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PARMA. LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre.

Dopo il successo della retrospettiva “Giacomo Balla. Un universo di luce”, dal 2 ottobre 2026 va in scena a Parma, nelle sale del Palazzo del Governatore, il secondo capitolo del protocollo d’intesa tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea con una nuova esposizione, LEI, concepita per la città emiliana con capolavori provenienti esclusivamente dalla collezione della galleria.
La mostra, dal titolo “LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre“. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta oltre 60 opere allestite in 13 sale – dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi – che compongono una sorprendente rassegna di sguardi tra figure reali e ideali dell’universo femminile, lungo oltre due secoli di storia. Alcuni lavori sono di recente acquisizione, a partire da Nu Debout, il pastello del 1906 ca. di Pablo Picasso donato lo scorso anno dalla Cy Twombly Foundation.

La figura femminile ha saputo catturare l’interesse, il dibattito e l’ispirazione delle arti visive; è stata vero e proprio motore della creatività umana e tema privilegiato della ricerca artistica tra XIX e XX secolo. Attraverso il ritratto femminile si sono manifestate le tensioni estetiche, psicologiche, culturali e politiche che hanno accompagnato il passaggio alla modernità.
«La GNAMC propone a Parma una straordinaria selezione di ritratti femminili, con diversi capolavori, per celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Conferma, in questo modo, il concreto impegno nel progetto “Museo migrante”, ideato proprio per diffondere la conoscenza della propria collezione in Italia e all’estero. La mostra, inoltre, offre l’occasione per perfezionare e aggiornare gli studi sulla collezione, anche alla luce di alcune importanti nuove acquisizioni promosse recentemente in vista della mostra, secondo una visione dinamica del patrimonio culturale che mira ad arricchirlo costantemente.», afferma Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
«Credo che il compito delle amministrazioni pubbliche e delle grandi istituzioni culturali non si esaurisca nella conservazione del patrimonio. La sua funzione è anche quella di creare occasioni di conoscenza, confronto e riflessione, affinché le opere continuino a dialogare con il presente e ad arricchire la vita della comunità. È questo il senso della collaborazione tra il Comune di Parma e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: permettere a una grande collezione pubblica nazionale di incontrare la città e, allo stesso tempo, rafforzare Parma come luogo di progettazione culturale, capace di promuovere iniziative di rilievo nazionale attraverso la sinergia tra istituzioni. È attraverso queste collaborazioni che una città cresce, amplia i propri orizzonti e rende la cultura una componente centrale della vita pubblica. La collaborazione con la GNAMC va esattamente in questa direzione e rappresenta un investimento sul presente e sul futuro culturale di Parma», dichiara Lorenzo Lavagetto, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Parma.

Prodotta dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, con la collaborazione di Solares Fondazione delle Arti, grazie al sostegno di Fondazione Cariparma e di Regione Emilia-Romagna, l’esposizione è curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi, ed è visitabile al primo piano del Palazzo del Governatore dal 2 ottobre 2026 fino all’8 marzo 2027.

Le donne rappresentate appartengono a mondi differenti, hanno età, condizioni, caratteri e destini eterogenei, eppure condividono la capacità di raccontare un’esperienza umana che supera il tempo in cui furono ritratte. Dalla Signora Ginoux (L’Arlesiana di Vincent van Gogh), moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles, alla marchesa Luisa Casati, diva eccentrica e collezionista immortalata da Giovanni Boldini; dalla facoltosa aristocratica polacca Hanka Zborowska (la Signora dal collaretto di Amedeo Modigliani) a Carminella, figlia del popolo la cui storia il tempo ha lasciato nella penombra, ma non il pennello di Antonio Mancini; da Palma Bucarelli (la donna che rivoluzionò l’arte contemporanea italiana alla guida della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) dipinta da Savinio, all’attrice Elsa Martinelli nell’interpretazione di Giosetta Fioroni. Un immaginario al femminile rivelatore e generatore di una moltiplicazione dell’Io di donne attraverso altre donne. I soggetti esposti agiscono, in taluni casi, sia da rappresentazione di una realtà sia sotto forma di variazioni possibili dell’identità femminile. Da qui nascono ritratti di donne con potenti personalità, esaltate nella loro energia grazie alla cattura “magistrale” di uno sguardo rivelatore, di un gesto segreto o di un respiro appena trattenuto.

La mostra (che si avvale di un comitato scientifico composto – oltre dai curatori – da Stefano Marson, Alberto Salvadori e Simona Tosini Pizzetti) comprende un prestito eccezionale di capolavori alla città di Parma, molti dei quali raramente concessi, provenienti dalle collezioni della GNAMC di Roma, la più ampia sul territorio nazionale di arte italiana e internazionale del XIX e XX secolo. Dai raffinati disegni di Gustav Klimt (tra cui uno studio per Le tre età della donna) in cui la linea sigilla l’erotismo e l’eleganza della donna della Secessione viennese, alla Figura (Femme de Venise VI) di Alberto Giacometti, un totem ancestrale, una madre-matrice scarnificata, fino alle Femmes di Man Ray, dove il corpo femminile smette di essere oggetto di contemplazione per farsi rebus, ombra perturbante, enigma che rifiuta di essere catalogato dallo sguardo maschile. Mentre la cera della Bambina che ride di Medardo Rosso cattura il guizzo dell’infanzia della piccola protagonista prima che venga normata dalle ristrettive convenzioni sociali del decoro borghese di fine Ottocento, la Donna in bianco invece viene dipinta da Kees van Dongen agli albori del XX secolo con occhi enormi, inquisitori, che non subiscono la posa e iniziano a guardare dritto il pubblico, costringendolo a fare i conti con la fiera indipendenza di un secolo in cui le donne non hanno più voglia di chiedere il permesso.
Legata a doppio filo all’emancipazione sociale e politica delle donne, la nascita di una nuova identità femminile guida anche la pratica delle artiste in mostra. Con i rispettivi e differenti linguaggi – dalla densità plastica della scultura di Antonietta Raphaël all’obiettivo fotografico di Dora Maar e Francesca Woodman, fino alle performance dalle complesse coreografie di Vanessa Beecroft e Marinella Senatore –, queste autrici hanno scardinato vecchi paradigmi e aperto una riflessione profonda sui concetti di personalità, libertà, autodeterminazione e riappropriazione del corpo.

Una sezione del percorso espositivo è dedicata alla ricerca in Italia tra le due guerre mondiali. In questa complessa fase di transizione, l’universo delle donne si impone sulla scena sempre più autonomo, volitivo, protagonista. La mostra ricompone questo straordinario mosaico culturale attraverso i ritratti femminili dei maggiori protagonisti del periodo (tra cui i pittori Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Renato Guttuso, e scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini) facendo risaltare la varietà delle esperienze tra Metafisica, “Valori Plastici”, il Novecento italiano, la poetica del Realismo magico, insieme alle grandi mitologie dei primi decenni del XX secolo. L’attività di questi artisti si rivela d’avanguardia anche nel respingere, negli anni Trenta e Quaranta, i rigidi stereotipi domestici e materni che la propaganda del regime fascista tenterà di imporre, scegliendo piuttosto di raccontare l’intimità delle donne, solcata da silenziosa e tenace resistenza nonché da inquietudini esistenziali.

Info:
Palazzo del Governatore – Piazza Giuseppe Garibaldi 1, Parma
contatti: governatore@comune.parma.it; turismo@comune.parma.it
tel. biglietteria: 0521 218035
Dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027
mercoledì, giovedì, sabato e domenica e festivi: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle 18.00)
venerdì: 10.00 – 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00)
chiuso lunedì e martedì
aperture straordinarie: martedì 8 dicembre dalle 10:00 alle 19:00, giovedì 31 dicembre dalle 10:00 alle 15:00, lunedì 8 marzo dalle 10:00 alle 19:00 – chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio
Tariffe: intero data fissa:€ 12,00 – ridotto:€ 8,00 – ridotto convenzionati:€ 5,00
catalogo mostra:€ 34,00

NAPOLI. Alla chiesa dell’Incoronata il restauro si guarda da vicino.

