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POZZUOLI (Na). Accademia Fantasie del Cinema, la recitazione teatrale educa al sociale.

Quando la recitazione, il teatro, il cinema, diventano eccellenze dell’arte e della cultura in senso ampio, tra educazione professionale, formazione ed inclusione, ma soprattutto apertura al territorio ed al sociale. Nei Campi Flegrei e del mito partenopeo, ecco che ‘piccoli’ talenti crescono insieme e non finiscono mai di sorprendere, di meravigliare, tanto da suscitare naturalmente vive emozioni e vibrare le classiche corde del cuore.
Presente, e non è la prima volta!, un pubblico delle grandi occasioni, si è svolta infatti sotto l’incanto delle stelle, nella suggestiva cornice del parco pubblico “Villa Avellino”, in via Rosini a Pozzuoli, la manifestazione patrocinata dal Comune della città flegrea, dal titolo: “C’era una volta Napoli”, fortemente voluta dalla: Fantasie del Cinema Academy, con sede in via Masullo a Quarto (Napoli), che porta avanti, egregiamente, corsi appunto di recitazione teatrale e cinematografica, vantando tra gli illustri docenti anche Ludovica Nasti, giovane attrice di fama internazionale. E’ scontato aggiungere, in questo variegato contesto di potenzialità espresse, che lo spettacolo messo in scena nel predetto, significativo evento, ha partecipato eccome i più che attenti spettatori, per la genialità, mostrata e dimostrata, dei giovanissimi protagonisti (tra i 4 e i 16 anni d’età), che hanno ballato, cantato e recitato brani, indelebili della tradizione partenopea. Applauditissima, la presenza sul palco del simpaticissimo Jimmy, tra i più giovani protagonisti nella soap tutta italiana, ambientata a Napoli: “Un Posto al Sole”.
L’ “Accademia Fantasie del Cinema” nasce da un’idea di Stefania Filippone e Martina Nasti, per arginare il fenomeno dell’alienazione di bambini e adolescenti, stante oggi l’uso oramai fuori controllo, di telefonini e social, con l’obiettivo invece di creare e diffondere cultura a 360°, in ogni ambito dell’arte: dal teatro, al canto, al ballo, al cinema, continuando così, sottolineano promotori ed organizzatori della lodevole, encomiabile iniziativa, a coltivare quell’inimitabile propensione naturale che hanno i napoletani, affinché diventi gioco che unisca, educhi, insegni valori, come l’amicizia, il lavoro di gruppo, la bellezza, e che allontani da ogni forma di violenza, ostilità ad ogni costo, bullismo, solitudine e isolamento dal sociale.
Intanto è possibile seguire lezioni di prova, per scoprire -si sottolinea- il proprio talento e far sí che possa diventare uno svago, una crescita evolutiva personale o un esponenziale sbocco professionale. A livello didattico-formativo, attraverso l’arte teatrale, si apprendono tecniche, testi e copioni, migliorando così le abilità cognitive, la comunicazione, l’esposizione e l’espressività, mentre sia da attori, sia da spettatori, si permette loro, in modo divertente, di sviluppare empatia, fantasia, creatività, concentrazione e molto di più.
Una vera e propria fucina di competenze da mettere, un domani, in campo. Specie con gli altri e per gli altri.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

SCOZIA (GB). Un fermaporta da due milioni e mezzo di sterline.

