Archivi categoria: Beni da salvare

RUSSIA – Mosca: Salviamo la casa comune Narkomfin.

www.nardinirestauro.it ha promosso un appello internazionale volto al recupero della casa comune Narkomfin di Mosca, costruita nel 1928 dall’architetto russo Mojsei Ginzburg e dal gruppo di progettisti sovietici dell’OSA, un’eccezionale testimonianza dell’architettura costruttivista.

Negli ultimi decenni il complesso architettonico ha conosciuto un preoccupante e progressivo deterioramento; oggi, l’edificio si trova in condizioni disastrose, che mettono seriamente a rischio la sua stessa sopravvivenza.

Nardini Editore, il comitato scientifico di “Arkos” si rendono promotori di un appello on-line per la salvaguardia e il restauro di questo capolavoro della fase pionieristica del Movimento Moderno, coadiuvati dal sostegno di organismi internazionali che operano per la tutela e la valorizzazione del patrimonio architettonico moderno, co-firmatari dell’iniziativa:

DO.CO.MO.MO International (International working party for DOcumentation and COnservation of buildings, sitesand neighbourhood of the MOdern MOvement),
DOCOMOMO France,
ICOMOS, Secrétariat International,
ICOMOS Russia,
Fondation Le Corbusier,
Fondation Alvar Aalto,
Russian Research Institute for Cultural and Natural Heritage,
The Twentieth Century Society,
Bauhaus Dessau Foundation,
Moscow Architectural Institute – MARKHI,
UIA – Union Internat. des Architectes,
World Heritage Centre (UNESCO),
Moscow Architecture Preservation Society

Per aderire all’appello:

Salviamo la casa comune Narkomfin

Autore: Sara Di Giorgio – Redazione Nardini Restauro

Link: http://www.nardinirestauro.it

Rosy PATICCHIO: Un bene da salvare in Terra d’Otranto.

La politica di tutela e valorizzazione del patrimonio storico-archeologico del Salento lascia tuttora a desiderare, nonostante le belle parole che suonano ormai come un patetico ritornello propagandistico, soprattutto alle orecchie dei tanti insigniti di una laurea in conservazione dei beni culturali che altro non possono fare che portare a spasso la propria pergamena. L’ultimo caso eclatante quello dell’Abbazia di San Nicola di Casole, vicino Otranto in provincia di Lecce, per cui è stata addirittura avanzata una proposta di vendita, in quanto di proprietà privata. Solo pochi ruderi costituiscono oggi la testimonianza del più importante centro propulsore dell’Umanesimo italo-bizantino in Terra d’Otranto e di un fertile movimento letterario che guidò molti giovani dediti all’arte poetica e alle discipline filosofiche.

Il monastero fu fondato nel 1098 ca. per volontà Boemondo I, nell’area in cui già sorgeva un cenobio costituito da casupole, donato dallo stesso principe normanno di Taranto e Antiochia ai monaci basiliani. L’abbazia godette di grossa notorietà, soprattutto perché determinò la sopravvivenza delle lettere greche in un periodo in cui, sotto l’influenza dell’ambiente culturale promosso dalla corte di Federico II a Palermo, la lingua volgare prevaleva su quella classica.

All’interno del monastero fu fondata una scuola poetica da parte dell’abate Nettario, e una biblioteca di cui poteva usufruire anche il pubblico, costituita da centinaia di volumi, pergamene, rotoli di papiri, oggi sparsi per tutta Europa. Il sacco di Otranto del 1480 portò infatti alla distruzione dell’intero complesso dell’Abbazia di San Nicola, che rimarrà abbandonata fino al 1527 ca., quando solo la chiesa verrà restaurata per volere del Papa Clemente VII.

Quello che fu, tra XII e XV secolo e al culmine della diffusione del monachesimo basiliano nel Salento, uno dei più importanti centri di cultura e religione medioevale, per lungo tempo ponte tra Oriente e Occidente, dove molti giovani appassionati di lettere classiche e protesi ad una vita di riflessione sulle principali problematiche teologiche del tempo si dedicarono ai loro studi umanistici e filosofici, trovando un saldo punto di riferimento, giace ora quasi invisibile all’occhio umano. Quei resti affioranti dalla campagna idruntina, tra cui due serie di quattro colonne che dovevano sostenere l’arcata dell’antica chiesa e alcuni fregi solitari, necessitano non tanto dell’acquisizione da parte di qualche straniero miliardario amante del paesaggio salentino, quanto di un intervento pubblico che miri al recupero funzionale dell’intera area del monastero di San Nicola, suggellando il ricordo di un tale antico splendore.

Bibliografia:
DAQUINO C., Bizantini in Terra d’Otranto. Cavallino (LE), Capone, 2000.

