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ROMA. Matisse in mostra alle Scuderie del Quirinale.

matisseA Roma Henry Matisse si vede raramente. Una retrospettiva all’Accademia di Francia nel lontano 1978 e un’altra mostra, in coppia con Bonnard, al Vittoriano nel 2007. Ma oltre Tevere nella sezione dedicata al Novecento dei Musei Vaticani, dal giugno 2011 è aperta la sala Matisse in cui sono esposti gli studi preparatori per la Cappella del Rosario di Vence, inaugurata nel ’51, a cui l’artista lavora nell’ultimo periodo della sua vita, occupandosi anche degli arredi liturgici. E che considera “nonostante le imperfezioni” il suo capolavoro.
Ben venga dunque la grande rassegna aperta alle Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno 2015, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in coproduzione con MondoMostre (catalogo Skira). La curatrice Ester Coen, affiancata da Johm Elderfield, Remi Labrusse e Olivier Berggruen, indaga come dice il titolo “Matisse Arabesque” un particolare aspetto dell’ampia produzione di Matisse: la fascinazione per l’oriente e il riverbero nella sua opera.
“La révélation m’est venue d’Orient”, scriveva nel ’47. Ma non si trattò di una scoperta improvvisa. La passione per l’Oriente, per la luce e i colori del sud, per gli artifici e gli arabeschi decorativi, si forma negli anni, frutto d’incontri, viaggi, scoperte. “La mia educazione è consistita nel rendermi conto di diversi mezzi d’espressione del colore e del disegno – diceva – L’educazione classica mi ha portato naturalmente a studiare i Maestri, ad assimilarli quanto più potevo… finché mi sono reso conto della necessità di dimenticare il mestiere dei Maestri o piuttosto di comprenderlo, ma in modo tutto mio…” Ed ecco le tele organizzate mediante il colore, le tinte piatte, senza preoccupazioni di prospettiva e somiglianza.
Matisse doveva succedere al padre nel negozio di sementi di famiglia e studiare da avvocato. Ma costretto al riposo per salute scopre la pittura. E gli cambia la vita. A Parigi frequenta lo studio di Gustave Moreau, s’iscrive all’Ecole des Beaux Art, visita la collezione islamica del Louvre, le mostre e gira il mondo, Africa, America, Polinesia e anche Italia.
Le Esposizioni Universali aprono finestre su società affascinanti e ignote. Nel 1900 a Parigi ci sono i padiglioni di Turchia, Persia,Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco. Nel 1906 è in Tunisia, nel ‘10 a Monaco di Baviera per la grandiosa esposizione di arte maomettana, 3500 opere in ottanta sale. Dall’Africa giungono in Europa sculture in legno, avorio, maschere, costumi, statuette propiziatorie, totem, si fanno mostre tematiche. Dall’Estremo Oriente, dalla Cina, dal Giappone arrivano porcellane, sete, lacche, stampe, ceramiche, bambù che ammaliano artisti e intellettuali d’inizio secolo. E che si possono vedere al Trocadéro, il museo etnografico inaugurato nel 1878. Ma si possono anche acquistare come la piccola testa africana di legno, che il pittore trova in un negozietto e porta a casa di Gertrude Stein, che interessa Picasso. Oggetti o souvenir di viaggi, modelli a cui ispirarsi che influiscono sulla moda, sulla grafica, sulla pubblicità. Matisse “coglie la novità dei segni immediati e graffianti dell’arte negra e di una sensibilità primitiva, la magia e l’incantesimo delle ceramiche mediterranee dai colori intensi fra gli azzurri e i verdi, la fantasiosa stilizzazione e il forte linearismo dell’Estremo Oriente”. Nel 1911 è a Mosca per allestire i pannelli della “Danza” e della “Musica” in casa di Scukin che con Morosov è fra i più appassionati collezionisti dei suoi dipinti. Nello stesso anno è a Tangeri in Marocco dove torna per scoprirne la luce, come Delacroix, relizzando disegni e dipinti. “L’Oriente e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla visione puramente decorativa schiudono a Matisse…la forza di schemi compositivi dai significati più elevati – precisa Coen – Il motivo della decorazione e dell’orientalismo è per Matisse la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura, di un’estetica fondata sulla sublimazione del colore, della linea” e cogliere il senso di uno spazio diverso, più vasto per “uscire dalla pittura intimistica”.