Una scultura, valutata alcuni milioni di dollari, a lungo è rimasta a fungere da fermaporta all’interno di un capannone: incredibile, ma vero! Si ritiene, purtroppo, che siano capitati diversi casi in cui, per ignoranza o superficialità, opere di grande valore artistico e storico siano stati utilizzati come semplici oggetti comuni.
Quando, nel 1938, il consiglio comunale scozzese acquistò per la somma di 5 sterline, era noto l’autore della scultura: infatti si trattava del famoso artista francese Edmè Bouchardon; ma forse non si diede il giusto peso all’oggetto, al punto che nel 1938 la sua importanza era uscita dalla memoria di tutti ed il manufatto era stato promosso a fermaporta, posto su un uscio interno di un capannone.
La scultura, un busto maschile, raffigura John Gordon, colui che, forse e secondo il parere dell’Highland Council della città di Invergordon, un porto scozzese, ne fu il fondatore.
Artisticamente la scultura è ritenuta appartenente ad un neoclassicismo ante litteram, in quanto il suo stile, che dominò la fine del XVIII secolo, ricalca i dettami provenienti dalle arti greca e romana.
Bouchardon fu un artista che operò attivamente alla corte del re Luigi XV e fra le sue opere sono da annoverare la Fontana delle Quattro Stagioni, che iniziò a spruzzare acqua a partire dal 1745, e il dio Amore, che ricava il suo arco dalla clava di Ercole, opera terminata nel 1750.
Il busto, di cui si parla, è anteriore, cioè fu scolpito attorno al 1728, quando Bouchardon, trovandosi a Roma, incontrò Gordon e ne scolpì il busto. Questo è quanto è stato riportato da Steven McKenzie di BBC News. Gordon lo espose nel suo castello di Invergordon, dove rimase per diversi anni.
Verso la fine degli anni ì90 del XX secolo, Maxime Smith, consigliere di Inverdordon, cercando dipinti e abiti da cerimonia in un capannone, incappò nella statua, che teneva aperta una porta interna. La vide, ma non le diede il giusto peso, sicché se ne andò, senza pensarci più. E meno male che un altro, magari più addentro alla conoscenza dell’arte scultorea, la apprezzò e finì all’Highland Council dove, essendosi valutato il suo valore, non la espose mai al pubblico, pur avendola concessa in prestito al Louvre di Parigi nel 2006 ed al Getty Museum di Los Angeles nel 2017.
E il tutto sembrava che finisse lì. Invece, abbastanza recentemente ha attratto l’attenzione di uno sconosciuto ammiratore, il quale ha incaricato la casa di aste Sotheby’s di farla mettere in vendita, confermando che sarebbe disponibile a spendere due milioni e mezzo, o anche più, di sterline pur di averla; per di più, qualora il suo acquisto andasse in porto, ne farebbe scolpire una Naturalmente, la proposta ha attivato lunghi dibattiti, alla fine dei quali – almeno questo è il sentore – pare che si sia giunti alla decisione di dare il via alla vendita. Del resto, secondo il parere del consigliere Lyndsey Johnston, da un lato sarebbe un buon investimento per la città di Invergordon, mentre dall’altro i visitatori avrebbero potuto ammirare la copia, identica, dell’originale.
Il comune scozzese, nella sua qualità di proprietario del busto, pur avendo avuto il beneplacito per venderlo da parte della corte dello sceriffo di Tain, oggi ne è ancora il proprietario.
Finora, non mi sono giunte notizie in merito al futuro di questo busto, staremo a vedere in quale collezione andrà a finire.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

UDINE. Da Monet a Kandinsky: 91 capolavori dell’arte moderna in mostra.

Udine si prepara a diventare uno dei poli culturali più rilevanti dell’anno con la mostra “Impressionismo e modernità. Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky, Magritte”, che dal 30 gennaio al 30 agosto 2026 porterà a Casa Cavazzini 91 opere dei più celebri protagonisti dell’arte moderna europea. I capolavori arrivano dal Kunst Museum di Winterthur, una delle collezioni più significative della Svizzera.
L’esposizione – curata da David Schmidhauser, capo curatore del museo elvetico, e da Vania Gransinigh, direttrice di Casa Cavazzini – è promossa da PromoTurismoFVG, Comune di Udine e MondoMostre.
Konrad Bitterli, direttore del Kunst Museum di Winterthur, ha espresso “grande soddisfazione per la possibilità di presentare in Italia opere del modernismo classico che rappresentano l’eccellenza del nostro museo. Questi capolavori sono veri ambasciatori della nostra identità culturale”.
Il curatore David Schmidhauser ha infine ricordato la qualità della collezione: “La nostra è una raccolta ricchissima, non solo per i nomi noti come Van Gogh, Monet o Mondrian, ma anche per i nuclei dedicati a movimenti come il post-impressionismo o l’astrattismo. Raccontiamo una storia di coraggio: quello degli artisti e quello dei collezionisti che hanno sostenuto la forza innovativa dell’arte moderna”.

Il percorso della mostra.

Impressionismo e post-Impressionismo.
Una nuova sensibilità per la luce, il colore e il movimento. L’arte cerca di cogliere il dinamismo della realtà visibile, abbandonando le convenzioni accademiche. Nel XIX secolo, mentre la pittura accademica dominava ancora le sale dei musei, alcuni collezionisti iniziarono a sostenere artisti che sfidano le convenzioni, catturando la realtà̀ attraverso luce e colore. Le opere di Vincent Van Gogh, Claude Monet, Camille Pissarro, Alfred Sisley, Maurice Denis e Pierre Bonnard, testimoniano questa rivoluzione visiva e il coraggio di chi scelse di investire in un’arte allora controversa.
Opere principali in mostra.
Claude Monet, Belle-Île, coucher du soleil, 1886
Camille Pissarro, Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant, 1897
Pierre Bonnard, L’abat-jour orangé, 1908
Vincent van Gogh, Joseph Roulin, 1888

Il Cubismo e la rivoluzione della forma.
Nei primi decenni del Novecento, il gusto dei collezionisti iniziò spostarsi verso un nuovo movimento che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio dell’arte: il cubismo. Artisti come Georges Braque, Pablo Picasso, Juan Gris e Fernand Léger smantellano la prospettiva tradizionale, scomponendo la realtà in forme geometriche e sperimentando nuovi modi di rappresentare lo spazio.
Opere principali in mostra.
Georges Braque, La bouteille de Champagne, 1912
Juan Gris, Pierrot, 1919
Pablo Picasso, Bouteille et raisins, 1922
Fernand Léger, Les deux femmes et la nature morte (1er état), 1920

Dall’astrazione alla sintesi tra arte e spazio.
Se il cubismo aveva ancora un legame con la realtà̀ visibile, gli artisti astrattisti decisero di rompere completamente con la rappresentazione. Le opere di Piet Mondrian, Theo van Doesburg e Wassily Kandinsky testimoniano questa radicale trasformazione, in cui la pittura diventa un sistema di segni e colori indipendente dal mondo naturale.
Il collezionismo, in questa fase, diventa un vero e proprio sostegno ideologico: i mecenati non acquistano solo opere, ma finanziano un’idea, credendo nella possibilità̀ di un’arte completamente nuova e rivoluzionaria.
Opere principali in mostra:
Piet Mondrian, Composition A, 1932
Theo van Doesburg, Composition arithmétique, 1929–30
Hans Arp, Concrétion humaine oder Coquille se dénouant, 1936
Fritz Glarner, Relational Painting #68, 1954
Sophie Taeuber-Arp, Plans profilés en courbes, 1935

Surrealismo e il sogno della materia.
Con il surrealismo, l’arte si apre ai sogni, all’inconscio e al caso. I collezionisti più̀ audaci non si accontentano più̀ di estetiche equilibrate, ma cercano opere che li mettano di fronte all’ignoto.
Opere principali in mostra:
René Magritte, Le monde perdu, 1928
Max Ernst, Fleurs-écaille, ca. 1928
Yves Tanguy, La tour de l’ouest, 1931
Paul Klee, Blühendes / Blühender Baum, 1934
Giorgio de Chirico, Autoritratto con la tavolozza, 1924

Il museo e la sua collezione
Il Kunst Museum di Winterthur è stato tra i primi in Europa a sostenere l’impressionismo, quando ancora era rifiutato dalle grandi istituzioni. Grazie al contributo di collezionisti privati e donazioni, la collezione si è ampliata includendo le avanguardie del Novecento, rendendo Winterthur un punto di riferimento per l’arte moderna. L’esposizione a Udine rappresenta un’opportunità rara per il pubblico italiano di accedere a opere normalmente custodite in Svizzera.
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha definito la mostra “perfettamente coerente con il percorso di valorizzazione culturale intrapreso dalla Regione”, ricordando i riconoscimenti ottenuti dal territorio: “La Regione sta investendo con convinzione in eventi di alto profilo culturale, come dimostrano GO! 2025 e la recente nomina di Pordenone a Capitale italiana della Cultura 2027. Siamo orgogliosi che il Friuli Venezia Giulia sia oggi sinonimo di eventi memorabili che rafforzano l’immagine della nostra terra a livello nazionale e internazionale”.
Sulla stessa linea l’assessore regionale alle Attività produttive e Turismo, Sergio Emidio Bini, che sottolinea la portata strategica dell’investimento nelle grandi mostre: “Udine ospiterà capolavori di rilevanza mondiale. Un’iniziativa che conferma la nuova vocazione del Friuli Venezia Giulia come punto d’incontro per grandi eventi culturali, musicali e sportivi. In collaborazione con gli operatori turistici locali, svilupperemo offerte specifiche per incrementare l’incoming e valorizzare il capoluogo”.
Il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, parla di “un passaggio importante per la città nel panorama culturale europeo”, elogiando la capacità di Udine di costruire legami solidi con istituzioni museali internazionali. “Questa mostra rafforza il ruolo di Udine come punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Sarà anche un’occasione concreta per attrarre nuovi flussi turistici qualificati e promuovere la crescita del territorio”.
Anche l’assessore comunale alla Cultura, Federico Pirone, pone l’accento sul valore della mostra per il tessuto culturale locale: “Con questo progetto portiamo a Udine un’esposizione di alto profilo, costruita con cura e coerenza. Il coinvolgimento diretto dei Civici Musei attraverso la co-curatela di Vania Gransinigh rafforza il ruolo del museo non solo come contenitore, ma come motore culturale della città e del territorio. La mostra saprà parlare a tutti, dai più piccoli agli appassionati d’arte”.
Per Simone Todorow di San Giorgio, amministratore delegato di MondoMostre, si tratta di un’occasione unica: “Siamo orgogliosi di contribuire a un progetto che unisce qualità scientifica e apertura al pubblico. Udine si conferma una città recettiva e pronta ad accogliere eventi culturali di respiro europeo”.

Fonte: www.friulioggi.it 17 luglio 2025

COMACCHIO (Fe), loc. Lido di Spina. Il museo d’arte contemporanea più vicino alla spiaggia d’Italia.

Nel 1970, alla presenza dell’allora ministro Ripamonti, Remo Brindisi (Roma, 1918 – Lido di Spina, 1996) inaugurava la sua Casa Museo a Lido di Spina, dove il Po incontra il mare Adriatico dando vita a uno dei più suggestivi ecosistemi acquatici d’Italia.
L’artista e collezionista romano – che fu anche presidente della Triennale Milano nel 1972 e abitava stabilmente a Milano – desiderava realizzare un luogo che fosse insieme residenza immersa nel verde e spazio espositivo per le sue opere e la sua collezione d’arte; tra la pineta e la spiaggia di Lido di Spina trovò il contesto ideale e con la collaborazione della designer milanese Nanda Vigo (Milano, 1936 – 2020), che progettò l’edificio, concretizzò il suo desiderio.
La dimora doveva essere casa per le vacanze della numerosa famiglia di Brindisi, ottavo di undici figli, e al contempo ospitare una raccolta che nel tempo sarebbe arrivata a sfiorare le duemila opere, documentando le principali correnti artistiche del Novecento.
L’artista l’aveva immaginata, già a partire dal 1967, come un Museo Alternativo, dove arte e vita potessero intrecciarsi e integrarsi all’insegna di un approccio libero e democratico alla creatività. Una concezione culturale, artistica e museografica che accomunava Brindisi e Vigo, entrambi animati da un’idea della collezione come “fatto totale”, come visione della contemporaneità, che prende forma in uno spazio dove senza soluzione di continuità coesistono l’ambiente, l’architettura, l’arte, il design e la vita degli abitanti e dei visitatori.
Dunque il museo doveva essere un museo vivo, conviviale, aperto alla discussione e alla produzione del nuovo. E anche a livello progettuale, le diverse arti avrebbero contribuito a comporre insieme lo spazio costruito, per un ritorno alle origini dell’abitare, secondo Vigo alterato dall’avvento della società industriale, responsabile di aver artificialmente scomposto l’armonia dell’insieme.
I lavori iniziarono nel 1968 e la casa, ricoperta di piastrelle in klinker bianco resistenti a sabbia e vento marino, fu effettivamente completata solo nel 1973, tre anni dopo l’inaugurazione ufficiale. Gli arredi, sempre concepiti dalla designer milanese, sarebbero stati parte essenziale del progetto, dalla Conversation pool che sembra emergere dal pavimento al centro della grande sala cilindrica che è il cuore dell’abitazione – l’edificio è caratterizzato da un grande cilindro centrale sul quale si aprono i diversi spazi pubblici, per l’accoglienza ed espositivi, fino alla tavernetta del seminterrato, dov’era la cucina e Brindisi riceveva i suoi ospiti – al corrimano in acciaio della scala elicoidale che collega i piani sul modello museografico del Guggenheim, alle grandi vetrate interne. Tutti elementi che Nanda Vigo definiva, non a caso, “cronotipi” e “stimolatori di spazio”. Alcuni degli arredi furono realizzati su misura per la casa di Lido di Spina, altri scelti dalla serie Top progettata da Vigo nel 1970 per FAI International e dalla serie Essential, realizzata invece per Driade nel 1973. Elaborato fu anche il lavoro di ricerca sull’illuminazione, garantita da lampade firmate sempre da Vigo (come la Diaframma del 1971 o la Linea del 1970) e da altri designer come Cesare Fiorese, Bruno di Bello, Bruno Contenotte. Produzioni di design industriale sono invece le versioni originali della lampada Parentesi di Pio Manzù e Achille Castiglioni che Remo Brindisi utilizzava nel suo studio per dipingere, della Toio di Achille e Piergiacomo Castiglioni, della Eclissi di Vico Magistretti da tavolo, collocata sul comodino accanto al letto dell’artista, e da parete, utilizzata nei bagni, della Cobra di Elio Martinelli per il bar in muratura della tavernetta.
C’è poi la collezione, che muovendosi tra le diverse correnti artistiche del Novecento a livello internazionale pone un particolare accento sulla Milano tra gli Anni Cinquanta e Settanta, includendo anche i lavori di Brindisi, che trasferitosi a Firenze alla fine della guerra era entrato in contatto con l’ambiente artistico di Carena, Soffici e Rosai, per poi avviare a Venezia un proficuo sodalizio con il gallerista Carlo Cardazzo e partecipare a diverse Biennali, ed entrare a far parte del gruppo Linea negli anni milanesi (tra i lavori più celebri, i due cicli La via Crucis e la Storia del Fascismo, realizzati a cavallo tra gli Anni Cinquanta e Sessanta).
“Una volta terminata la costruzione architettonica si è affrontata una nuova difficoltà, vale a dire la collocazione delle opere”, spiegava Brindisi nel 1978 “Ciò è stato fatto senza seguire criteri cronologici o gerarchici, ma secondo una concezione estremamente democratica che non ha tenuto conto di graduatorie di valori, ma si è basata sull’inserimento delle singole opere nel loro contesto estetico-architettonico più congeniale, per offrire una visione globale della nostra epoca”.
Nel Museo Alternativo di Lido di Spina, dunque, alcune grandi opere sono decisamente integrate all’architettura. È il caso del graffito Cavallo di Lucio Fontana, monumentale lavoro di sei metri per quattro collocato dietro al desk d’ingresso, delle sculture di Arturo Martini e del Radiale di Giò Pomodoro, degli alberi verdi in metacrilato di Gino Marotta, della parete con scrittura cancellata “per camera da letto” di Emilio Isgrò, delle sculture cinetiche di Carmelo Cappello.
Ma il novero degli artisti rappresentati nel museo oggi diretto da Laura Ruffoni è molto vasto e di assoluto rilievo con alcune chicche assolute, dai maestri del primo Novecento come Medardo Rosso, Alberto Savinio, Mario Sironi, Felice Carena, Tullio Crali, Giacomo Balla, Arturo Martini, Fausto Melotti, Filippo De Pisis, ai principali esponenti delle correnti della seconda metà del secolo.
Spazialismo e Movimento Nucleare con Fontana, Crippa, Dova, Tancredi, Baj; Movimento internazionale Zero, Gruppo Azimuth, arte cinetica e programmata con Vigo, Manzoni, Bonalumi, Schegghi, Nicolotti, Alviani, Colombo, Boriani; Nouveau Réalisme e Pop con Arman, Cèsar, Rotella, Hains, Schifano (alcuni lavori davvero rimarchevoli), Warhol.
E ancora astrattisti, informali, esistenzialisti, Nuova Figurazione, CoBrA, e molti altri.
Dopo la scomparsa di Brindisi, la cui tomba si trova dal 2004 nel giardino del museo, la residenza di Lido di Spina e l’intero patrimonio in essa conservato sono stati acquisiti dal Comune di Comacchio, per volontà testamentaria dello stesso artista. Alla fine del percorso museale si è scelto di ricostruire fedelmente lo studio dell’artista con tanto di cavalletto: qui Brindisi trascorreva gran parte delle sue giornate di lavoro a Lido di Spina. Con i mobili e gli arredi originali si ripropone il tipico allestimento delle opere a “quadreria”, che caratterizzava lo studio. Dipinti e disegni si riferiscono a diversi periodi artistici di Brindisi; tra questi anche uno dei tre grandi dipinti eseguiti proprio per la casa museo: la grande tela intitolata Progressista contro conservatore.

Aperto con orario diurno in primavera e autunno (su prenotazione in inverno), in estate – fino a tutto il mese di agosto – il museo si visita nelle ore serali, ed ospita anche diverse rassegne ed eventi culturali, a pochi passi dal mare.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 23 ago 2025

Carlo Sbisà, pittore triestino.

Guardava i capolavori di Mario Sironi ma anche le opere di arte antica, con una sensibilità che aveva convinto perfino un’intenditrice come Margherita Sarfatti, grande ammiratrice dei dipinti di Carlo Sbisà (1899-1964).

Carlo era nato alla fine dell’Ottocento a Trieste, figlio di Carlo, macchinista navale, e Annalia Pillon, operaia in uno stabilimento industriale. Nonostante le origini umili, la sua passione per il disegno dimostrata fin da ragazzo convinse i genitori ad iscriverlo alla sezione artistica della civica scuola reale superiore della città, dove si diplomò nel 1916, prima di cominciare a lavorare come disegnatore presso i cantieri navali di Monfalcone. L’anno successivo venne trasferito a Budapest, dove visitò la città e durante alcune gite a Vienna, poté ammirare le opere grafiche di Klimt e Schiele. Tornato a Trieste, nel 1919 si trasferì a Firenze deciso a proseguire gli studi artistici, e per farlo entrò in contatto con il giovane pittore triestino Giannino Marchig, che lo aiutò ad inserirsi nella scena artistica della città. Dopo aver frequentato il corso di pittura tenuto da Arturo Calosci, Sbisà interruppe gli studi per imbarcarsi come lubrificatore di macchine sulla nave Absirtea, guidata dal padre e diretta a New York.
Dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti rientrò in Italia, dove concluse gli studi nel 1920: due anni dopo esordì pubblicamente alla Biennale di Venezia con un ritratto in bianco e nero su carta. In quegli anni frequentò molti triestini che vivevano a Firenze, oltre che diversi artisti legati alla rivista Solaria, come Bruno Bramanti, Giovanni Colacicchi e Silvio Pucci, ma si legò soprattutto con Felice Carena.
Nel 1925 arrivarono le prime commissioni di soggetto religioso: una pala d’altare per una chiesa a Rovigo e due tele con San Francesco d’Assisi, presentate al concorso legato al settimo centenario della morte del santo. Entrambe le scene sono ambientate nella stanza spoglia del Conventino a Firenze, dove Sbisà aveva preso una camera nel 1923: la stessa architettura presente nelle due tele esposte alla Biennale nel 1926, Elisabetta e Maria e Ritratto femminile. Sono anni molto fecondi per l’artista, che nel 1927 rientrò a Trieste, dove tenne la sua prima personale alla galleria Michelazzi, con la presentazione di Italo Svevo.
In città condivise il suo atelier con gli amici Leonor Fini e Arturo Nathan, che aveva conosciuto grazie alla sua amica e modella Franca Jäger Isotti. Nel 1929 entrò nell’orbita del movimento Novecento, e partecipò con l’opera Due voci – La signora Franca Isotti (1928), alla Seconda mostra del Novecento italiano a Milano, promossa da Margherita Sarfatti.
Rimasto nel capoluogo lombardo, frequentò letterati del calibro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giovanni Scheiwiller e Sergio Solmi, ma a livello espositivo ebbe poca fortuna, tranne una mostra nel 1931 alla Galleria del Milione, passata inosservata. Così l’anno seguente Carlo decise di tornare a Trieste, dopo aver prodotto molti dei suoi capolavori, come La Venere della Scaletta (1928), dove si notano sia riferimenti a Sironi che ai pittori del Manierismo toscano. Oppure Santa Cecilia (1931), premiata all’Esposizione internazionale d’arte sacra, giudicata da Carlo Carrà “ben condotta formalmente ma di un’espressione pittorica un po’ vecchina”.
Negli anni Trenta si dedicò soprattutto alle opere pubbliche, come gli affreschi per il salone d’onore della Casa del combattente (1934-35) e gli interventi per il nuovo palazzo delle Assicurazioni Generali, tra i quali due affreschi di soggetti legati al regime: Il lavoro costruttivo e Dopolavoro e ricreazione, entrambi nel 1937.
La morte del suo caro amico Arturo Nathan nel campo di concentramento di Biberach alla fine del 1944 causò a Sbisà una crisi molto forte, culminata nell’abbandono della pittura all’inizio degli anni Cinquanta: oggi i suoi capolavori sono custoditi al museo Revoltella di Trieste.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com 17 agosto 2025