Archivi categoria: Mecenatismo

MILANO. ART BUSINESS FORUM. Quando l’arte può aiutare l’impresa.

Milano, Area Bicocca, 23 – 24 novembre 2007.

Promosso da Hangar Bicocca (spazio dedicato all’arte e alla cultura contemporanea) e trivioquadrivio (società di consulenza culturale per lo sviluppo organizzativo) in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e con altri partner culturali, ART FOR BUSINESS FORUM è il primo appuntamento di un progetto pluriennale volto al riconoscimento del valore dell’arte per lo sviluppo d’impresa.

Il Forum si rivolge a professionisti, consulenti e manager di aziende orientate al valore e all’innovazione. E’ un’occasione per riflettere su un nuovo modello di sviluppo d’impresa che vede trasferire nell’organizzazione e nel suo management la cultura, i valori, la creatività e la sensibilità che appartengono da secoli al mondo dell’arte.

48 ore di incontri, tavole rotonde, workshop e serate d’arte aperti al pubblico in cui personalità internazionali del mondo dell’arte, della cultura e del design si confrontano con figure di spicco del mondo organizzativo (imprenditori, manager, consulenti d’impresa).

MAIN EVENTS:
Le lecture vedono Maxwell Anderson, direttore dell’Indianapolis Museum of Art, per la prima volta in Italia a raccontare come usare la creatività nello sviluppo d’impresa, l’esperto di future design, John Thackara a parlare del rapporto tra arte e innovazione, Severino Salvemini a disegnare un appassionante percorso di conoscenza sul rapporto tra cultura ed economia, Paolo Fabbri ad accompagnare il pubblico nel viaggio del ‘vedere’.
Gli incontri invece mostrano, attraverso casi specifici, le differenti prospettive del rapporto tra arte e business: Pier Luigi Celli, Direttore Generale dell’Università Luiss di Roma, e l’artista Michelangelo Pistoletto si confrontano sulla relazione tra arte e formazione; il ruolo dell’arte nella costruzione dell’identità d’impresa invece viene raccontato da Catterina Seia (Unicredit), Maria Paoletti (Fondazione Teseco) e Enrica Acuto Jacobacci (Studio Jacobaci&Partner); e poi ancora ‘arte e social&culture responsibility’ con Deutsche Bank Art, Touring Club e Università Cattolica e ‘arte e brand communication’, con Paolo Iammatteo di Enel e Andrea Illy.

Le altre occasioni di riflessione includono: la conversazione ‘Il territorio ferito: cultura, impresa, creatività a confronto’, promossa dal Touring Club Italiano; l’incontro ‘Arte e luogo di lavoro’, promosso da Deutsche Bank e Jacobacci & Partners; la conversazione ‘Visione e cambiamento: l’esperienza di C4, primo percorso manageriale con l’arte in Italia’; la tavola rotonda ‘Arte, finanza, investimento’.

In programma anche business art workshop a numero chiuso con gli artisti Debora Hirsch e Cesare Pietroiusti e con Maxwell Anderson.

Per il programma completo e per le iscrizioni, consultare il sito web: www.artforbusiness.it

Dove si svolge: Headquarter PirelliRE, Hangar Bicocca, Sede Deutsche Bank, Università degli Studi di Milano Bicocca.

Info.
Art For Business Forum – area Bicocca – 23-24 novembre
tel. + 39.02.58112940 – fax + 39.02.96873110.

Link: http://www.artforbusiness.it

Email: forum@artforbusiness.it

Fonte:Exibart.segnala

VENEZIA. 91esima Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa.