La mostra, che si snoda in una decina di ambienti di un biancore abbacinante, interrotto solo dai colori squillanti dei dipinti, presenta accanto a una novantina di opere di Matisse prestate da grandi musei (Metropolitan, Moma, Hermitage, Pompidou…), anche stampe di Hiroshige e una serie di oggetti d’artigianato d’arte che colpisce per quantità e qualità. Ceramiche, tappeti, maschere rituali, tessuti, abiti che vengono da Giappone, Cina, India, Turchia, Iran, Nord Africa. Da un lato i dipinti, dall’altro i manufatti esotici da cui essi traggono ispirazione. La rassegna si apre con “Gigli, Iris e Mimose” del ’13 del Museo Puskin da cui viene anche lo splendido “Pesci Rossi” che la chiude. Con “Zorah sulla terrazza”, “Marocchino in verde” e “Zorah in piedi”, costituisce uno dei preziosi lasciti del Marocco. Rimandano echi giapponesi “Ramo di pruno, fondo verde “ e “Edera in fiore” della Pinacoteca Agnelli di Torino. Degli anni Dieci “Pervinche – Giardino marocchino”, “L’albero presso il laghetto di Trivaux”, il “Ritratto di Yvonne Landsberg” del Philadelphia Museum. Degli anni Venti “Odalisca blu”, “Paravento moresco”, “Interieur à Etretat”.
Un capitolo a parte riguarda la collaborazione con Diaghilev e Stravinskij per le scene e i costumi del balletto “ Le Chant du rossignol” con la coreografia di Massine. Laboriosa e complessa la realizzazione. La prima, andata in scena all’Opera di Parigi nel ‘20, è un fiasco, ma per Matisse rappresenta un momento di grande creatività, l’occasione di una fusione totale delle arti, danza, musica, teatro, pittura. I suoi costumi, “colori in movimento”, sono in mostra, accanto a disegni e bozzetti.

Autore: Laura Gigliotti

Info:
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma.
Orario: domenica-giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30, fino al 21 giugno 2015.
Tel. 06-39967500 e www.scuderiequirinale.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 9 mar 2015

MIRADOLO (To). Beato Angelico. Il Giudizio Svelato. Capolavori attorno al trittico Corsini.

miradoloUn percorso espositivo intimo e raffinato che racconta un capolavoro di Beato Angelico: il suggestivo trittico con il Giudizio Universale, l’Ascensione e la Pentecoste, proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini a Roma.
I protagonisti del trittico Corsini sono svelati attraverso la visione coinvolgente di cinque capolavori realizzati da Beato Angelico, ognuno dei quali rappresenta un momento importante nel suo percorso artistico di miniatore e pittore, mostrando la grazia di una teologia per immagini.
A proporre la mostra è la Fondazione Cosso, presieduta da Maria Luisa Cosso, nell’affascinante sede espositiva della Fondazione, il Castello di Miradolo, a pochi chilometri da Torino. L’esposizione è curata da Daniela Porro, Giorgio Leone, Antonio D’Amico e si avvale della collaborazione della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini.

Info:
Fondazione Cosso, Castello di Miradolo, dal 28 marzo al 28 giugno 2015
Tel. 0121.376545 – gruppi@fondazionecosso.it

MURANO (Ve). Il Museo del vetro.

