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NAPOLI. Il Sacro Tempo della Scorziata, un tesoro oramai in rovina da salvare e recuperare.

Arte religiosa e il suo immane, inestimabile, patrimonio culturale, allo sbando e in rovina. Purtroppo, come nel caso di cui trattasi, irreversibilmente o quasi.
Focus sul Sacro Tempio della Scorziata, nel centro antico di Napoli, nel cuore della vecchia Anticaglia lungo il vico Cinquesanti, che si apre sulla storica Piazza San Gaetano. Oggi come oggi, ne resta solo un lontano ricordo.
Il complesso, in uno con la chiesa dedicata alla Presentazione di Maria al Tempio, venne costruito nel 1579 per volontà di Giovanna Scorziata (da cui l’edificio di culto prese il nome), ed altre due nobildonne napoletane. Alla morte della fondatrice, l’opera monumentale fu poi affidata definitivamente alle cure dei Padri chierici regolari teatini, ordine istituito da San Gaetano Thiene, mentre nel XX secolo fu affidata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento all’Avvocata, a cui si deve la costruzione del portale in stucco e piperno o di quello che fu. La chiesa e l’intero edificio sono rimasti poi funzionanti fino ai primi anni quaranta del Novecento, posto che, durante la seconda guerra mondiale, alcuni bombardamenti procurarono molte lesioni strutturali che portarono, nonostante dei lavori di ristrutturazione, a vari crolli e cedimenti, tanto che la struttura fu chiusa al pubblico negli anni Settanta, mentre dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che provocò ulteriori danni, essa venne completamente abbandonata a se stessa ed all’incuria del tempo, in attesa di una ristrutturazione mai avvenuta.
Lasciata intanto lì a marcire per molti anni, la chiesa nel 1993 venne depredata dai ladri, che portarono via quanto più di prezioso potevano, subendo inoltre successivi assalti sacrileghi, perpetrati nell’indifferenza generale, senza alcun rispetto ed amore per la propria città da parte di gente senza scrupoli.
L’interno, ormai devastato e ridotto ad un cumulo di macerie, mostra una desolante navata centrale con la volta, mantenuta a malapena ancora in vita dai suoi meravigliosi pilastri barocchi, di pregiato piperno, e le travi del soffitto quasi del tutto crollate. L’edificio, ormai spogliato di ogni arredo, è ridotto oramai ad uno scheletro. Venne asportato persino il pavimento, mentre gran parte degli intonaci dipinti si sono distaccati dalle pareti. Non resta altro, se nel frattempo non sia ”scomparso” anch’esso, che l’affresco della Crocefissione del Cristo, scoperto alcuni anni fa in un ambiente al di sotto del pavimento dell’aula centrale.
La chiesa, oggi, è completamente nuda e privata di ogni arredo (andati trafugati), a seguito del perpetuarsi di razzie di ogni genere, compresi furti di oggetti di pregio e capolavori dell’arte. Ladri, vandali, teppisti incendiari e delinquenti di varia natura, si sono accaniti ed arricchiti, negli ultimi quarant’anni, su questa chiesa, causa soprattutto -indice puntato- l’assenza delle istituzioni ed enti di competenza che, sorretti da una indisponente noncuranza o se si vuole distacco generale, non hanno favorito il recupero, la valorizzazione ed il restauro, di cui necessitava l’opera monumentale.
Anni, si sottolinea, di totale assenza della sovraintendenza preposta al settore e degli organi di custodia – sicurezza, che hanno – il j’accuse- prodotto questo disastro, fatto di ruberie di ogni tipo e sottrazioni reiterate. Un’assenza la loro, si afferma, fattasi soprattutto sentire nel 1993 soprattutto, quando sono scomparse icone ed altari settecenteschi, oltre alla maggior parte delle tele che arricchivano la Chiesa. Il breviario delle doglianze, stando in tema. E’ stata infatti scippata, in varie razzie barbariche, parte degli arredi barocchi; smontati e poi portati via gli altari con i suoi marmi preziosi, in cui uno custodiva il paliotto della Presentazione al Tempio; rubati i tendaggi, gli arazzi, le acquasantiere, il pulpito ligneo, una statua di Santa Rosa, l’organo settecentesco e financo il pavimento. Nulla è stato risparmiato, si dice, se non un affresco raffigurante una Crocifissione, datato intorno al XVI secolo (solo perché non facilmente visibile), rinvenuto casualmente in un’ambiente sotterraneo.
Una vera e propria vergogna che ancora una volta non potrebbe non suscitare polemiche nei confronti di quelle istituzioni di pertinenza, incapaci -si ribadisce- di valorizzare il patrimonio monumentale della città partenopea, con le sue straordinarie ricchezze culturali. Si pensi solo, a tal proposito, che l’intero interno della chiesa era un tempo ricco di opere d’arte come: il “San Giovannino” (una copia della tela di Caravaggio); la “Presentazione al Tempio”, realizzata da un allievo di Francesco Solimena; una “Madonna che appare a San Romualdo”, attribuita ad un pittore manierista e, ancora, una “Madonna del Rosario” di un allievo di Massimo Stanzione; due Madonne del 700 (una “ con Sant’Anna e Sant’Agnello” e l’altra “ con il Bambino e i Santi”). Tutte opere d’arte, queste, che sono state razziate nel corso di questi anni, non lasciando più nulla se non un’impalcatura scheletrica che a mala pena si regge in piedi in attesa di cadere.
L’edificio oggi non ha più nulla di valore da recuperare, se non la sua memoria storica. Il luogo si presenta sventrato, tutto ciò che i passanti possono osservare. Qualcuno, in pieno centro storico, a pochi metri da piazza San Gaetano (l’agorà dell’antica Neapolis), avrebbe trasformato parte del complesso in un deposito; qualcun altro invece si sarebbe infilato senza alcun controllo all’interno della chiesa, spostato le macerie del soffitto crollato e, con precisione ed esperienza, portato via tutte le mattonelle del pavimento che erano ancora utilizzabili. Lentamente, i| monumento storico si è così trasformato oggi in un rudere il cui recupero appare sempre più disperato. Oggi, praticamente, di quel luogo storico non è rimasto più nulla, nemmeno una sola opera d’arte, in uno scenario in degrado e surreale. Ovvero, un ammasso di pietre destinato solo a crollare di schianto.
Lavori di risanamento e restauro della struttura, finanziati dai fondi europei del progetto Unesco per il centro storico di Napoli, e “tanta buona volontà” ad intervenire concretamente, a parte, il Sacro Tempio della Scorziata è e resta un tesoro d’arte assolutamente da salvare. Al più presto.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FAENZA (Ra). Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura.