Come ogni anno, la Fondazione Bevilacqua La Masa rinnova il suo invito ai giovani artisti a presentare le loro opere a una giuria di esperti. La mostra che ne nascerà, e che avrà luogo nella sede di Piazza San Marco, comprenderà i lavori che saranno risultati più significativi e legati al nostro tempo: al tempo di una generazione che vede cambiare il mondo intorno a sé e che, di questo cambiamento, non è passiva spettatrice ma attrice. I partecipanti verranno selezionati, dopo la richiesta di partecipazione aperta a tutti, da una Commissione di Selezione formata da due critici d’arte, da due operatori del settore dell’arte contemporanea e da due artisti.
Anche quest’anno la Fondazione Bevilacqua ha promosso una Collettiva che intende dare voce a tutti i giovani artisti emergenti nel Triveneto e tutelare le specificità culturali del territorio. La possibilità di partecipazione resta comunque aperta agli artisti provenienti da tutt’Italia o da aree vicine, che si siano legati al Triveneto per motivi di studio o di ricerca, e che si relazionino con la nostra realtà in modo sempre più incisivo e continuativo. Si tratta di giovani compresi fra i 18 e i 34 anni, che dimostrino col loro lavoro una prima maturità di intenti ed un intuito artistico che meriti di essere incentivato e sostenuto.
Gli artisti che vogliono partecipare alla selezione devono presentare personalmente le proprie opere (tassativamente non più di due) presso la sede di palazzetto Tito (Dorsoduro 2826, 30123 Venezia) nei giorni di giovedì 1, venerdì 2 e sabato 3 novembre 2007 dalle 10 alle 17.
Il bando inoltre è aperto anche ai grafici. A loro è rivolto il bando che bandisce l’iniziativa di realizzazione dell’immagine della 91esima Collettiva.
Gli artisti che saranno selezionati dalla giuria parteciperanno alla mostra dedicata alle loro opere che si svolgerà nella galleria di piazza San Marzo. Esposizione che sarà inaugurata il giorno 8 dicembre 2007.

