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NAPOLI. Il Sacro Tempo della Scorziata, un tesoro oramai in rovina da salvare e recuperare.

Arte religiosa e il suo immane, inestimabile, patrimonio culturale, allo sbando e in rovina. Purtroppo, come nel caso di cui trattasi, irreversibilmente o quasi.
Focus sul Sacro Tempio della Scorziata, nel centro antico di Napoli, nel cuore della vecchia Anticaglia lungo il vico Cinquesanti, che si apre sulla storica Piazza San Gaetano. Oggi come oggi, ne resta solo un lontano ricordo.
Il complesso, in uno con la chiesa dedicata alla Presentazione di Maria al Tempio, venne costruito nel 1579 per volontà di Giovanna Scorziata (da cui l’edificio di culto prese il nome), ed altre due nobildonne napoletane. Alla morte della fondatrice, l’opera monumentale fu poi affidata definitivamente alle cure dei Padri chierici regolari teatini, ordine istituito da San Gaetano Thiene, mentre nel XX secolo fu affidata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento all’Avvocata, a cui si deve la costruzione del portale in stucco e piperno o di quello che fu. La chiesa e l’intero edificio sono rimasti poi funzionanti fino ai primi anni quaranta del Novecento, posto che, durante la seconda guerra mondiale, alcuni bombardamenti procurarono molte lesioni strutturali che portarono, nonostante dei lavori di ristrutturazione, a vari crolli e cedimenti, tanto che la struttura fu chiusa al pubblico negli anni Settanta, mentre dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che provocò ulteriori danni, essa venne completamente abbandonata a se stessa ed all’incuria del tempo, in attesa di una ristrutturazione mai avvenuta.
Lasciata intanto lì a marcire per molti anni, la chiesa nel 1993 venne depredata dai ladri, che portarono via quanto più di prezioso potevano, subendo inoltre successivi assalti sacrileghi, perpetrati nell’indifferenza generale, senza alcun rispetto ed amore per la propria città da parte di gente senza scrupoli.
L’interno, ormai devastato e ridotto ad un cumulo di macerie, mostra una desolante navata centrale con la volta, mantenuta a malapena ancora in vita dai suoi meravigliosi pilastri barocchi, di pregiato piperno, e le travi del soffitto quasi del tutto crollate. L’edificio, ormai spogliato di ogni arredo, è ridotto oramai ad uno scheletro. Venne asportato persino il pavimento, mentre gran parte degli intonaci dipinti si sono distaccati dalle pareti. Non resta altro, se nel frattempo non sia ”scomparso” anch’esso, che l’affresco della Crocefissione del Cristo, scoperto alcuni anni fa in un ambiente al di sotto del pavimento dell’aula centrale.
La chiesa, oggi, è completamente nuda e privata di ogni arredo (andati trafugati), a seguito del perpetuarsi di razzie di ogni genere, compresi furti di oggetti di pregio e capolavori dell’arte. Ladri, vandali, teppisti incendiari e delinquenti di varia natura, si sono accaniti ed arricchiti, negli ultimi quarant’anni, su questa chiesa, causa soprattutto -indice puntato- l’assenza delle istituzioni ed enti di competenza che, sorretti da una indisponente noncuranza o se si vuole distacco generale, non hanno favorito il recupero, la valorizzazione ed il restauro, di cui necessitava l’opera monumentale.
Anni, si sottolinea, di totale assenza della sovraintendenza preposta al settore e degli organi di custodia – sicurezza, che hanno – il j’accuse- prodotto questo disastro, fatto di ruberie di ogni tipo e sottrazioni reiterate. Un’assenza la loro, si afferma, fattasi soprattutto sentire nel 1993 soprattutto, quando sono scomparse icone ed altari settecenteschi, oltre alla maggior parte delle tele che arricchivano la Chiesa. Il breviario delle doglianze, stando in tema. E’ stata infatti scippata, in varie razzie barbariche, parte degli arredi barocchi; smontati e poi portati via gli altari con i suoi marmi preziosi, in cui uno custodiva il paliotto della Presentazione al Tempio; rubati i tendaggi, gli arazzi, le acquasantiere, il pulpito ligneo, una statua di Santa Rosa, l’organo settecentesco e financo il pavimento. Nulla è stato risparmiato, si dice, se non un affresco raffigurante una Crocifissione, datato intorno al XVI secolo (solo perché non facilmente visibile), rinvenuto casualmente in un’ambiente sotterraneo.
Una vera e propria vergogna che ancora una volta non potrebbe non suscitare polemiche nei confronti di quelle istituzioni di pertinenza, incapaci -si ribadisce- di valorizzare il patrimonio monumentale della città partenopea, con le sue straordinarie ricchezze culturali. Si pensi solo, a tal proposito, che l’intero interno della chiesa era un tempo ricco di opere d’arte come: il “San Giovannino” (una copia della tela di Caravaggio); la “Presentazione al Tempio”, realizzata da un allievo di Francesco Solimena; una “Madonna che appare a San Romualdo”, attribuita ad un pittore manierista e, ancora, una “Madonna del Rosario” di un allievo di Massimo Stanzione; due Madonne del 700 (una “ con Sant’Anna e Sant’Agnello” e l’altra “ con il Bambino e i Santi”). Tutte opere d’arte, queste, che sono state razziate nel corso di questi anni, non lasciando più nulla se non un’impalcatura scheletrica che a mala pena si regge in piedi in attesa di cadere.
L’edificio oggi non ha più nulla di valore da recuperare, se non la sua memoria storica. Il luogo si presenta sventrato, tutto ciò che i passanti possono osservare. Qualcuno, in pieno centro storico, a pochi metri da piazza San Gaetano (l’agorà dell’antica Neapolis), avrebbe trasformato parte del complesso in un deposito; qualcun altro invece si sarebbe infilato senza alcun controllo all’interno della chiesa, spostato le macerie del soffitto crollato e, con precisione ed esperienza, portato via tutte le mattonelle del pavimento che erano ancora utilizzabili. Lentamente, i| monumento storico si è così trasformato oggi in un rudere il cui recupero appare sempre più disperato. Oggi, praticamente, di quel luogo storico non è rimasto più nulla, nemmeno una sola opera d’arte, in uno scenario in degrado e surreale. Ovvero, un ammasso di pietre destinato solo a crollare di schianto.
Lavori di risanamento e restauro della struttura, finanziati dai fondi europei del progetto Unesco per il centro storico di Napoli, e “tanta buona volontà” ad intervenire concretamente, a parte, il Sacro Tempio della Scorziata è e resta un tesoro d’arte assolutamente da salvare. Al più presto.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