Si tratta della chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, un gioiello gotico nel cuore storico di via Medina, e al centro di un intervento di restauro, seguito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune partenopeo, con la collaborazione degli studenti del corso di Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Il sacro edificio, per lungo tempo rimasto ai margini, conserva uno dei cicli pittorici più importanti della Napoli angioina. Il restyling artistico lo sta restituendo alla città: focus dell’intervento, gli affreschi staccati riferiti a Roberto d’Oderisio ed al Maestro delle Storie di San Ladislao, su cui gli studenti di Suor Orsola hanno lavorato affiancando le restauratrici della Soprintendenza.
Oggi la chiesa si presenta in una veste parzialmente restaurata, posto che i lavori proseguiranno. Nei giorni di apertura, i restauratori sono all’opera e chi entra può parlare con loro. Non un “cantiere chiuso” -si spiega- ma il restauro mentre accade.
«Un cantiere aperto mostra ai cittadini che cosa significa prendersi cura del patrimonio», ha affermato la Soprintendente Rosalia D’Apice.
È la cura la parola su cui torna la restauratrice della Soprintendenza Barbara Balbi: l’attenzione costante ed il lavoro paziente sulle superfici sono ciò che permette di riconsegnare alla collettività un bene che le appartiene. L’Incoronata sarà tra i luoghi protagonisti delle Giornate Europee del Patrimonio, la più ampia manifestazione culturale d’Europa, in programma sabato 26 e domenica 27 settembre 2026. Un appuntamento che, osserva Balbi, trova il suo fondamento nella Convenzione di Faro: il riconoscimento del diritto delle comunità a partecipare al patrimonio culturale ed a prendersene cura.
Le aperture gratuite rispondono a questo principio: un accesso democratico al bene, e la possibilità di parlare con chi lo sta restaurando. Per gli studenti dell’Ateneo, il cantiere è “insieme tutela e formazione: chi domani si prenderà cura di questo patrimonio sta imparando a farlo oggi, sul campo”.
Il progetto è stato raccontato da Run Radio, l’emittente dell’Università Suor Orsola Benincasa. Qui di seguito la storia della chiesa, sempre a cura della sabap.napoli.
Nascosta sotto il livello dell’attuale via Medina, l’Incoronata è uno degli edifici medievali meno conosciuti ed affascinanti della città. Fondata nella seconda metà del XIV secolo per volontà di Giovanna I d’Angiò, la chiesa è tradizionalmente collegata all’incoronazione della regina e del marito Luigi di Taranto. Da una reliquia lì custodita, una spina ritenuta appartenente alla Corona di Cristo, deriva il nome con cui la chiesa è conosciuta. La posizione ribassata di circa tre metri rispetto alla strada non è un’anomalia originaria, ma la conseguenza delle opere difensive cinquecentesche realizzate attorno ai fossati di Castel Nuovo, che comportarono l’innalzamento del piano stradale e finirono per “interrare” l’edificio.
Il cuore artistico della chiesa è la sua decorazione pittorica trecentesca. La navata maggiore conserva i cicli di Roberto d’Oderisio, tra i maggiori interpreti della pittura napoletana di matrice giottesca, con il Trionfo della Religione, i Sette Sacramenti e le Storie bibliche. Nella Cappella del Crocifisso si conservano invece i frammenti delle Storie di San Ladislao, attribuiti ad un anonimo maestro di area marchigiana attivo agli inizi del Quattrocento.
Un patrimonio che fa dell’Incoronata una testimonianza preziosa della Napoli angioina e del suo ruolo di capitale del Regno.
La chiesa ospita attualmente due laboratori di restauro, che affiancano le attività di tutela e rappresentano un’importante occasione di formazione e ricerca. Uno dei laboratori è curato dalla Scuola di Alta Formazione e Studio per il Restauro dell’Università Suor Orsola Benincasa, nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto con la Soprintendenza, a conferma della proficua collaborazione tra le due istituzioni, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale. Sull’edificio la Soprintendenza esercita la propria azione di tutela, di cui le aperture straordinarie rappresentano il naturale completamento: consentire ai cittadini di conoscere questi luoghi significa non solo conservarli, ma restituirli pienamente alla vita della città. Le aperture -si conclude- rientrano nel programma di aperture straordinarie diurne dei luoghi della cultura promosso dalla Soprintendenza per il 2026, che nei prossimi mesi interesserà anche altri siti della città.

Fonte e immagini: sabap.napoli

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

PIEVE DI CADORE (Bl). “Tiziano e il Paesaggio” e “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”

A Pieve di Cadore, una nuova inedita mostra per continuare ad indagare il ruolo innovativo del paesaggio nell’opera di Tiziano, a 450 anni dalla sua morte.
Giungono nella terra natale del pittore tre eccezionali dipinti del Maestro e 30 opere grafiche tratte da suoi disegni o di grandi artisti precursori della nuova sensibilità o eredi dei modelli tizianeschi in tutta Europa: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Nella Casa Natale del pittore anche la mostra “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”: il diario di viaggio del letterato e artista inglese alle origini del mito ottocentesco di Tiziano e delle terre dell’artista.

“Vi ho parlato così tante volte della sua abilità nel fare bene ogni genere di paesaggio e nel renderli così gradevoli e naturali, che si può dire che, a parte Tiziano, non esiste nessun altro pittore che ne abbia creati di paragonabili ai suoi”.
André Félibien scrittore d’arte nella Francia del Re Sole non usa giri di parole nei suoi “Entratiens” (1666 – 1688) per esaltare la qualità della pittura di paesaggio in Tiziano, mentre qualche decennio più tardi Roger de Piles figura centrale del mondo parigino dell’arte, nel lungo capitolo sul tema nel suo “Cours de peinture par principes” – una delle prime trattazioni moderne sulla pittura di paesaggio in Europa (1708) – segnala Tiziano come il migliore tra i maestri nel genere.
Suggestioni, che testimoniano come nel XVIII secolo il grande pittore cadorino fosse ancora ammirato (soprattutto in Francia, ma non solo !) per la resa dei paesaggi e anzi considerato il Maestro da cui imparare.

La mostra “Tiziano e il Paesaggio”, che si tiene a Pieve di Cadore presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore dal 18 luglio al 18 ottobre 2026 è il secondo appuntamento, dopo quello organizzato in occasione delle Olimpiadi Invernali, di un progetto espositivo che nella città natale di Tiziano mira ad approfondire il ruolo innovativo svolto dall’artista nello sviluppo della concezione moderna del paesaggio nell’arte veneta ed europea.
Un progetto promosso dalla Magnifica Comunità di Cadore e dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore, curato da Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa con il supporto del Comitato scientifico della Fondazione e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, punta di diamante delle celebrazioni per i 450°anni della morte del Maestro, “Titianus Cadorinus 1576 – 2026”.
Ricerca scientifica e fascino espositivo (allestimento su progetto di FormaUbis) si uniscono in questa nuova mostra che – dopo la presenza straordinaria a Pieve di Cadore della Pala Gozzi (Ancona, Pinacoteca “F. Podesti”) – porta altri importanti capolavori di Tiziano nella sua terra natale.

Il percorso indaga infatti le origini culturali e figurative dell’interesse del pittore cadorino per la resa dell’ambiente naturale e l’impatto avuto dai suoi paesaggi sugli artisti europei delle generazioni successive, mettendo in dialogo tre dipinti di Tiziano, prestati eccezionalmente dai Musei Capitolini di Roma (Il Battesimo di Cristo, 1511-1512), dall’Accademia Carrara di Bergamo (Orfeo ed Euridice, 1515 c.) e dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia (San Giovanni Battista, 1540 – 1542) e, con oltre trenta tra disegni e xilografie d’epoca di Tiziano e di altri importanti artisti che hanno gettato le basi della nuova sensibilità paesaggistica, o che al grande pittore si sono ispirati: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer, fino a Rembrandt, Watteau e Marco Ricci.

Ad accompagnare la mostra – che ha il patrocinio del Ministero della Cultura e della Fondazione Dolomiti Unesco, progetto sostenuto e finanziato da Regione del Veneto, Fondo Comuni Confinanti, Provincia di Belluno, Camera di Commercio Treviso Belluno-Dolomiti, D.M.O. Dolomiti Bellunesi, con il sostegno di Fondazione Cariverona ed il supporto di tanti partner – ci sarà anche un importante catalogo (ZeL edizioni), realizzato grazie al contributo di Save Venice e di Tavolozza Foundation, con saggi e schede dei curatori, Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, e di Irene Brooke, Beverly Brown, Francesco Di Mauro, Juliette Ferdinand, Peter Lüdemann, Camilla Pietrabissa, Jaco Rutgers, Carolina Trupiano e Matthias Wivel; quindi una fascinosa mostra presso la vicina Casa Natale di Tiziano, di cui si è appena concluso il restauro – “Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert”- che ci porterà a rivedere i paesaggi di Tiziano con gli occhi e attraverso le opere su carta di un romantico viaggiatore ottocentesco, pittore, scrittore, saggista e fine intellettuale, che in Cadore volle ricercare le fonti d’ispirazione del sommo artista.

Da non perdere infine i tantissimi appuntamenti che rientrano nel programma dell’Estate Tizianesca promossa ormai da ventidue anni dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore in collaborazione con la Magnifica Comunità e il Comune di Pieve di Cadore. Quest’anno il progetto – che propone un nuovo modo di vivere la montagna ed i centri minori, valorizzando il dialogo tra arte, paesaggio e comunità nel segno di Tiziano e dei suoi legami con queste aree – conta ben 35 eventi diffusi nel territorio, tra conferenze e incontri con prestigiosi storici e studiosi, concerti di musica classica e visite riservate, coinvolgendo venti località e venticinque luoghi d’arte del Cadore, del bellunese e delle province di Treviso, Venezia e Padova.