La mostra al MIC Faenza dal 31 gennaio al 2 giugno 2026 esplora tra ricerca estetica e scientifica due secoli di storia di una delle più importanti manifatture italiane
Organizzata dal MIC Faenza – Museo internazionale della ceramica e dalla Fondazione Museo Ginori, la mostra “Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura”, al MIC Faenza dal 31 gennaio al 2 giugno, rilegge due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo.

Attraverso un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti dalle collezioni del Museo Ginori e del MIC Faenza, le curatrici Oliva Rucellai e Rita Balleri mettono in scena la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della committenza.
“Spesso, dietro a un certo impasto, al colore di uno sfondo o a una particolare forma che oggi ci appaiono scontati – racconta Oliva Rucellai, capo-conservatrice del Museo Ginori – ci sono scoperte, invenzioni, ricerche e fallimenti di cui non siamo consapevoli. Questa mostra è un invito a leggere la storia della Manifattura Ginori anche attraverso queste conquiste”

Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori, appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana.
Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana; al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della manifattura che riscopre la ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori artistici della manifattura.
L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche, solitamente non esposte in ambito museale.

Con questa mostra il MIC Faenza rende nuovamente omaggio alla ricchezza delle collezioni del Museo Ginori (attualmente chiuso al pubblico a causa dei lavori di ristrutturazione della sua sede di Sesto Fiorentino), in continuità con la collaborazione avviata in occasione della mostra Gio Ponti – Ceramiche, ospitata a Faenza dal 17 marzo al 13 ottobre 2024.
“Questa mostra si inserisce in un programma del nostro Museo di valorizzazione delle manifatture italiane che hanno fatto la storia della ceramica italiana. – continua la direttrice del MIC Faenza Claudia Casali – Ginori è sinonimo di eleganza ma anche di ricerca, tecnica e tecnologia. Questa esposizione è una straordinaria opportunità di vedere riuniti gruppi scultorei come Amore e Psiche di eccezionale importanza nella produzione Ginori, evento unico e difficilmente riproponibile”.

L’esposizione restituisce centralità anche alla produzione più umile e trascurata della manifattura Ginori, dedicando un’intera sezione alla fornace a quattro piani, inventata nel 1816 da Carlo Leopoldo Ginori Lisci e impiegata in gran parte per la cottura della maiolica d’uso quotidiano. Stoviglie per la cucina e per la tavola, oggetti da camera, vasi da farmacia e calamai in maiolica venivano prodotti sia per il mercato di fascia medio-bassa che per le famiglie nobili e per la corte granducale, che se ne riforniva per gli usi più ordinari.
I motivi che li decorano – semplici, ma pur sempre dipinti a mano – sono un esempio di sintesi tra efficacia decorativa ed economia di risorse.

