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NICHELINO (To), fraz. Stupinigi. l’Appartamento di Carlo Felice.

La Palazzina di Caccia di Stupingi, gioiello non abbastanza apprezzato (nonostante, grazie al marketing, imponenti masse di visitatori si orientino su altre residenze sabaude), è da quasi vent’anni al centro dell’attenzione della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino.

Istituita nel 1987 per far fronte al degrado del patrimonio storico artistico cittadino, la Consulta raccoglie oggi 41 soci privati e vanta un lungo impegno a favore della conservazione e della valorizzazione di Stupinigi.
Nel 2007 l’ente ha finanziato il reimpianto di 1.700 pioppi cipressini lungo le tre principali rotte di caccia; nel 2009-2011 ha promosso i restauri dei dodici Medaglioni lignei raffiguranti i primi conti della genealogia sabauda (probabilmente parte di apparati festivi effimeri); l’anno dopo si è intervenuti nella Sala degli Scudieri, restaurando 13 dipinti di Vittorio Amedeo Cignaroli e gli apparati decorativi; tra 2013 e 2015 sono quindi seguiti i lavori nell’anticappella della Cappella di Sant’Uberto e quelli per valorizzare la grande balaustra, le statue dei Mori e delle Quattro Stagioni nel Salone juvarriano; nel 2017 sono stati sostenuti i restauri di decorazioni, tappezzerie e serramenti degli appartamenti della Regina e del Re. A questa «cronologia d’onore» va oggi ad aggiungersi il sostegno (350mila euro) agli interventi conservativi nelle due anticamere dell’Appartamento di Carlo Felice (già Appartamento del Duca del Savoia) nell’ala di Ponente.

La prima anticamera presenta una volta affrescata a più mani nel 1754: a Giovanni Battista Alberoni si deve l’impostazione a trompe-l’oeil dello stucco, forse dipinto con l’aiuto di Giovanni Franco Cassini, autore dei quattro clipei angolari. L’ovato centrale a putti e cielo è attribuito al Salega, attribuiti ad Alberoni e Cassini anche i partiti decorativi della boiserie e delle porte volanti. Alle pareti campeggiano dieci tele con pitture di marine e «boscarecce» realizzate tra il 1738 e il 1752 da Francesco Antoniani, alternate ai serramenti vetrati, preparatori per il successivo trasferimento su arazzi.

La seconda anticamera è un’apoteosi del gioco vero/falso, paradigma su cui s’imposta l’intera decorazione del Palazzina. Sulla volta si sviluppa un affresco a finte architetture di Francesco Antoniani e Gaetano Perego (1756), artefici anche dei decori della boiserie: lambriggi, serraglie e portevolanti (queste ultime forse su disegno di Tommaso Prunotto). Anche qui le pareti sono decorate con «cartoni» preparatori per arazzi: bambocciate dipinte a metà Settecento da Angela Palanca, pittrice di nascita valsesiana allieva di Pietro Domenico Olivero, maestro a cui vanno ricondotte le scene di battaglia delle quattro sovrapporte. Contestualmente al restauro degli apparati decorativi, si sta completando il restauro dei mobili che verranno riposizionati nei due ambienti a seguito di accurati studi d’archivio.

Le due sale entreranno nel percorso di visita e Marta Fusi, direttrice della Palazzina di Caccia che si spende da anni senza risparmio nella conservazione e promozione di questo luogo magnifico, annuncia da dicembre la ripresa delle visite «Passepartout», mentre con fondi del MiC si sta lavorando al restauro delle restanti sale dell’Appartamento di Carlo Felice. Previste inoltre per il 2026 una serie di iniziative nel centenario della morte della regina Margherita, che visse a lungo nella Palazzina, dotandola di importanti ammodernamenti (elettricità, acqua calda, ascensore…).