NAPOLI. La Natura Morta allo Jago Museum, un cesto pieno di armi, anziché frutti.

La “Natura Morta”, l’ultima opera realizzata da Jago (pseudonimo di Jacopo Cardillo), arriva a Napoli: è stata valutata 12 milioni di euro, una tra le piú costose. L’artista e scultore italiano vi porta una delle sue opere più significative, il “cesto di armi” scolpito in marmo. Un messaggio potente sul nostro tempo.
Da domenica 22 dicembre p-v-, sarà infatti visibile l’installazione del capolavoro che, reduce dalla prestigiosa, iconica, esposizione (dall’8 maggio al 4 novembre 2025), nella pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, posto proprio di fronte, in un continuo dialogo tra passato e presente, col celebre dipinto: “Canestra di frutta’ di Caravaggio, entra ufficialmente nello Jago Museum, presso la storica chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (nell’omonima Piazzetta).
Viene, così, arricchito il percorso espositivo di Jago, nel cuore verace del rione Sanità, del capoluogo partenopeo, çjttà,. che lo scultore ciociaro considera ormai la sua casa, oltre a creare un confronto tra il linguaggio contemporaneo e la tradizione artistica. Un’opera, quindi, che rompe gli schemi.
Scolpita, come detto, in marmo statuario, “Natura Morta” raffigura un cesto pieno di armi, anzichè frutti e piante tipiche del genere artistico. Una scelta, questa, che ribalta l’abituale concetto di natura morta e lo trasforma in una potente quanto cruda, riflessione sulla nostra epoca. I| contrasto tra la purezza solida del marmo e la violenza degli oggetti scolpiti, costruiti per uccidere, prodotti in serie, svuotati di senso eppure terribilmente reali, determina un effetto di forte impatto; bellezza e distruzione convivono, costringendo l’osservatore ad interrogarsi su temi come la fragilità della vita, il conflitto e le responsabilità collettive.
L’ingresso della scultura di cui trattasi, segna anche un momento importante, una nuova tappa, per lo Jago Museum, rinnovato di recente grazie ad interventi di recupero-restauro della monumentale struttura, che hanno valorizzato la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.
“Natura Morta” amplia il percorso dedicato allo scultore che, negli ultimi anni, ha coniugato meravigliosamente e sempre più la sua ricerca artistica, con l’identità culturale di Napoli. In questo senso, l’opera di Jago si presenta come un invito alla consapevolezza, particolarmente significativo nel periodo deļl’Avyento; sollecita domande, incrina incertezze ed apre uno spazio interiore di riflessione. Ovvero una ulteriore conferma del modo in cui l’Artista utilizza la scultura, non solo come espressione estetica, ma come strumento per interpretare e restituire la complessità del presente.
Insomma, un’opportunità per riflettere sulla funzione dell’arte, quale chiave di lettura della realtà, di una natura -nel caso in commento- contaminata dalla violenza e dalla serialità della produzione umana. Che vorremmo non argomentare mai.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Maria Luisa Nava. Le nuove regole proposte per l’Archeologia preventiva (VIPIA ex VIARCH): come vanificare la tutela e la conservazione del patrimonio storico-culturale.