Di seguito bando completo:
REGOLAMENTO
1 – La Fondazione Bevilacqua La Masa bandisce la 91.ma Mostra Collettiva, aperta a tutte le espressioni artistiche. La partecipazione è riservata ai residenti o domiciliati nel Triveneto, o regolarmente iscritti ad Accademie di Belle Arti, e/o Istituti Universitari delle regioni del Triveneto. L’età dei partecipanti, alla data di presentazione delle opere, dovrà essere compresa tra i 18 e i 34 anni.
2 – Gli artisti concorrenti dovranno presentare personalmente le proprie opere (tassativamente non più di due) presso la sede di palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa a Dorsoduro 2826, 30123 Venezia, nei giorni giovedì 1, venerdì 2 e sabato 3 novembre 2007 (orario 10.00-17.00).
3 – Ciascun’opera non dovrà superare la misura di mt. 2 di base e mt. 2.50 di altezza o non dovrà occupare con una sua eventuale installazione una superficie superiore ai 3 metri cubi. Per le installazioni è richiesto un elaborato grafico che ne ricostruisca le misure, i termini, i mezzi di allestimento e ne riassuma il significato. Le opere dovranno portare a tergo, chiaramente indicati su apposita scheda di notifica, il nome e cognome dell’autore, il titolo dell’opera, l’anno di esecuzione, le misure, la tecnica. La responsabilità dei dati forniti ricadrà sull’ artista dichiarante.
4 – Ogni concorrente dovrà dichiarare, sempre sotto la propria responsabilità, che le opere presentate non sono state precedentemente esposte in altre mostre collettive o personali. Agli artisti non iscritti all’archivio viene richiesta la consegna di un portfolio, formato A4, contenente curriculum vitae e minimo 10 immagini (anche realizzate con stampante laser) che presentino l’attività svolta dall’artista. Il portfolio rimane a disposizione nell’archivio della Fondazione. Si ricorda altresì che gli artisti iscritti all’archivio devono aver aggiornato il loro materiale.
5 – La Commissione di Selezione, nominata dal Consiglio di Amministrazione, sarà composta dal Presidente della Fondazione, da due Critici d’Arte Contemporanea, da due Operatori del Settore dell’Arte Contemporanea e da due Artisti. Il Direttore della Fondazione partecipa ai lavori.
6 – La Commissione giudicatrice sceglierà, tra le opere presentate, quelle ritenute meritevoli di essere esposte nella Collettiva che si svolgerà presso la sede di palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa, dal 9 dicembre 2007 al 13 gennaio 2008 con inaugurazione sabato 8 dicembre alle ore 12.00.
7 – Agli autori giudicati più meritevoli saranno attribuite una borsa di studio del valore di Euro 2.066,00 e tre borse di studio del valore di Euro 1.292,00 messe a disposizione dalla Fondazione Bevilacqua La Masa. Ogni borsa di studio è comprensiva dell’acquisizione dell’opera, a discrezione della Commissione, e potrà offrire ai borsisti la possibilità di esporre in seguito il loro lavoro di ricerca nel quadro dei programmi culturali della Fondazione. Anche quest’anno verranno attribuiti riconoscimenti speciali e borse di studio grazie alla collaborazione di importanti enti ed imprese.
8 – La Fondazione avrà cura delle opere esposte, ma non assume alcuna responsabilità per eventuali danni, incendi, furti, smarrimenti, eventi naturali ecc. che avvengano durante il tempo in cui i lavori rimarranno in consegna. Gli imballi delle opere non possono essere tenuti in deposito presso la sede della Fondazione stessa.
9 – Tutte le spese di imballaggio e reimballaggio, trasporto andata e ritorno delle opere sono a carico dei partecipanti. Le opere non ammesse all’esposizione dovranno essere ritirate inderogabilmente dagli interessati presso la sede di palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa, Dorsoduro 2826, 30123 Venezia, nei giorni venerdì 16 e sabato 17 novembre 2007 (orario 10.00-17.00). Trascorso tale termine la Fondazione sarà autorizzata a disporre delle opere non ritirate.
10 – La presentazione di domanda di partecipazione comporta l’accettazione integrale del regolamento sopra descritto e consenso alla riproduzione fotografica o con qualsiasi altro mezzo delle opere presentate per qualsivoglia pubblicazione di carattere artistico o propagandistico.
11 – Tutte le comunicazioni inerenti alla mostra devono essere fatte pervenire alla Segreteria della Fondazione Bevilacqua La Masa, Dorsoduro 2826, Venezia.
Telefono 041/5208879 5207797 – Fax 041/5208955; e-mail: info@bevilacqualamasa.it

IMMAGINE GRAFICA 91.MA MOSTRA COLLETTIVA
REGOLAMENTO

1 – La Fondazione Bevilacqua La Masa bandisce un’iniziativa per la realizzazione dell’immagine della 91.ma Mostra Collettiva, aperta anche ai concorrenti della Collettiva annuale. La partecipazione è riservata ai candidati aventi i requisiti di cui all’art. 1 del bando della 91.ma Mostra Collettiva, ai quali è lasciata ampia libertà nella scelta del soggetto e della sua terpretazione.
2 – Il manifesto che sarà riprodotto avrà dimensione cm. 100 x cm. 70 di base, dovrà recare la seguente dicitura: ‘Fondazione Bevilacqua La Masa – Comune di Venezia – 91.ma Mostra Collettiva’ e dovrà contenere lo spazio necessario all’inserimento delle date di esposizione, dell’orario di apertura della mostra e degli eventuali loghi degli sponsor.
I progetti dovranno essere presentati in scala non inferiore a 1:5, su fogli A/4 (cm. 21 X 30) accompagnati da un CD contenente il formato digitale del manifesto.
3 – I progetti dovranno pervenire presso la sede di palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa di Dorsoduro, 2826, 30123 Venezia, nei giorni giovedì 1, venerdì 2 e sabato 3 novembre 2007 (orario 10.00-17.00) e dovranno essere accompagnati da nome, cognome, indirizzo e telefono dell’autore.
4 – Il giudizio, che è insindacabile, spetta alla Commissione giudicatrice della Collettiva, la quale si riserva, in sede di esecuzione, di concordare con l’autore eventuali modifiche.
5 – Il premio al progetto giudicato vincente è costituito dalla somma di Euro 775,00 e potrà rappresentare l’immagine del manifesto, dell’invito e/o della copertina del catalogo per l’edizione di quest’anno.
6- La Commissione giudicatrice selezionerà inoltre i 10 migliori progetti dell’immagine grafica (compreso il vincitore) che verranno esposti in un’apposita sezione della mostra collettiva.
7 – La Fondazione diverrà proprietaria a tutti gli effetti del progetto vincente e si riserva in seguito di farne l’uso più opportuno.
8 – I progetti non selezionati dovranno essere ritirati inderogabilmente dagli interessati presso la sede di palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa, Dorsoduro 2826, 30123 Venezia, nei giorni venerdì 16 e sabato 17 novembre 2007 (orario 10.00-17.00). Trascorso tale termine la Fondazione sarà autorizzata a disporre dei progetti non ritirati.
9) – La partecipazione ai concorsi comporta l’accettazione dei relativi regolamenti.

