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POZZUOLI (Na). Antonio Testa, il fascino della scultura a sbalzo ed a chiodi.

Il fascino della scultura a sbalzo, l’antica (millenaria) arte di incisione e rilievo sui metalli, il linguaggio delle parole non fini a se stesse, ma ispirate a valori cristiani e sociali.
E’ questo, in armonica sintesi, il ritratto professionale ed umano, che segna e caratterizza il lavoro ‘in fieri’, costantemente in divenire perché venga migliorato e qualificato, delle opere del maestro Antonio Testa, puteolano “doc”, la cui pratica costruttiva spazia appunto tra disegno, scultura e pittura (che favolosi dipinti!), ultima l’immagine su lastra di rame, realizzata appunto con la tecnica del cesello e sbalzo, del sempre amato, indimenticato, Papa Francesco.
Quando alla base c’è tenacia, passione, amore, quel tocco di romanticismo spirituale, eventuali difficoltà non si vedono e non si sentono.
Quadro a sbalzo e cesello dunque, la cui magia, si legge nel complesso, è quella di lavorare il metallo (rame, argento, oro, ottone), utilizzando attrezzature come appunto i ceselli, ovvero delle aste in acciaio di sezione quadrata o tonda, le cui estremità sono di diverse forme, in base al lavoro che si vuole eseguire. Tre, sono i principali: profilatore, unghietta e pianatoio.
Quindi, si inizia riportando il disegno sulla lastra di metallo, tenuta ferma dalla pece, utile soprattutto per lastre di piccole misure: con il profilatore si incidono i profili delle linee dritte del disegno, con l’unghietta le linee curve, con il pianatoio per spianare la superficie intorno al disegno. Si inizia lavorando la lastra sul lato dritto, per poi lavorare sul rovescio in modo da portare il disegno in rilievo.
Autore sempre il maestro artista Testa, ecco altresì l’incredibile scultura in rame, dedicata ad Abu Mazen, politico e presidente della Palestina dal 2005.
Ma, come detto, si può fare arte anche con centinaia di chiodi, le cui opere richiedono diverse settimane, alcune anche mesi, per essere completate. Su dei grandi pannelli di legno, prendono forma pure figure umane, tra cui ritratti famosi come quello della ‘Pietà’ (di Michelangelo), e simboli più che attuali e significativi come la “Croce” di Gerusalemme, commissionatagli in occasione del gemellaggio tra il comune di Pozzuoli e la capitale dello Stato d’Israele, per il cui merito il maestro Testa, di spessore si evince internazionale, ebbe un importante riconoscimento dall’allora patriarca, che volle esporla nel locale Museo. In un contrasto tra la rigidità dei chiodi e le curve morbide del corpo umano, i chiodi vengono posizionati ad altezze e distanze diverse, per creare toni e densità differenti.
Insomma la cultura, l’arte e le sue eccellenze, non finiscono mai di sorprendere. E il maestro d’arte Antonio Testa, pure a livello di un suo motto: “Chiodi in…Testa”, è una splendida testimonianza documentale.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

INDIA. Templi di Ellora. Un patrimonio degno dell’UNESCO.

