Archivi categoria: Arte e istituzioni

PRIME VENDITE DI STATO””

Il Ministro Tremonti qualche giorno fa ha annunciato con soddisfazione il successo della prima fase della vendita del patrimonio dello Stato e degli Enti previdenziali pubblici, attraverso le aste organizzate dalla Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici (Scip). Le agenzie di stampa hanno riportato la notizia senza commenti. Temo tuttavia che quello che è già accaduto e sta accadendo con le aste Scip sia l’assaggio di quello che potrebbe accadere con la Patrimonio e le Infrastrutture spa. Gravissime ripercussioni si sono già verificate a livello legislativo e presto ce ne saranno a livello sociale. Occorre ricostruire la storia delle aste Scip, poiché se ne è parlato poco e male.

In precedenza, la gestione degli immobili pubblici rientrava in quella del patrimonio dello Stato, con un carattere, come ricordano anche Parlato e Vaciago, più pubblicistico e sociale che economico e produttivo. Questo si traduceva anche in canoni di affitto simbolici o estremamente ridotti, ma anche, talvolta, in una scarsa attenzione alla corretta e tempestiva manutenzione degli immobili. Negli anni ’90 le leggi cominciarono a far valere l’aspetto di gestione produttiva. Il processo di privatizzazione immobiliare di parte del patrimonio dello Stato era previsto già nella legge finanziaria del 1990, ma delimitato ai beni del patrimonio disponibile dello Stato. Negli anni successivi furono effettuati vari tentativi di formare la struttura per la vendita di questo patrimonio, come con l’esperienza fallita di Immobiliare Italia, vani anche per mancanza di elenchi di proprietà disponibili, con il loro reale valore immobiliare.

Vista la difficoltà di pervenire ad una vendita del patrimonio, la legge 448 del 23 dicembre 1998 prevedeva piuttosto la sua valorizzazione, consentendone la concessione a privati o amministrazioni pubbliche che avessero presentato progetti di ristrutturazione o ricostruzione di immobili non in uso. Gli immobili di interesse storico-artistico restavano comunque esclusi da queste operazioni.

Con la legge 488 del 23 dicembre 1999 si riproponeva la dismissione del patrimonio immobiliare, aggiungendo quello degli enti previdenziali. Neppure questa legge ebbe molti risultati, anche per la mancata risposta di società private a partecipare alle operazioni di valutazione e vendita. Arriviamo così alle leggi 351 del 25 settembre 2001 e 410 del 23 novembre 2001, basate, come scrive Vaciago, sul principio della «dismissione in blocco unico del patrimonio immobiliare mediante conferimento ad una o più società veicolo appositamente costituite», creando una srl, la Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici (Scip) ed una Spa, la Patrimonio dello Stato.Per eliminare alcuni degli intoppi verificatisi con i tentativi precedenti, vengono eliminate le procedure di richieste di pareri e viene drasticamente limitata la possibilità di apporre vincoli. La Scip (come d’altronde previsto anche per la Patrimonio e l’Infrastrutture spa) ricevendo gli immobili anticipa allo Stato quanto atteso dalla gestione e rivendita degli immobili, mediante emissione di titoli o assunzione di finanziamenti. Il passaggio dei beni al patrimonio vendibile si effettua mediante la sola formulazione degli elenchi, escludendo il Consiglio di Stato dall’iter che porta alla dismissione, ridimensionando i poteri di Soprintendenze e Ministero dei Beni culturali (recita la legge 351, art. 3 comma 17: “I trasferimenti di cui al comma 1 [ndr.: cioè il trasferimento delle proprietà immobiliari nelle liste Scip] e le successive rivendite non sono soggetti alle autorizzazioni previste dal decreto legislativo 29 ottobre 1999 n. 490)”. Quindi non solo le proprietà, anche quelle vincolate, possono essere vendute, ma anche le successive rivendite non possono essere bloccate dal Ministero dei Beni culturali. Non solo, lo stesso comma 17 esclude alle amministrazioni dello Stato, agli enti pubblici territoriali, e agli altri soggetti pubblici la possibilità di rendersi acquirenti dei beni immobili di cui al presente decreto, annullando quindi anche un eventuale diritto di prelazione da parte del Ministero dei Beni culturali. La perla della legge 351 si trova nel comma successivo (18), che recita: “Lo Stato e gli altri enti pubblici sono esonerati dalla consegna dei documenti relativi alla proprietà dei beni ed alla regolarità urbanistica-edilizia e fiscale”. Lo Stato condona se stesso!

