio al casato dei Savoia Carignano, che diede in seguito i natali a Carlo Alberto e quindi a Vittorio Emanuele II, il primo Re d’Italia. Il principino, qui ritratto a circa tre anni d’età, divenne il famoso condottiero che, con il fratello Maurizio, nel 1640 prese le difese del Ducato sabaudo contro le mire di annessione della Francia.

Margherita di Valois<-E’ la figlia del Re di Francia Francesco I. La ragion di Stato la assegnò già matura in moglie al Duca Emanuele Filiberto, ma i due si amarono teneramente. E’ stata la mamma di Carlo Emanuele I, che educò ad apprezzare non solo le arti militari, come voleva il padre, ma anche l’arte e la poesia.

Il bozzetto di Beaumont – L’ultimo pezzo della trilogia
E’ un bozzetto ad olio su tela, molto importante per Torino. Lo dipinse il pittore Claudio Francesco Beaumont (1694-1766), che ha dato nome alla galleria di Palazzo Reale che ospita la parata di armature dell’Armeria Reale. Beaumont la affrescò con un ciclo pittorico dedicato al trionfo dell’amore. La Galleria Sabauda possiede già altri due bozzetti, con questo completa la trilogia.

Carlo Emanuele I – Il guerriero poeta
”Attivo nei maneggi e mobile nei trattati, come prode nelle armi”. Così Alessandro Manzoni lo ritrae nei suoi “Promessi Sposi”. E’ stato il degno erede di Emanuele Filiberto, ma anche l’artefice del primo sviluppo architettonico di Torino, che trasforma da città medievale in Capitale monumentale.

Margherita di Savoia – La futura duchessa di Mantova
E’ la figlia minore di Carlo Emanuele I. Nel 1608 diventa la Duchessa di Mantova, moglie di Francesco IV Gonzaga. Ma la storia dell’arte la ricorderà sempre come una dolce bambina di 6 anni, così come l’ha ritratta il pittore Jan Kraek, più noto come Giovanni Carraca, eccellente pittore dinastico, al quale la Galleria Sabauda sta per dedicare una stupenda mostra antologica.

Autore: Maurizio Lupo

Fonte:La Stampa

ROMA: M-A-D 2005. MODA-ARTE-DESIGN. Il talento italiano prende forma.

E’ nata la prima collezione MAD 2005, frutto di un concorso rivolto ai giovani artisti italiani al di sotto dei trenta anni, ideato dalla Nastro Azzurro.

Dopo un’accurata e attenta visione delle opere, in base alle quattro aree disciplinari – ARTE VISIVA, COMUNICAZIONE VISIVA, MODA e DISEGNO INDUSTRIALE -, le 28 triadi sono pronte per essere visionate sul sito www.nastroazzurro.it (dove i lavori più cliccati riceveranno un ulteriore premio in denaro) e fra qualche settimana partiranno per un tour estivo che comincerà da Roma, per toccare Milano e le più esclusive località di villeggiatura.

‘Siamo molto soddisfatti, non ci aspettavamo così tante proposte interessanti, ‘ dice Gianni Mercurio direttore artistico del progetto.

M.A.D. è destinato a diventare un happening annuale, che offrirà a giovani artisti l’opportunità di esprimere il proprio estro, mettendo nello stesso tempo a loro disposizione una vetrina di prestigio a livello nazionale, oltre che premi in denaro per muovere i primi passi nella realizzazione dei loro sogni.

Il MAD, infatti, e’ stato pensato per sostenere i giovani talenti italiani, dando spazio alle loro intuizioni interpretative e allo sviluppo di idee nuove, capaci di coniugare al meglio brio, carisma e fascino, valori che costituiscono l’essenza del brand NASTRO AZZURRO e sinonimo di ‘italianità’ .

La giuria, che ha selezionato le opere, assegnerà i premi relativi alle quattro sezioni in concorso il 9 settembre a Roma presso lo ‘ Spazio ETOILE ‘.

L’importanza del concorso MAD è sottolineata dalla scelta di una giuria estremamente eterogenea: personalità capaci di potenziare al meglio il progetto grazie al loro contributo professionale altamente specializzato.

Veri e propri opinion leader, capaci di fare la differenza; questi i loro nomi:
– DIRETTORE ARTISTICO: Gianni Mercurio
– MODA: Elio Fiorucci
– DESIGN: Alessandro Mendini
– ARTE: Demetrio Paparoni

Sul sito www.nastroazzurro.it, sarà possibile vedere l’intera collezione di opere e votare le realizzazioni preferite, oltre che avere maggiori informazioni sulle date ed i luoghi dove verranno esposte.

Link: http://www.nastroazzurro.it

Email: exibartsegnala@exibart.com

Fonte:Exibart

Salvatore SETTIS: Umberto di Magna Grecia.

Umberto Zanotti Bianco merita di essere ricordato non solo per il contributo che dette all’archeologia magno-greca, da Sibari a Paestum, ma anche perché egli rappresentò e rappresenta una figura rarissima al giorno d’oggi, quella di un grande intellettuale che non disdegnava di scendere nell’arena dei problemi quotidiani del Paese, e che vedeva come essenziali per il suo sviluppo i temi del patrimonio culturale.

Quella che Zanotti Bianco ha perseguito in tutta la sua vita con ammirevole coerenza fu una battaglia contro l’ineguaglianza, soprattutto (ma non solo) tra il Nord e il Sud d’Italia. Alla radice di quel suo generoso, costante combattere per i poveri e gli oppressi (non per niente gli amici lo chiamavano ‘il cavaliere rose-croix’) fu un giovanile empito, propriamente religioso, che lo accompagnò fino alla morte. All’inizio, fu l’educazione nel collegio barnabita ‘Carlo Alberto’ di Moncalieri; ma il cuore del messaggio che egli vi recepì non aveva nulla di bigotto, anzi si nutriva, grazie specialmente al padre Giovanni Semeria, di una religiosità tutta volta all’agire e dei fermenti del modernismo, contestati e repressi dalla Chiesa ufficiale.

L’incontro decisivo per il giovane ‘piemontese di Creta’ (lì era nato, nel 1889, da un diplomatico italiano e da madre inglese), fu però quello con Antonio Fogazzaro. Letto “Il Santo”, romanzo che a Fogazzaro era costato la pesante censura della Chiesa romana, Zanotti fece di tutto per incontrare lo scrittore, e finalmente lo conobbe nell’autunno 1908, l’autunno in Valsola che un amico di quegli anni, Tommaso Gallarati Scotti, avrebbe sapientemente evocato. Da quell’incontro, vissuto con l’intensità febbrile di un adolescente, Zanotti trasse un principio a cui avrebbe sempre tenuto fede: evitare a ogni costo “il pericolo di una vita dell’intelletto che sia priva di ogni azione pratica nel campo sociale e morale”.

Pochi mesi dopo l’incontro con Fogazzaro, la sconvolgente notizia del tragico terremoto del 28 dicembre 1908, che rase al suolo Messina, Reggio e altri comuni nell’area dello Stretto, provocando un numero di morti vicino a centomila. Fogazzaro contribuì alla gara di solidarietà che percorse allora l’Italia, e fu per suo suggerimento che Zanotti Bianco partì immediatamente per unirsi alle squadre di soccorso. Fra le macerie di Messina conobbe Gaetano Saivernini (che vi aveva perso la famiglia) e Maksim Gor’kij: due incontri, questi, che si sarebbe tentati di prendere a simbolo di due importanti filoni della sua vita negli anni successivi, l’interesse per il mezzogiorno d’Italia e quello per le popolazioni slave oppresse dal governo zarista.

Fu così che nacque, nel 1910, l’Associazione nazionale per gli interessi del mezzogiorno d’Italia (Animi), con la presidenza onoraria di Pasquale Villari e quella effettiva di Leopoldo Franchetti.

L’uno e l’altro puntavano a una redistribuzione della proprietà agraria fra i contadini come fattore primario di rinnovamento economico e sociale. Zanotti, con Gallarati Scotti e altri, preferirono individuare come veicolo essenziale del riscatto del Sud la cultura e la scuola, e si ripromisero di aprire asili, scuole, biblioteche, ambulatori medici nei villaggi più derelitti (il consuntivo finale fu di oltre 2000 scuole in tutto il Sud, 649 nella sola Calabria).

Dopo che, per reggere le fila dell’ufficio reggino dell’Animi, Zanotti si trasferì a Reggio (1912), gli venne subito chiaro che andavano riscattati dall’emarginazione e dall’oblio non solo i contadini calabresi, ma anche i monumenti e le memorie storielle di quella e delle altre regioni del Sud. Dello stesso 1912 è la sua prima battaglia in favore dei monumenti bizantini e normanni di Calabria, ignorati e negletti. Ma anche qui, in una vita che tanto si nutrì di rapporti personali quanto di idee e di ideali, vi fu un incontro decisivo, quello con Paolo Orsi (1911). Il grande archeologo di Rovereto aveva già da molto tempo deciso di dedicare la propria vita all’archeologia della Sicilia e della Magna Grecia, e fu per Zanotti una guida sicura in quelle antiche civiltà.

“A me che cercavo di traversare quelle regioni chiudendo gli occhi su tutto ciò che non fosse la sofferenza del popolo, [Paolo Orsi] cominciò fin d’allora a instillare la profonda pietà dei monumenti della Calabria”. Pietas è qui la parola-chiave: uno stesso senso, laicamente religioso, di rispetto e di affezione, di identificazione coi cittadini più sfortunati, ma anche con l’archeologia e la storia di quei luoghi.

Si capisce così come dal seno stesso dell’Animi nascesse nel 1920 la Società Magna Grecia, presieduta da Paolo Orsi e diretta da Zanotti Bianco, intorno a cui presto si raccolsero archeologi come Pirro Marconi, ma soprattutto cittadini (come Eleonora Duse, Emesto Buonaiuti, Bernard Berenson, Lio-nello Venturi, Corrado Ricci). Fu in quella cornice che Zanotti ebbe un altro incontro decisivo, quello con l’archeologa Paola Zancani Montuoro.

Nella presentazione della Società Magna Grecia scritta in occasione del primo decennale di attività e pubblicata nel 1931, Zanotti faceva notare che il bilancio della direzione generale alle Antichità e Belle Arti d’Italia nel 1920 era di 39 milioni di lire, equivalente a quello del solo Metropolitan Museum di New York.

Sono le cifre ricordate da Paolo Orsi in un discorso al Senato (di cui era membro per nomina regia) del 1927.

Con un bilancio tanto esiguo, quale speranza poteva mai esserci di promuovere la ricerca archeologica al Sud? Ma la Società Magna Grecia ebbe un ruolo essenziale in una raccolta di fondi e in un dispiegarsi di progetti che, per dimensioni e per qualità dei risultati nell’Italia di quegli anni, appare oggi quasi incredibile.

Volte a correggere le disattenzioni del Governo, sia l’Animi che la Società Magna Grecia erano però viste con crescente fastidio, come focolai di opposizione al regime, e perciò furono costrette a chiudere e a riaprire sotto altro nome: l’Animi diventò nel 1939 ‘Opera Principessa di Piemonte’ (Maria José di Savoia fu sempre vicina a Zanotti Bianco), la Società Magna Grecia, sciolta nel 1934, rinacque poco dopo come ‘Società Paolo Orsi’. Solo dopo la guerra l’una e l’altra impresa poterono riprendere il nome originario; e solo allora il ruolo e il significato di Zanotti Bianco furono riconosciuti in modo adeguato, con la nomina a presidente della Croce Rossa Italiana ne] 1944, e poi ad accademico dei Lincei (1947), a presidente della stessa Animi (1951), quindi di Italia Nostra (dalla fondazione, 1955), e soprattutto con la nomina a senatore a vita, dovuta al presidente Luigi Einaudi (1952).

Le prime esperienze di archeologia sul campo per Zanotti furono in Sicilia: nel 1929 partecipò con Pirro Marconi agli scavi del tempio dorico di Himera, nel 1931 con Paolo Orsi e Rufo Ruffo della Scaletta a quelli di Sant’Angelo Muxaro. Nel 1932, osò affrontare da solo, con sondaggi nella Piana di Sibari, il tema arduo della localizzazione di quell’antica città, distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C, e seppe identificarla (come solo molti anni dopo sarebbe stato confermato) nell’area di Parco del Cavallo. Ma venne subito dopo il divieto di risiedere in Calabria, e quindi le ricerche più importanti e fortunate, quelle che portarono, in stretta collaborazione con Paola Zancani Montuoro, alla scoperta del complesso dell’Heraion alla foce del Sele, con la sua straordinaria decorazione figurata.

Questo diretto impegno di scavatore e ricercatore dette a Zanotti Bianco armi intellettuali ancor più affilate per condurre, come presidente di Italia Nostra (dal 1955 alla morte, 1963), la battaglia in favore della conservazione del patrimonio culturale e del paesaggio, negli anni in cui cominciava quella tumultuosa crescita economica che avrebbe generato in tutta Italia disordinati e spesso distruttivi interventi edilizi, cinici abusi, lottizzazioni e cementificazioni.

L’imperativo morale a cui egli sempre ubbidì (rompere il conformismo e il silenzio in nome di un senso profondo della giustizia e del diritto) si manifestò al meglio nell’attività iniziale di un sodalizio destinato a rappresentare (come fa ormai da cinquant’anni) una voce significativa in difesa del patrimonio culturale e ambientale, nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione repubblicana.

Di poco anteriore alla fondazione di Italia Nostra è la sdegnata lettera con cui Zanotti e altre personalità (fra cui Salvemini, Elena Croce, Corrado Alvaro, Carlo Levi, Gaetano De Sanctis) protestavano contro gli scempi nell’area della Via Appia antica. Pienissima fu dunque la continuità fra il giovane Zanotti, che durante la Prima guerra mondiale collaborò con Ugo Ojetti alla salvaguardia dei monumenti nelle zone di guerra, e lo Zanotti maturo che, in una situazione profondamente mutata, combatteva in tempo di pace un’ancor più dura battaglia.

Per la prima volta, sorgeva con Italia Nostra un’associazione ambientalista a livello nazionale, e nessuno meglio di lui poteva esserne il presidente, grazie a un’indiscussa autorità morale, sigillata ed esaltata dalla nomina a senatore a vita a soli 63 anni.

Autore: Salvatore Settis

Fonte:Il Sole – 24 Ore