Nella legge di bilancio in corso di approvazione si propongono nuove regole che mirano a vanificare le indagini archeologiche preliminari oggi obbligatorie per la realizzazione di lavori pubblici che abbiano incidenza sul territorio, limitandone l’esecuzione alle sole aree già vincolate. Poiché, come è noto, solo una minima parte del territorio italiano è sottoposto a vincolo, a fronte di una grande e ricca diffusione di testimonianze storiche che lo caratterizzano in tutta la sua estensione e che vengono alla luce solo a seguito degli scavi, ciò comporterebbe la sicura perdita di moltissimi dati e informazioni, fondamentali per la conoscenza della nostra storia, nonché gravi e irrimediabili perdite per il nostro patrimonio culturale.

Lo scorso 24 novembre Giuliano Volpe ha segnalato su Huffpost “l’emendamento Matera, Gelmetti all’Art. 108-bis della legge di bilancio, con il quale si propone di modificare l’articolo 28, c. 4 del d. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42 (Codice dei Beni Culturali e Ambientali): “In caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente solo quando per esse siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13”.

Il tracciato dell’oleodotto nella piana di Metaponto

Un attentato alla tutela e alla conoscenza
Con ciò si propone che “si possano applicare le procedure dell’archeologia preventiva solo per le opere pubbliche poste in aree per le quali sia già presente un vincolo archeologico. Un vero controsenso: l’archeologia preventiva ha senso proprio nelle aree prive di dati, di presumibile interesse archeologico, e non certo nelle aree per le quali la presenza di beni archeologici sia già stata accertata, tanto da essere già vincolate”.
In pratica, non si potranno più effettuare ricerche preventive necessarie ”per acquisire informazioni prima ancora di elaborare un progetto e di effettuare lavori pubblici, grazie alle indagini diagnostiche preliminari effettuate proprio per evitare o limitare al massimo il rischio di un doppio danno: il blocco dei lavori, con inevitabili ritardi e aggravio di costi, e/o la distruzione di patrimonio archeologico.”

Planimetria dei tubuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

Condivido totalmente quanto denunciato da Volpe nella sua giusta e doverosa segnalazione.

Tuttavia, chiediamoci anche quali sono le motivazioni per le quali si è arrivati a queste proposte, al di là delle ovvie motivazioni di interesse economico e dell’evidente insofferenza di dover sottostare a controlli e autorizzazioni.
Da ex soprintendente che ha operato sempre in regioni molto sensibili dal punto di vista archeologico e storico, mi corre l’obbligo di evidenziare come molti, anzi moltissimi, dirigenti e funzionari archeologi siano stati (e lo siano ancor di più oggi) ciechi e sordi alle esigenze di sviluppo e di ammodernamento del territorio nazionale.
Sia ben chiaro, sono la prima ad affermare che inderogabile è la necessità di tutela e di conservazione dei beni culturali.
Spesso, però, vi è stato (e vi è tutt’ora) un atteggiamento di totale chiusura e di completa e sorda incomprensione alle necessità di adeguamento e di trasformazione di determinate strutture e infrastrutture alle moderne esigenze della nostra società. D’altra parte, l’uomo almeno dal Neolitico in poi, ha sempre esercitato sull’ambiente interventi di modifica: i pochi che conoscono la mia vita professionale sanno che nel 2001 sono stata promotrice di un Convegno dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia incentrato proprio su questo tema, e cioè sulle modifiche operate sull’ambiente magnogreco a partire dai prodromi (e anche gli antecedenti) della colonizzazione.