Info:
91esima Collettiva Giovani Artisti – Fondazione Bevilacqua La Masa – Dorsoduro 2826, Venezia.
Telefono 041/5208879 5207797 – Fax 041/5208955

Link: http://www.bevilacqualamasa.it

Email: info@bevilacqualamasa.it

Fonte:Exibart.segnala

NAPOLI. L’ultimo Caravaggio. Il martirio di Sant’Orsola restaurato.

Analogamente ad altri interventi dettati dall’attenzione verso la pubblica fruizione del proprio patrimonio artistico, Intesa Sanpaolo apre al pubblico la Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano.
Gli accurati lavori di restauro dello storico edificio di via Toledo, che Intesa Sanpaolo ha voluto realizzare, hanno riportato a nuova dignità l’intero edificio secentesco, ma in particolare sono gli apparati decorativi ottocenteschi del piano nobile ad avere ritrovata intatta la cromia originaria.
Convivendo con le normali funzioni istituzionali, la Galleria realizzata al piano nobile del palazzo restituisce così alla città la possibilità di ammirare l’estremo capolavoro della stagione artistica di Caravaggio che la Banca ha il provilegio di annoverare nelle proprie raccolte: Il Martirio di Sant’Orsola, dipinto da Michelangelo Merisi nel 1610, poche settimane prima della sua drammatica e solitaria morte.
Dopo quasi quattrocento anni di vita avventurosa e tormentata il dipinto approda alla quiete e al calore di una dimora.
Al termine di un impegnatico restauro, realizzato tra il 2003 e il 2004, e la sua successiva esposizione in importanti mostre in Italia e all’estero, la tela viene oggi proposta al pubblico accompagnata da un ricco apparato illustrativo e da sussidi multimediali che ne approfondiscono le incredibili peripezie di trasmissione proprietaria, di restauro, di comprensione critica. 