Nell’antichità, certe civiltà, invece di elevare i loro templi partendo da zero, avendo a disposizione rocce fornite dalla natura, si scavava nelle stesse fino a trarre in toto, o anche solo parzialmente, la struttura desiderata. E’ quanto ci proviene dalle pendici delle colline Charanandri, nella regione del Deccan (oggi stato indiano di Maharashtra) su un’area del diametro di circa quattro chilometri, datato nel periodo compreso fra il VII e l’XI secolo d.C.
Qui, nella roccia furono escavati sia monasteri sia templi appartenenti alle principali religioni indiane, cioè al buddhismo, all’induismo ed al giainismo. Si tratta di un complesso architettonico che, da quando è stato reso disponibile per i fedeli, ha sempre goduto della presenza di visitatori, quando altri sono stati completamente ignorati.
Si può ricordare il veneziano Niccolò Manucci che, oltre ad essere un medico, era pure un appassionato viaggiatore; e quando era al servizio della corte del gran moghul, essendo giunto alle grotte di Ellora, ebbe modo di ammirarle, apprezzandone sia il risultato tecnico, sia la rifinitura dei particolari: erano i primi anni del XVIII secolo. E pure cronisti della corte moghul, fra cui Muhammad Kazim, espressero lo stesso giudizio in merito a quella grande e meravigliosa opera, che si presentava ai visitatori come un complesso di grotte e templi rupestri.
Più tardi, agli inizi del secolo successivo, un ufficiale inglese, John B. Seely, in servizio a Mumbai, sentì parlare di Ellora e delle sue ricchezze architettoniche e decise di andare a visitarle, malgrado i suoi superiori l’avessero messo sull’avviso che era un viaggio pieno di pericoli.
Niente da fare: voleva andare e andò. E, infatti, il 10 settembre 1810 si mise in viaggio, partendo da Bombay, per percorrere circa 500 km. verso nord. Giustamente, i suoi superiori gli avevano anticipato che si sarebbe trattato di un viaggio faticoso e pericoloso, con temperature che superavano tranquillamente i quaranta gradi centigradi, in mezzo a sciami di insetti, attraverso foreste impraticabili, con fiumi che non consentivano il guado e, ciliegina sulla torta, la minaccia di incontrare nativi ostili contro i forestieri. Un quadretto che più demoralizzante di così non poteva essere. D’accordo, non era solo, tutt’altro, perché aveva con sé un numeroso seguito di portatori e diversi buoi che servivano per portare tutto quanto gli occorreva, dal letto alla scrivania ed alle varie attrezzature; inoltre erano disponibili vari servitori ed una scorta di soldati indiani Sepoy, cioè quelli arruolati dall’esercito inglese.
Comunque, la carovana marciò per diversi giorni, finché non giunsero alla città di Pune, capitale dell’impero dello stato indiano maratha. Poi, a Shirur, Seely cambiò la guardia, comprò buoi ed un cammello per proseguire per Toka; qui giunto, però, fu colpito da una brutta febbre, che gli impedì di mettersi in viaggio per diversi giorni. Finalmente, una volta ripresosi, potè procedere nella marcia, finché intravide da lontano la parte più elevata del tempio di Grishneshwar Jyotirlinga, che metteva sull’avviso che Aurungabad ed Ellora non erano più tanto lontani. Ringalluzzito da quella vista, si affrettò a superare quel chilometro e mezzo che lo separava dall’agognata meta e, quando ne fu al cospetto, si fermò estasiato ad ammirare quanto si trovava davanti ai suoi stupiti occhi. E il suo primo pensiero fu quello di fare un confronto fra la solennità silente di quel sito e gli edifici delle città brulicanti di esseri umani come lo sono i formicai di indaffarati insetti.
E in che consiste il complesso architettonico di Ellora? Ci sono trentaquattro templi, suddivisi fra le tre grandi religioni del subcontinente indiano: infatti, la parte del leone la fanno gli induisti con diciassette templi; dodici sono dei buddhisti ed i rimanenti cinque dei giainisti. In linea di massima, si tratta di aperture o grotte scavate nella roccia viva, ma due templi, il Kailashanta o Kailash e l’Indra Sabha sono stati estratti per intero, isolandoli dallo strato roccioso fino alla base. Uno di questi, il Kailash, cioè “montagna sacra”, è la dimora di Shiva, dio della creazione e della distruzione. Questo tempio è il più grande e maestoso dell’intera India ed è stato voluto dal re Krishna I, che ha regnato nell’VIII secolo. Questa struttura, alta trenta metri, è stata ricavata da un blocco monolitico, scavandolo partendo dall’alto e scendendo fino alla base, isolandolo da tutto il resto. L’entrata è affiancata da due colonne alte ciascuna quindici metri, mentre l’intero edificio è arricchito dalla presenza di decorazioni scultoree.
Seely, dopo aver fatto sistemare il campo in cui sostare, si dedicò alla visita al tempio di cui si è appena detto, per passare poi all’esplorazione di tunnel, gallerie e templi di dimensioni minori nei giorni successivi, catalogando tutto quanto vedeva ed accompagnandolo con disegni e schizzi. Durante le sue peregrinazioni scoprì una grandissima cappella scavata nella roccia, con ventisette colonne a sostenere il tetto.
Le sue esplorazioni nell’interno delle varie strutture gli diedero la possibilità di ammirare la bellezza e la perfezione di rilievi e statue di grandi dimensioni, in particolare riguardo a Buddha. Nel tempio su tre piani Tin Tal, poté contemplare diverse statue di Siddharta, nella posizione della meditazione, e in quello di Indra Sabha poté godere della vista della grande statua, in posizione seduta, di Mahavira, che fu l’ultino, oltreché ventiquattresimo, Tirthankara, cioè profeta del giainismo.
Ma la vita faticosa, in un ambiente poco sano e polveroso, in un clima tutt’altro che favorevole ed in mezzo a nuguli di insetti, potenzialmente pericolosi, convinsero Seely che non era più il caso di insistere nelle sue ricerche e lo costrinsero al ritorno alla civiltà, ma con l’intento di rimettersi in forma e di ritornare: questo rimase solamente nel mondo dei suoi sogni, perché non ritornò più. Però, Seely non volle che il suo viaggio con tutto ciò che aveva visto andasse perduto e pertanto lo mise nero su bianco con dovizia di particolari e con tanta passione, nel libro dal titolo “Meraviglie di Ellora”, che fu pubblicato a Londra nel 1824.
Lo scritto fu accolto con curiosità e, con il passare del tempo, molti turisti e fedeli iniziarono a visitare il sito, meritevole per le caratteristiche architettoniche e per la sua spiritualità; non a caso è entrato a far parte delle opere care all’UNESCO, giacché è un esempio di ciò che riuscivano a fare gli artisti dell’antichità con la loro maestria e, come tale, deve far parte del patrimonio mondiale, mantenendolo sempre vivo e mettendolo a disposizione delle future generazioni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Francia e Italia sorelle.

Gemellaggio Roma-Parigi istituito nel 1956, sindaci Salvatore Rebecchini e Jaques Féron, nel 1959 due francobolli dall’Italia e dalla Francia, 29 e 30 gennaio: lo slogan dell’epoca era significativo di questa esclusività: seule Paris est digne de Rome; seule Rome est digne de Paris – Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi!
Da allora ogni anno la commemorazione di questa data avviene, piuttosto in sordina, con varie manifestazioni nelle due capitali anche se il significato originario e cioè la quasi connaturata fratellanza dei due Paesi non viene, stranamente, evidenziata e promossa come le vicende e la Storia giustificherebbero.
La fratellanza, pur se con le armi in pugno, si impone quasi fragorosamente già con la conquista di Giulio Cesare, descritta nel celebre De bello gallico, la guerra in Gallia, il nome antico della Francia.
Il generale Lucio Munazio Planco qualche anno dopo getta le fondamenta di quella che sarà la metropoli di Lione, assurta subito dopo a ruolo significativo in quanto divenuta la zecca per la monetazione d’oro e d’argento.
I segni della pacifica convivenza sono ancora visibili nei monumenti di epoca romana in Arles, in Nîmes, in Aix-en-Provence ed in epoca medievale frequenti pur se non sempre all’insegna della pace furono le relazioni ed i rapporti.
In quei secoli e in quelli successivi l’Italia era divenuta solo una ‘espressione geografica’, non esisteva, esistevano vari stati indipendenti e quelli dominati da secoli da potenze straniere. Ma i rapporti tra Francia e questi Stati erano sempre attivi e produttivi attraverso relazioni dinastiche, artistiche, letterarie, politiche: si rammenti il monachesimo benedettino che letteralmente ricoprì la Francia di monasteri, significativo in particolare quello di Cluny in Borgogna al quale facevano capo gli oltre mille altri conventi benedettini nel Paese e quindi la diffusione di concetti fondamentali quali la istruzione, l’apoteosi del lavoro e dell’attività e naturalmente la devozione cioè la croce, il libro e l’aratro.
E poi i Cistercensi di San Bernardo di Clairvaux in Sciampagna, a Casamari e a Fossanova ed in altre località e la nascita del Gotico Cistercense e poi gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino e di Giordano Bruno alla Sorbona parigina.
Trovatori e menestrelli, Innocenzo III e il cesarepapismo, i papi ad Avignone per quasi settanta anni, Carlo VIII in Italia, Francesco I e Leonardo da Vinci, Caterina dei Medici e la Notte di San Bartolomeo nel 1572, Maria dei Medici moglie di Enrico IV e nonna del Re Sole, il Card. Mazzarino, e poi congerie di famosi personaggi nel 1700 e 1800 e poi…
Gli uomini hanno non di rado portato a situazioni indegne di fratelli e sorelle come Mussolini che dichiara guerra alla Francia allorché occupata e invasa dai tedeschi!
Anche nelle lotte ed inimicizie, sostanzialmente sempre vicini ed amici.
I cimiteri di Parigi registrano centinaia di presenze italiane quali, in quello di Père Lachaise, di Piero Gobetti, dei Fratelli Rosselli, Gioacchino Rossini, Amedeo Modigliani, Cino del Duca, Vincenzo Bellini, Giuseppe de Nittis, Giuseppe Palizzi, Maria Callas, i fratelli Bugatti……
In tale ricchissima relazione specifica Roma-Parigi un aspetto va particolarmente portato alla luce e dovutamente illustrato e ricordato grazie al loro significato e cioè il ruolo rivestito da una piccola nicchia tra le migliaia di presenze di italiani a Parigi e dintorni e cioè quella dei ciociari, specie dalla Valcomino.
In effetti la piccola comunità la incontriamo a Parigi già alla fine del 1700 per poi nel corso del 1800 accrescersi ad almeno sette-otto mila anime solo a Parigi e sobborghi: qui, riallacciandosi a quanto già vissuto a Roma, una parte si distinse per la vestitura indossata e cioè il costume ciociaro che gran parte degli artisti non solo francesi continuò a ritrarre, mentre un’altra parte si evidenziò in maniera clamorosa e preminente in una espressione differente, quella delle modelle e modelli di artista che a Parigi, durante circa settanta anni, dal 1860 in poi, occupò quasi per intiera la animatissima scena artistica cosmopolita del momento: anche la crema dell’arte ricorse alle modelle e modelli ciociari quali Degas, Renoir, Corot, Cézanne, Manet, Rodin, Matisse, Van Gogh, Picasso….
Memore e grato della propensione di Napoleone III all’aiuto alle guerre d’indipendenza dell’Italia nascente lo scultore Vincenzo Vela (1820-1891) realizzò negli anni della raggiunta unificazione 1861-62 un’opera in marmo estremamente significativa dedicata specificatamente alla imperatrice Eugenia; “L’Italia riconoscente alla Francia”, a petto nudo perché mancante ancora di Roma.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

CASERTA. La Reggia. “Veneri nere”, simbolo di emancipazione inclusiva e parità di genere.

La Reggia di Caserta, gioiello UNESCO di fama internazionale, con i suoi tesori d’arte, le sue meraviglie storico-culturali, i sempre più preziosi e ricercati eventi che accoglie, non smette mai di stupire e, quindi, di lasciare estasiati. Per la primavera 2025, il 20 marzo, ospita infatti una installazione collettiva, di arte contemporanea e impegno sociale, con “CRASH”, scultura e monumentale “Venere site specific”, simbolo di emancipazione e parità di genere.
Per l’occasione, la Reggia concede gli spazi della Sala Romanelli, dove i visitatori potranno usufruire dell’opera con lo stesso biglietto di ingresso al palazzo.
Realizzata, a cura di Giuseppe Loffredo con ICONIC Art System, dagli artisti Angelo Accardi, Luca Bellandi e Daniele Fortuna, la “Venere”, alta 4 metri, è un omaggio alle “Veneri nere”, nonchè un manifesto universale. La capigliatura afro celebra le donne che hanno segnato la storia della lotta per la parità di genere. La bocca, avvolta da un velo bianco, che termina su una mela simbolica, si fa eco del peccato originale e dello stigma imposto alle donne nel corso della storia.

Venere e Marte, Luca Bellandi, Iconic Art System

Un progetto contemporaneo e “a sei mani”, studiato per combinare materiali tradizionali e alternativi, giocando con superfici lucide, trasparenze e riflessi per amplificare il messaggio. Alla resina bianca, laccata da Angelo Accardi, che conferisce un aspetto marmoreo alla scultura, si aggiunge il dipinto su plexiglass di Luca Bellandi, riflesso da uno specchio, in un’illusione ottica di trasformazione, creata dalla sovrapposizione del dipinto al drappo della scultura. A questi, si unisce il legno di Daniele Fortuna che, con le sue forme stratificate e i colori vibranti, dona ulteriori tridimensionalità alla scena e all’installazione stessa, poggiata sul tappeto scenografico di Saints Studio, maison di moda vicina al mondo dell’arte: un patchwork di seta lungo 10 metri posto ai piedi della Venere per richiamare il legame tra arte, tessuto e storia.
A chiudere l’ampia “vetrina”, è una serie di opere firmate da Rocco Ritchie, Alessandro Flaminio, Mimmo Di Dio, Gaetano Di Dio, Marco Grasso, Fabio Abbreccia, Daniele Accossato e Pedro Perdomo.
“Crash”, si sottolinea, è la prima restituzione pubblica di ICONIC Art System, piattaforma innovativa fondata da Giuseppe Loffredo che punta a un dialogo artistico inclusivo, valorizzando i grandi artisti e supportando quelli emergenti. Ogni progetto è pensato per avvicinare l’arte alla società, trasformandola in un veicolo di riflessione e impegno civile che si sviluppa attraverso mostre, eventi e installazioni site-specific. L’arte, è dato ancora leggere, non è solo espressione ma azione concreta, un mezzo per creare impatto culturale e sociale duraturo: è qui che diventa necessario il supporto ai giovani artisti, facendo incontrare un’etica di inclusività e sostenibilità. Con questo spirito nasce appunto Iconic Art System, una rete di gallerie d’arte promossa dalla Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion, con un duplice scopo: creare spazi artistici inclusivi e generare risorse per sostenere progetti, ispirandosi al concetto di mecenatismo contemporaneo, creando un ecosistema culturale accessibile, dove l’arte diventa esperienza collettiva e strumento di cambiamento sociale.

Sin Titulo, Pedro Perdomo, Iconic Art System

“L’arte è un linguaggio universale, un ponte tra culture e un potente strumento di emancipazione” spiega Giuseppe Loffredo curatore dell’installazione e fondatore della Loffredo Foundation for the Arts and Inclusion”, mentre aggiunge: <<Vogliamo offrire ai giovani artisti emergenti non solo un supporto economico, ma un contesto sicuro e stimolante in cui sviluppare il proprio talento. Per questo motivo, abbiamo avviato un innovativo progetto di safe houses, residenze pensate come veri e propri centri di creazione e confronto, in cui gli artisti selezionati potranno sperimentare, dialogare e crescere attraverso la collaborazione. Queste strutture non saranno esclusivamente dedicate al mondo dell’arte, ma diventeranno un punto di riferimento per giovani che affrontano discriminazioni di genere o che hanno subito esclusione sociale a causa della loro identità. Vogliamo offrire loro non solo un rifugio, ma un’opportunità concreta per costruire un futuro in cui l’arte diventi uno strumento di libertà e inclusione”.
Insomma un appuntamento, di quelli da pubblico delle grandi, qualificate occasioni, da non perdere. Assolutamente.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FALCONARA MARITTIMA (An). La natura dell’artista Pericle Fazzini in mostra.

Si respira una vibrante energia creativa nella mostra Sacra Natura che, al CART, Centro Documentazione Arte Contemporanea, di Falconara Marittima, nelle Marche, offre uno sguardo inedito sull’ultima fase della poetica di Pericle Fazzini (Grottammare, 1913 – Roma, 1987). Attraverso l’uso della cera, materiale duttile, l’artista, seppur malato, modella con straordinaria perizia gli elementi naturali, trasformandoli in potenti metafore dell’esistenza.
Uno dei motivi ricorrenti è il dialogo tra forza e fragilità: la sabbia che si avvicina ad una conchiglia crea un’atmosfera selvaggia; mentre la delicatezza dell’elemento marino introduce una dimensione lirica e meditativa. Altrove, i rovi che si intrecciano su doline e rilievi si caricano di un’intensa tensione espressiva. La vita resiste, ma i nodi e la torsione dei rami sembrano evocare le fragilità del corpo, richiamando suggestioni infernali dantesche. In contrasto con l’umano, la natura rigogliosa si impone con foglie e rami stilizzati, definiti con una precisione quasi geometrica. E proprio questa dicotomia, tra caos e ordine, tra organicità e struttura, si impone come uno degli elementi più affascinanti della mostra.
Uno dei punti focali del percorso espositivo è lo studio su carta e cera del Cristo risorto per la Sala Nervi del Vaticano, l’opera che ha consacrato Fazzini su scala internazionale. Qui l’artista utilizza la cera con una sapiente modulazione cromatica. I colori si fondono in un crescendo di sfumature, fino a culminare nel bianco e nel grigio del Cristo, che si staglia con forza drammatica. In mostra, ai pastelli si affiancano dieci incisioni sul tema sacro, tra cui alcune opere legate alla scultura, tecnica che ha consacrato l’artista nella storia dell’arte internazionale.
L’esposizione mette in evidenza anche il legame di Fazzini con il mondo letterario, attraverso una sezione dedicata alle fotografie che lo ritraggono accanto a Giuseppe Ungaretti. Il poeta che, con la sua riflessione sul tempo e sulla materia, rappresenta un riferimento ideale per comprendere l’approccio plastico dello scultore, in un dialogo che richiama la lezione michelangiolesca.
Una sezione ripercorre alcuni momenti della vita pubblica di Fazzini con intellettuali e critici ma, soprattutto, i suoi successi come artista: dalla II Quadriennale di Roma del 1935, in cui ottenne un premio per gli altorilievi Danza e Tempesta; alle esposizioni a Parigi e Roma, fino all’apertura del suo storico studio in Via Margutta nel 1938.
Fazzini partecipò più volte alla Biennale di Venezia, esponendo opere iconiche come il Ritratto di Ungaretti, di cui è presente una fotografia che lo riprende insieme all’artista.
A chiudere il percorso, due opere evocano l’intensità pittorica di Filippo De Pisis: una scena domestica, in cui oggetti raccolti in un angolo emergono da un fascio di luce; e una composizione che crea un dialogo la dimensione umana e quella divina, in un’intima riflessione sulla spiritualità e sulla creazione artistica.
La mostra al CART costituisce una preziosa occasione per rileggere Fazzini al di là della sua opera più celebre, restituendo la complessità di una ricerca che ha saputo intrecciare materia, segno e tensione esistenziale.

Autore: Andrea Carnevali

Fonte: www.artribune.com 14 feb 2025

Info:
CART – CENTRO PERMANENTE DOCUMENTAZIONE ARTE CONTEMPORANEA
Pericle Fazzini – Sacra Natura
All’alba del prossimo Anno Giubilare, la mostra Pericle Fazzini. Sacra Natura. Pastelli ed incisioni di Grottammare rivolge lo sguardo ad un aspetto meno noto della creazione…
Falconara Marittima (AN) fino al 28/02/2025

Bibliografia:
Pericle Fazzini. Lo scultore del vento. Ediz. italiana e inglese Copertina flessibile – Illustrato, 4 aprile 2023. Edizione Italiano di Alessandro Masi (a cura di), Chiara Barbato (a cura di), Roberta Serra (a cura di).
Le opere di Pericle Fazzini, “lo scultore del vento”, come ebbe a definirlo il grande poeta Giuseppe Ungaretti, ritornano finalmente in mostra a Roma dopo trent’anni in occasione del 110° anniversario della nascita. Il volume ripercorre l’intera vita creativa di Pericle Fazzini, a partire dalle prime prove degli anni Trenta e Quaranta come “Donna nella tempesta” (1932) e “Il ragazzo con i gabbiani” (1940-46) fino ai bozzetti originali della “Resurrezione” della sala Pier Luigi Nervi in Vaticano, ultimo cantiere di un artista unico dopo la Cappella Sistina di Michelangelo. Per più di cinquant’anni, gran parte della vita lavorativa di Fazzini è trascorsa nello studio di via Margutta, tra opere e strumenti di lavoro. Egli rimane tra le più alte testimonianze dell’arte sacra del ‘900. Il suo anelito alla bellezza come svelamento del Divino segna una svolta nella ricerca plastica contemporanea, traducendo il testo sacro delle Scritture in una forma dialogante tra Fede e Arte. L’artista muore nella sua casa di Roma la notte del 4 dicembre del 1987, giorno di Santa Barbara. I funerali si svolsero a Roma nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo. Fu poi sepolto nella sua città natale, Grottammare. Con testi di: Federica Pirani, Salvatore Italia, Alessandro Masi, Bruno Racine, Claudio Strinati, Roberta Serra, Chiara Barbato, Lida Branchesi e Massimo Moretti.