Presentando alla stampa il restauro delle due anticamere dell’Appartamento di Carlo Felice, Licia Mattioli, presidente di Consulta e presidente della Fondazione Ordine Mauriziano (proprietaria del bene), ha lamentato la mancanza di un adeguato sostegno pubblico a tutela di un monumento di tale valore e la difficoltà ad avere risposte dalle istituzioni di massimo livello. Alla penuria di risorse si aggiungono la difficoltà di collegamento (da Torino si può arrivare solo con estenuante tragitto via tram o bus urbani), eppure Stupinigi, anche rispetto alle altre residenze reali, ha un’eccezionalità tutta sua che deriva dalla doppia natura di residenza e museo. Nel 1926, a sette anni dal passaggio del bene al demanio, la Palazzina di Caccia diventò sede del Museo dell’ammobiliamento e nelle sue raccolte confluirono arredi da tutte le residenze reali d’Italia. Quand’anche non bastassero i madornali pregi architettonici, artistici e storici del monumento, dovrebbero insomma esserci ragioni sufficienti per sollecitare interventi pubblici e statali più consistenti.

Autore: Alessandra Ruffino

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 21 nov 2025

NAPOLI. Palazzo Reale, secondo in classifica speciale, dopo il Quirinale, per gli orologi storici nei musei.