Si tratta di fatti di una gravità assoluta, inspiegabilmente passati sotto silenzio a livello di Soprintendenze, oltre che di opinione pubblica.

E infatti, mentre le polemiche infuriavano su Patrimonio spa, 35 proprietà dello Stato, con vincolo dei Beni Culturali, sono state vendute o stanno per essere vendute nelle aste di Scip 1 (cioè della prima fase dell’operazione Scip), mentre un numero ignoto di beni vincolati o vincolabili si trova in quelle della Scip 2, annunciata a metà novembre 2002 ed ora in preparazione.

Per ricapitolare: il Ministro delle Finanze può trasferire per decreto le proprietà immobiliari degli enti pubblici e dello Stato nelle liste del patrimonio alienabile. Se ci sono vincoli, questi vengono mantenuti ed il trasferimento è effettuato di concerto con il Ministero competente. Non esiste però diritto di prelazione da parte dell’amministrazione dello Stato o di alcun altro Ministero. Non solo, i trasferimenti nelle liste, e addirittura le rivendite di questi beni vincolati, non sono né saranno soggetti alle autorizzazioni previste dalla legge sulla protezione dei beni culturali n. 490 del 1999! Lo Stato fa le leggi e poi non le rispetta, non solo, ma autorizza anche i cittadini a non rispettarle. Questo significa anche che se un bene non vincolato, ma meritevole di vincolo, viene posto in vendita, il Ministero dei Beni culturali o le Soprintendenze non potranno fare alcunché per impedirne la vendita.

Ritengo che il legare mani e piedi del Ministero dei Beni culturali e dei suoi organi di tutela sia scandaloso, e che le continue smentite provenienti dalle alte cariche del Ministero dei Beni culturali e delle Finanze sulla vendita dei beni culturali suonino più che false.

La dimostrazione di tutto ciò si trova nelle vendite di beni: 35 proprietà vincolate su un portafoglio di 259 immobili messi in vendita nella prima fase delle aste Scip rappresentano quasi il 14%, un rapporto altissimo, soprattutto in considerazione dei continui dinieghi fatti riguardo a queste vendite.

Fra le proprietà vendute, che si trovano in tutta Italia, da Milano a Palermo, e da Genova a Trieste, troviamo Palazzo Correr a Venezia (venduto all’asta del 23 aprile scorso), un palazzo storico al centro di Palermo (via Wagner 2, venduto all’asta dell’8 ottobre; l’acquirente ne farà un albergo a cinque stelle), ed un edificio a via Conca del Naviglio 5 a Milano, costruito in parte sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, lo storico Hotel San Giuliano a San Giuliano Terme (edificio del XVIII secolo già residenza termale dei Granduchi di Toscana), e Villa Manzoni sulla Cassia a Roma, dove si trovano anche resti archeologici. Questi ultimi, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, verranno messi in vendita con uno sconto del 25%. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35%. Se ancora invendute, l’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro. L’assalto ai beni culturali paventato da Settis è dunque già cominciato. Quello che stupisce è che non se ne parli affatto.

Autore: Gaetano Palumbo

Fonte:Il Giornale dell’Arte.com – 07/02/03

CONSIGLIERI STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo “superconsigliere” ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles. Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di “Patrimonio spa”, la società voluta da Tremonti, gemella di “Infrastrutture spa”, incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di “consiglieri-studiosi” come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere “i gioielli di famiglia”.

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura “riforma” del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per “ritoccare” quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale “non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi” e che “la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente”. La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio “codice etico” di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.

Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di “fidatevi di me”, in una lunga intervista a “L’Unità” del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la “sua” società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza). Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.

Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché “il patrimonio artistico deve restare allo Stato”. I “centralisti” agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

CONSIGLIERI STUDIOSI” PER URBANI”

Sarà un triumvirato a consigliare Urbani su come salvaguardare il patrimonio culturale dell’Italia. Lo ha deciso il ministro istituendo, il 9 gennaio, un organismo nuovo di zecca, il Consiglio scientifico per la tutela del patrimonio artistico, che funzionerà da suo “superconsigliere” ogni qual volta dovrà affrontare scelte che riguardano il patrimonio storico, artistico, archeologico e paesaggistico nazionale. I neonominati sono tre eminenti studiosi: il giurista Giuseppe De Vergottini, ordinario di Diritto costituzionale all’ateneo di Bologna, l’economista Giacomo Vaciago, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e l’archeologo Salvatore Settis, docente e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, con una lunga esperienza di direzione anche al Getty Institute for the History of Art di Los Angeles. Settis è autore di un recente volume edito da Einaudi dal significativo titolo Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale, un atto d’accusa contro i progetti di dismissione dei beni dello Stato varati dal tandem Tremonti-Urbani ma che non salva neppure i precedenti governi di centro-sinistra.

Il cavallo di battaglia con cui l’archeologo si è presentato nella stanza dei bottoni di via del Collegio Romano resta, come ha dichiarato all’indomani della sua nomina, la difesa strenua " dell’inalienabilità del patrimonio storico-artistico" . Proprio per questo, tra i primi impegni che ha suggerito a Urbani c’è un’indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, sul patrimonio pubblico per stabilire, in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico che non possono essere alienati. Sullo sfondo si staglia l’infuocata polemica, che dura da mesi, sul destino dei beni culturali che rischiano di finire nella centrifuga di “Patrimonio spa”, la società voluta da Tremonti, gemella di “Infrastrutture spa”, incaricata della valorizzazione del patrimonio dello Stato e a cui lo Stato potrà trasferire beni per la vendita.

La nomina di “consiglieri-studiosi” come Settis dovrebbe così rassicurare i più severi critici di Urbani, accusato da molti di voler vendere “i gioielli di famiglia”.

Anche la contestuale nomina a collaboratori del ministro, di Antonio Paolucci, soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e soprintendente speciale per il Polo museale di Firenze, e, soprattutto, quella di Louis Godard, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, dovrebbe suonare come una rassicurazione rivolta anche all’inquilino del Colle. Ciampi, infatti, aveva promulgato la legge istitutiva di Patrimonio spa, accompagnandola con una preoccupata lettera al premier Berlusconi sui destini dei nostri giacimenti d’arte e di cultura.Ma nonostante l’indiscusso valore dei tre membri del neonato comitato scientifico e quello dei due collaboratori, restano sullo sfondo numerose domande sui destini e i compiti del nuovo organismo scientifico voluto dal ministro e che dovrebbe rispondere solo a lui.

Nell’attesa di conoscere Statuto, ordini del giorno dei lavori e funzionamento, c’è chi vede, nella sua nascita, il primo passo verso una cancellazione (o uno svuotamento di funzioni), neppure tanto in là nel tempo, del Consiglio nazionale per i Beni culturali e ambientali, organismo previsto dalle norme vigenti ma così poco amato dal ministro Urbani da averlo ridotto al quasi totale silenzio.

La cornice di questi cambiamenti potrebbe essere la futura “riforma” del ministero, data ormai per certa nei prossimi mesi. Che si pensi ad una riforma vera e propria e non a semplici aggiustamenti sembra dimostrato dal fatto che Urbani abbia lasciato passare la scadenza del 31 dicembre 2002, termine ultimo per “ritoccare” quanto stabilito dal Testo Unico, la cosiddetta legge Omnibus di Veltroni, senza mettervi mano: una delega governativa gli concederà carta bianca per risistemare il suo dicastero e le leggi di tutela. Per il momento si contano solo alcuni avvicendamenti nelle Soprintendenze: Paolo Venturoli nominato soprintendente a Matera, Rossella Vodret, ex responsabile di Palazzo Barberini a Roma, nominata soprintendente al patrimonio della Calabria. Voci insistenti danno per imminente anche il cambio di direzione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, attualmente nelle mani di Sandra Pinto.

Nell’attesa che si scoprano le carte e che l’opera di riforma si compia, la battaglia si concentra attorno a Patrimonio spa. Il 19 dicembre 2002, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha emanato una direttiva in sette punti che dovrebbe incanalare l’attività della neo-società ribadendone alcuni vincoli, primo tra tutti quello che il passaggio alla Patrimonio spa di beni di particolare valore storico, artistico, culturale ed ambientale “non modificherà in alcun modo i vincoli gravanti su di essi” e che “la loro alienazione potrà avvenire esclusivamente se la legge vigente lo consente e in ogni caso previa autorizzazione del Ministero per i Beni culturali o del Ministero per l’Ambiente”. La direttiva del Cipe pone, dunque, dei limiti ma, implicitamente, avalla anche la tesi di chi intravede in Patrimonio spa un pericolo per i beni culturali. Tant’è che il Cipe invita la società a dotarsi di un proprio “codice etico” di comportamento e la vincola a presentare annualmente una relazione sul proprio operato.

Il Ministro getta acqua sul fuoco delle polemiche ma le associazioni ambientaliste promettono battaglia e un referendum di primavera per abrogare Patrimonio spa.

Anche Massimo Ponzellini, amministratore delegato di Patrimonio spa, fa dichiarazioni rassicuranti: al grido di “fidatevi di me”, in una lunga intervista a “L’Unità” del 12 gennaio, parla di finanza, di intermediazione di beni posti sul mercato o usati come garanzie per reperire fondi economici. Avverte che la “sua” società utilizzerà solo il 2-3 % del patrimonio e che, in ogni caso, non toccherà ciò che ha valore artistico, storico o ambientale. Ma l’opposizione e una folta schiera di studiosi temono il possibile, perverso gioco di scatole cinesi che sta dietro le operazioni finanziarie. Ad esempio, molti temono che Patrimonio spa ceda beni culturali o ambientali di notevole interesse a Infrastrutture spa. Questi beni, benché inalienabili, potrebbero essere ceduti a terzi in garanzia per reperire fondi oppure essere dati a garanzia di quote di capitale che Infrastrutture spa decidesse di acquisire, partecipando a società private (unico limite previsto dalla legge: non detenere pacchetti di maggioranza). Del resto, i vincoli di inalienabilità di un bene previsti dal Codice Civile sono davvero troppo fragili per rappresentare una salvaguardia reale, dicono gli avversari di Patrimonio spa sostenuti, in questo, dalle perplessità manifestate dalla Corte dei Conti. E resta, in ogni caso, il problema della fruizione pubblica del bene che finisce nelle mani del privato.

Se non bastasse, a rinfocolare le polemiche si sono messi anche gli Enti locali forti delle modifiche all’articolo 117 della Costituzione che trasferisce a Regioni e Comuni molte competenze.

Urbani ripete che la tutela deve essere unitaria e quindi centrale, Settis considera il decentramento una vera rovina per il Paese perché “il patrimonio artistico deve restare allo Stato”. I “centralisti” agitano l’articolo 9 della Costituzione, i seguaci della devolution impugnano la legge e si appellano alla Corte Costituzionale. Nel marasma generale, e mentre una commissione istituita lo scorso novembre dal Ministro lavora alacremente per predisporre il codice dei Beni culturali, Urbani cerca di uscire dall’impasse del conflitto Stato-Regioni, rilanciando lo strumento delle Fondazioni di gestione delle quali possono far parte enti e privati. Prima sperimentazione (già in atto): il Museo Egizio di Torino, poi toccherà a Pisa al Museo delle navi romane, per finire con Colosseo, Uffizi e Pompei.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

CULTURA E FISCO:AMICI O NEMICI?

Quanti saprebbero dire quale sia il regime fiscale previsto nel caso in cui un’azienda decida di acquistare opere d’arte per poi donarle ad un museo? E quanti sanno come viene considerata dal fisco la sponsorizzazione di una mostra? Probabilmente in pochi, nonostante il fatto che in Italia i finanziamenti ai progetti culturali siano interamente deducibili dalle tasse poiché assimilati a spese di promozione commerciale. Le leggi tributarie lo consentono, la normativa giuridica esiste, ma poche imprese ne sono a conoscenza ed ancor meno usufruiscono degli incentivi fiscali disponibili.

Sono queste solo alcune delle riflessioni con le quali si è concluso il “Forum Impresa e Cultura” che si è tenuto a Napoli lo scorso 16 novembre. Focalizzato sul ruolo giocato dal fisco nel creare opportunità di collaborazione e di partnership tra impresa e cultura, quest’anno il Forum ha voluto comprendere se alla crescente sensibilità delle imprese alle tematiche di responsabilità sociale corrisponde un’analoga sensibilità in ambito politico e, in particolare, nella disciplina fiscale.

Sensazione diffusa infatti è che in Italia gli imprenditori dimostrino un discreto interesse nei confronti delle nuove opportunità offerte dagli investimenti culturali, ma che gli ostacoli burocratici e fiscali siano ancora tali da rendere qualsiasi intervento in questo ambito una sorta di costoso lusso da filantropo. L’analisi dei punti di debolezza e di forza della normativa fiscale italiana messa a confronto con le legislazioni attualmente vigenti nei principali paesi industrializzati, ha rivelato un quadro decisamente confortante: in Italia come all’estero, l’investimento in cultura sta diventando un tema sempre più sentito dalle imprese e il mondo della cultura dimostra di temere meno che in passato una loro eccessiva ingerenza nel mondo della cultura.

La produzione e la diffusione culturale sono una fonte di sviluppo per la collettività a prescindere da chi la promuova e la sostenga finanziariamente. La conseguenza è che, negli ultimi anni, diversi Paesi hanno introdotto radicali cambiamenti nel proprio ordinamento con il fine di incentivare e disciplinare gli interventi delle imprese nel mondo della cultura e dell’arte.

L’idea di base che innerva tutte le normative internazionali è che un’impresa che sponsorizza un evento non stia semplicemente contribuendo ad un’iniziativa socialmente meritoria, ma stia anche perseguendo obiettivi commerciali di promozione della propria immagine o dei propri prodotti.

Questo qualifica le spese sostenute come pubblicitarie e le rende interamente deducibili dal reddito imponibile, così che l’impresa si trova a poter scegliere liberamente se investire in promozione comprando spazi pubblicitari o finanziando il recupero di un’opera d’arte, sapendo comunque che in entrambi i casi avrà diritto allo stesso incentivo fiscale.

Si tratta di un significativo passo avanti, perché costringe a considerare che l’impresa non è solo un mecenate di iniziative genericamente utili alla società, ma un’organizzazione che in funzione delle proprie strategie vede nella cultura un’opportunità di investimento vantaggiosa. Se quest’atteggiamento positivo nei confronti della sponsorizzazione culturale è ormai decisamente prevalente nei paesi anglosassoni, così come in Francia ed in Germania, rimangono comunque Paesi come la Svezia o la Grecia nei quali la gestione della cultura è considerata una prerogativa essenzialmente pubblica. In Italia invece la sponsorizzazione viene considerata dall’amministrazione tributaria come una spesa di pubblicità e come tale deducibile integralmente nell’esercizio in corso e nei quattro anni successivi (Art. 74, 2° co., Tuir – Testo Unico delle Imposte sui Redditi – Dpr 22-12-1986, n. 917). L’unica condizione richiesta per accedere alla deducibilità è che esista un accordo con il quale entrambe le parti assumono impegni reciproci: lo sponsor finanzia e l’ente culturale si impegna a metterne in evidenza il nome nelle forme pattuite. A tanta semplicità si aggiunge anche il cosiddetto “diritto di interpello” (ovvero la facoltà di richiedere un parere tecnico alle autorità fiscali prima di aver effettivamente finanziato il progetto culturale per il quale, inoltre, vale la regola del silenzio-assenso in caso di mancata risposta.

