Archivi categoria: Beni da salvare

UNESCO, approva “caschi blu della cultura”.

Sì del Consiglio esecutivo Unesco alla proposta italiana di istituire meccanismi per l’uso dei ‘caschi blu della cultura’ e di proseguire a lavorare in sede Onu per includere la componente culturale nelle missioni di pace come richiesto dal premier Renzi all’Assemblea Onu.
La risoluzione italiana, cofirmata da 53 paesi e sostenuta dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza, è stata votata per acclamazione dopo un dibattito molto intenso e articolato che ha coinvolto la maggioranza delle delegazioni presenti a Parigi. Ecco come, il 29 settembre all’Onu, Renzi aveva descritto il progetto italiano: «L’iniziativa prevede la creazione di una unità nazionale specializzata — formata dai Carabinieri e da esperti civili — con l’obiettivo di preservare il patrimonio culturale», ha affermato sottolineando che si tratta di una task force messa in piedi su richiesta dell’Unesco. «Quali saranno i suoi compiti? Quelli di operare sia in situazioni di disastri naturali che di guerra con compiti sia di formazione che operativi per proteggere il patrimonio e dare consigli ai governi locali.
I caschi blu della cultura nascono sulla base di un modello già sviluppato a livello nazionale». Per il ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini, si tratta di «un successo internazionale del nostro Paese che segue al grande consenso dopo quello ottenuto a Milano con l’approvazione di 83 Paesi della Dichiarazione sulla Protezione del Patrimonio Culturale. L’Italia si conferma come guida nella diplomazia culturale. Bisogna adesso definire subito gli aspetti operativi di questa task force internazionale che dovrà intervenire laddove il patrimonio dell’umanità è messo a rischio da catastrofi naturali o da attacchi terroristici».

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 ott 2015

ROMA. Un “vespillone” per il funerale dei Beni Culturali.

Dei nostri beni culturali, dei centri storici, dei paesaggi si declama, a chiacchiere, il “valore inestimabile”. Poi però si continua a indebolirne la cura, la tutela, il restauro. Così hanno fatto i governi Berlusconi arrivando a tagliare a metà i fondi, già insufficienti, destinati a questo sterminato patrimonio, impoverendo i quadri tecnici, in media già anziani, negando persino i rimborsi spese (modestissimi) per le missioni su scavi e cantieri. Nessuno era però riuscito ad ottenere quel silenzio/assenso su grandi lavori, edifici, lottizzazioni (se entro poche settimane le Soprintendenze non si esprimevano) che vuol dire tout court assenso visto che ogni tecnico ha una montagna di pratiche delicate da sbrigare per ciascuno dei giorni lavorativi. C’è riuscito il governo Renzi col decreto Sblocca Italia (una copia, in più punti, del vecchio Lunardi) ed ora lo ribadisce col disegno di legge Madia. Con esso però si va ben oltre: si accorpano confusamente le Soprintendenze alle Prefetture, sottoponendo le prime ai prefetti, ridando cioè vita alle Sottoprefetture di sabauda memoria. Ma come? Se la stessa legge Madia riduce e accorpa le Prefetture medesime, che logica è mai questa? Vuol dire che al ministero per i Beni Culturali rimangono i Musei di eccellenza, presunte “macchine da soldi” (lo disse anni fa Renzi per gli Uffizi ignorando che anche il Louvre e il Metropolitan Museum non “rendono” un cent, ma anzi costano milioni di euro o dollari)? Nel silenzio pressoché generale dell’informazione, Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Maria Guermandi, chi scrive hanno lanciato un brevissimo manifesto/appello di protesta in cui si chiede al presidente della Repubblica, tutore dell’articolo 9 della Costituzione di vigilare attentamente in merito, ai presidenti delle Camere di “garantire un’adeguata discussione parlamentare” e al ministro Franceschini “di opporsi con ogni mezzo a tale disegno politico. O questo governo sarà per sempre ricordato come il becchino di una delle più gloriose strutture di civiltà”. L’appello ha raccolto subito vaste e importanti adesioni. Quasi nessun giornale ne ha parlato. Men che meno i telegiornali. Dario Franceschini tace da giorni in altre faccende affaccendato. Accolto su sito di change.org l’appello viaggia dopo pochi giorni sulle 18.000 adesioni. Non importa. Tutti zitti.
È noto che Matteo Renzi considera la parola stessa “Soprintendenza” una delle più fastidiose. In proposito c’è un florilegio di accuse renziane impressionante contro questi organismi i cui poteri “monocratici” sono da lui considerati un’offesa. I controlli tecnico-scientifici, è vero, non prevedono decisioni politiche a maggioranza. Anche quando si tratta di consentire o no al sindaco di Firenze di sforacchiare l’affresco vasariano del Salone dei Cinquecento per cercare lì sotto tracce della Battaglia di Anghiari leonardesca notoriamente perduta. Ma smontare la rete della tutela creata agli inizi del ‘900 da Corrado Ricci, Adolfo Venturi e altri giganti per farne delle Sottoprefetture è una decisione così devastante e cervellotica che una pre-discussione al di là del volto impassibile di Madonna Madia la meriterebbe. O no?
Le Soprintendenze sono lente, burocratiche? Le si finanzi, le si aggiorni, le si potenzi come sarebbe da decenni doveroso e utile ad un Paese aggredito insensatamente dal cemento e dall’asfalto, i cui paesaggi sono una delle attrattive turistiche più potenti. A proposito di velocità, Giovanni Spadolini, fiorentino di città, convinse Aldo Moro a votare per decreto legge, nel dicembre 1974, il ministero per i Beni Culturali e Ambientali ma aveva alle spalle i lavori di duecommisioni che avevano operato, specie la prima presieduta da un altro Franceschini, Francesco (Dc) in profondità. Ora il ministero con la riforma di Franceschini Dario è di per sé in pieno caos: i Musei “di eccellenza” devono essere staccati dal contesto territoriale e come possono esserlo quelli archeologici compenetrati con gli scavi che li hanno alimentati? I tecnici non sanno se appartengono ancora ai poli museali regionali (dove adesso c’è un po’ di tutto) oppure alla Soprintendenza unificata beni architettonici e beni storico-artistici (dove spesso non c’è neppure uno storico dell’arte). E che ne sarà degli archivi, di quelli fotografici per esempio, verranno smembrati fra vari uffici? Sono soltanto alcuni dei mille problemi organizzativi e scientifici. Ma la straordinaria pensata di accorpare tutto quanto nelle Prefetture (ridotte di numero) introduce altro caos in questo caos.
Tutto però tace, per ora. Qualcuno fa sapere, irritato, che il termine “becchino” di una delle più gloriose strutture europee, via, è veramente troppo forte. Vogliamo dire allora “necroforo” o magari, alla Totò, “vespillone”? Tanto per non piangere.