Le sepolture dei tumuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

L’applicazione delle norme dell’Archeologia Preventiva richiede anche un grande e attento impegno da parte delle Soprintendenze.
Ricordo come proprio in quegli anni tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, allorché non esisteva alcuna normalizzazione dell’archeologia preventiva dei cui effetti oggi si discute, ho posto in essere un accordo con i vertici di ENI per consentire la realizzazione dell’oleodotto di raccordo tra il Centro Oli di Viggiano, in Basilicata (all’epoca ne ero il Soprintendente Archeologo) e la raffineria di Taranto. Si è trattato, come ben si sa, di un’opera di grande impatto sul territorio, che, purtuttavia, ha consentito la realizzazione di quella che mi risulta essere stata l’unica grande opera di interesse pubblico realizzata nei tempi previsti e senza aggravi di costi. Va ben sottolineato come ciò abbia comportato un grande impegno e uno strenuo lavoro da parte mia e di tutti i miei collaboratori, ma tutto è stato fatto nell’ottica di permettere la costruzione di una struttura fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica della Nazione, salvaguardando il suo patrimonio culturale. E ci siamo riusciti pienamente, tanto che da quell’accordo sono poi scaturite le norme che hanno portato alla regolamentazione poco più tardi dell’archeologia preventiva.

Tomba a cassa con sepoltura bisoma di IV sec. a. C. presso Policoro

I costi dell’Archeologia Preventiva sono a carico del committente.
Ora però il punto è un altro: quanto costa alla collettività, in termini di tempo, denaro e disagi, l’opposizione delle Soprintendenze alla realizzazione di un’opera, sia essa un singolo fabbricato, o un’espansione edilizia o ancora un’infrastruttura che porterebbe indubbi vantaggi alla cittadinanza? A mio modo di vedere è questa la ragione fondamentale da tenere ben presente, pur nella ovvia (e per me inderogabile: il mio operato in passato ne è chiara testimonianza) e imprescindibile necessità della tutela e della conservazione. Purtuttavia, personalmente ritengo che, ove possibile, ci si debba sforzare di trovare un punto di incontro che risponda ad entrambe le necessità. Quante volte abbiamo assistito a lavori che si bloccavano per decenni, in attesa di infinite (e spesso maniacali, fatevelo dire da chi è stata sempre un’archeologa da campo) esplorazioni archeologiche? Posso fare esempi infiniti: uno per tutti, però. Costruzione dell’ampliamento della terza corsia della A1 tra Salerno e Pontecagnano. Area archeologica estesa circa 300 metri, indagata per oltre 8 anni. Ritrovamenti: strutture di fondazione di un’area abitativa e di un piccolo santuario (l’unico che abbia restituito materiali interessanti). Costi iniziali: 5 miliardi di lire, divenuti poi 10 per la prosecuzione e la fine dei lavori in un settore viario che per tutto il periodo ha sofferto di intasamenti e code che hanno interessato tutti i collegamenti tra Napoli e Reggio Calabria …
Si capisce bene come, di fronte ad esempi (innumerevoli) di questo genere la società diventi intollerante e come la classe politica possa pensare di ridurre un potere così coercitivo e stravolgente per la gestione del territorio.

La necessità di una maggior responsabilizzazione e di una più ampia collaborazione da parte degli Organi di Controllo per favorire uno sviluppo sostenibile, garantendo la tutela e la conservazione del patrimonio culturale.
E allora, facciamoci tutti quanti noi che abbiamo lavorato e che lavoriamo in questo settore un esame di coscienza e chiediamoci se – forse – quello che sta avvenendo non sia anche il frutto di una nostra chiusura e di una mancanza di una più ampia comprensione delle esigenze del progresso. Forse, ce lo siamo meritato.
Personalmente sono molto avvilita e amareggiata che si stia pensando di ridurre l’intervento della tutela alle sole aree archeologiche già oggetto di dichiarazione di interesse. Condivido lo sconcerto e risentimento di Volpe e di tutte le Associazioni attive nel campo archeologico e mi unisco alle loro iniziative per ostacolare il prosieguo di questa manovra che toglierebbe inevitabilmente la possibilità di tutelare e conservare la maggior parte del nostro patrimonio culturale e della nostra storia. Ma ci si deve anche rendere conto che si è arrivati a questa situazione proprio per gli atteggiamenti vessatori e oppressivi posti in essere da molti di noi che hanno scambiato il loro ruolo di tutori temporanei di un bene nella facoltà di esercitare in maniera tirannica e dispotica un loro presunto potere.
E’ questa l’interpretazione sbagliata e che deve essere necessariamente cambiata e riportata ai giusti e doverosi termini di rispetto della legge, in primis, ma anche nella giusta e doverosa considerazione delle esigenze della collettività.
Diversamente, come accade oggi, il nostro operato sarà sempre e sempre più inviso e sempre meno tollerato dalla società. Dunque, avranno ben ragione coloro i quali, con il potere loro conferito, lo ridurranno a mera guardiania di ciò che c’è già, con le conseguenti e gravissime perdite che ci possiamo inevitabilmente aspettare per la nostra storia e, anche, per la nostra crescita culturale e sociale futura.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

Vincenzo Stasolla. I confini della conoscenza. Guide turistiche e Professioni universitarie, una convivenza difficile.

Il 18 novembre di quest’anno i circa 29 mila candidati sono stati chiamati a recarsi per lo svolgimento dell’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica, indetto ai sensi del regolamento di cui al decreto ministeriale 26 giugno 2024 n. 88, recante disposizioni applicative per l’attuazione degli articoli 4, 5, 6, 7, 12 e 14 della legge 13 dicembre 2023, n. 190, recante: «Disciplina della professione di guida turistica».
Un vero e proprio concorso pubblico con la somministrazione di 80 quesiti a risposta multipla da risolversi in 90 minuti in storia dell’arte, geografia, storia, archeologia, diritto del turismo, accessibilità ed inclusività dell’offerta turistica, disciplina dei beni culturali e del paesaggio, inerenti all’intero territorio nazionale, nessuna regione esclusa. A seguire, come se non bastasse, una prova orale per la valutazione della conoscenza delle materie scritte ed una prova tecnico-pratica, con una simulazione di visita guidata in lingua italiana e nella lingua straniera scelta dal candidato, su una destinazione estratta a sorte tra quelle presenti nell’allegato A. Dopotutto si sa, chi farà la guida in Calabria dovrà sapere cosa succede in Val d’Aosta!

De-formazioni e sentito dire
Nonostante il ricorso al TAR promosso da ANGT, l’Associazione Nazionale Guide Turistiche “per l’annullamento del bando di esame del concorso”, esso pare non abbia scalfito il Dicastero di Daniela Santanchè, a tal punto da indignare i promotori del ricorso, recentemente respinto dal Tribunale Amministrativo della Regione Lazio (1).
L’istituzione dell’esame e dell’elenco nazionale sono una “doppia garanzia: da un lato, per le guide stesse, naturalmente, perché ne riconoscono le professionalità e la specializzazione, ne conferiscono prestigio e, in generale, contrastano l’abusivismo; e, dall’altro lato, per i turisti, dal momento che si va a certificare le competenze di chi racconta il patrimonio artistico, culturale, naturale, storico della nostra splendida Penisola” stando alle parole della Ministra (2).
Professionalità, specializzazione, competenze, prestigio e contrasto all’abusivismo. Sante parole, che nella realtà escludono altre categorie di professionisti già in possesso dei requisiti elencati.
Già, ma in risposta allo stesso ricorso ANGT, la domanda spontanea è la seguente: chi valuta la qualità della conoscenza di un territorio durante lo svolgimento della professione?
Orde di diplomati, dalle più disparate esperienze scolastiche, vengono quindi equiparati a storici dell’arte, archeologi, antropologi, ma anche a laureati in scienze della natura, lingue e discipline del turismo, penalizzando chi il turismo lo innesca per davvero, attraverso lo studio e la ricerca.
Un errore di comunicazione può capitare a chiunque, persino a chi è in possesso di titoli universitari. Ma origliando l’esposizione delle guide in possesso di sola abilitazione, il loro racconto assume a volte forme superficiali o addirittura divergenti rispetto alla attuali conoscenze disponibili su riviste e volumi. Saper fare la guida è un difficile compito di comunicazione, che non deve annoiare con l’adesione alle righe delle pagine accademiche. Questo i professionisti delle discipline universitarie lo sanno bene, e saprebbero anche ben gestire la curiosità degli utenti nell’ipotesi di approfondimenti -con le dovute eccezioni di chi si improvvisa-.

La figura dell’archeologo e la didattica come turismo
Prendendo ad esempio la categoria degli archeologi, alla quale appartengo, “l’archeologo svolge attività di […] conoscenza, educazione, formazione […], valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […], inerenti ai beni archeologici nella loro più ampia valenza di bene d’interesse, contesto, sito e paesaggio antropizzato” (3).
L’esercizio di tutte le funzioni dell’archeologo sono possibili con l’iscrizione agli elenchi relativi alla professione, ai sensi dell’art. 9-bis del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio D.lgs 42/2004, della Legge 22 luglio 2014, n. 110 e del DM 20 maggio 2019 n. 244 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.124 del 29 maggio 2019.
La terza fascia è quella che abilita l’archeologo allo svolgimento di tutte le sue funzioni, una volta conseguito il titolo di Diploma di Specializzazione (terzo livello di studio biennale, dopo le lauree triennale e magistrale), che permette la direzione di scavi archeologici e l’esecuzione di valutazioni più specialistiche come la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Tra queste, l’archeologo può svolgere anche attività di divulgazione, conoscenza, educazione, valorizzazione del patrimonio archeologico, scritta, verbale e in qualsiasi altra forma di comunicazione, in sintonia con la Convenzione di Faro (4).
L’articolo 33 della Costituzione Italiana recita che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […]. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
Ora, il grado di Scuola per l’accesso alla professione dell’archeologo che esercita “conoscenza, educazione, formazione, valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […]”, resta il terzo livello di istruzione universitaria, rappresentato dalla suddetta Scuola di Specializzazione e/o del Dottorato di Ricerca, grazie alle quali l’archeologo può svolgere anche attività di guida didattica destinata ai pubblici (e non solo quello scolastico!), il cui confine con la guida turistica resta evanescente: il turismo può essere didattico? E la didattica può essere una forma di turismo? Assolutamente si. Un gruppo di turisti outgoing o incoming, se viaggia lo fa per conoscere il luogo di destinazione. Lo fa per educarsi, per formarsi e per comunicare e confrontarsi con una cultura differente dalla propria.

Scontro e confronto
Ma all’interno di musei, siti archeologici ed edifici della cultura, non è raro imbattersi in scaramucce (o, peggio, vere e proprie persecuzioni) tra le cosiddette “guide abilitate”, il più delle volte prive di alcun altra formazione, e i professionisti dei beni culturali durante le quali i primi si arrogano diritti e spartiscono territori, discriminando coloro i quali hanno contribuito proprio alla formulazione e alla garanzia di quelle informazioni alle quali esse hanno tutt’oggi accesso.
Se da un lato c’è un universo sommerso fatto di professioni in conflitto, spesso malpagate e per le quali mancano ancora ulteriori garanzie inerenti il loro mercato del lavoro, dall’altro emergono le falle di un sistema di tutela del patrimonio culturale e turistico e delle relative figure professionali, autentico patrimonio da tutelare senza il quale quello materiale e monumentale, che attira migliaia di turisti l’anno, non avrebbe modo di esistere.

Note:
(1) https://travelnostop.com/news/cronaca/tar-respinge-ricorso-legittimo-esame-abilitazione-guide-turistiche_657819
(2) https://www.ministeroturismo.gov.it/guide-turistiche-santanche-con-esame-di-abilitazione-manteniamo-altra-promessa-e-cambiamo-luniverso-del-turismo/
(3) https://professionisti.cultura.gov.it/4/archeologo
(4) https://www.journalchc.com/wp-content/uploads/2020/08/Convenzione-di-Faro.pdf

Autore:
Vincenzo Stasolla – vinc.stasy@gmail.com 21 nov 2025
Archeologo – Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’