Info:
MIC Faenza, viale Baccarini 19, Faenza (RA)
Dal 31 gennaio al 2 giugno 2026
Dal 7 febbraio, ogni sabato alle ore 16:00, visita guidata inclusa nel prezzo del biglietto.
Apertura: fino al 30 marzo dal martedì al venerdì 10-14, sabato e domenica e festivi 10-18, dal 1 aprile dal martedì alla domenica e festivi ore 10-19, chiuso il lunedì e il 1 maggio.
Tel. 0546697311, info@micfaenza.org, www.micfaenza.org

ROVIGO. Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi.

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unìsce i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.
L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro ed un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista.
La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.
Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.
Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.
La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.
Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.
Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et fille, Il dottore, Le madri, Visita in camerino, Al caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.
Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divano, Il giubbetto rosso, La conversation, La tasse de thé, Bambina dai capelli rossi, Fanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.

Info:
dal 27 febbraio al 28 giugno 2026
www.palazzoroverella.com
Fondazione Cariparo
dott. Roberto Fioretto +39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it

CHIERI (To). Restaurata la Cappella del Corpus Domini nel Duomo.

A Chieri, presentati gli interventi di restauro effettuati nella Cappella del Corpus Domini, all’interno del Duomo. L’intervento fa parte di un programma di recupero e manutenzione che si era reso necessario per importanti danni causati da infiltrazioni di acqua meteorica dalle coperture. Da una parte l’assenza di un programma manutentivo dell’edificio, dall’altra i danni provocati dalla perdita di efficienza delle coperture, avevano seriamente compromesso gli apparati decorativi e le pitture ad affresco.
Il progetto di restauro si è articolato in due tappe successive: prima un immediato pronto intervento per la messa in sicurezza delle parti a rischio di caduta; poi il recupero di una porzione importante dell’apparato decorativo della Cappella del Corpus Domini, che comprende il primo sottarco e la porzione di volta a botte con i relativi affreschi. Sotto la direzione dei funzionari territoriali della Soprintendenza (Massimiliano Caldera, David Lucidi e Manuela Pratissoli) i restauratori del Consorzio San Luca (che nel 2026 si avvia a celebrare i 20 anni di attività), guidati da Anna Coppola, hanno lavorato per restituire una lettura coerente dell’apparato decorativo originale.

La Chiesa Collegiata di Santa Maria della Scala, cioè il Duomo della città di Chieri, è un interessante esempio di architettura gotica piemontese. L’antica chiesa romanica, poggiante su precedenti luoghi di culto romani, venne completamente ricostruita a partire dal 1405.
Nel 1632 la Compagnia del Corpus Domini ottenne uno spazio attiguo al presbiterio con lo scopo di ampliarlo e farne una cappella unica. Nel 1651, superate alcune difficoltà, il capomastro Francesco Garove poté dare inizio alla costruzione della struttura.
Dopo una sospensione dei lavori dovuta alla scarsità di fondi, fra il 1659 e il 1661 maestranze luganesi, fra cui lo stesso Francesco Garove, Tommaso Carlone, Giovanni Luca Corbellino e Giovanni Marocco, e insieme a loro anche il chierese Francesco Fea, eseguirono la decorazione: in un complesso sistema di cornici a stucco affrescarono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pochi anni dopo, negli anni 1668-70, quando dall’altra parte del presbiterio Giovanni Battista Bertone costruì la cappella del Crocifisso arricchendola con una profusione di grandi tele dei migliori artisti del momento, i Confratelli del Corpus Domini temettero che, al confronto, dal punto di vista decorativo la loro cappella risultasse stilisticamente sorpassata. Perciò ingaggiarono artisti in voga come Sebastiano Taricco e Giovanni Antonio Mari, commissionando loro due tele a testa destinate a sostituire gli affreschi dipinti solo dieci anni prima.

L’impegno dei restauratori si è tradotto nel massimo rispetto delle superfici pittoriche. Sono state ricostruite ampie zone di modellato scegliendo di intervenire, laddove possibile, fino alla completa reintegrazione. L’intervento pittorico è stato minimamente invasivo, limitandosi ad una colorazione neutra eseguita ad acquerello, che ha permesso di ricollegare ogni porzione originale ritrovata. L’intervento di restauro ha anche consentito il recupero dell’apparato decorativo policromo che in precedenza non era più visibile.
Con il recupero della superficie originale sono state eliminate le numerose riprese pittoriche incongrue che impedivano una corretta lettura del testo pittorico originale: tuttavia, anche in ottica conservativa degli interventi del passato, si è voluto mantenere un rifacimento di un particolare della scena affrescata «La caduta della manna», eseguita con la tecnica del buon fresco, presumibilmente nell’Ottocento.

Autore: Vittorio Bertello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 14 gen 2026

GENOVA. VAN DYCK L’EUROPEO. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, “Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.
In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.
Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.
Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge, dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Prezzi: 15 euro: intero; 13 euro: ridotto; 14 euro: over 65; 9 euro: under 25
Orari: Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it – tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

Immagine:
Anton van Dyck, Portrait of Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?), NG 6502,