Il legislatore italiano ha così voluto dare un segnale forte per promuovere l’investimento culturale d’impresa, rendendolo pienamente deducibile e garantendo la propria collaborazione laddove possano sorgere dubbi sulla corretta interpretazione delle norme. Analogo trattamento fiscale vale nel caso in cui un’impresa scelga di perseguire obiettivi di responsabilità sociale in qualità di semplice mecenate. Con l’introduzione della legge 342/2000, entrata in vigore dal 27 luglio 2001 (Art. 38, legge 21 novembre 2000, n. 342), si consente alle imprese (individuali e non) di ottenere la piena deducibilità fiscale, senza alcun tetto massimo, per tutte le erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato e delle istituzioni pubbliche, di fondazioni e di associazioni legalmente riconosciute, volte alla realizzazione di progetti nei settori dei beni culturali e dello spettacolo. Le donazioni non possono essere soggette a condizioni e i versamenti non fanno sorgere nel beneficiario alcun obbligo di controprestazione. Le condizioni richieste sono che i donatori siano titolari di reddito d’impresa, che i beneficiari appartengano ad una lista di soggetti accreditati (a accomunati dal non perseguimento di finalità lucrative) e che i finanziamenti siano in denaro. Pur con talune imperfezioni e complessità procedurali, la disciplina attualmente vigente rende dunque analogo per le imprese il trattamento fiscale della donazione e della sponsorizzazione. La situazione italiana diventa così molto simile alle normative di quei Paesi caratterizzati da una lunga e consolidata tradizione di coinvolgimento delle imprese nella società civile. Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Germania, solo per citarne alcuni, tendono ormai a trattare indifferentemente i finanziamenti delle imprese nel mondo dell’arte e della cultura, concedendo sgravi fiscali e sovvenzionando alcune forme particolari di intervento.

L’esperienza sembra dunque aver rassicurato le autorità tributarie del fatto che gli incentivi fiscali alla cultura non danno adito a drammatiche cadute di gettito per l’Erario o a particolari pratiche fraudolente. Cadono così molti dei timori che costringevano i legislatori a fissare dei rigidi meccanismi di controllo e dei requisiti così invasivi sulle procedure e sulle modalità organizzative da risultare più disincentivanti che utili. Tali pregiudizi in realtà permangono nel momento in cui si passa dalle donazioni d’impresa al fenomeno del mecenatismo diffuso, ovvero quello realizzato dai privati cittadini. In questo caso, infatti, si teme che le persone, approfittando della piena deducibilità concessa alle donazioni, per eludere il fisco camuffino le proprie spese personali sotto forma di elargizioni volte allo sviluppo della collettività. Si registrano così un po’ ovunque normative sulla donazione decisamente meno permissive rispetto a quelle attualmente vigenti per le imprese. In Italia, per esempio, si ammette solo una parziale deducibilità sulle somme versate (19 %) e vengono previsti dei tetti massimi agli importi donabili, mentre in Portogallo si può dedurre il 25 % della donazione, ma solo fino al raggiungimento del 15 % del reddito imponibile. Se è vero che, alla prova dei fatti, i timori e i pregiudizi relativi alle donazioni dei privati non sono ingiustificati, è anche vero che dando uno sguardo all’estero si possono osservare meccanismi che riescono a trovare un buon compromesso tra il desiderio di incentivare il fenomeno della donazione socialmente utile e quello di evitare fenomeni di elusione fiscale.

Il “Gift Aid”, la nuova normativa inglese in tema di donazioni valida a partire da aprile 2000, consente di dedurre l’intero ammontare delle donazioni dal reddito imponibile (pur con alcuni limiti quantitativi) purché i beneficiari appartengano ad una particolare categoria di organizzazioni accreditate, le “charities”. Una modalità alternativa a quella inglese è quella attualmente vigente in Portogallo e basata sull’accreditamento preventivo dei progetti culturali da parte del Ministero della Cultura e del Tesoro. Certificando la bontà del progetto prima che venga effettivamente finanziato, il legislatore si mette così al riparo da possibili abusi, garantendo allo stesso tempo sgravi fiscali per i donatori. L’evoluzione del panorama internazionale, così come di quello italiano, fanno così comprendere cole il fenomeno dell’investimento culturale d’impresa sia una realtà viva ed in continua espansione.

La percezione che il fenomeno sua potenzialmente utile al progresso della società è ben presente al legislatore, e la stessa evoluzione delle norme tributarie testimonia un progressivo allentamento nei requisiti e nelle procedure burocratiche precedentemente richiesti. Il risultato è che attualmente in Italia esistono tutte le premesse legali e fiscali perché l’investimento culturale possa diventare un fenomeno diffuso, apprezzato e vantaggioso per tutti gli attori in gioco.