Perché sant’Orsola? Le ragioni del soggetto
Rispetto a diverse opere dell’ultimo periodo dell’artista, per questo dipinto si dispone di molti documenti, ritrovati poco meno di trent’anni fa. Soltanto da allora il dipinto si è imposto all’attenzione della critica nella sua inoppugnabile autografia. Era stato in precedenza attribuito da Roberto Longhi a Bartolomeo Manfredi, poi esposto a Napoli, nel 1963, con un incongruo riferimento a Mattia Preti, e finalmente rivendicato a Caravaggio, per ragioni stilistiche, da Mina Gregori nel 1974: la proposta della studiosa è stata confermata con il rinvenimento di un folto dossier documentario da Vincenzo Pacelli (1980).
I documenti forniscono luogo e data dell’esecuzione, la Napoli della tarda primavera del 1610; il nome del committente, il principe genovese Marcantonio Doria, figlio del doge Agostino; le circostanze dell’invio della tela nel capoluogo ligure (compresi i nomi della barca e del capitano che la guidava); alcuni dettagli sulla tecnica. A tutto ciò si aggiunge un titolo, che appare già nel 1620 in un inventario dei beni di Casa Doria: sant’Orsola confitta dal tiranno, indicazione in apparenza didascalica e descrittiva, in realtà preziosa per intendere una scelta iconografica insolita e controcorrente, come spesso accade nella ricerca caravaggesca.
La scelta del soggetto si deve al committente. Marcantonio Doria aveva sposato Isabella della Tolfa, vedova del principe di Salerno Agostino Grimaldi. La figlia di Isabella e di Agostino, Anna – figliastra dunque del Doria, ma da lui amata come «figlia carissima»: così leggiamo nel suo testamento -,  nel momento in cui era entrata nel monastero napoletano di Sant’Andrea delle Dame aveva assunto il nome religioso di Suor Orsola. L’affetto per la figliastra è il motivo della devozione di Marcantonio per sant’Orsola: lo apprendiamo dal post scriptum di un documento fondamentale, la lettera che l’11 maggio 1610 Lanfranco Massa, il suo procuratore napoletano, invia per ragguagli allo stesso Doria.
  
Una insolita iconografia

La scena è ridotta a cinque personaggi, uno dei quali ci trasmette l’estremo convincente autoritratto dell’artista. Malgrado l’esistenza di una tradizione consolidata Caravaggio omette ogni riferimento alle undicimila vergini martiri che, secondo il racconto della duecentesca Legenda aurea di Jacopo da Varazze, avevano accompagnato Orsola, figlia del re di Bretagna, sotto le mura della città di Colonia assediata dagli Unni: ciò ha determinato qualche incertezza tra i moderni studiosi dell’opera in merito all’esatta decifrazione del soggetto.
Ciò che vediamo è solo il terribile epilogo della vicenda. Dopo la strage il re barbaro propone alla giovane di divenire sua sposa e ne riceve in cambio uno sguardo sprezzante di sfida: «veggendosi schernito – scrive ancora Jacopo -, diede di mano ad uno arco e trafissela d’una saetta, e così compiette il suo martirio». Ecco l’origine, nell’inventario genovese, del titolo del dipinto:  sant’Orsola confitta dal tiranno.
Nel dipinto il dramma è consumato. Orsola osserva il dardo conficcato nel seno, il sangue che scorre.L’esigenza di mettere uno di fronte all’altra i protagonisti e di dare a ciascuno un fisico e concreto risalto ha costretto il pittore ad avvicinarli. Vediamo l’arco, ma non esiste lo spazio per vibrare il colpo.Per la prima volta, e proprio nel suo ultimo dipinto, Caravaggio non ci mostra un’azione nel momento in cui essa si compie, ma piuttosto i suoi effetti.
Con una simile impaginazione Caravaggio si mostra attento al dibattito teologico sulla raffigurazione dei santi sviluppatosi dopo il Concilio di Trento. La Chiesa mirava a ricondurre episodi troppo marcatamente celebrativi a una maggiore razionalità storica: nel caso di Orsola era opportuno insistere sulle cause di fondo del martirio (la difesa della fede e della castità), mostrarsi evasivi sulle forme concrete del supplizio e piuttosto scettici sulla straripante presenza delle altre undicimila compagne della santa. In assenza di certezze storiche il pittore si affida al racconto di Jacopo da Varazze, ma ne presenta solo gli elementi a suo avviso inoppugnabili.