esterno 2È un museo completamente trasformato quello che riapre al pubblico a Murano dal 9 febbraio, per raccontare una grande storia. Spazi espositivi quasi raddoppiati, un progetto museografico totalmente rinnovato, allestimenti e percorsi ridisegnati consentiranno ai visitatori di cogliere gli snodi chiave dell’avventura del vetro a Murano e di godere appieno dei capolavori – in molti casi unici – qui custoditi. E poi nuovi servizi per il pubblico, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la messa in opera di due ascensori, la possibilità di esporre parti della collezione finora rimaste nei depositi e di realizzare eventi legati anche alla creatività più attuale, con un fascinoso e inatteso dialogo tra ambienti contemporanei e sale antiche.
Insomma, una grande festa per l’isola e per Venezia.
Il Museo del Vetro di Murano, uno dei dodici della Fondazione Musei Civici di Venezia, è forse l’unico luogo al mondo dove l’arte del vetro è raccontata fin dalle sue origini: dagli esempi di vetri romani tra il I e il III secolo d.C. alle creazioni del Rinascimento, fino ai virtuosismi innovativi del Settecento che anticipano l’insperata rinascita del vetro alla fine del XIX secolo e le sperimentazioni del Novecento. Certamente è l’unico museo dedicato al vetro artistico inserito in un contesto produttivo ancora fortemente attivo e radicato, grazie alle tante fornaci e vetrerie tutt’oggi operanti a Murano.
ciotoe-vetro-mosaico-millefL’ampliamento, con il recupero di una parte delle ex Conterie, e il restyling – curato da Chiara Squarcina su progetto museografico di Gabriella Belli direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia e l’allestimento di Daniela Ferretti – sono stati possibili grazie al cofinanziamento del Fondo di Sviluppo Regionale dell’Unione europea assegnato dalla Regione Veneto (nell’ambito del POR CRO FESR Veneto 2007-2013) e al fondamentale intervento del Comune di Venezia, che ha condotto, con responsabile del progetto Roberto Benvenuti, la prima fase del cantiere in collaborazione con l’Ufficio Tecnico della Fondazione, diretto da Daniela Andreozzi.
In questo modo il progetto ha coinvolto sia le storiche sale di Palazzo Giustinian (dove il Museo ha sede dal 1861), sia un’area dell’ex fabbrica di perle di vetro adiacente il giardino del Museo.
Le conterie erano perle di pasta vitrea e in particolare, dalla fine dell’Ottocento, quelle ottenute dai cosiddetti paternostreri tagliando una canna forata e arrotondando poi a caldo i cilindretti nelle ferrazze, appositi vassoi metallici. Nel 1898 più imprese dedite alla produzione di perline – un mondo di tiracanne, conzaureri, tagiadori, cavarobe, fregadori, lustradori, governadori, impiraresse – si riunirono nel complesso sorto tra Palazzo Giustiniani e la Basilica di San Donato, nel cuore di Murano: un’unica grande azienda, la Società Veneziana Conterie, che tra il 1940 e il 1970 arrivò a occupare più di tremila addetti, fino alla chiusura nel 1993.
Ora gli ambienti restaurati del complesso industriale sono diventati un fascinoso withe cube, che mantiene però negli archi e nelle trabeazioni le linee architettoniche del preesistente edificio e che coniuga la luce artificiale con quella naturale, proveniente dall’affaccio sulla Fondamenta Giustinian.
guttus-imbuto-askos-rython-Qui, innanzitutto, un’originale “onda del tempo”, scandita da circa cinquanta opere scelte dall’età romana al Novecento, introduce nel mondo del vetro, esemplificando in maniera suggestiva le tappe salienti della storia vetraria di Murano e le evoluzioni tecnico-stilistiche che l’hanno accompagnata. Perché l’arte del vetro è un connubio magico di creatività e tecnica, una difficile simbiosi tra ideazione artistica, abilità artigianale, capacità quasi alchemica nella costruzione di composti chimici unici e conoscenza di una materia sfuggente e imprevedibile. Ingredienti che ben vengono esplicitati lungo tutto il percorso museale grazie a totem informativi e a contenuti video, realizzati con la collaborazione delle vetrerie dell’isola e dei maestri vetrai.
