Archivi autore: Redazione

GENOVA. Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Inaugurata (aperta fino al 19 luglio 2026) al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.
Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.
L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.
La mostra è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici e di un prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Ingresso: intero 15€ ridotto 13€ – ridotto 14€ over65 ridotto 9€, under25 – ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
Orari: Lunedì: 14-19; martedì/domenica: 10-19; venerdì: apertura fino alle 20
Catalogo: Allemandi editore (italiano) Hannibal Books (inglese)
Palazzo Ducale – Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it tel. +39 010 8171626 – 335 5699135
www.palazzoducale.genova.it

ROMA. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” in mostra al Museo del Corso.

Due storie diverse che nei secoli si sono intrecciate più volte e a lungo, restando legate dalle comuni radici cristiane dell’Occidente, sono al centro della mostra “Le meraviglie degli Asburgo” dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, aperta fino al 5 luglio a Roma al Museo del Corso di Palazzo Cipolla.
Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorishes Museum, curata da Cacilia Bischoff, storica dell’arte del KHM, l’esposizione riunisce opere commissionate fra il XVI e XIX secolo da grandi esponenti della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa, figure apicali di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso che fece dell’arte uno strumento di cultura, di diffusione del sapere.
Una mostra che invita a riflettere sul dialogo fra due storiche capitali europee come Vienna e Roma unite dal linguaggio dell’arte, la pittura in particole col tramite dell’architettura. Al centro la pittura europea tra Cinquecento e Ottocento in tutte le sue articolazioni, vista attraverso l’ottica del gusto collezionistico della famiglia imperiale degli Asburgo che sono stati raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea in tutte le sue manifestazioni di cui la mostra è preziosa testimonianza. Con nomi di primo piano, geni che hanno segnato in modo indelebile la storia dell’arte del loro paese e del mondo intero. Artisti come Arcimboldo, Velazquez, Rubens, van Dyck, Cranach, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Caravaggio…
Un prezioso saggio di questa vorace passione collezionistica degli Asburgo è visibile fino 5 luglio al Museo del Corso a Palazzo Cipolla in una mostra. avvincente che presenta per la prima volta esemplari di grandissimo pregio.

Al centro del progetto espositivo, la curatrice colloca la pittura europea fra Cinquecento e Ottocento vista nella particolare ottica della famiglia imperiale degli Asburgo, raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea nelle sue diverse declinazioni di cui sono testimonianza i capolavori in mostra.
Esposti per la prima volta in Italia raccontano la storia dell’impero asburgico, un impero che ha cercato di valorizzare l’arte come strumento di rappresentazione identitaria e al contempo di diffusione del sapere ed apertura al dialogo fra le civiltà integrando tradizioni diverse e anticipando in qualche modo l’idea stessa di Europa. Che si ritrova lungo il percorso espositivo a cominciare dai manifesti che hanno come immagini lancio “L’incoronazione di spine” di Caravaggio, “L’inverno” di Giuseppe Arcimboldo, l’ ”Infanta Margherita in abito blu “ di Diego Velazques, che tanto amava ritrarre la figlia del re Filippo IV di otto anni.
Cuore della mostra, scenografico l’allestimento, è la pittura europea fra cinquecento e seicento nelle sue diverse sfaccettature e generi, opere collezionate e commissionate fra il XVI e il XIX secolo dagli esponenti principali della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II fino all’imperatrice Maria Teresa che trasformarono la loro corte in centri di elaborazione culturale riunendo i capolavori più raffinati del loro tempo e artisti provenienti da tutta Europa, dall’Italia come dalla Spagna, dalle Fiandre come dai paesi germanici.

Pittura, scultura, arti decorative, mirabilia naturali a formare una visione enciclopedica del sapere, cifra della collezione asburgica che univa tutto questo in dialogo fra scuole e tradizioni differenti. Come si vede in una grande mappa a inizio del suggestivo percorso espositivo, che si snoda fra ricostruzioni e immagini dei protagonisti della Casa d’Asburgo che commissionarono e raccolsero le opere d’arte esposte. Una collezione che si configura come una mappa culturale dell’Europa che non esisteva ancora come progetto politico, ma che forse ne anticipava lo spirito attraverso l’arte. Cuore della rassegna è la pittura europea fra cinquecento e seicento, la grande stagione fiamminga con le opere di Rubens, Anthony van Dyck, Jan Brueghel il Vecchio. E Anversa come nodo centrale della rete artistica. La sezione dedicata alla pittura olandese del Seicento è espressione della società borghese protestante in ascesa, mentre la pittura tedesca si presenta con Lucas Cranach. E la pittura italiana grazie alle acquisizioni dell’Arciduca Leopoldo Guglielmo diventa il fulcro simbolico della collezione viennese con opere di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Guido Cagnacci, Giovanni Battista Moroni. Ad emblema di questa svolta l’”Incoronazione di spine” di Caravaggio, datata 1603 – 1605, un capolavoro assoluto.

