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TORINO. Ritratti di isolani e di maltrattati dalla storia.

Luigia Rinaldi è resistente come le rocce che rappresenta, come gli ulivi che disegna e che diventano, con la sua maestria, materia viva.
È resistente come i volti plasmati con pennellate ampie che rivelano nella loro matericità la testimonianza del tempo che fugge.
La sua pittura diventa una voce forte, un urlo per denunciare ingiustizia e maltrattamenti. Chiama attenzione, raccoglie ed esprime simbolismo e vitalità.
La natura, da lei studiata e analizzata quasi microscopicamente nei decenni di ricerca sul colore, si trasforma in una nuova figurazione, costruita con colori primari e forme archetipe che trascendono la realtà per diventare iconiche.
Muri a secco, erba, soli impossibili, tronchi contorti, pietre, volti esprimono storie e sono racconto, avvenimento. Ogni pezzo di storia, singola o universale, nella sua rarefazione pittorica richiama al nostro contemporaneo e annuncia ad ognuno di noi che l’apocalisse è dietro l’angolo.
Luigia Rinaldi denuncia a tutto campo, il suo grido forte e’ amplificato dall’utilizzo del colore acrilico che diventa spessore e volume nella giustapposizione di colori primari forti, impossibili, abbaglianti. Luce, colore, forma diventano quindi astrazione mentale con un potente richiamo alla concretezza delle storie, del racconto, della narrazione che l’artista ci propone per farci entrare nello spazio di un mondo tutto suo, dove la saturazione del colore ci rende fragili, quasi pericolanti in caduta libera.

Info:
mostra di Luigia Rinaldi, presso Museo Miit, corso Cairoli 4, Torino.

Autore: Maria Luisa Reviglio della Veneria

Michele Santulli. Le super top models ciociare.

Se solo si tenesse a mente da dove venivano, quali le loro reali condizioni originarie, dove e come vivevano a Parigi, allora si scoprirebbe che, quasi ad indennizzo di sofferenze e di rinunce, la natura di quali straordinari requisiti le ha dotate per conseguire obiettivi così sbalorditivi e per pervenire a certi esiti: sto parlando delle modelle e modelli di artista nel secolo XIX e inizi XX; il degrado poteva raggiungere esiti inimmaginabili, quale quello del genitore che vende letteralmente la propria figlia di dieci anni -incredibile, modella di successo!- come un coniglio o un pollo, ad una nobildonna inglese, per un pugno di monete d’oro! Ma fortuna della bimba!
Scelte a caso, Lorette e Maria Antonia Amelia, Rosalia e Antonia Caira, le nostre top models, storicamente le prime della brillante futura categoria: erano originarie della Valcomino, che è quasi la Gerusalemme, la Giverny dei modelli di artista, a 7-8 Km dall’Abbazia di Montecassino, una piccola valle conficcata nel Molise, incoronata da dodici piccoli villaggi, completamente sconosciuta agli abitanti stessi, all’epoca parte del Regno di Napoli.
Analfabete, istruite e maturate in contesti esistenziali tali da risvegliare in loro sentimenti e pratiche che le resero degne di attenzioni particolari da parte degli artisti: non solo dunque dalla natura specialmente dotate nell’apparenza quanto anche intelligenti e sensibili e attente.
Alle modelle di artista la storia allude sin dai tempi dell’antica Grecia, fino al Rinascimento per poi fiorire e prorompere per tutto il 1800 a Roma prima, poi a Parigi in esuberanza e a Londra e in altre città europee. Oggi il ruolo della modella di artista è scomparso in pittura perché sono venuti meno gli antichi contesti e contenuti e sostituito, in prevalenza, da quello di modella di pubblicità e di fotografia e principalmente di moda: queste le cosiddette top models di oggi perché assieme all’apparenza fisica connotano quel quid individuale che consente agli abiti da loro indossati di venire ammirati e resi appetibili. E una di queste celebratissime top models dei nostri tempi è la canadese-ciociara di Pignataro Interamna Linda Evangelista, bellissima!
Sulla rappresentazione e trattazione di questi soggetti della storia dell’arte lo specialista e lo studioso si occupano quasi sempre molto parsimoniosamente soprattutto perché ardue a rinvenirne le fonti anagrafiche, da qui le approssimazioni che le colpiscono: in effetti trovandoci di fronte all’Eva di Rodin o all’Italienne Agostina di Van Gogh o alla Carmelina di Matisse o alla Carmela Bertagna-Bevilacqua di Sargent o alla Italienne di Manet o di Picasso, quello che attira l’attenzione immediata dell’osservatore, cioè la prima percezione, è il soggetto, donna o uomo, la immagine e la prestanza: prima di valutare e quasi sempre di ammirare gli elementi estetici ed artistici dell’opera, certi dettagli e particolari, cioè la grandezza o meno dell’artista, l’osservatore è dapprima colpito dalla apparizione cioè dalla raffigurazione del personaggio cioè chi è San Giovanni Battista, chi è Eva, chi è Carmelina o Lorette; non è tanto l’esecuzione dell’opera ad attirare immediatamente bensì il personaggio: cioè quello che piace non è la esecuzione o la tecnica comunque sempre determinanti e qualificanti bensì la raffigurazione cioè la modella o il modello in posa! E’ quanto avviene al cospetto del Davide di Michelangelo o del San Matteo di Caravaggio: sono le fisionomie o il corpo dei personaggi cioè dei modelli impiegati dagli artisti o immaginati, che è lo stesso.
Parimenti se ampliamo il discorso, per esempio, alla Cameriera al banco delle Folies Bergères di Manet, alla Danza di Bougival di Renoir o alla Stiratrice di Degas, sono i personaggi che impressionano prima di tutto poi l’opera d’arte: l’opera è bella ed attira perché è il modello o la modella che attrae! La qualità e il resto, sono il livello successivo.
E impiegando la terminologia attuale e tornando al nostro tema, ecco il ricordo di alcune autentiche super top models del 1800, oggi più vive e presenti che duecento anni fa. Infatti a Lorette e a Maria Antonia Amelia, a Rosalia Tobia e Antonia Caira è stato risparmiato il destino comune degli esseri umani e quindi delle top models di oggi che vivono lo spazio di una o due esibizioni: esse al contrario sono eterne, come eterne sono le opere d’arte che le raffigurano e per le quali hanno dato corpo e anima! Quale incredibile destino! Lorette à la tasse de café! Davanti allo specchio! La conchiglia! Andromeda!