Ma con il suo open space e i sette metri d’altezza, il nuovo volume è anche destinato a ospitare, al piano terra, mostre ed eventi temporanei: primo fra tutti, dal 9 febbraio al 30 maggio, un sentito tributo – con una selezione di opere bianche e nere – a quel magico scultore del vetro che fu il muranese Luciano Vistosi, scomparso nel 2010 dopo anni di successi internazionali ottenuti grazie a sculture fortemente plastiche, dinamiche, imponenti, capaci soprattutto di catturare la luce.
Il percorso vero e proprio si dipana al primo piano nobile, ove il Museo propone la sua eccezionale collezione, con il riallestimento e il nuovo progetto illuminotecnico, attraverso aree tematico-cronologiche.
L’ingresso di forte impatto è sul sontuoso salone centrale, o portego, con l’affresco allegorico del soffitto, realizzato da Francesco Zugno, restaurato per l’occasione. Il grande ambiente è stato intitolato agli antichi Maestri muranesi, spesso anonimi, ed è espressione della produzione vetraria dal Trecento a tutto il Seicento: la golden age del vetro di Murano.
Furono quelli gli anni in cui l’abilità delle fornaci veneziane raggiunse fama in tutta Europa grazie alle innovazioni tecnologiche e di lavorazione: anni in cui a Venezia Angelo Barovier ottenne una sostanza pura chiamata “cristallo”; in cui fu introdotta la decorazione graffita a punta di diamante (intaglio) e vennero inventati il “vetro ghiaccio”, la lavorazione a filigrana, la tecnica a “mezza stampatura”. Tantissime sono le opere eccezionali qui esposte, i manufatti con stemmi dogali o papali, creazioni famose come il Cesendello decorato a embrici e oro – caratteristica lampada pensile foggiata su modelli orientali – e pezzi unici quale la celeberrima Coppa “Barovier”, databile tra il 1470 e il 1480, uno dei vetri più antichi al mondo tra quelli decorati a smalti policromi fusibili.
Dal salone, prima di proseguire verso i manufatti del XVIII secolo, si può accedere a una sorta di “antro”, una parentesi dedicata ai vetri d’epoca romana, presi a modello dai vetrai muranesi all’avvio della produzione isolana e capaci di ispirare designer e artisti ancora nel Novecento. Nella sala dedicata a “Le origini”, nicchie illuminate dall’interno rivelano – come dalle profondità della terra – gli antichi vetri rinvenuti negli scavi e nelle necropoli di Enona, Asseria e Zara, mentre lungo le pareti sono allineate antichissime olle funerarie.
Seguono le mode e la creatività del Settecento, con il complesso Trionfo appartenuto alla famiglia Morosini, gli originalissimi fixés sous verre, che presentano scene d’ambiente veneziano alla maniera di Pietro Longhi, e alcuni notevoli specchi muranesi: una vera eccellenza della produzione dell’isola, ambita quanto inimitabile all’estero, richiedendo per le creazioni più imponenti il lavoro di ben cinque maestri.
La sala dedicata al “Gusto della mimesi” tra Sette e Ottocento, con i soffiati in calcedonio, i famosi lattimi e la “stravagante” e “fallace” avventurina, segna il ritorno al vetro non trasparente; mentre nel soppalco, che inaspettato si affaccia sul volume delle Conterie grazie a una grande vetrata, non poteva mancare un focus sulle perle veneziane e le murrine. Si possono ammirare qui le murrine Franchini, le già citate conterie, ma anche le perle a lume e i campionari di fine XIX secolo: una collezione importantissima e mai inserita prima d’ora nel percorso museale.
Il periodo “buio” del vetro a Murano è rievocato attraverso vetri, arredi e dipinti che richiamano il gusto mitteleuropeo d’inizio Ottocento e il dilagare in laguna di manufatti boemi, favorito dall’imposizione da parte del governo asburgico di dazi sulle importazioni di materie prime e sulle esportazione delle produzioni locali.