Da un lato i tesori d’arte dall’altro uno spaccato degli edifici che li ospitano, che hanno qualcosa in comune pur così diversi e lontani. Due palazzi emblematici dei loro ideatori: il Kuns progettato da Gottfried Semper e Carl Hasenauer inaugurato nel 1891 nell’ambito del grande piano urbanistico voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe I e Palazzo Cipolla sede romana della mostra, opera di Antonio Cipolla, l’ultimo edificio della Roma pontificia e il primo della Roma italiana. Gli autori sono attivi negli stessi decenni e interpreti sensibili della cultura storicistica europea. Progettisti che condividono una concezione dell’architettura come spazio pubblico inclusivo che trasforma l’ambiente costruito in un luogo accessibile, abbattendo barriere fisiche e culturali, che mette in discussione ogni separazione tra etica, estetica e politica. Un progetto, dunque, di alto spessore culturale che in un periodo segnato da tensioni e sfide globali riafferma la volontà unificante dell’arte e della cultura e le responsabilità dell’Europa nei confronti del proprio patrimonio.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.com 18 mar 2026

ASTI. Il Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano. Echi di un mondo perduto.

Con una collezione di 14.000 fossili di provenienza astigiana, appartenenti prevalentemente all’epoca pliocenica, il Museo Paleontologico Astigiano è uno dei musei del Piemonte più interessanti nel suo genere.
Qui si trovano anche fossili di mammiferi marini. Prima delle terre dei vini e dei tartufi, prima dei vigneti e delle colline, prima della Pianura Padana e dell’esistenza del Po, il territorio che oggi definiamo Monferrato era molto diverso.
Per tutto il periodo del Pliocene Inferiore, tra i 5,5 milioni ed i 3 milioni di anni fa, l’area piemontese delle Langhe e del Monferrato era bagnata dal mare che ricopriva l’intera pianura “protopadana”: per questa ragione, sono molti i reperti che ci rivelano la presenza di conchiglie, animali marini e perfino grandi mammiferi.
Grazie alla peculiare storia del nostro territorio, al Museo Paleontologico di Asti è possibile osservare i resti di Tersilla, una balenottera ritrovata nel 1993 nella frazione San Marzanotto. Il museo espone anche i resti di una seconda balenottera, chiamata “Viglianottera”, perché ritrovata sul territorio di Vigliano d’Asti.
Nel complesso, il museo paleontologico astigiano custodisce una delle più importanti collezioni di cetacei d’Italia, comprendendo, oltre alle due balenottere già citate: la Balena di Chiusano d’Asti, il Delfino di Settime (AT) (Septidelphis morii), il Delfinide di Belangero (AT).

L’esposizione si sviluppa con una prima parte dedicata alla paleontologia generale e quella territoriale, con focus sui periodi del Miocene e del Pliocene, e con una carrellata di eventi degli ultimi 25 milioni di anni.
Nella seconda parte del percorso troviamo invece i resti scheletrici fossili dei cetacei astigiani e gli altri reperti che compongono la vasta collezione del museo.
Al termine dell’allestimento, un affascinante acquario riproduce l’ecosistema subtropicale del mare padano di 25 milioni di anni fa.