Autore: Pierluigi Sacco

Fonte:Il Giornale dell’Arte

ARTICOLO 38: E’ TROPPO DIFFICILE ESSERE LIBERALI””

Ammontano a circa 17 milioni di euro le erogazioni a sostegno dell’arte e dello spettacolo effettuate dai 308 imprenditori-mecenati che nel 2001 si sono avvalsi degli incentivi fiscali previsti dall’art. 38 della legge 342/2000, in base al quale sono pienamente deducibili dal reddito di impresa tutte le erogazioni liberali concesse in favore di istituzioni culturali pubbliche e private. Pochi, 17 milioni di euro, se si considera che la norma prevedeva per il 2001 un tetto complessivo di 139,5 milioni di euro, all’interno del quale la liberalità era completamente detassata sia per le imprese mecenati che per i beneficiari (infatti, mentre le imprese possono dedurre dal reddito le somme versate senza alcun limite, i beneficiari, superata tale soglia complessiva, sono tenuti a versare allo Stato il 37 % delle quote eccedenti).Molti, se si pensa invece alla novità della norma, divenuta di fatto operativa solo negli ultimi mesi del 2001, e al suo complicato meccanismo di attuazione. E’ lo stesso ministro Urbani a riconoscerlo: “Innanzitutto la norma è ancora poco conosciuta perché è entrata in vigore a fine giugno”, ha dichiarato al Giornale dell’Arte. “Ci siamo attivati subito predisponendo un ufficio e un servizio informazioni anche sul sito internet per spiegare il suo funzionamento e nell’ultimo mese a disposizione per la presentazione delle domande abbiamo dato ampio risalto alle opportunità insite in questa norma attraverso i giornali ed inserzioni pubblicitarie. Quando però i cittadini non utilizzano una norma vi sono anche della ragioni più profonde: molti sono stati scoraggiati dalla macchinosità della norma che impone ai beneficiari di versare imposte su una parte dei contributi ricevuti nel caso si superasse il tetto di deduzioni previste. E’ chiaro che questo può generare incertezza nei bilanci di molte istituzioni culturali, che quindi hanno rinunciato ad utilizzarlo”.

Invece secondo l’ex ministro Giovanna Melandri, che della norma era stata la promotrice, “nè Urbani né Sgarbi hanno fatto niente per far conoscere l’articolo 38. Abbiamo dovuto persino sollecitare il Governo con un’interrogazione parlamentare affinché si attivasse perlomeno predisponendo la documentazione necessaria per poter usufruire della norma.”

Per il futuro Urbani assicura che “stiamo pensando di trasformare il regolamento di attuazione dell’art. 38 in una vera e propria Tremonti per la cultura. Partiremo dalle utili indicazioni che tutto il mondo dell’associazionismo e della società civile (penso in particolare alle proposte di Confindustria) avevano già formulato in occasione della stesura del precedente regolamento e che forse per poca fiducia nel privato non si è avuto il coraggio di inserire. Definiremo queste modifiche nei prossimi tre mesi per rilanciare le erogazioni liberali per il 2002”.

Tornando all’art. 38, il 13 % dell’importo totale delle operazioni è stato incamerato dai Comuni mentre nulla è stato erogato alle Regioni. Tra i soggetti beneficiari anche associazioni e fondazioni. A sfruttare maggiormente il beneficio fiscale sono stati la Lombardia (dove i “mecenati” hanno versato oltre 6,25 milioni di euro e i beneficiari ne hanno incassati 6,08) e il Veneto (3,56 milioni di euro di erogazioni, 4,08 di incassi). Nessun intervento, invece, in Trentino, Sardegna, Molise, Calabria e Valle d’Aosta. Il mecenatismo si è rivolto soprattutto verso lo spettacolo, cui va il 62,6 % dei finanziamenti, contro il 37,4 % dei beni culturali. Tra i beneficiari, spiccano i grandi enti lirici del Teatro della Scala (2,58 milioni di euro) e de La Fenice (2,72). Tra i privati, la Fondazione Giorgio Cini di Venezia per il recupero dell’isola di San Giorgio. Per lo Stato, hanno ricevuto finanziamenti la Soprintendenza per i bbaass dell’Umbria per la ricostruzione post sismica e l’Opificio delle pietre dure di Firenze per la sperimentazione e ricerca.

Autore: Beatrice Fabbretti

Fonte:Il Giornale dell’Arte