Autore: Vittorio Emiliani

Fonte: http://www.quotidianoarte.it, 31 lug 2015

TORINO. Incontri su Gli investigatori dell’arte e dell’archeologia.

Nei mesi di ottobre e novembre p.v. presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Torino (Via Verdi 8), si terrà un ciclo di conferenze intitolato “Gli investigatori dell’arte e dell’archeologia”.
“Gli investigatori dell’arte e dell’archeologia. Un’indagine per svelare i segreti della storia e degli artisti” è un ciclo di quattro incontri tematici pensati per illustrare al grande pubblico le potenzialità delle tecniche di analisi scientifiche nel campo dei Beni Culturali.
Organizzati da assegnisti e dottorandi dell’Università di Torino, gli incontri affrontano affascinanti tematiche di ricerca, per le quali sono stati invitati studiosi provenienti da tutto il territorio nazionale.
Il programma completo è presente nella locandina in allegato.
L’evento è realizzato con il sostegno della Fondazione Fondo Ricerca e Talenti, prima fondazione universitaria piemontese, attraverso il finanziamento e il sostegno a studenti e ricercatori nelle iniziative di comunicazione e divulgazione scientifica.

Programma in allegato: Seminari BC

Info:
BCseminari@gmail.com

POMPEI – ROMA, sola andata.