Autore:
Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalie:
Matisse, H.: Lorette et la tasse de café , Mus. Naz. Parigi, 1917
Browning, R. Pen: Maria Amelia davanti allo specchio. Coll.priv.,
Bouguereau W.A.: Rosalia Tobia e la conchiglia. Coll. priv., 1885
Poynter, E.: Antonia Caira come Andromeda. Coll.priv., 1865

POZZUOLI (Na). Giovanbattista Pergolesi… 12 icone di Vincenzo Luise tra memoria e speranza.

L’ultimo concerto di musica sacra, organizzato dall’apposito Ufficio della Diocesi di Pozzuoli (vescovo, monsignor Carlo Villano), a cura della Cappella musicale San Procolo (patrono della città), diretta dall’ottimo, professionale, M° don Giovanni Varriale, non si è tenuto a causa dell’intensa crisi tellurica da bradisismo, purtroppo ancora insistente.
Il tanto atteso evento ‘in agenda’, da svolgersi presso l’omonima basilica cattedrale, nel cuore dello storico Rione Terra, nei Campi Flegrei, avrebbe voluto, tra le altre finalità, riallacciare “un filo musicale con il suo figlio prediletto Giovanni Battista Pergolesi (nato a Jesi, vissuto a Napoli e morto a Pozzuoli), e quindi col mondo della cultura, interrotto nel 2019 dopo il Convegno internazionale, svoltosi presso il Palazzo Migliaresi – De Fraja, proponendo appunto il concerto: “Pergolesi. Tra Memoria e Speranza”, manifestazione patrocinata dalla Regione Campania, dal comune di Pozzuoli, dal Conservatorio di Musica: ‘San Pietro a Majella’ di Napoli, dall’Università partenopea Federico II e così via, ed il cui comitato scientifico intese porne la figura, come tiene ad affermare in una recente, documentale, pubblicazione, l’artista flegreo Vincenzo Luise.
<<In quanto appassionato di musica, aggiunge lo studioso appena citato, sono giunto al nostro compianto concittadino Giovanni Battista Draghi, detto Pergolesi. Un nome magico ed un dono della musica nel ‘700 napoletano tanto da incantare Ludwig van Beethoven e Gaetano Donizzetti, da Giuseppe Mazzini a Gioacchino Rossini, oltre a maestri e Principi del suo tempo. Si è chiesto più volte, come mai con quel nome e scendendo da quel paesino delle Marche, il piccolo Giovanni Battista Draghi sia stato ‘sbalzato’ fin in Via dei Tribunali a Napoli: ma forse più del talento potè l’indigenza, piombata inattesa dopo le devastazioni degli austriaci che, con la scusa della guerra di successione spagnola, avevano preso di mira l’Italia in gran dispetto…>>.
Vincenzo Luise poi, nella sua interessante ricerca, ricorda altresì del marchese Gabriele Ripanti, cultore del violino, che gli insegnerà l’amore per questo strumento. Ottimismo che naufragò “sotto l’onda lunga della recessione agricola, innescata da quel passaggio delle truppe austriache nel 1707, ed i conti economici di casa Draghi – Pergolesi cominciarono a non quadrare più”.
Fu così che, con “salde amicizie napoletane, nel 1724 Giovanni Battista detto Jesi più che Pergolesi, si ritroverà catapultato al Conservatorio dei Poveri di Gesù a Napoli, e non fra i convittori che pagavano la retta, ma fra gli alunni indigenti e sovvenzionati dall’istituto”.
Il resto del racconto è significato, forse, dalle 12 icone ad acquerello, di Vincenzo Luise, circa la vita del noto compositore italiano, di cui emerge la musica sacra dello “Stabat Mater” (1736). Appunto tra memoria e speranza.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