Il museo ospita anche mostre temporanee, come, ad esempio attualmente, una mostra di acquerelli di Floriana Porta dal titolo “Echi di un mondo perduto”: acquerelli tra i fossili al Museo Paleontologico, visitabile dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
In una trentina di opere su carta la pittrice torinese fa convivere ciò che le è caro: lo spirito femminile, l’impronta della natura, l’essenza di un lontano passato, quello del Mare Padano, a cui rende omaggio con pennellate blu indaco.
La presidente del Parco Paleontologico Astigiano, Sara Rabellino, ha personalmente scelto l’immagine, “In ascolto della natura selvatica”, della locandina: una donna è attenta a captare ogni minimo suono (forse un segreto?) mentre le felci si allargano armoniosamente intorno a lei.
“La mostra di Floriana Porta – osserva Sara Rabellino – è un rimando continuo a ciò che conserviamo al museo ed a ciò che custodiamo nelle aree protette. Le felci acquarellate, per esempio, ci ricordano che nelle nostre collezioni fossili abbiamo foglie vissute sugli alberi milioni di anni fa, mentre altre fronde vegetano nelle riserve naturali in cui siamo impegnati a salvaguardare la biodiversità”. “Con ‘Echi di un mondo lontano’ – conclude la presidente – promettiamo atmosfere di forte suggestione attraverso cui far conoscere il nostro straordinario patrimonio paleontologico e naturalistico”.
Nel mondo di pennellate colorate, create da Floriana Porta, ritratti di donne, simbolo di fertilità e vita, coabitano con ciò che il Mare Padano ha lasciato in eredità, a partire dalle balene: ancora una saldatura con la realtà del museo e degli affioramenti di conchiglie nei geositi. Il rosso ruggine, che segna alcuni lavori, rimanda “al ferro ossidato – spiega la pittrice – miscela calda e terrosa per alternare i colori caldi e freddi, creando contrasti dinamici”.

Info:
L’esposizione, promossa con il Distretto Paleontologico dell’Astigiano e del Monferrato (Palazzo del Michelerio, corso Vittorio Alfieri, 381 – 14100 Asti), resterà aperta al pubblico dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
Orario: lunedì-venerdì 11-17, sabato e domenica 11-18 (chiuso martedì ed a Pasqua, 5 aprile).
Il biglietto a 7 euro (ridotti 5) consentirà la visita anche alle collezioni del Museo.
Tel. 0141 592091 – E-mail: info@astipaleontologico.it

FORTE DEI MARMI (Lu). Pittura a Napoli dopo il Caravaggio, il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito.