Autore: Rosy Paticchio

Antonio MEROLA: Archeologia recuperata – Il traffico transnazionale dei beni archeologici e le attività di contrasto del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Tesi di Diploma Universitario del candidato Antonio Merola; relatrice Prof.ssa Adele Franceschetti., Anno Accademico 2003-2004, presso l’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II – Facoltà di lettere e Filosofia, Diploma universitario in operatore dei beni culturali indirizzo beni archeologici – Consorzio Nettuno.

Introduzione:

“Quando un popolo dimentica il suo passato, allora rovina anche il suo presente e compromette il suo futuro” (1). Card. Francis Grinze

L’Italia che, come afferma il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, costituisce “la potenza culturale più grande del mondo”(2), è il Paese più esposto al saccheggio del proprio patrimonio culturale.

Il traffico illecito di beni culturali, ed in particolare di reperti archeologici, è oggi uno dei principali pilastri della malavita transnazionale.
Aree archeologiche, irripetibili, sono depredate quotidianamente in tutto il mondo, nella maggior parte dei continenti: dall’Africa settentrionale all’Asia, dall’America centro-meridionale all’Europa, dove i Paesi più saccheggiati sono Grecia, Spagna ed Italia.

Il nostro Paese, il più grande giacimento di beni archeologici classici a livello mondiale, rappresenta secondo l’Unione Europea un’emergenza ancora aperta, in quanto catalizza le attenzioni delle più agguerrite consorterie criminali internazionali, che trasferiscono le nostre ricchezze archeologiche all’estero, per soddisfare l’ingordigia di insaziabili collezionisti.

Per le organizzazioni criminali transnazionali, ribattezzate da Legambiente “archeomafie”, il saccheggio dei beni archeologici rappresenta un’occasione irrinunciabile: per riciclare il denaro sporco; per utilizzare i beni trafugati come “beni rifugio”, scambiabili sui mercati illegali internazionali con partite di droga o di armi oppure come mezzo di ricatto nei confronti dello Stato.

Il network criminale delle “archeomafie”, si fonda su una complessa struttura, nell’ambito della quale ogni attore svolge compiti ben precisi. Tre sono le figure di riferimento del traffico illecito di beni archeologici: quella dei “tombaroli”, che si occupano di produrre il “pezzo” attraverso scavi clandestini, furti o contraffazioni; quella dei ricettatori, che trafficano il bene archeologico “piazzando” nel paese d’origine i beni di valore medio-basso e all’estero quelli di valore medio-alto; quella dei committenti-ricettatori che rivendono gli oggetti a musei, case d’asta e privati cittadini in tutto il mondo.

I reperti sono esportati clandestinamente in Unione Europea, Nord America, Australia, Giappone e Paesi arabi, dopo essere stati “purificati” attraverso false documentazione di provenienza ottenute in Paesi, quali la Svizzera, che costituiscono veri e propri “porti franchi”.

La Conferenza Generale dell’UNESCO del 1970 raccomandava, agli Stati membri, di istituire servizi nazionali di tutela del patrimonio culturale. L’Italia aveva preceduto di un anno tale raccomandazione istituendo nel 1969 un reparto specializzato, da sempre modello di riferimento a livello internazionale: il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico (TPA).

Passato nel 1974 alle dipendenze del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, l’attuale Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (3) (TPC) può contare su una organizzazione piuttosto articolata, suddivisa in due settori principali: la Struttura Centrale e quella Periferica. La prima, sita a Roma, consta di un Ufficio Comando e di un Reparto Operativo, la seconda di 11 Nuclei Territoriali, istituiti su tutto il territorio nazionale.
Il lavoro di “intelligence” del Comando Carabinieri TPC, prevede il ricorso ad attività ed indagini di Polizia Giudiziaria e a tecniche operative, volte a prevenire e a reprimere violazioni in danno al patrimonio culturale nazionale. Il Comando, è una struttura estremamente flessibile: si muove sul territorio nazionale d’intesa con tutte le componenti dell’Arma, con le altre forze di polizia e in sinergia con gli uffici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC).
Opera all’estero, tramite l’Interpol, nel rispetto delle convenzioni internazionali (4).

Il contenuto di questo mio lavoro, dunque, consiste nell’esposizione di elementi tesi ad analizzare il fenomeno criminoso legato al traffico transnazionale di beni archeologici e le problematiche inerenti alle politiche di contrasto attuate dal Comando Carabinieri TPC, il tutto alla luce della normativa vigente sia a livello nazionale che internazionale.

Lo scritto si compone di tre capitoli, corredati da un ricco apparato iconografico, che ripercorrono i punti chiave della mia ipotesi di lavoro: il Comando Carabinieri TPC, la legislazione riguardante i beni culturali ed il traffico transnazionale di reperti archeologici.

Nel primo capitolo, s’intende fornire una visione d’insieme del Comando Carabinieri TPC, dalla sua istituzione fino ai nostri giorni.
In particolare, approfondendone la storia, l’articolazione strutturale e territoriale, i compiti istituzionali e i successi di polizia giudiziaria legati alla sua attività operativa.