Ercolano, Pompei: scoperte grandiose, ma che hanno segnato un punto di non ritorno nel nostro rapporto con la città. Che da allora, Roma in testa, è diventata oggetto di una idolatria che la sta uccidendo.
Non hanno soltanto riportato alla luce incredibili tesori e fornito un determinante contributo alla conoscenza dell’Antichità, gli scavi di Pompei ed Ercolano, hanno avuto modo anche qualche conseguenza negativa. Innanzitutto per la salute dei resti stessi delle due città, che dal grembo di ceneri e lapilli che li preservava si sono visti trascinare all’aria aperta, grimata di minacce. Danni non meno gravi, tuttavia, gli scavi li hanno prodotti altrove. Man mano che riemergevano le strade, i templi, le domus si materializzava l’immagine di una città antica cristallizzata nel suo aspetto originario, intatta da trasformazioni e aggiunte di epoca post-classica. Prendeva forma nell’immaginario un’idea di antico “puro” che le generazioni precedenti non avevano potuto nemmeno concepire, abituare a vedere l’antico immerso nella realtà contemporanea. Tutt’al più gli antiquaei si dilettavano di produrre ricostruzioni, più o meno fantasiose, dell’aspetto che celebrati edifici classici avevano avuto. Con Pompei cambiava tutto: un’intera città era stata catapultata attraverso i secoli; l’antico, quello vero, non era più il frutto della fantasia degli antiquari e dell’abilità degli incisori, ma era lì, a grandezza naturale, lo si poteva percorrere e calpestare.
L’impressione, in tutta Europa, fu enorme.
Sull’onda dell’entusiasmo, iniziò ad affacciarsi un interrogativo: perchè non replicare altrove il modello offerto da Pompei, perchè non purificare le maggiori testimonianze dell’Antichità, che per la gran parte erano state “imbastardite” dalla pratica del riuso e parzialmente nascoste alla vista dal progressivo innalzamento del terreno?
Il pensiero correva, naturalmente, a Roma: se due centri di secondaria importanza svelavano tali tesori, cosa ci si doveva aspettare di trovare nella capitale dell’Impero? Anche sotto questo punto di vista, la cesura coi secoli precedenti fu netta: i papi avevano promosso restauri e isolamenti di monumenti antichi, e non mancavano certo gli scavi; ma nessuno si sarebbe sognato di rivoltare l’Urbe come un calzino, né di erigere uno steccato tra la prima e la seconda Roma, rinnegando il reimpiego e rimuovendone le tracce (anzi: ancora alla fine del Seicento si poteva proporre di erigere una grande basilica all’interno del Colosseo, secondo un progetto di Carlo Fontana, rimasto poi sulla carta).
Passò qualche decennio e, non appena il Papa perse il potere sulla città, i nuovi e nomentanei padroni – i Francesi – tradussero in atto questi vagheggiamenti: iniziò allora quel processo fatto di scavi, demolizioni, isolamenti che si protrasse per circa un secolo e mezzo, con alterna intensità, e con sfumature ideologiche diverse, particolarmente accentuate nell’ultima fase, quando sotto i colpi del tragicomico piccone del Duce caddero intere porzioni della seconda Roma. Si aprirono così, nel tessuto urbano, tante piccole Pompei, che in qualche caso superavano il prototipo per la maestosità dei resti, e molto spesso non ci riuscivano affatto, offrendo alla vista soltanto un intrico di muretti sbrecciati.
Oggi, terminata la fura demolitrice, i suoi frutti restano sostanzialmente intatti, nonostante la situazione appaia insoddisfacente a molti: rovine grandiose ma morte, da un lato, e resti incomprensibili dall’altro. Con le immancabili recinzioni a marcare la netta separazione tra questi spazi e la città viva, a sottolineare la sconfitta sia dell’archeologia che della società, incapaci di avviare un dialogo. Sublime, in questo senso, il cartello che si eleva sugli scavi adiacenti alle terme di Diocleziano, in pieno centro cittadino: Zona Archeologica Non Gettare Rifiuti.
Eppure le soluzioni ci sarebbero: attuare forme di reimpiego per gli spazi antichi e ricoprire gli scavi, prevedendo, laddove possibile, strutture ipogee per la visita. Niente di avveniristico: già lo proponeva, al tempo dell’occupazione francese, il grandissimo Giuseppe Valadier, consapevole che l’opposizione fra il tessuto urbano e i “buchi” sarebbe stata qualcosa di “incompatibile dentro la città per tutti i rapporti”.
Oggi queste idee cozzano contro l’immobilismo: si supererà, a breve, lo stallo o toccherà aspettare di avere a disposizione una DeLorean truccata per tornare al principio dell’Ottocento e far vincere le proposte di Valadier, in modo da evitarci questo presente assolutamente dispotico, dal punto di vista del nostro rapporto con l’archeologia urbana?

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: Artribune, Anno IV, n. 18, marzo-aprile 2014

POMPEI autoritratto della Penisola.

Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione del sito della lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impertinenza.

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