IL PERCORSO
Le tre sezioni in cui si articola la mostra mirano a rispondere a tre interrogativi fondamentali per esplorare con un diverso “piglio critico” il tema del paesaggio in Tiziano, senz’altro uno degli aspetti più rilevanti delle poetica del cadorino e fenomeno che ha avuto un impatto enorme nella cultura visiva successiva.
Per capire come il paesaggio contribuisca a definire il significato delle opere tizianesche, sia in pittura che nella grafica, e quali fonti formali possano aver influito nella sua personalissima interpretazione, in apertura della mostra troviamo una selezione di opere che rimandano agli esordi di Tiziano in una Venezia dai forti legami culturali e commerciali con le città dell’Europa settentrionale, e centro nevralgico della nascente industria della stampa.
Nel Battesimo di Cristo dei Musei Capitolini le figure sono armonicamente inserite in un’ambientazione che riveste un ruolo importante: un paesaggio costellato di simboli che arricchiscono semanticamente la scena proprio sopra il committente, il mercante Giovanni Ram, e un borgo con torre cilindrica e il profilo vagamente dolomitico di alcune montagne sullo sfondo; mentre nell’Orfeo ed Euridice di Bergamo (Accademia Carrara) Tiziano pare esplorare altre categorie espressive e di significato, sdoppiando il paesaggio: rassicurante e placido a sinistra, con all’orizzonte una chiesa e il suo campanile, e oscuro e intimidatorio sulla destra, con sullo sfondo la bocca dell’inferno.
Le fonti e il ruolo della pittura nordica sono resi evidenti grazie ad alcune opere di eccezionale rilievo qui esposte, come la Penitenza di San Giovanni Crisostomo di Lucas Cranach prestata dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze – una delle più note e grandi stampe dell’artista e l’unica, tra le nove a bulino da lui realizzate, che presenti un’ampia scena di paesaggio – e l’incisione, sicuramente nota nella Venezia di inizio XVI secolo, con Sant’Eustachio di Albrecht Dürer del 150: entrambe con una linea di orizzonte alta come quella del dipinto dell’Accademia Carrara, e quest’ultima grande lezione sulla varietà di effetti pittorici ottenibili utilizzando solamente la linea..
D’altra parte che Tiziano traesse ispirazione dalle stampe è testimoniato dalla xilografia in quattro blocchi, disposti su due registri, raffigurante il Sacrificio di Abramo, incisa da Ugo Carpi su disegno di Tiziano nel 1516 circa: una delle immagini (insieme alla Sommersione del Faraone nel Mar Rosso esposta nella precedente mostra) per cui lo stampatore Bernardino Benalio aveva chiesto al Senato di Venezia il privilegio di pubblicazione.
Nella figura del pastore in alto a destra evidente è la citazione del San Giuseppe de La fuga in Egitto di Dürer (anch’essa in prestito dagli Uffizi, parte della celeberrima serie dedicata dall’artista tedesco alla “Vita della Vergine” del 1511), mentre – a dimostrazione che si trattava di una pratica diffusa – notiamo che l’intero gruppo con Sacra Famiglia della stampa dureriana ricompare in controparte nella xilografia, in blocco unico, di analogo soggetto eseguita nel 1535 dal monogrammista DN su disegno di Domenico Campagnola. Qui, peraltro, lo sfondo montuoso appare una citazione quasi palmare dal blocco in alto a sinistra del Sacrificio di Abramo.
Ancora, il diverso peso assegnato al paesaggio all’interno delle opere e dunque il differente apporto semantico alla loro comprensione risulta chiaro nel confronto tra altre due importanti e bellissime opere grafiche: Paesaggio con grande cannone, incisione del 1518 di Albrecht Dürer, e Paesaggio con pastori e famiglia in viaggio di Domenico Campagnola. La prima, con una veduta sullo sfondo di notevole precisione topografica, con la valle del fiume Wiesent e un borgo nei pressi di Norimberga, è un’opera che ebbe enorme importanza, considerata uno dei primi esempi nell’arte occidentale in cui il paesaggio assume il ruolo di co-protagonista; nella seconda invece il paesaggio diventa proprio il reale protagonista, con le figure e il gregge sparso raffigurati su scala ridotta rispetto alla maestosità della natura che li circonda, quasi totalizzante e che richiama l’entroterra veneto.
È questa un’epoca, del resto, di grande fortuna e diffusione dei paesaggi disegnati e incisi grazie a una precisa domanda dei collezionisti che apprezzavano la sperimentazione di nuove tecniche e la capacità degli artisti di rendere il senso di luce e ombra e di descrivere la realtà circostante senza l’ausilio del colore, in opere monocromatiche.
Determinante nello sviluppo e nella diffusione di disegni e stampe raffiguranti paesaggi fu l’incontro e la collaborazione tra Tiziano, l’incisore e chierico Giulio Campagnola, di formazione umanistica, e il suo erede artistico Domenico, figlio in realtà di un calzolaio tedesco.

La seconda sezione analizza, anche attraverso questi incontri, l’evoluzione della rappresentazione grafica del paesaggio all’interno dell’entourage tizianesco. Dal precoce disegno del 1510 circa Paesaggio con mulino, Giulio Campagnola sperimenta con la penna nuovi linguaggi espressivi, alternando inclinazione e spessore linee e segni per elementi diversi. Presto Tiziano entra in contatto e comincia a collaborare sia con Giulio che, a partire dalla metà del secondo decennio, con il figlio adottivo Domenico. Spesso gli esercizi grafici di Domenico sono stati scambiati per opere di Tiziano come nel caso del Paesaggio con San Giovannino datato 1525 circa.

Info:
Pieve di Cadore, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore

Fonte:
Ufficio Stampa Villaggio Globale International – lacchin@villaggio-globale.it

NAPOLI. L’ascensore del Re torna a salire al Palazzo Reale.

La funzionalità che ha consentito e consente di ammirare il patrimonio artistico-culturale “in vetrina”, riprende a…salire, dopo che si era interrotta a partire dall’8 aprile scorso. Torna, cioè, ad essere visitabile l’installazione “L’ascensore del Re”, viaggio “verticale” virtuale attraverso i secoli al Palazzo Reale di Napoli, volto ad interagire con il variegato, meraviglioso, spazio espositivo del prestigioso edificio storico di Piazza del Plebiscito.
Completato l’intervento di manutenzione tecnica, che ne aveva richiesto la temporanea chiusura, è di nuovo aperta al pubblico la messa in opera interattiva, ospitata nell’ex “passetto del Generale”, accanto alla Sala del Trono, che permette ai visitatori di compiere un viaggio virtuale, mediante un ascensore speciale che li conduce in una narrazione visiva emozionante, immaginando la vita di corte attraverso i secoli.
Quattro secoli di storia della Reggia, partecipati quali memoria del passato, sotto la classica luce dei riflettori.
Un piano quindi per ogni secolo, cui i visitatori possono accedere mediante una pulsantiera che li trasporta dal ‘600, anno di costruzione del Palazzo ad opera del VI conte di Lemos (nelle immagini si susseguono alcuni vicerè spagnoli di Napoli), fino ai nostri giorni, attraversando l’epoca di Carlo di Borbone con la ricchezza del Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa, e l’800.
L’ultimo piano trasporta lo spettatore sul Belvedere del Palazzo, dove la splendida vista panoramica ed i suoni della città ci riportano alla contemporaneità.
Il manoscritto di Renao, portiere di camera e non solo, per circa 30 anni, descrive i cerimoniali di corte.
Il ‘600 a Napoli si caratterizza con colori scuri e caravaggeschi, suggeriti dagli avvenimenti luttuosi della peste e dalle violente eruzioni del Vesuvio.
Schiacciando il pulsante del secondo piano si arriva al ‘700, con la presenza di Carlo di Borbone, dove il re diventa visibile e non è più l’entità lontana che governa dalla Spagna.
Si susseguono le immagini delle trasformazioni del Palazzo, ma anche la costruzione di nuove regge, che rappresentano la ricchezza del nuovo Regno Borbonico e la sua affermazione in Europa: si evincono dagli abiti sfarzosi, e che, attraverso accordi commerciali con l’Oriente, danno l’avvio a mode esotiche che caratterizzeranno il Palazzo nei dipinti e nell’arredo.
L’800 è rappresentato al terzo piano, con una pantomima di epoca post-napoleonica e si prosegue con il famoso incendio del 1837, a causa del quale il Palazzo conoscerà le trasformazioni architettoniche del Genovese giunte fino ai giorni nostri. Un ballo nelle sale sancisce la fine del Regno Borbonico e l’avvento dei Savoia.
Tra un piano e l’altro si intravedono e si percepiscono il lavoro, la fatica, il disagio, ma anche l’allegria del popolo mai ammesso a corte, che è in realtà il vero protagonista del Regno di Napoli. Le scene prendono spunto e si relazionano con i dipinti, i vasi, i dettagli e gli arazzi del Palazzo Reale.
Una narrazione visiva, il cui progetto è stato realizzato da “Kaos produzioni”, con la direzione artistica di Stefano Gargiulo, per colmare l’allora assenza temporanea del trono reale, che era stato inviato al Centro di Restauro e Conservazione La Venaria di Torino, nell’ambito del progetto “Restituzioni” Intesa Sanpaolo, e facendo poi ritorno nella sala della Reggia partenopea a febbraio 2026.
È possibile accedervi dalle ore 9.00 alle ore 20.00 tutti giorni escluso il mercoledì, giorno di chiusura del Museo. Androne delle Carrozze – Palazzo Reale di Napoli.
Eventi oggi. Presso detti spazi, si tiene un importante appuntamento culturale che vede l’apertura in contemporanea di tre straordinarie mostre fotografiche: “Con i tuoi occhi” di Salvatore Liguori, “Siria” di Romeo Civilli e “Jazz: La pellicola del suono” di Salvatore Pastore.
L’iniziativa si configura come un ricco itinerario visivo, dal forte valore artistico, sociale e documentaristico. Attraverso tre narrazioni, profondamente diverse per temi e linguaggi, l’evento espositivo si propone di esplorare la realtà e la memoria, coniugando la sensibilità del reportage umano e geopolitico al rigore della fotografia analogica e teatrale.
Il percorso espositivo si articola in tre sezioni distinte: CON I TUOI OCCHI (Fotografie di Salvatore Liguori): Un omaggio alla memoria e al talento di un giovane fotografo napoletano scomparso prematuramente a 37 anni. La mostra riunisce le sue tre grandi anime espressive, ovvero il teatro, il cinema e la street photography. Un invito a far vivere ancora lo sguardo autentico dell’autore attraverso gli occhi del visitatore. SIRIA (Fotografie di Romeo Civilli): Un potente reportage d’indagine introspettiva, che racconta la popolazione siriana all’indomani della caduta del regime, dopo 14 anni di devastante conflitto. Gli scatti catturano l’essenza di chi è sopravvissuto, dei liberati dal carcere di Sednaya e di chi oggi, tra le macerie da Damasco a Idlib, guarda all’orizzonte. Volti che parlano di resistenza e resilienza, dove la vita vince sulla distruzione e rivendica un nuovo inizio.
JAZZ: LA PELLICOLA DEL SUONO (Fotografie di Salvatore Pastore): Una preziosa selezione di stampe fine art (sviluppate rigorosamente in analogico su carta baritata), che riapre un archivio d’autore rimasto a lungo custodito, oltre a documentare la grande stagione del jazz a Napoli e provincia, tra il 1990 e i primi anni Duemila.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

TORINO. Artissima 2026.

Consolidare un metodo di lavoro e di ricerca che ha definito Artissima uno spazio autorevole di riflessione critica sul contemporaneo. È questo l’obiettivo perseguito da Luigi Fassi, confermato per il quinto anno alla direzione della 33esima edizione della fiera d’arte contemporanea di Torino, che torna a occupare gli spazi dell’Oval dal 30 ottobre al 1° novembre (con preview il 29 ottobre), riunendo 180 gallerie italiane e internazionali, di cui 60 con progetti monografici.

Con il titolo Fancy: A Flexible, Acrobatic Body, il tema della nuova edizione si rifà all’idea di immaginazione della filosofa Martha C. Nussbaum, secondo la quale il linguaggio dell’arte, guidato dalla fancy – ovvero la proiezione in avanti della fantasia – prende forma in un corpo flessibile capace di attraversare la complessità e di avvicinarci agli altri. Un tema che si declina anche nelle diverse iniziative in programma e, soprattutto, nella residenza della poetessa Laura Accerboni.

L’edizione 2026 di Artissima riunisce gallerie provenienti da 35 Paesi e quattro continenti, confermando la vocazione internazionale della fiera. Tra le presenze più interessanti figurano numerose realtà provenienti dall’Asia, come A+ Works of Art (Kuala Lumpur), Maki Fine Arts e Side 2 (Tokyo), Vanguard (Shanghai) e Rossi & Rossi (Hong Kong), affiancate da gallerie dell’America Latina, tra cui A Gentil Carioca, Luisa Strina e VERVE (San Paolo), oltre alle sudafricane SMAC e WHATIFTHEWORLD ed alle statunitensi 1301PE (Los Angeles) e Management (New York).
Si conferma inoltre una forte partecipazione di gallerie provenienti da Francia, Germania, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svizzera e dai Paesi dell’Europa orientale.

Sono 33 le gallerie al debutto in fiera, di cui 17 riunite nella sezione New Entries, riservata agli spazi aperti da meno di cinque anni e presenti per la prima volta ad Artissima. Accanto alle nuove realtà, tornano alcune delle gallerie più consolidate del panorama italiano ed internazionale, come Alfonso Artiaco, Continua, Raffaella Cortese, Franco Noero, Lia Rumma, Tucci Russo, ZERO…, ChertLüdde e Thomas Dane Gallery. Confermata anche la presenza di gallerie riconosciute per l’attività di ricerca e scouting, tra cui 10 & zero uno, Alice Amati, Matèria, TINA, ATM, MATTA e zazà.

Tra le novità dell’edizione 2026 figura Moltitudini, il nuovo progetto che intreccia arte contemporanea e poesia attraverso una residenza affidata alla poetessa Laura Accerboni, tra le voci più significative della scena italiana contemporanea. Il percorso, costruito come un’occasione di ricerca e confronto tra linguaggi, vedrà Accerboni dialogare con alcuni artisti attivi a Torino – Guglielmo Castelli, Sara Enrico, Giorgio Griffa, Marzia Migliora e Laura Pugno – dando vita ad una serie di incontri ispirati al tema della prossima edizione della fiera. L’iniziativa intende raccontare anche il rinnovato dinamismo artistico del capoluogo piemontese, sempre più attrattivo per artisti e pratiche contemporanee di respiro internazionale.

Anche nel 2026 la Fondazione per l’Arte CRT rinnova il proprio Fondo Acquisizioni da 300mila euro, destinato all’acquisto di opere in fiera per le collezioni della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Nel corso degli anni il fondo ha contribuito alla formazione di una raccolta di quasi mille opere, grazie ad un investimento complessivo superiore ai 43 milioni di euro, consolidandosi come uno degli strumenti più significativi per l’arricchimento delle collezioni pubbliche italiane di arte contemporanea. Si rinnova inoltre il programma dei premi, che comprende, tra gli altri, il Premio illy Present Future, il Premio Diana Bracco – Imprenditrici ad Arte, il Premio Tosetti Value per la fotografia, il Premio Pista 500, il Matteo Viglietta Award, il Premio Ettore e Ines Fico e l’Artissima New Entries Fund.

Negli ultimi anni Artissima ha accentuato la propria dimensione curatoriale, affiancando alla fiera diverse iniziative collaterali, tra cui residenze e progetti interdisciplinari.
Come si concilia questa identità con le esigenze sempre più pressanti del mercato dell’arte?
A rispondere è il direttore Luigi Fassi, dicendo che “si tratta di esigenze mutualmente inclusive e reciprocamente necessarie. I progetti speciali, le residenze, avvalorano e rafforzano l’azione di mercato affrontato da più prospettive, dirette indirette, e tutte preziose per le gallerie. Basti pensare che la maggior parte dei progetti speciali che creiamo moltiplica le opportunità di visibilità per diversi artisti rappresentati dalle gallerie partecipanti alla fiera.
Il punto è che il mercato dell’arte contemporanea in cui opera Artissima vive di transazioni costruite sulla fiducia, la scoperta e la capacità di costruire significato attorno alle opere ed agli artisti. Rafforzare la propria dimensione curatoriale attraverso committenze, progetti interdisciplinari e collaborazioni con istituzioni e brand, significa alimentare uno scenario capace di sostenere il lavoro delle gallerie e degli artisti anche oltre il decorso della fiera stessa.
Credo che dal punto di vista di una fiera come Artissima”, conclude il direttore, “occorra esercitare un acrobatismo inteso come dialogo e confronto a più livelli, tra il mondo delle gallerie ed i collezionisti, innanzitutto, ma anche con i musei, le istituzioni, lo scenario della curatela, l’imprenditoria più matura e la diplomazia culturale. In una parola, si tratta di saper favorire relazioni inedite, vigorose e orientate a tutte funzionali a veicolare un messaggio di più forte presenza e impatto dell’arte. In uno scenario di mercato e di economia mutevoli, sono convinto che il mercato debba trarre valore dalla produzione di un discorso più convincente e dalla complessità di ciò che si propone”.

Info:
Artissima 2026
Oval Lingotto Fiere – Torino
Via Giacomo Mattè Trucco, 70
Dal 30 ottobre al 1° novembre (preview il 29 ottobre)

Fonte: www.artribune.com 1 luglio 2026