Gli antichi restauri del dipinto
Grazie a una lettera dell’11 maggio 1610 redatta da Lanfranco Massa, procuratore napoletano del principe Doria, apprendiamo alcuni ragguagli sulla tecnica impiegata dal pittore: Caravaggio aveva adoperato una vernice «assai grossa» nell’esecuzione del dipinto e Lanfranco, per guadagnare tempo, aveva provato a farlo asciugare al sole. Gli effetti erano risultati disastrosi, causando un generale allentamento delle superfici cromatiche; il pittore era dovuto reintervenire. Dopo un paio di settimane le condizioni del quadro parevano migliorate; era stato collocato in «una scatola lunga signata pel suo nome» (ossia quello di Doria) e spedito a Genova con una feluca. Vi giunse il 18 giugno 1610, un mese esatto prima della misteriosa morte di Caravaggio sul litorale tirrenico. Nel capoluogo ligure la sant’Orsola rimase per quasi due secoli, sino a quando un gruppo di opere pervenivano a un ramo della famiglia Doria da tempo residente nel regno di Napoli. Il dipinto di Caravaggio tornava così nella città in cui era stato realizzato e dove nel 1972, dopo decenni di oblio, fu acquisito dalla allora Banca Commerciale Italiana come dipinto di Scuola caravaggesca per decorare i saloni di rappresentanza di Palazzo Zevallos.

Le novità dell’ultimo restauro
Nel 1831 un documento registrava il dipinto «molto daneggiato dal tempo, e da antichi ristori». Uno di questi restauri doveva aver seguito la morte del committente, avvenuta nel 1651, e si era tradotto in un incremento in altezza della tela, per circa 13 centimetri, con conseguenze rilevanti: la giustapposizione dei due supporti aveva allentato la stabilità dell’assetto, con inevitabili cadute di pellicola pittorica; le pieghe della tenda sullo sfondo erano state interpretate come lance e dotate di incongrue punte; le cromie erano state attutite con velature brunastre, alla ricerca di un’impossibile omologazione della superficie.
Il restauro conservativo sul Martirio di sant’Orsola, promosso da Banca Intesa tra 2003 e 2004 e realizzato nell’Istituto Centrale del Restauro di Roma da Giantomassi e Zari, ha apportato ulteriori elementi di sostanziale e a volte di eccezionale novità sulla conoscenza del quadro. Le indagini hanno permesso anzitutto di riconoscervi con certezza la mano di Caravaggio al di là delle pur inoppugnabili testimonianze archivistiche. L’impasto per la preparazione del fondo coincide infatti con quello, coevo, del San Giovanni Battista della Galleria Borghese; inoltre, gli strati della preparazione sono lasciati a vista nelle parti in ombra, seconda la procedura tipica del suo stile tardo; le pennellate chiare di abbozzo impostano direttamente le volumetrie delle figure, gli effetti chiaroscurali, le proverbiali rifrazioni luminose; l’esecuzione degli incarnati utilizza pochi toni cromatici per ottenere il modellato; non si riscontrano sulla tela tracce di disegno preparatorio, né di pentimenti.
Le indagini non si sono arrestate alla conferma dell’autografia, ma hanno anche restituito la tormentata vicenda secolare del dipinto, un’opera che ha molto sofferto, dal momento stesso dell’esecuzione. L’intervento ha ripristinato le dimensioni originali del quadro (l’aggiunta secentesca di 13 centimetri è stata collocata in un vano posteriore, ma all’interno della stessa incorniciatura), ha fatto riemergere un particolare iconografico e pittorico decisivo, ha restituito una tavolozza meno limitata della precedente, ha integrato le lacune pittoriche, mediante l’impiego di materiali completamente rimovibili.
  
L’ombra sulla veste della santa e La mano ricomparsa
Sino all’ultimo restauro al centro del mantello di Orsola si notava una strana ombra. Cosa poteva proiettarla? L’unica risposta possibile, data la fonte luminosa della scena – in alto a sinistra – conduceva alle nocche della mano sinistra del re: ma se fosse stato così la posizione dell’ombra avrebbe dovuto essere diversa, mentre in questo modo essa appariva come una sorta di scura proiezione del male. Sarebbe stato un unicum, in tutto il catalogo di Caravaggio, sempre così attento al realismo della rappresentazione.
In realtà si trattava di un’altra mano, scomparsa col tempo: la destra del personaggio con un cappello piumato, posto in secondo piano tra il carnefice e Orsola, una mano protesa invano a proteggere la santa dal colpo ormai inflitto. La cancellazione non è frutto di un pentimento di Caravaggio, ma di una generale riverniciatura dell’opera: al momento dell’esecuzione il pittore invece aveva dipinto dapprima il manto rosso, poi, ricorrendo esclusivamente a toni bruni, fragilissimi, la mano spalancata. Poi l’ombra della mano.
Qualsiasi interpretazione possiamo dare sul significato di questa mano che si protende così drammaticamente verso lo spettatore (l’estremo tentativo di proteggere la giovane dal supplizio, la segnalazione dell’istante di partenza del dardo…) è in realtà meno importante del suo valore pittorico, della dilatazione spaziale che conferisce alla scena. La mano ricomparsa ripristina infatti, sulla destra del dipinto, un assetto corale, semicircolare, simile a quello che caratterizza non poche tra le ultime opere dell’artista.  
 
L’ultima stagione di Caravaggio
Il 24 ottobre 1609 gli informatori romani del Duca di Urbino avevano avvisato il loro signore che Caravaggio «è stato ucciso o sfregiato a Napoli». Non era morto; ma gli estremi autoritratti, nel Davide con la testa di Golia e nel Martirio di sant’Orsola, rivelano che la misteriosa e spietata aggressione sulla porta dell’osteria del Cerriglio non aveva mancato di molto l’obiettivo.
Caravaggio aveva dovuto abbandonare Roma da qualche anno e definitivamente: il 28 maggio del 1606 aveva ucciso Ranuccio Tomassoni, un uomo d’arme legato alla potente fazione spagnola cui si appoggiava papa Paolo V Borghese, ed era stato condannato al bando capitale, il che significava che chiunque poteva, nelle terre pontificie, eseguire immediatamente una sentenza di morte. Dopo qualche mese, dal 23 settembre è a Napoli, dove realizza rapidamente una serie di dipinti che segneranno indelebilmente la scena figurativa partenopea: le Sette Opere di Misericordia per il Pio Monte, la Crocifissione di Sant’Andrea ora a Cleveland, le Flagellazioni di Capodimonte e di Rouen, la Madonna del Rosario (ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna).
La tappa successiva è Malta: qui un anno dopo diviene cavaliere dell’Ordine militare (e come tale firma la straordinaria Decollazione del Battista della Valletta); di lì a poche settimane, tuttavia, per un misterioso affronto a un confratello più potente, è giudicato da una commissione, incarcerato e, l’1 dicembre 1608, condannato alla privatio habitus, ossia all’espulsione dall’Ordine, tornando così alla mercé del potere pontificio e della vendetta spagnola. Caravaggio nel frattempo è già evaso, grazie a qualche protezione che non lo aveva abbandonato. Prima dell’ultimo ritorno a Napoli fa tappa a Siracusa, Messina, Palermo, lasciando in ogni città dolenti capolavori, dal Seppellimento di santa Lucia alla Resurrezione di Lazzaro. Nella capitale partenopea, dove si rifugia nel palazzo della marchesa di Caravaggio, Costanza Colonna Sforza, il Martirio di sant’Orsola risulta l’estremo impegno documentato dell’artista.
Nel frattempo il cardinal Scipione Borghese aveva interceduto con successo presso lo zio papa, per fargli revocare la pena capitale e consentirgli il ritorno a Roma. Il pittore si sarebbe sdebitato offrendogli il celeberrimo David con la testa di Golia, dove il suo autoritratto come Golia è pressoché identico alla figura che compare alle spalle di sant’Orsola e recandogli personalmente, su una feluca analoga a quella che aveva portato a Genova il Martirio, il San Giovanni Battista, tuttora alla Galleria Borghese. Ma nel corso di quest’ultimo viaggio, secondo la testimonianza per altro equivoca delle fonti, Caravaggio trova morte improvvisa a Porto Ercole.