Il secondo capitolo è invece incentrato sulla legislazione vigente, sia in ambito nazionale che internazionale, con particolare riferimento all’evoluzione storica della normativa in tema di beni culturali, al Testo Unico in materia di Beni Culturali e Ambientali (DL n. 409/99), al nuovo Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici (DL n. 41/2004) e alla tutela nazionale ed internazionale del patrimonio archeologico (5).

Il terzo capitolo, infine, analizza le dinamiche legate al mercato clandestino di beni archeologici; la figura del “tombarolo”, contestualmente ai problemi legati alla decontestualizzazione dei reperti trafugati; il ruolo delle “archeomafie”, il cui unico scopo è quello di sfruttare, attraverso un turpe commercio abusivo, i nostri beni culturali per trarne il massimo profitto economico.
Il capitolo si conclude con un attento esame delle tecniche d’indagine utilizzate dal Comando Carabinieri TPC e con l’analisi di due importanti cases histories: l’Afrodite di Morgantina e il Volto d’Avorio.

Infine, nelle conclusioni, si è cercato di isolare le linee guida necessarie per limitare il traffico internazionale di beni archeologici attraverso azioni di riduzione dell’offerta, nei Paesi produttori, e della domanda, nei Paesi consumatori.

Note:

1 – Giovanni Peduto, intervista al Card. Francis Arinze, R.G., anno XLVII, n. 355, Città del Vaticano, 21 dicembre 2003 (www.vaticanradio.org);

2 – Federico Guiglia, “Combattendo i ladri della bellezza”, Secolo d’Italia, 1 aprile 2004;

3 – Nel 2001 il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico, con DPR n. 307 del 6 luglio 2001, assumeva la nuova denominazione “Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale”;

4 – Agenda 2004 – Attività Operativa, Comando Carabinieri TPC, Roma, 2004;

5 – A livello europeo, il processo di armonizzazione delle normative nazionali, voluto con il Trattato di Maastricht, è realizzato attraverso il Regolamento CEE n. 3911/92 del 9 dicembre del 1992, che disciplina l’esportazione dei beni culturali al di fuori del territorio dell’Unione, e la Direttiva CEE 93/7/CEE del 15 marzo del 1993, che riguarda la restituzione di beni culturali usciti illecitamente da uno stato membro, relativamente alla circolazione intercomunitaria dei beni culturali. In ambito internazionale, la tutela del patrimonio culturale è affidata alla Convenzione UNESCO del 16 novembre 1972, Convenzione sul Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale, che mira all’unificazione e all’integrazione delle norme dei vari Stati sottoscrittori. Allo scopo di appianare i contrasti, tra gli stati “depredati” e quelli “predatori”, nell’ambito della politica di tutela del patrimonio culturale, è stato necessario il ricorso a convenzioni internazionali, quali: la Convenzione UNESCO del 14 novembre 1970, concernente le misure da adottare per evitare ogni illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali e la Convenzione UNIDROIT del 24 giugno 1995, sul rientro dei beni culturali rubati o illecitamente esportati.

La tesi completa la puoi scaricare su:http://www.archeologiarecepta.135.it
e su
http://www.tesionline.it

Autore: Antonio Merola

PALERMO: Un mecenate tedesco in Sicilia. Restauri e grandi mostre.

È finalmente arrivata la firma della Soprintendenza sul contratto di assegnazione dei lavori di restauro della Cappella di san Pietro nel Palazzo dei Normanni di Palermo. A farsi carico dei costi dell’intera operazione di recupero sarà il magnate tedesco Reinhold Würth, secondo un accordo siglato il 16 giugno 2003 con l’Assemblea Regionale Siciliana e l’Assessorato ai Beni Culturali e Ambientali.

La cappella, seriamente compromessa dai danni provocati dal terremoto del settembre 2002, subirà un intervento totale di conservazione, dalle tarsie pavimentali alla decorazione musiva, dalle pitture del celebre soffitto ligneo a muqarnas alla definizione di una nuovo protocollo di utilizzo e manutenzione degli spazi.

Oltre al finanziamento del restauro, la convezione fra il gruppo industriale tedesco – presente nel mondo con 314 società e 46.000 dipendenti in 80 diversi Paesi – e la Regione Siciliana prevede la programmazione di grandi eventi espositivi nella Sala del Duca di Montalto, sempre nel Palazzo Reale di Palermo, fino al 2009, anno di consegna dei lavori nella cappella. Alla mostra La Collezione Würth: capolavori dell’impressionismo e dell’espressionismo, inaugurata lo scorso 12 febbraio, seguiranno nei prossimi anni una selezione di dipinti di Old Masters e rassegne monografiche su Max Ernst e Picasso, con opere sempre in trasferta dal Museo Würth di Künzelsau e dalla Kunsthalle di Schwäbisch Hall.

Autore: Davide Lacagnina

Fonte:Exibart on line