Orologi storici nei musei: ecco la speciale classifica del Ministero della Cultura, che vede il Palazzo Reale di Napoli al secondo posto in Italia.
Dai pendoli neoclassici del Quirinale alle pendole musicali di Napoli, alla Venaria, gli orologi custoditi nei palazzi storici italiani raccontano secoli di ingegno, scienza e bellezza. Al primo posto il Quirinale, con circa duecento esemplari tra XVIl e XIX secolo, firmati dai più grandi maestri europei. Segue il Palazzo Reale di Napoli, con la rarissima “Macchina di Clav”, del 1730, e decine di capolavori musicali, perfettamente funzionanti grazie alle cure del maestro orologiaio Diego Ferventino. Sul terzo gradino i Musei di Genova, con preziosi orologi notturni seicenteschi, decorati con intarsi, smalti e pietre dure. Un viaggio nel tempo che unisce arte, storia e tecnologia, scandendo i secoli del nostro patrimonio culturale.
Sponsor: Tarì Società Consortile per Azioni.
Oggetto: Restauro dell’orologio “Il Tempo e la Storia”, di quello da caminetto stile Luigi XVI e dell’orologio con Giulio Cesare.
Periodo: Luglio/Ottobre 2025.
Collocazione: Palazzo Reale di Napoli e intervento eseguito da “Antea restauri”, per le casse esterne, e dal maestro orologiaio Diego Ferventino per il meccanismo interno, con il coordinamento del progetto di Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice – conservatrice, in collaborazione con l’Ufficio Mostre di Palazzo Reale.
Intanto, tre orologi della collezione di Palazzo Reale sono stati sottoposti a restauro conservativo, grazie ad una sponsorizzazione del Tarì, il centro Orafo Campano che raccoglie oltre 400 aziende e costituisce un punto di riferimento indiscusso, in campo nazionale e internazionale del settore. Gli orologi sono: “Il Tempo e la Storia”, esposto nella Galleria; l’orologio da caminetto stile Luigi XVI nel salotto del Re, e quello con Giulio Cesare, posizionato nella sala del Trono. L’Orologio con “Il Tempo e la Storia”, opera di Charles Guilleme Manière e Philippe Thomire, è un raffinato oggetto del II decennio del XIX secolo, in marmo rosso, bronzo dorato e patinato, e metallo smaltato. L’orologio raffigura allegoricamente il “Tempo”, come vecchio barbuto alato impugnante la falce, e la “Storia”, come una giovane donna che regge un libro, in atto di arrestare con la mano l’avanzata distruttrice del tempo. All’interno del globo blu, decorato con stelle dorate, è contenuto il meccanismo dell’orologio. L’obiettivo è stato quello di preservare la stratificazione materica e storica dell’opera, recuperandone l’integrità estetica e funzionale. L’imponente orologio di manifattura francese del XIX secolo, collocato nella sala del Trono, è conosciuto come “l’orologio con Giulio Cesare”, per la presenza della statua in bronzo patinato del celebre personaggio appoggiato alla cassa che, a sua volta, poggia su una base rettangolare, decorata con foglie d’acanto e con un sontuoso trofeo centrale e quattro corone imperiali, intrecciate sugli spigoli anteriori della base. Questo magnifico oggetto testimonia il gusto per l’ingegno meccanico e la celebrazione del potere attraverso l’arte. L’intervento è stato finalizzato a ristabilire l’equilibrio formale tra le superfici marmoree e metalliche, compromesso dall’azione del tempo. Particolare cura è stata riservata alla figura di Giulio Cesare, trattata con procedimenti a basso impatto, mirati alla conservazione della patina originale. Il progetto si è concluso con il rimontaggio finale, garantendo solidità strutturale e coerenza stilistica dell’opera. L’orologio da caminetto, di manifattura francese (1840 circa), era destinato ad impreziosire un salone di rappresentanza, distinguendosi per la struttura compatta e la ricca decorazione di gusto neo rocaille, che ne fa un perfetto esempio di orologeria decorativa per interni aristocratici. La cassa in bronzo dorato, con riccioli e figurine di satiri suonatori, presenta al centro una placca di porcellana, le cui superfici sono state trattate con soluzioni acquose, debolmente alcaline, per rimuovere lo sporco senza intaccarne la brillantezza. Al termine, tutti i materiali sono stati protetti con rivestimenti consolidanti trasparenti, secondo criteri di reversibilità e compatibilità chimica. L’intervento, pur conservativo, è stato finalizzato a restituire al manufatto la sua raffinata luminosità, in linea con l’originaria funzione ornamentale e rappresentativa.
Grazie a questi interventi è oggi possibile ammirare i tre orologi nelle sale del Palazzo Reale restaurati e nuovamente funzionanti. La “Macchina di Clay”, quell’orologio invidiato da Casa Windsor, è l’esemplare più prezioso della collezione storica di Palazzo Reale, la seconda per importanza in Italia (con 26 pezzi pregiati). Palazzo Reale come il Castello di Windsor: nella reggia di piazza del Plebiscito a Napoli, c’è una delle collezioni più importanti (e rare!), di orologi antichi d’Italia. È di recente, la notizia del Ministero della Cultura che Palazzo Reale è in cima alla classifica dei musei che conservano il maggior numero di orologi storici, secondo solo al Quirinale.
Seguono i musei di Genova, le collezioni medicee di palazzo Pitti a Firenze, quelle di Palazzo Madama a Torino e la Reggia di Venaria Reale (To).
Il palazzo del Quirinale, che figura infatti al primo posto, possiede circa 200 esemplari tra pendole e orologi del XVII-XIX secolo (di cui 40 esposti), molti provenienti dalle principali regge preunitarie. A Napoli, un’altra dozzina è a Villa Pignatelli, tra cui l’orologio di manifattura francese, incastonato nella struttura muraria nella scala che porta al primo piano, e due giacenti in deposito. Ma a Palazzo Reale è esposta, sebbene non funzionante, la rarissima “Macchina di Clay” del 1730, del quale esistono pochissimi esemplari al mondo: due di proprietà della famiglia reale inglese ed un terzo del Museo nazionale della Cina. Si tratta di un orologio con organo che, allo scoccare delle ore, suonava melodie di Händel, e quello della reggia napoletana è forse il primo modello costruito dall’orologiaio inglese.
«Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riservato un’attenzione particolare alla collezione di orologi di Palazzo Reale, avvalendoci anche del prezioso contributo di mecenati che hanno reso possibile il restauro di ben sei esemplari», spiega Tiziana D’Angelo, direttrice delegata ad interim del Palazzo Reale. «Tra i nostri obiettivi c’è quello di esporre al pubblico anche gli orologi al momento conservati in deposito. Ma il nostro principale desiderio è quello di creare un team con esperti orologiai, restauratori ed organai per il restauro dell’Organ Clock di Clay del 1730, che è considerata una vera e propria macchina musicale».
Lo stilista Francesco Scognamiglio ha contribuito al restauro di un orologio con Planetario del XVII secolo.
Appassionati mecenati del passato, furono Gioacchino Murat e sua moglie Carolina Bonaparte, che commissionarono a Breguet il primo orologio da polso della storia, e che portarono a Palazzo Reale, nel 1808, una serie di orologi che furono realizzati per Napoleone Bonaparte. Tra i più celebri, il Genio delle Arti di Thomire et C./Bourdier Hr à Paris, e l’Orologio con la Meditazione firmato Bailly, orologiaio personale di Napoleone.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FAENZA (Ra). Al MIC un nuovo allestimento per la sezione Asia.

Il 13 dicembre 2025 inaugura il riallestimento della collezione asiatica del MIC, con ceramiche appartenenti a culture che hanno influenzato a lungo lo sviluppo della ceramica del mondo. L’Asia ha affascinato l’Europa entrando con i suoi canoni estetici nelle arti e, in particolare, nell’arte ceramica. Il riallestimento valorizza il grande patrimonio del Museo, con alcuni inediti provenienti da recenti acquisizioni.

Il nuovo percorso, curato da curato da Eline van den Berg, ricercatrice di arte e cultura asiatica con la collaborazione di Fiorella Rispoli e Roberto Ciarla, mette a fuoco in diverse aree della sezione la millenaria produzione di porcellana bianca e blu e di celadon; il rapporto con l’occidente attraverso la Compagnia delle Indie e la via della seta; la cerimonia del the e del sakè; le committenze per l’Europa e le conseguenti influenze sulla produzione occidentale; il viaggio di Marco Polo; l’eredità di artisti contemporanei che creano opere in dialogo con una tradizione affascinate e millenaria.

Nella sala riallestita vengono esposti circa 300 manufatti dall’VIII secolo (opere dalle Dinastie Han, Tang, Song, Ming, Qing) per un confronto tra civiltà e per presentare lo sviluppo dell’arte ceramica in Asia dove questo materiale è fortemente identitario, con alcune incursioni nell’arte contemporanea.

Il nuovo allestimento – che ha vinto il Bando PNRR M1C3 del Ministero della Cultura finalizzato alla realizzazione di allestimenti accessibili, finanziato dall’Unione europea NextGeneration EU – porrà una grande attenzione all’accessibilità e fruibilità del patrimonio da parte di un pubblico eterogeneo che comprende anche persone con disabilità fisiche e cognitive nel rispetto del “diritto alla cultura” con l’obiettivo di favorire il dialogo fra le culture del mondo.

Oltre ai lavori edili per il superamento di dislivelli fisici, la realizzazione di apparati didattici accessibili, introduzioni in braille, percorsi tattili e audio guide per le persone con difficoltà visive, la proposta di un percorso video in LIS per le persone sorde e utilizzo di pannelli con info-grafiche realizzate con il metodo CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), grande attenzione verrà fornita alle tecnologie multimediali che permettono di superare le barriere cognitive e fisiche.

Lungo il percorso sono previste esperienze di realtà aumentata e la costruzione di ambienti virtuali in grado di fornire al visitatore un’esperienza di apprendimento emotivo. Gli apparati multimediali verranno completati in primavera con l’inserimento di un touch screen per l’approfondimento di contenuti relativi alle culture esposte.

“Questo riallestimento si inserisce in un progetto di valorizzazione del patrimonio del Museo che abbiamo avviato in un’ottica di modernizzazione della fruizione, dei contenuti e della multimedialità. – commenta la direttrice Claudia Casali – Grazie al bando PNRR possiamo realizzare una sezione che presenta elementi di accessibilità oggi necessari alla fruizione ampliata. Da sempre il nostro Museo è attento alle tematiche dell’inclusione e dell’accessibilità: con questa sezione facciamo un passo avanti. Questo riallestimento sarà anche l’occasione per rivedere l’impianto strutturale dello spazio che tornerà alla sua originale dimensione architettonica”.

Per l’occasione verrà pubblicata una guida, edita da Silvana editoriale, della collana del MIC, utile per approfondimenti e contenuti di sala.

Info:
MIC Faenza, viale Baccarini 19, Faenza (RA) – Italy – www.micfaenza.org
tel +39 0546 697301 | +39 3391228409 | ufficiostampa@micfaenza.org

Mario Zaniboni. La Venere di Hohle Fels.