Tra Otto e Novecento, finalmente, la “rinascita”.
Tra i protagonisti, Pietro Rigaglia che riprende la produzione a filigrana, e Antonio Salviati che nel 1866 dà vita a una fornace di soffiati a Murano presentando, l’anno successivo all’Esposizione universale di Parigi, più di cinquecento tipi diversi di vetri.
Infine il XX secolo, con le creazioni geniali di Vittorio Zecchin, Archimede Seguso, Alfredo Barbini, Carlo Scarpa, Napoleone Martinuzzi – di cui il Museo espone anche un nucleo di opere degli anni Venti ricevute in donazione – e di tanti altri artisti che, assieme a straordinari maestri vetrai capaci di plasmare la materia, hanno aperto la strada alla modernità.
Prima di lasciare il Museo, di nuovo al piano terra, ecco infine una “finestra” sul design moderno e contemporaneo in una sala intitolata a Marie Angliviel de la Beaumelle, poi Brandolini: la creatrice dei famosi goti, recentemente scomparsa, che la Fondazione Musei Civici di Venezia vuole ricordare in quanto esempio di artista non italiana che ha trovato nel vetro di Murano il suo mezzo espressivo contribuendo alla sua rinomanza internazionale.
Qui, grazie all’allestimento volutamente flessibile, potranno essere esposte opere della collezione del Museo attualmente conservate nei depositi, esibiti lavori di giovani artisti, ospitate selezioni delle più significative produzioni attuali dell’isola. Perché il Museo del Vetro, soprattutto ora, con l’atteso ampliamento degli spazi, mira a mantenere vivo il rapporto con la realtà vetraria muranese, con i suoi protagonisti, le loro creazioni, i successi e i momenti di crisi, proponendosi – secondo la volontà dell’abate Vincenzo Zanetti che lo istituì – quale stimolo e punto di riferimento per maestri vetrai e aziende: memoria storica, documentazione di un universo misterioso e affascinante per quanti si avvicinano a esso per la prima volta, ambasciatore nel mondo di un’arte unica e preziosa. Le collaborazioni internazionali, le grandi mostre temporanee, i progetti e i concorsi serviranno anche a questo per un museo che sempre più proporrà suggestive relazioni e dialoghi con l’insieme delle collezioni della Fondazione Musei Civici di Venezia: pittura, scultura, arredi, costumi, materiali d’archivio.
Già con la riapertura, nel giardino del Museo si potrà ammirare una gigantesca scultura di Pietro Consagra, Muraglia Rosso Verona e Nero Atlantide datata 1977 (marmo, 330 x 280 x 56 cm), appartenente alla collezione Walter Fontana e concessa in deposito a lungo termine alla Fondazione. Un’opera che in questo luogo, accanto al muro delle ex Conterie, assume una straordinaria forza espressiva.

Info:
Sede: Museo del Vetro, Fondamenta Giustinian, 8 – 30141 Murano (Venezia)
Orario: dal 1 aprile al 31 ottobre, 10.00-18.00 (biglietteria 10.00/17.00)
dal 1 novembre al 31 marzo, 10.00 – 17.00 (biglietteria 10.00-16.00)
aperto tutti i giorni, escluso 25 dicembre, 1 gennaio e 1 maggio
Vaporetto: Linea 4.1/4.2/3-fermata Murano Museo
www.visitmuve.itinfo@fmcvenezia.it
call center 848082000 (dall’Italia) – +3904142730892 (dall’estero)
www.facebook.com/visitmuve – twitter.com/visitmuve_it
BIGLIETTI: Intero 10,00 euro; Ridotto 7,50 euro, ragazzi da 6 a 14 anni; studenti* dai 15 ai 25 anni; accompagnatori (max. 2) di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini over 65; personale* del Ministero per i Beni e le Attività Culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci FAI; Gratuito: residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini 0/5 anni; portatori di handicap con accompagnatore; guide autorizzate e interpreti turistici* che accompagnino gruppi; 1 gratuità ogni 15 biglietti previa prenotazione;membri I.C.O.M; Volontari Servizio Civile; partner ordinari MUVE; possessori MUVE Friend Card; membri Venice International Foundation – *è richiesto un documento.

ROMA. Lorenzo Lotto e i tesori artistici di Loreto.

lottoL’intitola “Lorenzo Lotto e i tesori artistici di Loreto”, la mostra curata dal professor Giovanni Morello, progetto espositivo di “Artifex-Comunicare con l’arte” aperta a Castel Sant’Angelo fino al 3 maggio 2015 (catalogo Artifex).
Una cinquantina di opere, una decina di Lotto, alcune provenienti da Loreto, il santuario presso il quale il 15 agosto 1554 l’artista si ritirò come “oblato”, come scrive di suo pugno nel “Libro di spese diverse”, il volume di “ricordi” ritrovato alla fine dell’Ottocento nell’Archivio della Santa Casa, in mostra in copia anastatica. Insieme a Lotto, Guido Reni, Pomarancio, Annibale Carracci, Simon Vouet, Giambologna e altri artisti che ornavano gli altari della basilica prima di essere sostituiti da opere in mosaico. In mostra anche sculture, bassorilievi, oli di contemporanei che hanno affrontato l’iconografia della Vergine e una scelta accurata di ceramiche artistiche urbinati e vasi da farmacia, nonché alcuni preziosi pezzi conservati nel tesoro di Loreto, quel poco che rimane dopo razzie antiche e furti recenti.
La basilica di Loreto, iniziata nel 1468 per volontà del vescovo di Recanati Nicolò dell’Aste, su probabile progetto di Francesco di Giorgio Martini, è frutto dell’opera del genio di molti architetti e artisti. Tutto ha origine dal trasporto “per ministero angelico” della casa della Vergine di Nazaret, tre pareti di pietre e mattoni, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1294 a Loreto, attorno ad essa (rivestita di marmo dal Sansovino), viene costruita una chiesetta e poi la basilica, che subito diviene meta di devozione e pellegrinaggio lungo la via Lauretana.
Le opere esposte a Roma per la prima volta approfittano del riordino del Museo – Antico Tesoro della Santa Casa. La prima testimonianza storica del “Tesoro”  risale al 1315. Nel Seicento vasi, arredi liturgici, preziosi ex voto sono custoditi in imponenti credenzoni. Che verranno svuotati, come bottino di guerra e parte come contributo alla pace di Tolentino dai soldati napoleonici nel 1797. Alle razzie francesi si aggiunge nella notte fra il 24 e 25 gennaio ’74 il furto dei doni giunti a Loreto dopo le requisizioni napoleoniche.
Distribuiti in quattro sezioni, i pezzi sono esposti nelle sale degli appartamenti pontifici, di Clemente VII e dell’appartamento farnesiano di Paolo III. Ambienti sontuosi coperti da pannelli blu che creano un allestimento adatto allo scopo, oscurando però i segni del tempo e della storia.
La prima sala, dedicata a Lorenzo Lotto, l’artista geniale e inquieto, dalla vita errabonda, presenta a confronto due versioni del dipinto forse più significativo di tutta l’esposizione, “Cristo e la donna adultera”, uno della Collezione Spada, l’altro del Museo di Loreto. Un tema più volte ripreso da Lotto, che ha dato il via a varie versioni, a Louvre come a Dresda. La scena rappresenta l’episodio del Vangelo di Giovanni dell’adultera che deve essere lapidata, e si conclude con le parole di Gesù “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Il dipinto di Loreto, dalla smagliante cromia, da cui deriva quello della Galleria Spada più monocromo, era posto sopra il seggio vescovile nella zona della basilica che ospitava il coro dei canonici. Ricordato da Vasari, portato via dalle truppe napoleoniche nel 1797, venne ritrovato a Parigi nel 1824. Fa parte della collezione di Castel Sant’Angelo, donata nel 1916 allo stato da Mario Menotti, la tempera su tavola con venature a olio “San Girolamo nel deserto”, realizzato da Lotto probabilmente mentre era impegnato in Vaticano a decorare l’appartamento di Giulio II. Il santo in meditazione sulle scritture, he ricorda nella posa un antico dio fluviale, è al centro di un paesaggio in cui si riconosce Castel Sant’Angelo, un fiume e un ponte.
Fra i Lotto in mostra la monumentale tela di “San Cristoforo con il Bambino Gesù fra i santi Rocco e Sebastiano”, la prima opera, secondo la testimonianza di Vasari, realizzata dall’artista per Loreto. Di notevole interesse anche i ritratti. “Ritratto di gentiluomo” della Galleria Borghese, eseguito forse in contemporanea col San Cristoforo, mentre Lotto si trovava nelle Marche, proviene dalla collezione del cardinale Aldobrandini. E’ di collezione privata il “Ritratto di gentiluomo con cane”, il “Ritratto di balestriere” è dei Musei Capitolini. Identificato per tradizione con ”Mastro Batista balestrier de la Rocha Contrada”, oggi Acervia, l’uomo stringe in mano la sua balestra. Uno dei numerosi ritratti che richiamano la professione dell’effigiato attraverso la presenza di un oggetto. E’ il caso del “Ritratto di architetto” conservato a Berlino, considerato come il ritratto di Jacopo Sansovino per via di un compasso e di un rotolo nelle  mani del protagonista.
Ma non c’è solo Lorenzo Lotto ad attirare l’attenzione dei visitatori. Da segnalare in particolare tre opere di Pomarancio: il “Ritratto del cardinale Antonio Maria Gallo”, “San Carlo Borromeo genuflesso davanti al Crocifisso” (il santo ebbe una grande devozione per Loreto dove venne istituita una confraternita a lui intitolata), e una piccola porzione di affresco staccato, rappresentate “La Fede”, della cupola della basilica dipinta dall’artista fra il 1610 e il 1615, dopo il compimento della decorazione della Sala del Tesoro. E dipinti di Perin del Vaga, Guido Reni, Simon Vouet, Giuseppe Maria Crespi, Annibale Carracci, Andrea Sacchi, Mariano Fortuny, Alberto Sughi e il bronzo del trasporto della Santa Casa di Valeriano Trubbiani.
Tra i capolavori in mostra, accanto al “Corredo d’altare” in corallo di maestranze trapanesi, inviato in dono nel 1722 dal principe di Avellino Francesco Marino II Caracciolo, il “Crocifisso” in argento rifinito a cesello del Giambologna, il maggiore scultore della corte del granduca di Toscana, donato da Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo e prima moglie del granduca Francesco I de’ Medici per impetrare la grazia di un figlio maschio.
Scrive Luigi Busani in catalogo che “una parte cospicua del Tesoro di Loreto è costituita dalle maioliche istoriate dell’Antica Spezieria”, che si sviluppò accanto all’ospedale  fondato nel XV secolo. In particolare sono conservati 350 pezzi della Bottega di Orazio Fontana di Urbino del XVI secolo e 111 pezzi della Bottega dei Patanazzi sempre di Urbino del XVII secolo, più altre maioliche eterogene per datazione e provenienza.  Una collezione preziosa, giunta fino a noi quasi integra, perché scampata alle depredazioni napoleoniche. In mostra vasi e albarelli di Orazio Fontana, piatti di Deruta, brocche dei Patanazzi, maioliche faentine, albarelli di Castelli di Francesco Antonio Saverio Grue.

Info:
Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Lungotevere Castello, 50 Roma, fino al 3 maggio 2015.
Orario 9.00-19.00, lunedì chiuso.
Tel. 06-68193064 e info@artifexarte.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 5 feb 2015