POZZUOLI (Na). Pina Testa e la sua pittura fluida, la libertà nella sua arte.

“La mia libertà nella mia arte”. Non è il ‘caratteristico’ motto perché ci si distingua, bensì il segno, tangibile ed indelebile, che fa pulsare sentimenti e suggestioni, tenacia e professionalità, dell’artista puteolana Pina Testa che, coerentemente, afferma di essere “libera per natura”, ispirata com’è e come si sente ad uno spirito creativo dagli orizzonti infiniti, in continuo movimento-mutamento. Tale cioè, sembra interpretare, da sostituire al ‘soggetto’ tradizionalmente inteso, il ‘motivo’, la ragione del dipingere. In giro per il laboratorio, che si potrebbe definire anche didattico, sito in via Guglielmo Marconi nella città flegrea, con vista diretta sulla storica chiesa, detta ‘del Purgatorio’, e dagli ambienti che costituiscono una meravigliosa quanto armonica fucina ‘galleria’ (conosciuta anche all’estero!), di lavori che mostrano il processo innovativo, l’impegno appassionato, nell’esposizione di dipinti significativi e nel realizzare altri, attraverso cui Pina Testa esprime le sue straordinarie emozioni, avendo operato altresì nell’arte della fotografia, nel teatro, nella moda e così via.
La sua indole libera, quale soffio vitale, si esprime a pieno -è dato leggere- nella sua pittura fluida, dove rivoli di colore si espandono sciolti, si fondono, si intrecciano, si rapprendono imprevedibili, governati come sono da una armonia aperta, senza vincoli, e da una curiosità per la vita e per il cosmo, in tutti i suoi aspetti e, spaziando su più temi sempre in evoluzione, non si lascia chiudere in correnti o schemi di maniera.
La sua “fluid art” ha un legame speciale con la terra flegrea di cui è figlia: il magma, che non si lascia chiudere in forme e rompe gli argini, le onde del mare, le farfalle, gli uccelli, si trasformano in colori che scorrono incontenibili e liberi, come la vita. Ci sta però, spiega Testa, una superiore armonia entro cui la materia si libra, la stessa delicata armonia che sta nelle sue geishe, statuarie ma morbide, e che è la cifra della nobile indole rivoluzionaria e contemplativa al tempo stesso.
Che dire, ancora, delle sue creazioni in tema di astrattismo, dove l’espressione pura e la libertà appunto creativa, restano alla base dell’enfasi pittorica, esulando dalla rappresentazione di oggetti reali, cercando e trovando le ragioni ed i percorsi di ogni mutamento necessario e di cambiamento, ‘dentro’ la pittura. Per obiettivi mai definiti e/o definibili, ma sempre ‘in divenire’, non avendo altro limite che quello della propria coscienza, libera, ove questa la conduca.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

Michele Santulli. Valcomino, Olimpo dei modelli.

Pur se in generale sconosciuta, la Valcomino è realtà storica primaria in quanto località documentata, per esempio, già dello scontro e fine dei Sanniti per mano dei Romani a Cominio ed Aquilonia e secoli prima Atina, la sua città principale, decantata più volte da Virgilio nella sua Eneide.
Sulla scorta dunque dei comuni destini e della identità sociale e naturale e geografica, anche le pendici molisane delle Mainarde vanno investite e coinvolte nelle vicende della Valcomino e cioè Filignano con le sue frazioni di Cerasuolo, Mastrogiovanni, Mennella cosa che nel passato era già ritenuta e sentita una realtà acquisita dal momento -in aggiunta a tanto altro- che quella antichissima strada che ne batte le estreme pendici iniziando da Pozzilli ed arbitrariamente interrotta e collegata poi con la recente Isernia-Sora -SS Vandra- si chiamava e si chiama ancora oggi Via Atinense che se non ci fosse stata la stolta ed immotivata ed antistorica interruzione di cui sopra avrebbe continuato a tenere assieme anche nominalmente, quasi in un abbraccio, tutto il territorio da Filignano ad Atina!
La Via Atinense, la via di Atina dunque! inizia nei pressi di Venafro e si snoda lungo le pendici delle Mainarde Molisane fino ai piedi di Atina dove si immette nella Via Sferracavallo Cassino-Sora. La Via Atinense, quasi ignorata e cancellata fino a pochi anni fa, ha acquistato nuova vita grazie al complesso medico della Neuromed di Pozzilli, costruito proprio sulla Via Atinense.
Per secoli fu la via dei Sanniti che si immetteva in quelle che adducevano nel Matese e nel Sannio vero e proprio: la via anche dei Romani nelle lunghe lotte contro i Sanniti e le genti dei luoghi, la via, secoli dopo, percorsa dai monaci benedettini da Montecassino all’Abbazia di San Vincenzo al Volturno e viceversa quando in inverno impraticabile quella più breve attraverso i sentieri delle Mainarde, la via inoltre che abbracciava e metteva in contatto i paesetti abbarbicati sui monti e lungo il suo percorso.
La Valcomino in realtà una costola conficcata nel Molise e nell’Abruzzo, un brandello di territorio noto a suo tempo solo agli arruolatori di soldati ed ai gabellieri borbonici, più tardi ai mercanti di bambini, sconosciuta perfino ai propri abitanti nomadi che si definivano abruzzesi, tanta la miseria e il degrado… e la fertilità demografica. E infatti solo nel 1911 il geografo Roberto Almagià parlò per primo della Valcomino e dei suoi Comuni e delle sue caratteristiche fisiche e la riportò letteralmente alla luce: dieci comuni più due, dodici!
La Storia è debitrice nei confronti della Valcomino di fondamentali contributi.
In epoca romana si ricorda, raccontato da Virgilio, il ruolo leggendario di Atina che affianco ai Volsci di Camilla regina di Priverno, combatte contro Enea ed i suoi alleati. In epoca storica si ricordano, tutti atinati: Caio Ponzio comandante dei Sanniti alle famose Forche Caudine, Novio Plauzio il primo artista di Roma autore della celebre Cista Ficoroni; Lucio Munazio Planco, generale di Giulio Cesare al quale si deve anche la fondazione delle due future metropoli di Lione e di Basilea ed altresì l’appellativo di Augusto a Ottaviano primo imperatore; Marco Petreio della famiglia Petreia atinense che sbaragliò l’esercito di Catilina a Pistoia, Gneo Petreio affianco a Caio Mario nella battaglia contro i Teutoni, Lucio Arrunzio con M. Vipsanio Agrippa arpinate nella battaglia navale ad Azio nel 31 a.C. contro Antonio rivale di Ottaviano, Marco Plauto Silvano con altro tribuno autore della importante lex plautia-papiria dell’89 a.C. in merito alla cittadinanza romana da riconoscere ai forestieri e stranieri, Gneo Plancio amico di Cicerone; Aulo Plauzio comandante delle legioni che occuparono la Gran Bretagna nel 43 d.C. e poi i vari Saturnini di Atina dalle molte cariche.
Verso le ultime decadi del 1700 una spietata siccità e carestia furono la molla dell’inizio di un esodo che non doveva più arrestarsi. Luogo primario di rifugio e di risorse furono le micidiali Paludi Pontine perché ricche di svariati prodotti commestibili ed al medesimo tempo la capitale del mondo, Roma e nuclei meno numerosi oltre le Alpi. L’epoca napoleonica di pochi anni dopo con la sua carica anche di palingenesi sociale, incoraggiò vieppiù all’esodo. Ed ecco che fine 1700 ed inizi 1800 queste creature coperte dei loro stracci colorati cominciavano ad incontrarsi numerose per le vie di Roma frammiste alla popolazione, ai monaci e preti, ai trovatelli, orfanelli, confratelli, alle comunità di pellegrini; e poi nuclei di centinaia e poi di migliaia a Sezze ed a Terracina ed artisti girovaghi numerosi per le vie di Parigi e di Londra e anche di certe città tedesche. Era nata la emigrazione, quella per fame e miseria che negli anni successivi, dopo il 1860 doveva trasformarsi in un fiume in piena che svuotò mezza Italia.
Ben altro ancora sulla Valcomino, nei prossimi incontri.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu