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TORINO. Umberto Mastroianni tra coscienza civile e spirito del sacro.

_MAX0665La mostra antologica documenta l’iter creativo di Mastroianni dal 1927 al 1997. Sono esposti bronzi, terrecotte, legni, rami, vetri, mosaici, arazzi e opere su carta: più di cinquanta opere, collocate in un allestimento in ferro e legno ignifugo, che ne evidenzia le peculiarità e dialoga con l’antica struttura ospite: il Museo Diocesano, nel suggestivo spazio sotto il sagrato della Cattedrale e all’interno della Torre campanaria.
L’evento, promosso dal Museo Diocesano e dall’Associazione Stars, è realizzato grazie alla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, con un contributo della Fondazione CRT e della Reale Mutua Assicurazioni. Si inquadra nell’ambito delle manifestazioni legate alla Solenne Ostensione della Sacra Sindone.
Il curatore della mostra è Floriano De Santi, Direttore dell’Archivio Umberto Mastroianni di Brescia.
Maurizio Cibrario, Presidente della Consulta, si è così espresso: “la mostra che oggi inauguriamo non solo evidenzia le straordinarie capacità creative dell’artista, ma possiede un suo peculiare valore, in quanto rara espressione moderna della ‘via pulchritudinis’ – che trova nella bellezza artistica la cifra del Mistero e il richiamo al Trascendente – già ricordata da Giovanni Paolo II, all’apertura del Giubileo del 2000.”
Il legame della Consulta con il maestro Umberto Mastroianni risale al 1994, quando viene promossa la realizzazione della cancellata artistica Odissea Musicale, per il Teatro Regio di Torino. Nel 2015, anno di particolare sensibilità religiosa, la mostra è preziosa occasione per rinnovare la collaborazione con il Museo Diocesano, iniziata nel 2013 con il restauro del percorso di salita alla Torre campanaria, realizzato con Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

_MAX0682L’allestimento.
La mostra è allestita, su progetto di Maurizio e Chiara Momo, all’interno del Museo Diocesano nel locale sottosagrato e nei locali della torre campanaria, recentemente aperti al pubblico.
Il locale sottostante il sagrato costituisce, rispetto al museo, un ambiente a sé, risultato di campagne di scavo che hanno fatto emergere all’interno del lungo vano voltato, sotto inumazioni stratificate, reperti di età romana e paleocristiana.
Lungo il percorso museale i reperti sono in parte lasciati a vista e in parte sono coperti da un pavimento in acciaio reso trasparente da stesure vetrate che puntualmente illuminate permettono la lettura delle emergenze archeologiche. Si stratificano in questo modo, sopra i resti di costruzioni di età romana, le mura di un probabile porticato relativo al complesso basilicale e, ancora, una serie di tombe cappuccine ascrivibili ad un antico cimitero a cielo aperto presente nell’area antistante la basilica. Alle estremità del vano sono visibili, evidenziate da pareti specchianti, i resti delle due scalinate che dall’epoca rinascimentale a tutto il XIX secolo davano accesso alla chiesa inferiore.
La torre campanaria è costituita da due parti nettamente distinte: la torre quattrocentesca a pianta quadrata che si eleva sul sito delle chiese paleocristiane, ancora segnata in alto dalle aperture della antica cella delle campane, e il coronamento settecentesco, realizzazione incompiuta del progetto di Filippo Juvarra.
La mostra quindi si svolge nel locale sottosagrato per arrivare a raggiungere anche il piano terreno e il secondo piano della torre campanaria la cui salita, fino alla cella, è stata messa in sicurezza e aperta al pubblico.
Il progetto di allestimento ha posto come fase prioritaria dei lavori il rispetto della valenza storica prevalente: essere museo di se stesso. In questa ottica gli interventi di allestimento sono stati contenuti al minimo indispensabile e si propongono con forme semplici e materiali reversibili e distinguibili come il ferro verniciato.
Parallelamente si è scelto di realizzare spazi espositivi autonomi ed estremamente flessibili, in modo da rendere possibili con facilità le trasformazioni che si renderanno necessarie nel tempo, rendendo possibili ed auspicabili eventuali rotazioni temporanee dei materiali esposti e la realizzazione di nuove esposizioni temporanee.
Con questa filosofia sono esposte, articolate secondo la successione cronologica in cinque sezioni – il periodo figurativo, il periodo neocubista, il periodo informale, il periodo del macchinismo fantastico e il periodo delle figure dell’inconscio -: sculture a tutto tondo in bronzo, e terracotta, bassorilievi, opere in carta, su cartone e su juta, mosaici e opere in vetro in un allestimento in ferro che mira a evidenziarne le peculiarità e che dialoga con le strutture antiche e con i percorsi di visita del museo e della torre campanaria.
Specifica attenzione è stata posta alla luce e all’aspetto conservativo delle opere per cui l’illuminazione sarà realizzata mediante l’uso di faretti museali a luce fredda, che sono accuratamente calibrati al fine di valorizzare le opere pur nel rispetto di tutti i vincoli legati alla perfetta conservazione.