Info:

Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano (sede museale di Intesa Sanpaolo), Napoli, via Toledo, 185.
Da lunedì a sabato: ore 10-18. Chiuso domenica.
tel. 0080016052007.
Biglietti: intero € 3, ridotto € 2; gratis per le scuole.
Catalogo Electa.


 

 

Link: http://www.palazzozevallos.com

ASCIANO (Si). Tela inedita di Bernardino Mei.

In esposizione da venerdì 11 maggio fino al 30 settembre, dopo il restauro realizzato dal Gruppo Lions Club. L’opera del pittore barocco senese rinvenuta nella Chiesa di San Lorenzo a Serre di Rapolano. In mostra nel museo di Asciano altre cinque tele provenienti da tutta la provincia di Siena.
Una delle più importanti testimonianze artistiche del periodo barocco senese è pronta a svelare il proprio fascino dopo un lungo restauro. Sarà esposta venerdì 11 maggio alle 18 al museo  di Palazzo Corboli (Asciano – SI) la Natività della Vergine di Bernerdino Mei, il più grande pittore senese del XVII secolo. A far da cornice alla perla rinvenuta nella Chiesa di San Lorenzo a Serre di Rapolano, in mostra fino al 30 settembre, altre cinque importanti tele provenienti da tutta la provincia di Siena e risalenti all’attività giovanile dell’artista: “Beato Bernardo Tolomei” e “La fuga in Egitto” conservati presso l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, “Il San Girolamo” conservato nella Pinacoteca Nazionale di Siena, “L’annunciazione” della compagnia della Madonna della Grotta e “Il ritratto di uomo” conservato al Santa Maria della Scala di Siena.
La mostra, a cura dell’amministrazione Comunale, Lions Club Asciano Rapolano Serre – Crete Senesi, Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, Fondazione Musei Senesi, permetterà così un affascinante percorso alla scoperta della vita e dell’opera di Bernardino Mei.
“La Natività della Vergine” è tornata alla luce dopo un attento restauro realizzato grazie ad un finanziamento del gruppo Lions Club e che ha portato anche al rinvenimento della firma dell’artista e soprattutto della data dell’opera (1641). Il percorso che guiderà il visitatore alla scoperta di questo pregiato dipinto è il risultato di un importante “service” da parte del Lions Club Crete Senesi Asciano Rapolano Serre. Il “service” è un’operazione che punta al restauro di un’opera da riconsegnare alla comunità.
 

SERRA DE’ CONTI (An). Partito l’evento Sogno: titolo provvisorio.

E’ stata inaugurata alla Lordflex’s di Serra de’ Conti la mostra di arte contemporanea “sogno: titolo provvisorio” di fronte a diverse centinaia di visitatori ed alla presenza del sindaco Bruno Massi.
L’esposizione vuole celebrare i 40 anni di attività dell’azienda, leader nella produzione di sistemi di riposo, e vede coinvolti sei giovani artisti: Matteo Giacchella, Gianluca Mainiero, Marta Mancini, Francesco Pirro, Federica Romagnoli e Ljudmilla Socci.
Attraverso le loro opere questi giovani talenti interpretano in maniera personale ed insolita il tema del sogno.
Guerrino Bini, titolare della Lordflex’s, Domenico Gioia e Tania Bini, responsabili dell’Associazione Noicultura, hanno portato a conoscenza i presenti della filosofia che sta alla base del progetto, che intende fondere l’arte contemporanea alla realtà produttiva dell’azienda, scegliendo quindi di collocare le opere all’interno dell’opificio. L’operazione è supportata da una pubblicazione i cui testi sono stati curati da Anna Piazzino, Loretta Tavoloni e Pamela Squadroni.

La mostra proseguirà fino al 7 Luglio con i seguenti orari: il giovedì ed il venerdì dalle 18.00 alle 19.30, il sabato dalle 10.00 alle 12.00.
Per visitare la mostra in diverso orario, telefonare al numero 0731/213685.

Link: http://www.noicultura.it

Email: stampa@noicultura.it