La Cultura e le sue eccellenze non si fermano, non conoscono limiti geografici e barriere all’inclusione.
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I, ospitano infatti una delle mostre più attese del panorama artistico italiano: “Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito”.
L’esposizione è promossa dal Comune di Forte dei Marmi (provincia di Lucca), e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito, per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Curata da Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, la mostra porta per la prima volta in Toscana un nucleo significativo di dipinti, della celebre collezione napoletana dedicata appunto al Seicento.
Il percorso espositivo non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana, dopo la rivoluzione artistica determinata a Napoli da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, presente in città tra il 1606 e il 1607 e, nuovamente, tra il 1609 e il 1610. La sua lezione luministica ed il radicale naturalismo influenzarono profondamente la scena pittorica partenopea, aprendo la strada ad una stagione straordinaria per qualità ed intensità espressiva.
Attraverso 39 dipinti, esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, la mostra ricostruisce l’evoluzione della pittura napoletana lungo l’intero arco del secolo, dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco fino agli sviluppi barocchi della seconda metà del Seicento. Cuore pulsante dell’esposizione è la collezione riunita da Giuseppe De Vito, ingegnere, imprenditore e raffinato studioso che, dagli anni Settanta del Novecento, ha messo su una raccolta unica per coerenza, qualità e rigore scientifico, le cui opere oggi sono conservate nella villa di Olmo a Vaglia (luogo del Fai, sempre in Toscana), sede della Fondazione istituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli.
Tra gli artisti in mostra spiccano: Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti del naturalismo a Napoli; Jusepe de Ribera, protagonista assoluto della scena napoletana dal 1616; Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, mentre non mancano: Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, accanto ai grandi interpreti della svolta barocca come Mattia Preti e Luca Giordano. Un nucleo significativo dell’importante evento, è dedicato alla “natura morta napoletana”, genere che conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, con “in vetrina” opere di Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco e Giovanni Battista Ruoppolo, testimoni di una scuola capace di imporsi ben oltre i confini del Regno di Napoli.
La prima sezione documenta l’impatto della rivoluzione caravaggesca e l’affermarsi del naturalismo, con particolare attenzione alla nuova interpretazione dei soggetti sacri ed al realismo drammatico delle scene.
La seconda parte approfondisce la stagione compresa tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, segnata da una vivace pluralità di linguaggi, dove emergono le “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato, con martirî, episodi di cronaca contemporanea e scene profane, oltre a soggetti con forti protagoniste femminili, centrali nella devozione partenopea.
Una terza sezione è dedicata alla natura morta, mentre l’ultima racconta l’evoluzione verso il barocco maturo, in coincidenza con l’arrivo a Napoli di Mattia Preti nel 1653 e l’affermazione di Luca Giordano, interpreti di una pittura più dinamica, luminosa e spettacolare.
Uno spazio specifico è, infine, riservato alla figura di Giuseppe De Vito e alla sua attività di studioso, con documenti inediti, materiali d’archivio e testimonianze del suo impegno nella valorizzazione del Seicento napoletano, anche attraverso il periodico “Ricerche sul ’600 napoletano”.
Va rilevato, intanto, che la scelta di Forte dei Marmi non è casuale. Il territorio della Lucchesia conserva importanti testimonianze della pittura seicentesca di matrice caravaggesca, a partire dalle opere di Pietro Paolini. La mostra crea così un dialogo ideale tra la cultura figurativa napoletana e quella toscana, offrendo ai visitatori l’opportunità di cogliere affinità, differenze ed influenze reciproche.
“Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è un’occasione per riscoprire la straordinaria vitalità del Seicento napoletano ed il ruolo decisivo del collezionismo colto, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin, di Digione e Granet di Aix-en-Provence, e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito, viene dunque presentato per la prima volta in Toscana, posto che solo un limitato nucleo di opere della Fondazione era stato, infatti, esposto nella mostra “Dopo Caravaggio”, svoltasi a Prato nel 2019 e chiusa anticipatamente per la pandemia. Insomma, un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura potrà essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l’esposizione -come detto- di documenti inediti e altri materiali.
Il Forte Pietro Leopoldo I, uno storico edificio situato nel cuore di Forte dei Marmi, in Piazza Garibaldi, venne costruito alla fine del XVIII secolo per volontà del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, ed aveva originariamente funzione difensiva e doganale.
Oggi rappresenta uno dei simboli architettonici della città. Recentemente restaurato, ospita mostre, eventi culturali ed iniziative artistiche di qualificato spessore attrattivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

NAPOLI. Il trono del Palazzo Reale torna, restaurato, nella “sua” Sala tra ori e splendori.

Dal 10 febbraio 2026, il trono del Palazzo Reale di Napoli rientra tra ori e splendori, con una storia completamente riscritta, nella “sua” Sala dopo i restauri condotti dal Centro Conservazione e Restauro: “La Venaria Reale”, nell’ambito della XX edizione del progetto Restituzioni, finanziato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Ministero della Cultura.
Una volta presentato per una preview alla Venaria Reale di Torino, dal 13 maggio al 12 ottobre 2025, il prezioso manufatto è stato messo in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma (28 ottobre 2025 -18 gennaio 2026), in occasione di detta importante iniziativa.
Gli interventi di riattamento, iniziati nel settembre del 2024, seguendo protocolli già applicati a manufatti analoghi (come il trono del Palazzo del Quirinale), si sono conclusi nel maggio 2025 e hanno previsto anche una campagna diagnostica, mirata alla caratterizzazione dei materiali ed allo studio della storia conservativa dell’opera. Le indagini scientifiche, supportate dal CNR, sono state condotte con approccio multi-analitico, comprendente tecniche di tipo non invasivo e micro-invasivo, ma sostenibili ed ecocompatibili. Buona parte della pulitura superficiale è stata compiuta con l’utilizzo del laser, che ha consentito alla sottile lamina metallica dorata di ritrovare una perduta e inaspettata luminosità, cui han fatto seguito un lungo intervento di consolidamento delle aree decoese ed un’attenta riequilibratura cromatica, a garanzia di una piena godibilità estetica. Ciò ha permesso, sulla base dei risultati emersi da specifiche analisi scientifiche, di riconsegnare il prezioso manufatto completamente restaurato nella struttura lignea scolpita e dorata, e rinnovato per quanto riguarda la parte tessile e la passamaneria.
In occasione del rientro del trono presso il Palazzo Reale, sono stati inoltre condotti importanti lavori sui tessili della Sala, che hanno interessato nello specifico il tappeto che orna il baldacchino, le fasce laterali e le mantovane. Eseguito da Graziella Palei, della ditta Graziella Palei- Conservazione e Restauro opere d’arte, il restauro dei tessili ha previsto per tutta la sua durata (da novembre 2025), l’istallazione di un cantiere a vista presso la Sala del Trono, che ha consentito al pubblico di assistere in diretta ai lavori. L’intervento, pensato specificatamente per garantire la futura conservazione di ogni elemento ed il rallentamento dei fenomeni di degrado, è consistito per il tappeto, le fasce laterali e le mantovane, in una pulitura fisico-meccanica volta alla rimozione del particolato atmosferico, seguita da un consolidamento delle zone degradate ed infine nella cucitura di una nuova fodera, mentre il baldacchino è stato oggetto di una accurata pulitura. Durante il periodo di restauro, durato sedici mesi, la Sala del Trono non è rimasta vuota: al suo posto è stata collocata una seduta borbonica settecentesca.
Il rientro del trono originale segna ora la conclusione di un articolato progetto che ha coinvolto restauratori, storici dell’arte, scienziati e istituzioni pubbliche e private. La sorpresa più importante è arrivata dalle ricerche archivistiche, condotte parallelamente al restauro. Fino ad oggi il trono era considerato un manufatto borbonico, databile tra il 1845 e il 1850. Gli studi hanno, invece, dimostrato che fu commissionato dai Savoia e pagato nel 1874. Questa nuova attribuzione sposta la realizzazione di circa trent’anni e modifica la lettura storica dell’oggetto, inserendolo nel contesto della Napoli postunitaria. Non cambia solo la biografia del trono, ma anche la cronologia delle trasformazioni del Palazzo Reale dopo l’Unità d’Italia.
<<L’attribuzione del Trono del Palazzo Reale di Napoli all’età sabauda rappresenta una scoperta di grande rilievo storico – ha commentato il Direttore generale Musei, Massimo Osanna – che conferma quanto fossero importanti Napoli e il suo Palazzo per i nuovi sovrani, a pochi anni dall’unificazione della penisola. Oggi il Palazzo Reale è al centro di un ampio intervento di trasformazione, reso possibile grazie ai fondi del Grande Progetto Beni Culturali del MIC, che permetterà di restituire ai visitatori un percorso museale rinnovato e accessibile a tutti i pubblici. I nostri luoghi della cultura non sono più soltanto spazi di conservazione e fruizione, ma si configurano sempre più come laboratori di ricerca e innovazione…>>.
Ma il documento rivelatore della nuova datazione, è la fattura presentata dall’intagliatore Luigi Ottajano, attestante l’esecuzione dell’intero trono (“una ricca sedia del trono scolpita e dorata stile Impero”) e di altre pose in opera per il rinnovamento della Sala (Carteggio del 1874). “Il documento è stato rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Napoli dallo studioso Carmine Napoli, oggi ex funzionario, che ringraziamo per la sensazionale scoperta, ha sottolineato l’architetto Paola Ricciardi, dirigente delegata del Palazzo Reale di Napoli. Notizia approfondita dai colleghi che hanno condotto lo studio della documentazione parallela conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli da cui proviene il materiale”.
All’Ottajano, già artefice con Domenico Morelli della culla per la nascita di Vittorio Emanuele III, donata dalla città di Napoli alla Regina Margherita e oggi esposta presso la Reggia di Caserta, era finora attribuito, come aggiunta successiva, il solo coronamento con l’aquila con scudo crociato sul petto, emblema della nuova casa regnante, mentre la sedia era ritenuta di età borbonica. La decisione di dotare la Reggia napoletana di un trono realizzato ex novo, è indicativa dell’importanza che la nuova dinastia attribuiva al complesso monumentale ed alla città, in precedenza capitale del Regno borbonico. Il trono, con sedile a tamburo, presenta elementi di stile Impero che rimandano all’artigianato della Restaurazione, come i braccioli decorati da leoni alati di grande effetto scultoreo. La spalliera, di forma ottagonale, è ornata da borchie e rosette classicheggianti che compaiono, ad esempio, nel trono di Napoleone I, disegnato da Charles Percier e Pierre-François Fontaine, oggi “in vetrina” al Louvre.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it