Info:
Museo Diocesano di Torino – Piazza San Giovanni 4, fino al 30 settembre 2015, mercoledì ore 14.00 – 18.00; ven., sabato, domenica ore 10.00 – 18.00.

Allegati:
Brevi notizie biografiche – Brevi notizie biografiche
I. Il periodo figurativo (1928-1940) – I. Il periodo figurativo (1928-1940)
II. Il periodo neocubista (1941-1954) – II. Il periodo neocubista (1941-1954)
III. Il periodo informale (1955-1968) – III. Il periodo informale (1955-1968)
IV. Il periodo del macchinismo fantastico (1969-1988) – IV. Il periodo del macchinismo fantastico (1969-1988)
V. Il periodo delle figure dell’inconscio (1989-1998) – V. Il periodo delle figure dell’inconscio (1989-1998)

ROMA. Un “vespillone” per il funerale dei Beni Culturali.

Dei nostri beni culturali, dei centri storici, dei paesaggi si declama, a chiacchiere, il “valore inestimabile”. Poi però si continua a indebolirne la cura, la tutela, il restauro. Così hanno fatto i governi Berlusconi arrivando a tagliare a metà i fondi, già insufficienti, destinati a questo sterminato patrimonio, impoverendo i quadri tecnici, in media già anziani, negando persino i rimborsi spese (modestissimi) per le missioni su scavi e cantieri. Nessuno era però riuscito ad ottenere quel silenzio/assenso su grandi lavori, edifici, lottizzazioni (se entro poche settimane le Soprintendenze non si esprimevano) che vuol dire tout court assenso visto che ogni tecnico ha una montagna di pratiche delicate da sbrigare per ciascuno dei giorni lavorativi. C’è riuscito il governo Renzi col decreto Sblocca Italia (una copia, in più punti, del vecchio Lunardi) ed ora lo ribadisce col disegno di legge Madia. Con esso però si va ben oltre: si accorpano confusamente le Soprintendenze alle Prefetture, sottoponendo le prime ai prefetti, ridando cioè vita alle Sottoprefetture di sabauda memoria. Ma come? Se la stessa legge Madia riduce e accorpa le Prefetture medesime, che logica è mai questa? Vuol dire che al ministero per i Beni Culturali rimangono i Musei di eccellenza, presunte “macchine da soldi” (lo disse anni fa Renzi per gli Uffizi ignorando che anche il Louvre e il Metropolitan Museum non “rendono” un cent, ma anzi costano milioni di euro o dollari)? Nel silenzio pressoché generale dell’informazione, Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Maria Guermandi, chi scrive hanno lanciato un brevissimo manifesto/appello di protesta in cui si chiede al presidente della Repubblica, tutore dell’articolo 9 della Costituzione di vigilare attentamente in merito, ai presidenti delle Camere di “garantire un’adeguata discussione parlamentare” e al ministro Franceschini “di opporsi con ogni mezzo a tale disegno politico. O questo governo sarà per sempre ricordato come il becchino di una delle più gloriose strutture di civiltà”. L’appello ha raccolto subito vaste e importanti adesioni. Quasi nessun giornale ne ha parlato. Men che meno i telegiornali. Dario Franceschini tace da giorni in altre faccende affaccendato. Accolto su sito di change.org l’appello viaggia dopo pochi giorni sulle 18.000 adesioni. Non importa. Tutti zitti.
È noto che Matteo Renzi considera la parola stessa “Soprintendenza” una delle più fastidiose. In proposito c’è un florilegio di accuse renziane impressionante contro questi organismi i cui poteri “monocratici” sono da lui considerati un’offesa. I controlli tecnico-scientifici, è vero, non prevedono decisioni politiche a maggioranza. Anche quando si tratta di consentire o no al sindaco di Firenze di sforacchiare l’affresco vasariano del Salone dei Cinquecento per cercare lì sotto tracce della Battaglia di Anghiari leonardesca notoriamente perduta. Ma smontare la rete della tutela creata agli inizi del ‘900 da Corrado Ricci, Adolfo Venturi e altri giganti per farne delle Sottoprefetture è una decisione così devastante e cervellotica che una pre-discussione al di là del volto impassibile di Madonna Madia la meriterebbe. O no?
Le Soprintendenze sono lente, burocratiche? Le si finanzi, le si aggiorni, le si potenzi come sarebbe da decenni doveroso e utile ad un Paese aggredito insensatamente dal cemento e dall’asfalto, i cui paesaggi sono una delle attrattive turistiche più potenti. A proposito di velocità, Giovanni Spadolini, fiorentino di città, convinse Aldo Moro a votare per decreto legge, nel dicembre 1974, il ministero per i Beni Culturali e Ambientali ma aveva alle spalle i lavori di duecommisioni che avevano operato, specie la prima presieduta da un altro Franceschini, Francesco (Dc) in profondità. Ora il ministero con la riforma di Franceschini Dario è di per sé in pieno caos: i Musei “di eccellenza” devono essere staccati dal contesto territoriale e come possono esserlo quelli archeologici compenetrati con gli scavi che li hanno alimentati? I tecnici non sanno se appartengono ancora ai poli museali regionali (dove adesso c’è un po’ di tutto) oppure alla Soprintendenza unificata beni architettonici e beni storico-artistici (dove spesso non c’è neppure uno storico dell’arte). E che ne sarà degli archivi, di quelli fotografici per esempio, verranno smembrati fra vari uffici? Sono soltanto alcuni dei mille problemi organizzativi e scientifici. Ma la straordinaria pensata di accorpare tutto quanto nelle Prefetture (ridotte di numero) introduce altro caos in questo caos.
Tutto però tace, per ora. Qualcuno fa sapere, irritato, che il termine “becchino” di una delle più gloriose strutture europee, via, è veramente troppo forte. Vogliamo dire allora “necroforo” o magari, alla Totò, “vespillone”? Tanto per non piangere.

Autore: Vittorio Emiliani

Fonte: http://www.quotidianoarte.it, 31 lug 2015

SAN GIMIGNANO (Si). Filippino Lippi. L’Annunciazione.

fil lippiDal 13 giugno la Pinacoteca di San Gimignano ospita una mostra dedicata al pittore fiorentino Filippino Lippi (1457c. – 1504).
La mostra ha preso spunto dall’’Annunciazione, opera realizzata dall’artista in due tondi distinti raffiguranti l’uno l’Angelo Annunziante, l’altro l’Annunziata così come gli era stato richiesto dai Priori e Capitani di Parte Guelfa per il Palazzo Comunale di San Gimignano, che gliela commissionarono nel 1482.
Curata da Alessandro Cecchi, come il catalogo edito da Giunti arte mostre musei, grande studioso e conoscitore della pittura italiana, in particolare fiorentina del ‘500, oltre che curatore della fortunata mostra Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ‘400 (Scuderie del Quirinale, Roma, 2011), l’esposizione è promossa dal Comune di San Gimignano e dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle Provincie di Siena, Grosseto e Arezzo in collaborazione con la Fondazione Musei Senesi.
E’ la seconda occasione che vede queste istituzioni riunite in un progetto di valorizzazione della collezione della Pinacoteca di San Gimignano che danno vita a piccole esposizioni temporanee di grande qualità, prendendo spunto da una delle opere che la compongono per approfondirne lo studio e diffonderne la conoscenza e il valore . L’anno passato fu la volta della pala con la Vergine Assunta tra i Santi Gregorio Magno e Benedetto del Pinturicchio attorno alla quale ruotò la mostra di grande successo di pubblico e critica, mentre quest’anno protagonisti del progetto espositivo sono questi due tondi dipinti tra il 1482 e il 1484 per la Sala dell’Udienza dei Signori.

Redattore: RENZO De Simone

Info:
San Gimignano, Pinacoteca di San Gimignano, fino al 02 novembre 2015
Costo del biglietto: 6,00 euro (biglietto cumulativo per tutti i Musei Civici)
Orario: tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30
Telefono: 0577 286300
E-mail: prenotazioni@sangimignanomusei.it
Sito web: http://www.sangimignanomusei.it

TORINO. Restaurato il Compianto del Beato Angelico.

beato angelicoPer la prima volta a Torino nel Museo Diocesano, sarà visibile al pubblico “Il Compianto sul Cristo morto”, dipinto del Beato Angelico del XV secolo. Prestato dal Museo di San Marco di Firenze, è stato restaurato a tempi di record, dopo i danni subiti da una tromba d’aria che si è abbattuta sul capoluogo toscano nel settembre scorso. La tavola, esposta dal 16 aprile al 30 giugno, da oggi è anche disponibile su Apple Store (iOs) e Google Play Market (Android). Con l’applicazione touch mobile sarà possibile navigare esplorando l’opera in tutti i suoi dettagli. Guida d’eccezione monsignor Timothy Verdon, direttore del Museo del Duomo di Firenze. La tavola fu dipinta per l’Oratorio della Compagnia di Santa Maria della Croce del Tempio, adiacente alla chiesa di San Giuseppe, non lontana dall’Arno. E’ probabile che sia terminata nel 1441-1442.
L’Angelico ha raffigurato Gesù subito dopo la croce, nel momento della deposizione del corpo a terra, circondato da un gruppo di persone inginocchiate e piangenti. L’autore – come ha sottolineato oggi nel corso della presentazione Pierluigi Baima Bollone – conosceva sicuramente il telo della Sindone anche se non ebbe modo di vederla. Vide, invece, i “volti santi” a cui si ispirò. Il risultato è la rappresentazione intensa di quel dramma umano della crocifissione e della morte – ha osservato la direttrice del Museo di San Marco, Magnolia Scudieri – che trova la sublimazione nella salvezza espressa dal volto diafano di Cristo, ormai privo di sofferenza. Il dipinto subì un importante intervento di restauro tra il 1950-1953 quando l’Istituto Centrale del Restauro dovette colmare le ampie perdite di colore originale seguite ai danni alluvionali durante i secoli. La tromba d’aria del 2014, che ha investito il Museo fiorentino rompendo i vetri delle ampie finestre dell’Antico Ospizio dei Pellegrini dove Il Compianto è abitualmente collocato, ha reso necessario un accurato lavoro di pulitura dagli schizzi di pioggia che avevano colpito la superficie pittorica. Pertanto quella in occasione della Sindone è la prima esposizione pubblica dopo la rimessa a nuovo, resa possibile dal Museo San Marco assieme alla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino e l’Associazione Sant’Anselmo. Per le visite al Museo Diocesano, dove è in corso anche la mostra antologica su “Umberto Mastroianni tra coscienza civile e spirito del sacro”, è possibile prenotazione e acquisto tramite.

Info: www.museodiocesanotorino.it, 15 apr 2015