La Venere di Hohle Fels, anche conosciuta come Venere di Schelklingen, è la testimonianza più antica dell’arte umana.
È stato scoperto nella grotta di Hohle Fels. La grotta si trova all’interno di un affioramento roccioso calcareo, e si trova ad Achtal, un’ampia valle del piccolo fiume Ach, un affluente del fiume Blau (che è un affluente del Danubio), nel Baden-Württemberg, nel sud della Germania.
Nella stessa valle, a circa 3 km dall’Hohle Fels, si trova un altro importante sito archeologico, la Grotta di Geissenklösterle, dove è stato rinvenuto un piccolo bassorilievo paleolitico-aurignaziano raffigurante un umano (di sesso non identificato) con le braccia alzate (soprannominato adoratore) e figurine di vari animali.
La valle è costellata di formazioni rocciose calcaree, e può essere considerata come un tipico paesaggio sacro.
La piccola scultura in avorio di mammut, ritrovata in una grotta tedesca, risale a circa 35-40mila anni fa e rappresenta una figura femminile.
L’arte è una delle espressioni più caratteristiche dell’essere umano, ma quando e come ha avuto origine?
Una possibile risposta ci viene fornita dalla Venere di Hohle Fels, la scultura umana più antica mai ritrovata, datata a circa 35-40mila anni fa.
È stata datata, col metodo del radiocarbonio, a un periodo che va tra i 31.000 ed i 40.000 anni fa, durante la cultura dell’Aurignaziano agli inizi del Paleolitico superiore, ed è associabile alle prime presenze dell’Homo Sapiens (Cro-Magnon) in Europa.
Si tratta della più antica rappresentazione del corpo umano di età paleolitica (Aurignaziano basale) oggi conosciuta, più antica di circa 5.000 anni rispetto alle altre “veneri” conosciute di età gravettiana.
Per fare una comparazione, la famosa “Venere di Willendorf”, il più famoso esempio di scultura paleolitica, secondo le più recenti datazioni risale a 22-24.000 anni fa.
Si tratta di una piccola figura femminile, alta appena sei centimetri, realizzata in avorio di mammut e conservata in buone condizioni, tranne per il braccio sinistro mancante.
La Venere di Hohle Fels è stata scoperta nel 2008 da un team di archeologi guidato da Nicholas Conard, dell’Università di Tubinga, nei riempimenti sotto il pavimento di una grotta situata vicino a Schelklingen, nel Baden-Württemberg, in Germania.
La grotta, nota come Hohle Fels (che significa “roccia cava”), è stata frequentata da diversi gruppi umani nel corso del Paleolitico superiore e ha restituito numerosi reperti di interesse, tra cui strumenti in pietra e osso, ornamenti, oggetti musicali e altre sculture in avorio.
La Venere di Hohle Fels si distingue per la sua antichità e per la sua raffigurazione di una figura umana, che la rende unica tra le altre sculture paleolitiche, che rappresentano prevalentemente animali.
La scultura è priva della testa, sostituita da un piccolo anello inciso, che potrebbe aver avuto la funzione di appendere la Venere come amuleto o pendente.
Il corpo è caratterizzato da forme rotonde e voluminose, tipiche delle cosiddette “veneri paleolitiche”, che enfatizzano il seno, i fianchi e il ventre, mentre le braccia sono sottili e le mani hanno dita ben distinte.
Le gambe sono corte e unite, e i piedi sono appena accennati. I dettagli genitali sono evidenti e marcati.
L’interpretazione della Venere di Hohle Fels non è univoca e ha suscitato diverse ipotesi tra gli studiosi.
Alcuni la considerano una rappresentazione di una dea della fertilità, altri un simbolo di seduzione o di maternità, altri ancora un autoritratto o una caricatura di una donna reale.
In ogni caso, la Venere di Hohle Fels testimonia la capacità degli uomini preistorici di creare opere d’arte con una forte valenza simbolica e emotiva, che ci permettono di avvicinarci alla loro cultura e alla loro visione del mondo.
A Schelklingen c’è un piccolo museo, dove le informazioni sulla preistoria costituiscono solo una piccola parte dell’esposizione.
A Blaubeuren si trova un eccellente Museo della Preistoria (Urgeschichtliches Museum, URMU), dove è esposto l’originale della Venere di Hohle Fels. Oltre alla Venere, ci sono molti altri oggetti esposti, come un flauto, il più antico strumento musicale conosciuto.

Nota: Galleria di immagini della Venere di Hohle Fels: https://www.alamy.it/fotos-immagini/venere-di-hohle-fels.html

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. La scultrice di Abramo Lincoln, Ciociara.

Lavinia ‘Vinnie. E. REAM (1847-1914 Wisconsin, Nord-Est) da umili origini, già a 16 anni trovò occupazione in un ufficio postale, straordinario per una donna, anche nell’America dell’epoca, a Washington, dove la famiglia si era trasferita a causa di grave infermità del padre. Abile e attenta anche alla importanza delle relazioni, grazie alla conoscenza di un politico della zona entrò in contatto con uno scultore che la ingaggiò nel suo studio, dove perfezionò la sua pratica di modellare la creta, estremamente consona con le sue vere inclinazioni ed aspirazioni artistiche: in prosieguo grazie allo scultore protettore e maestro, abbandonò l’occupazione all’ufficio postale per dedicarsi pienamente alla scultura, sua autentica passione.
Vinnie aveva trovato la realizzazione delle proprie inclinazioni e capacità. Il lavoro intenso, lo spirito estroverso e l’amabilità contribuirono, pur se ancora adolescente, a spianarle la via del successo che già non ancora ventenne poté assaporare con opere e commissioni pubbliche estremamente significative per un principiante, specie se donna e giovanissima, in quei tempi di feroce maschilismo.
Grazie ai primi lavori presso il maestro ed anche ad una spigliata capacità relazionale, il politico amico e protettore si sentì stimolato a entrare in contatto con la squadra di collaboratori di Abramo Lincoln, il presidente degli Stati Uniti, passato alla storia per l’abolizione della schiavitù a costo di una sanguinosa guerra civile ed a costo anche della propria vita, assassinato da un fanatico antiabolizionista. Frequentando dunque gli uffici presidenziali Vinnie entrò in contatto col presidente stesso che apprezzò molto questa ragazzina così estroversa e volitiva e determinata, dagli occhi vivacissimi ed una capigliatura corvina fluente a boccoli fino sulle spalle.
Apprendere che doveva lavorare per la famiglia essendo il padre morto, contribuì non poco all’apertura del presidente che qualcosa del genere aveva conosciuto e perciò fu molto disponibile ad ordinarle l’esecuzione del proprio ritratto, Vinnie aveva circa sedici anni: le mise a disposizione uno studio nell’interrato della Casa Bianca ed ogni mattina, si racconta, durante cinque mesi, acconsenti a che la giovane scultrice riprendesse i dettagli della sua fisionomia.
Tale commissione al massimo livello politico e sociale significò per la appena diciassettenne giovane artista il suo primo importante incarico pubblico e la verifica delle proprie capacità -siamo nel 1863/64- permettendo allo stesso tempo ad Abrahm Lincoln di apprezzarne ancora maggiormente sensibilità, schiettezza e grande volontà. Intanto la guerra civile per l’abolizione della schiavitù iniziata nel 1862 fino al 1866, infuriava specie negli stati del Sud.
Il busto al quale Vinnie lavorò con il più grande impegno e sensibilità soprattutto nello sforzo di rendere e di interpretare quella fisionomia così perennemente malinconica e triste del Presidente, una volta terminato ed approvato fu presentato ad una mostra organizzata dal Congresso che doveva valutare il più degno scultore per la realizzazione di una scultura in marmo del presidente da destinare nella cosiddetta Rotonda del Campidoglio, cioè l’ambiente sotto la cupola: infatti il Presidente, il 15 aprile del 1865 come già detto era caduto sotto i colpi di un fanatico schiavista e perciò il Congresso si stava occupando del concorso organizzato per la realizzazione di una statua da dedicargli. E il concorrente che più rispondeva ai requisiti sembrava essere questa giovane, ora diciannovenne, dai capelli lunghissimi e neri, dagli occhi vivacissimi, bella, estroversa, volitiva, che aveva già goduto fattivamente l’ammirazione dell’ormai defunto e rimpianto Presidente.
In effetti erano disponibili non pochi artisti, alcuni già affermati e consolidati, per di più uomini: le donne a quell’epoca non contavano, non esistevano come artisti. Ed ora per la prima volta nella pur giovane storia del Paese si stava correndo il rischio che una donna, intelligente, oltre che esperta scultrice, combattiva, prendesse il loro posto.
Grande l’imbarazzo dei membri del Congresso nel dover valutare una candidata, ora di diciannove anni -siamo nel 1866- senza formazione ed esperienza, di umili origini, donna in una società di soli maschi. E non poche le critiche e le calunnie ed i sospetti visto il suo fascino e libertà, di possibili pratiche illecite e corruzione e raccomandazioni. Pur tuttavia la qualità incontestabile del ritratto presentato al concorso, la personalità decisa di Vinnie nonché la sua maturità e, in aggiunta, le attenzioni particolari del defunto presidente verso di lei, convinsero il Congresso a conferirle l’incarico prestigiosissimo.
Si immagini la baraonda mediatica in tutti gli Stati Uniti, questa giovanissima affascinante ragazza che oscurava la vecchia tradizione maschilista ed in aggiunta, apriva nuove possibilità al femminismo ed ai diritti delle donne. Pettegolezzi in quantità.
Iniziò il suo lavoro a modellare l’argilla da cui trarre in seguito l’esemplare definitivo in marmo o bronzo: lavoro particolarmente impegnativo anche per la mole del modello in quanto il presidente Lincoln era alto più di un metro e novanta e che lei aumentò di una decina di cm. Dopo circa parecchi mesi di lavoro meticoloso ed accurato, la scultura era terminata con soddisfazione di tutti e fu confermata la traduzione in marmo.
Vinnie decise di far eseguire il lavoro da marmorari italiani tutti grandi esperti nella lavorazione della pietra; così organizzò la spedizione del modello a Roma e si mise in viaggio. Era il 1868. Una volta a Roma approfonditi colloqui coi marmorari di Via del Babuino e di Via Margutta, accompagnata dal console americano a Roma, fecero maturare in lei, specie a causa delle dimensioni fuori del comune del modello, di trasferirsi direttamente a Carrara dove i marmorari avevano più dimestichezza ed esperienza dei grandi formati. E così avvenne ed il contratto fu concluso con una ditta locale specializzata, con la quale scelsero anche il blocco di marmo bianchissimo.
Il soggiorno a Roma intervallato con ripetuti viaggi a Carrara e anche con un soggiorno a Parigi, Vinnie, visti anche gli impegni familiari incombenti, dovette anche darsi da fare per guadagnare e così promuovere la propria presenza di scultrice che fu apprezzata, si racconta, dal compositore Liszt in quel periodo a Roma, dal pittore Gustavo Doré, dal cardinale legato della segreteria di Pio IX Giacomo Antonelli, ciociaro di Sonnino ed altri.
Durante la sua permanenza romana Vinnie entrò in contatto anche con i membri della ricca colonia di americani, tra questi due pittori non mancarono di ritrarre la scultrice: si rammenti che in questi due anni 1868-1870 di permanenza in città, a Roma, prima della “usurpazione dello Stato della Chiesa da parte dei Piemontesi” era ancora visibile ed evidente la sua ciociarizzazione cioè la presenza preponderante ed imponente della umanità ciociara nei suoi costumi ormai celeberrimi. Ed i due artisti americani hanno ritratto la splendida Vinnie in uno sgargiante costume ciociaro!
Uno dei due, quello realizzato da un notissimo ritrattista, G. Healy, si trova presso una istituzione specializzata nella raccolta di opere di artisti americani, il Smithsonian Institute.
La scultura in marmo di Carrara bianchissimo si ammira oggi nella Rotonda del Campidoglio (Casa Bianca) dove fu inaugurata nel gennaio 1873 alla presenza delle massime autorità tra cui il nuovo Presidente. E Vinnie aveva 23 anni.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu