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ROMA. Mibact, sindacati: il punto di vista di Giuliano Volpe.

Beni culturali e scioperi, le polemiche intorno alla recente vicenda del Colosseo non sembrano attenuarsi e contrappongono sindacati e istituzioni, lavoratori e turisti. Giuliano Volpe, rettore emerito dell’Università di Foggia e professore di archeologia, spiega a Quotidiano Arte che cosa sta accadendo e quali potrebbero essere le soluzioni a un problema che riguarda il sistema museale italiano nel suo complesso.

Professor Volpe, la ritardata apertura del Colosseo a causa di un’assemblea sindacale nella giornata di venerdì ha sollevato grosse polemiche, contrapponendo il fronte sindacale, che chiedeva il rinnovo del contratto e il pagamento del salario accessorio dei dipendenti del Mibact, alle istituzioni e ai visitatori stessi dell’area archeologica più importante di Roma. Ma il problema non è solo Roma, è un po’ di tutti i siti che costituiscono la “rete” di quello straordinario Museo a cielo aperto che è l’Italia. Da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, che idea si è fatto della situazione nel suo complesso?
Vorrei evitare di entrare nello specifico delle vicende sindacali, perché ritengo che sarebbe necessario conoscere meglio i dettagli della vicenda, anche negli aspetti tecnici e nelle comunicazioni tra Ministero-Soprintendenza (il ministro ha affermato che la comunicazione sullo sblocco dei pagamenti è stata effettuata il giorno prima dell’assemblea) e sindacati (che negano). I diritti dei lavoratori sono sacrosanti. Trovo che sia un errore grave e una sconfitta per tutti contrapporre due esigenze ugualmente importanti, il giusto pagamento del lavoro, anche nelle forme del salario accessorio, e l’interruzione di un servizio, con gli inevitabili disagi dei cittadini e dei visitatori e il grave danno di immagine. È noto che ogni cosa negativa che si verifica al Colosseo o a Pompei cancella in un attimo i risultati positivi raggiunti e mette in second’ordine gli sforzi in atto per migliorare la difficile condizione del nostro patrimonio culturale, dopo tanti anni di disinteresse, di tagli ai fondi, di blocco del turn over. Certamente non tutti condivideranno i cambiamenti in atto, ma è certamente innegabile che dopo anni di stasi, di blocco totale, di disinteresse, ci siamo rimessi in movimento. Bisogna riconoscere al Ministro Franceschini il merito di aver progettato e di stare realizzando con coraggio e determinazione una riforma radicale, che bisogna valutare nel suo insieme. Anche il fatto che ogni giorno i giornali parlino di beni culturali e che si discuta, si litighi, ci si divida anche sulle nomine dei direttori dei musei è a mio parere un successo enorme. Indica un interesse nel Paese prima impensabile. Come in tutte le fasi di cambiamenti radicali è legittimo – ed è anche giusto – che ognuno abbia le sue valutazioni; in Italia, peraltro, non mancano polemisti di professione, catastrofisti produttori compulsivi di appelli e di articoli infarciti di ‘no’ verso qualsiasi cambiamento. Lei giustamente parla di sistema – che rappresenta la vera peculiarità del nostro patrimonio – ed una logica di sistema che va finalmente affermata: lo si sta facendo con il sistema museale nazionale e con i poli museali regionali. Sono un archeologo dei paesaggi e un territorialista: può quindi immaginare quanta attenzione riservo allo studio, tutela e valorizzazione dell’intera complessità dei paesaggi italiani. Ma sarebbe un errore negare che all’interno di questo sistema ci siano dei nodi essenziali, come ad esempio il Colosseo o Pompei, non solo per il loro valore simbolico a livello mondiale ma perché è anche grazie a queste realtà che l’intero sistema può funzionare. A breve sarà emanato un decreto cd.di ‘solidarietà’, che prevede la costituzione di un fondo con il 20% degli introiti di tutti i musei, da redistribuire a tutti i musei, parchi archeologici e luoghi della cultura, anche quelli ‘locali’ e ‘marginali’, con misure di incentivazione ulteriore per quei musei che dimostreranno un miglioramento progressivo in termini di servizi, di incremento di visitatori, di collegamento con le comunità locali. Già oggi il Colosseo consente di disporre di risorse per l’intero patrimonio archeologico di Roma e di Ostia. Anche per questo motivo un problema al Colosseo si riverbera immediatamente sull’intero patrimonio culturale, così come una migliore gestione del Colosseo, con servizi di qualità, sistemi di migliore comprensione e fruizione, attività culturali compatibili con la tutela del monumento, non solo va a vantaggio dello stesso Colosseo, garantendo anche un trattamento più dignitoso e rispettoso dei visitatori, ma ha risvolti positivi per tutto il patrimonio e anche per gli stessi lavoratori. Mi risulta, infatti, un diffuso desiderio tra i custodi di poter lavorare al Colosseo proprio perché ci sono maggiori possibilità di incrementare il proprio stipendio grazie alle varie attività aggiuntive che qui si svolgono, con aperture straordinarie, mostre, manifestazioni culturali, ecc. (quelle iniziative che alcuni critici denunciano come improprie e ‘mercificanti’). Trovo la cosa legittima e anche positiva, perché se i lavoratori hanno opportunità di incrementare il proprio stipendio e se si creano nuove opportunità di lavoro, dovrebbe essere un successo per tutti.

Quella dei custodi è una questione annosa che riguarda il Mibact e sulla quale sembra davvero difficile trovare una soluzione. Tra l’altro, per un numero così grande di dipendenti, oltre 18.000, le forze sindacali esercitano una grande pressione sul Mibact. Nel caso specifico del Colosseo, se il salario integrativo è stato pagato il giorno dopo, il caso è emblematico: il Ministero non l’ha comunicato per tempo (sarebbe bastato farlo anche un giorno prima) o i sindacati sono stati troppo precipitosi (avrebbero potuto aspettare un giorno). È forse opportuno riorganizzare il rapporto tra Mibact e sindacati?
Come ho già detto, non conosco i dettagli. Ma ribadisco: è un grave errore, credo anche per il sindacato e per le sue legittime e anche giuste rivendicazioni, creare disagi o addirittura impedirne l’accesso a persone che magari vengono da molto lontano e che hanno prenotato da mesi, che hanno programmato di trascorrere un paio di giorni a Roma (durante i quali vogliono assolutamente visitare Colosseo, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, e poco più – questo è il giro standard, e certamente c’è un gran lavoro da fare per diversificare l’offerta e distribuire diversamente i flussi). Sono convinto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del MiBACT, pur tra mille difficoltà e sacrifici, consideri il proprio lavoro un servizio pubblico essenziale, e che lo abbia considerato tale anche prima che il Governo lo dichiarasse tale con il suo decreto. Per questo andrebbero evitate scelte corporative, sarebbe necessario avere sempre un dialogo aperto con i lavoratori, andrebbe premiato realmente il merito e l’impegno, andrebbero cercate soluzioni alternative allo scontro e soprattutto andrebbero migliorate le condizioni di lavoro, garantita un’azione di formazione, incrementate le tecnologie. E soprattutto dovranno ripartire le assunzioni. Personalmente sono convinto che il MiBACT debba essere un ministero ‘anomalo’, come era nelle intenzioni iniziali di quarant’anni fa, quando fu istituito: un ministero leggero, costituito prevalentemente da tecnici di alta qualificazione, e non da un esercito di custodi, soprattutto come li abbiamo intesi finora. La figura tradizionale del custode è oggi inattuale: servono figure giovani, culturalmente preparate in storia, archeologia, storia dell’arte, didattica, in grado di dare informazioni corrette, di parlare le lingue. Servono poi altre figure, distinte, di tecnici per la manutenzione ordinaria dei monumenti, aree archeologiche, siti, oltre a personale di vigilanza. Servono infine persone in grado di organizzare e coordinare tutti questi servizi. Il ‘custode’ è il primo e spesso l’unico intermediario tra il monumento, l’opera d’arte, il sito e il visitatore: insomma è una delle figure più importanti, che meriterebbe dunque un’attenzione straordinaria. Mi chiedo: perché se si visita la Fondazione Prada, nelle sale si incontrano giovani studenti e laureati, in divisa, pronti a fornire in maniera gentile e competente informazioni ai visitatori, mentre non sempre nei musei statali non si riscontrano condizioni analoghe? Si dirà che quello è un lavoro precario, svolto solo per alcuni anni. Ebbene, bisogna vigilare su pagamenti adeguati e garanzie, e sulla possibilità di progressioni nelle funzioni, ma la figura del custode a vita fa parte del passato. E anche il sistema di assumere custodi, magari laureati, che poi vengono utilizzati per altre funzioni, è un errore assai diffuso oggi.

La risposta del Governo non si è fatta attendere ed è stato emanato un decreto legge che riconosce i siti culturali come beni pubblici essenziali. Il Garante, pertanto, avrà la facoltà di precettare i futuri scioperi. Tuttavia, se per un malaugurato caso (es. per malattia) non si potesse garantire il numero minimo necessario per ogni sito, quali altre soluzioni si potrebbero adottare per garantire le aperture? E’ ipotizzabile il ricorso al volontariato, alla protezione civile o altre forme anche da privati?
Ritengo importante la decisione del Ministro Franceschini e del Governo: da decenni ci battiamo per riconoscere i beni culturali come un servizio pubblico essenziale. Da questo punti di vista, l’episodio di venerdì, al di là dell’episodio, ha avuto un risvolto positivo. Mi auguro all’interno di tale servizio pubblico essenziale siano compresi anche archivi, biblioteche, musei ‘minori’, e soprattutto che ora, anche grazie a tale riconoscimento storico, si riservi ancora più attenzione, con adeguate risorse. I beni culturali devono essere anche un’occasione per creare lavoro qualificato, per impiegare i tanti ottimi professionisti formati nelle nostre università e dare loro mille opportunità anche nelle varie forme di gestione possibile, con piccole società, cooperative, associazioni. Gestione diretta dello Stato, dove possibile, ma anche gestione affidata in varie forme, certamente indirizzate, coordinate, monitorate, favorendo le tante energie presenti, spesso inespresse. Insomma uno Stato inteso come un grande incubatore di spin off, di imprese giovanili, un facilitatore di energie creative. Uno Stato che non si fa da parte, che non deroga ai principi e agli obblighi costituzionali, che non abbandona i suoi cittadini, ma li sostiene e li accompagna nelle loro iniziative.
I volontari rappresentano una risorsa importante e una grande manifestazione di cittadinanza attiva e di partecipazione, ma devono rappresentare una soluzione integrativa e non sostitutiva del lavoro dei professionisti. C’è spazio per tutti, con funzioni diverse e modalità ben definite. Tocca allo Stato il compito di regolare, di fissare regole, di dare indirizzi, di valutare e controllare.

Il Colosseo e Pompei sono solo i casi più noti di chiusura a causa di uno sciopero. Il Sistema Italia sostenuto da Franceschini, però, è interessato ogni giorno dalla chiusura totale o di alcune parti di musei e siti culturali legata alla carenza di personale. È il caso, ad esempio, di Villa Lante, a Bagnaia in provincia di Viterbo, (ma potremmo citarne altri cento e più) dove, da sempre, è possibile visitare soltanto i giardini per mancanza di custodi. Con quale logica andrebbe affrontato questo grave problema?
Gli esempi di malfunzionamento, di chiusure, di abbandono, potrebbero essere tanti. Ma denunciare le inefficienze, i disastri, i crolli, non basta più, non perché si debba proporre una visione irenica e edulcorata dell’attuale situazione, certamente difficile, o perché non ci sia bisogno di indicare le tante cose che non vanno (un esercizio peraltro alquanto facile e negli ultimi tempi assai abusato). Ma sono convinto che oggi non servano più solo l’indignazione e la denuncia. Servono un confronto laico e un dialogo produttivo, che evitino le risse da stadio e la delegittimazione reciproca. Servono proposte concrete e iniziative ispirate da una chiara visione, in modo da mettere insieme tutti coloro che vogliono realmente cambiare le cose.
Moltissimo dipenderà, ora, dall’aumento di risorse e dall’annunciata ripresa delle assunzioni, con l’immissione di forze fresche, di nuove sensibilità e competenze, dalla volontà di coinvolgimento e valorizzazione delle tante energie positive che ancora il MiBACT riesce a esprimere, dalla capacità di inclusione e di collaborazione con tutte le altre componenti, prima fra tutte l’Università e la Scuola, dal desiderio di stabilire un rapporto più diretto e positivo con la società contemporanea. Si fanno anche errori quando si cerca di cambiare. Ma siamo sulla strada giusta. E serve l’apporto di tutti.

Autore: Samuele Sassu

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 sett 2015

MILANO. In mostra la modernità di Nicola e Giovanni Pisano.

pisano“L’Italia è l’unica grande esposizione universale, in tutti i borghi”.
A parlare è Vittorio Sgarbi, durante la presentazione del volume e dell’omonima mostra Nicola e Giovanni Pisano.
Le origini della scultura moderna, organizzata nell’ambito del progetto Expo Belle Arti promosso da Regione Lombardia in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e curata dal critico e ambasciatore per le Belle Arti della Lombardia Sgarbi, per la regia di Alberto Bartalini. Nella splendida cornice della chiesa di San Gottardo in Corte, a Milano, sono ospitati per la prima volta nove capolavori dei due grandi scultori del Medioevo provenienti dal Battistero di Piazza dei Miracoli a Pisa e prestati dal Museo dell’Opera Primaziale, che le ha custodite fino all’esposizione.
Mostra che ha fornito l’occasione a Vittorio Sgarbi per gettare uno sguardo critico, a tratti velato da un’ironia pungente, sul modo di intendere Expo e sulla difficoltà di riuscire a creare un percorso a stazioni che portasse all’apertura dei principali palazzi statali di Milano (Palazzo Litta e Palazzo Cusani, per esempio) “che consentissero di compensare la finzione che è Expo” e per mostrare la “bellezza universale” della cultura italiana, alla quale “tutto il mondo si è ispirato”.
E nello spazio semplice e ordinato della chiesa, ecco emergere in modo preponderante le sculture di Nicola e Giovanni Pisano, opere che, come sottolinea Sgarbi, hanno una straordinaria “forza espressiva”. A ricevere lo spettatore sono la Madonna con il Bambino e due Evangelisti. Poi si prosegue con gli altri due Evangelisti e i quattro Profeti, in un dialogo perfetto con l’ambiente che li avvolge. Tutte sculture sacre ma “potentemente umane – sottolinea Sgarbi nel suo saggio introduttivo al dialogo – in uno svegliarsi dal torpore della pietra nella imminenza dell’azione”.
Umanità che commuove nella dolcezza e nell’espressione di meraviglia dei volti e che è assolutamente moderna. L’iniziativa è stata sostenuta dal laboratorio di lavorazione robotica del marmo di Carrara di Gualtiero Vanelli, che ha anche realizzato una copia a grandezza naturale in marmo bianco di Carrara della Madonna col Bambino, che accoglie il visitatore nel cortile della chiesetta. È in questo contesto e con queste gemme della scultura che si iniziano a intravedere le due Expo sottolineate da Sgarbi, quella “del divertimento” e quella “dell’Italia vera”, dove si respira arte e cultura.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015

ROMA. Alle Terme di Diocleziano l’arte di Henry Moore.

moore“Henry Moore”, semplicemente, s’intitola la mostra aperta fino al 10 gennaio 2016 a Roma, alle Terme di Diocleziano (catalogo Electa).
Un’esposizione molta bella, da non perdere, che ripercorre l’intero percorso creativo di Moore dagli anni Venti agli anni Ottanta.
A dare il benvenuto nell’aula X, uno degli ingressi del corpo centrale delle Terme, dove si trova il cosiddetto sepolcro dei Platorini, è “Figura distesa”, un bronzo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che venne esposta con grande rilievo alla personale di Moore a Roma nel ’61. Una di quelle creazioni che sembrano fare tutt’uno col paesaggio, con la linea dell’orizzonte. E’ degli anni cinquanta, anni in cui il maestro realizza alcune delle opere più famose, sviluppando i temi e i rapporti a lui cari. Come pieno – vuoto, madre – figlio, corpo – anima, uomo – mondo.
La mostra, promossa dalla Soprintendenza archeologica di Roma in collaborazione con Electa e la Tate di Londra che possiede una delle collezioni più ricche di Moore, dono dallo stesso artista, presenta 75 opere fra sculture, disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti di opere realizzate o rimaste sulla carta e filmati, esposte negli scenografici e imponenti spazi delle grandi aule, secondo un ordine cronologico e tematico, a confronto e in dialogo con sarcofagi, capitelli, statue, resti marmorei, pavimenti musivi.
Uno scenario che esalta lo stretto rapporto di Moore con l’antico e che certamente sarebbe piaciuto all’artista che ben conosceva l’arte classica.
L’ultima mostra in Italia di Henry Moore (1898 – 1986), uno dei più grandi scultori del Novecento, che meglio ha saputo riflettere sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche, attraverso e oltre l’astrazione, si è tenuta nell’Isola di San Giorgio a Venezia a cura della Fondazione Cini, vent’anni fa nel ’95 in occasione del centenario della Biennale. Un riferimento non casuale visto che l’artista inglese proprio a Venezia alla Biennale del ’48, la prima dopo la guerra, ottenne il Premio Internazionale per la Scultura che avrebbe consacrato la sua fama. Della giuria, presieduta da Rodolfo Pallucchini, facevano parte Felice Casorati, Roberto Longhi e Lionello Venturi. E il rapporto con l’Italia continua con la mostra del ’61 a Roma, del ’62 per il Festival dei due Mondi a Spoleto e con la strepitosa rassegna, curata da Giovanni Carandente, sulle terrazze panoramiche del Forte Belvedere a Firenze nel ’72. Importanti appuntamenti diluiti nel tempo per approfondire la conoscenza di un maestro dello scalpello che con l’Italia ha mantenuto un legame molto speciale, fin dal suo primo viaggio grazie a una borsa di studio nel ’25. Trascorse tre mesi e mezzo fra Firenze, Roma, Pisa, Siena, Assisi, Padova, Ravenna, Venezia, ammirando gli affreschi di Giotto e l’Orcagna, Lorenzetti, Gaddi, Masaccio, gli ultimi lavori di Michelangelo e le sculture di Donatello e di Giovanni Pisano. In rapporto particolare con la Toscana.
Aveva casa a Forte dei Marmi e frequentava le cave delle Apuane. “L’Italia per Henry Moore era come una seconda casa”, dice senza esitazione, illustrando il percorso espositivo, Chris Stephens, curatore con Davide Colombo della mostra che ha appena aperto i battenti a Roma. Divisa in cinque sezioni e aree tematiche, da “Esplorazione del moderno” a “Scultura negli spazi pubblici”, passando per ”Guerra e pace”, “Madre e figlio”, “Figura distesa-sculture”, “Figura distesa-opere grafiche”, offre un esauriente spaccato della sua produzione. Durante gli anni venti, era del ‘25 il viaggio in Italia, più che studiare l’arte classica, Moore sembra rivolgere i suoi interessi alle culture arcaiche ed extra europee, è il fascino del linguaggio modernista sull’esempio anche di artisti come Epstein, Brancusi, Picasso, come mostrano maschere e teste in rilievo. E’ solo in un secondo tempo che esplorerà la tradizione classica, Arnolfo di Cambio, il Rinascimento e soprattutto Michelangelo.
Uno scultore “moderno” che si rifà alla tradizione dell’opera in prima persona, da non affidare al marmista, attento ai materiali per cui certe forme sono più vere con un materiale piuttosto che con un altro. Una manualità per un’arte che vuole parlare di vita, di morte, di procreazione. Cose importanti messe a rischio dalla guerra, come ben sapeva Moore per aver combattuto sul fronte occidentale e aver subito gli attacchi dei gas dei tedeschi. Un’esperienza che lo avrebbe segnato per tutta la vita, un lato oscuro che rimarrà al fondo della sua “arte post bellica e post freudiana”, ricorda il professor Stephens. Ed ecco i corpi smembrati, uno dei precetti del surrealismo, le ossa riassemblate. Ecco una composizione in quattro pezzi di alabastro, e la piccola scultura “Tre punte”, che prelude a un contatto gravido di tensione, preannunciando una nuova deflagrazione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe la sua attività artistica. I bombardamenti su Londra degli anni ’40 -’41 obbligano i più poveri a rifugiarsi nelle gallerie della metropolitana. I suoi “Disegni dei ricoveri antiaerei” mostrano un’umanità dolente che l’artista rappresenta con grande partecipazione. Fra i più belli “Figure dormienti in rosa e verde” in cui il lenzuolo che protegge i corpi abbandonati nel sonno allude a modi cari della sua scultura.
Temi ricorrenti delle sue creazioni sono le grandi figure distese, con precedenti illustri nella tradizione etrusca, classica e rinascimentale. Sono immagini femminili tondeggianti e rassicuranti, forme organiche vicine ai modelli naturali, come la madre che stringe il figlio, quasi un’ossessione. Ma con qualcosa di ambiguo, “rassicuranti ma non troppo”, precisa Strphens. A chiudere la rassegna nell’Aula XI bis esposti i “modelli di lavoro”, a metà fra il bozzetto e l’opera definitiva in bronzo, di sculture monumentali per nuovi edifici e piazze sia in Europa che in America. La commissione pubblica più importante è la scultura di fronte alla facciata della nuova sede dell’Unesco a Parigi del ‘57. Anche in questo caso, dopo aver preso in esame varie soluzioni, opta per la figura reclinata convincendo i committenti a realizzarla in travertino romano e non in bronzo.
Fra i pezzi più significativi, esposti in una vetrina, una decina di piccoli bronzi degli anni ‘40, “Gruppo di famiglia”, “Figura distesa”, “Madonna con bambino”, uno della GNAM, un altro del Guggenheim di Venezia, veri e propri capolavori, la quintessenza della poetica dell’artista Può sfuggire a una visita frettolosa, è nell’aula IX all’aperto, uno dei bronzi più noti dono di Moore a Firenze, “Guerriero con scudo” che ha affascinato e ispirato artisti di tutto il mondo. Un guerriero privo di un braccio e di una gamba, con lo scudo alzato per proteggersi e resistere. Dal Chiostro della basilica di Santa Croce a Firenze alla volta sfondata delle Terme, circondato da capitelli, sarcofagi e statue mutile, come lui. Un “classico” fra i classici.

Autore: Laura Gigliotti

Info: Roma, Terme di Diocleziano – Grandi Aule, Viale Enrico De Nicola, 79. Orario: 9.00 – 19.30, chiuso il lunedì. tel. 06 – 39967700 e www.coopculture.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015

GENOVA. Dagli Impressionisti a Picasso.

genovaI capolavori del Detroit Institute of Arts di artisti del 19esimo e 20esimo secolo come Van Gogh, Gauguin, Monet, Cézanne, Degas, Renoir, Matisse, Modigliani, Kandinsky, Picasso, saranno in esposizione da venerdì fino al 10 aprile 2016 nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova.
La mostra ‘Dagli Impressionisti a Picasso’ rappresenta l’unica tappa europea per presentare al pubblico una collezione straordinaria. Per 200 giorni il Detroit Institute of Arts si trasferisce a Genova con una selezione di 52 capolavori, un’occasione unica per ammirare opere dei più grandi pittori del ‘900 nel loro periodo di massima espressione artistica.
La mostra consente di ripercorrere la storia dell’arte europea a cavallo tra Otto e Novecento, dall’Impressionismo a Van Gogh e Cézanne, dall’Ecole de Paris alle avanguardie storiche, dalle spinte verso l’astrattismo di Kandinsky sino alla eccezionale parabola artistica di Picasso, offrendo una rara occasione per osservare da vicino i grandi maestri che hanno rivoluzionato l’intera cultura mondiale. Detroit è una delle capitali economiche degli Stati Uniti, storico centro dell’industria automobilistica, tanto da essere soprannominata ‘Motor City’: il Detroit Institute of Arts, fondato nel 1885 e più volte ampliato e rinnovato nel corso dei suoi 130 anni di storia, è da sempre l’epicentro della gloria cittadina.
Già nei primi decenni del ‘900 il museo di Detroit era considerato l’avamposto e la principale via di accesso delle avanguardie europee negli Stati Uniti. Per oltre vent’anni (1924-1945), il Detroit Institute of Arts è stato diretto dallo storico dell’arte tedesco William Valentiner. Grazie a lui, il museo si è aperto a nuovi orizzonti: il gusto e l’esperienza di Valentiner porta a Detroit i primi Van Gogh e Matisse esposti nei musei americani, e la competenza specifica sull’espressionismo tedesco, perfino l’amicizia personale con alcuni artisti, consente scelte di altissimo livello anche in questo campo. Il Detroit Insitute of Arts è dunque saldamente collocato tra i massimi musei degli Stati Uniti.
Le opere che saranno a lungo esposte nell’appartamento del Doge presso il Palazzo Ducale di Genova ripercorrono il tragitto all’inverso che da Detroit porta al Vecchio Continente. La ricchezza della collezione di arte europea tra 19esimo e 20esimo secolo è data dalla sua completezza e dalla molteplicità dei linguaggi. Un dialogo che coinvolge Van Gogh, Matisse, Monet, Modigliani, Degas, Monet, Manet, Courbet, Otto Dix, Degas, Picasso, Gauguin, Kandinsky, Cézanne, Renoir. Per la presenza di tutti i protagonisti, e per l’importanza delle opere, è possibile tracciare l’intera vicenda dell’arte europea dall’impressionismo alle avanguardie.
Il percorso della mostra è costantemente accompagnato da supporti didattici che inseriscono dipinti, artisti e movimenti nella dinamica storica di cinquanta anni densi di capolavori, organizzati secondo un criterio cronologico. Si comincia con la grande sala in cui si racconta la nascita del movimento, dell’idea che ha cambiato per sempre la storia della pittura: l’impressionismo. La volontà di aprirsi alla luce libera della natura è una conquista che passa attraverso il realismo intenso di Courbet con ‘Bagnante addormentata presso un ruscello‘ e le opere piacevolmente narrative di pittori ‘alla moda’ come Gervex e Carolus-Durand, per approdare alla gloria del colore di un capolavoro di Monet, i radiosi ‘Gladioli’ databili intorno al 1876. Altrettanto significativo è il luminoso ‘Sentiero di Camille Pissarro’, che costituisce un autonomo, libero sviluppo dell’impressionismo, riflesso in un ampio paesaggio di campagna. Significativa è la presenza di tre opere affascinati di Renoir, a cominciare dalla ‘Donna in poltrona’ che coincide con la prima mostra dell’Impressionismo (1874), per giungere a due opere della tarda maturità, ormai dopo la svolta dell’anno 1900. Uno spazio autonomo, quasi una vera ‘mostra nella mostra’, è dedicato alla figura di Edgar Degas, di cui sono presenti cinque tele, in cui sono sviluppati tutti i temi fondamentali del grande pittore parigino: il ritratto, i cavalli, le inconfondibili ballerine. In ciascuna di queste tele si riconosce la grande perspicacia del disegno, con cui Degas fissa espressioni, gesti, sentimenti, con un percorso che è parallelo a quello degli impressionisti, ma anche di una grande, nobile autonomia. Segue, subito dopo, un altro spazio monografico, quello che raccoglie quattro straordinari dipinti di Paul Cézanne. Anche in questo caso, le collezioni del museo di Detroit comprendono tutti i campi di ricerca del pittore: la figura umana, il paesaggio provenzale nei dintorni di Aix (con una delle ultime versioni della prediletta Montagna Sainte Victoire), la natura morta, le ‘Bagnanti nel bosco’. All’opposto di Van Gogh, Cézanne non si lascia travolgere dai sentimenti, ma ritorna più volte sugli stessi soggetti, indagandone con pazienza la forma, e combinando il colore luminoso degli impressionisti con una rigorosa logica geometrica ben radicata nella tradizione.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 22 set 2015

Franco dell’Aquila. Note sulla Loquela digitorum e gestualità negli affreschi pugliesi.

Nei nostri giorni, dominata da una cultura anglosassone, notiamo fra l’altro una forma “civile” di
presentarsi e di comunicare con gli altri: viene imposto uno stile comportamentale in cui la
persona deve solo parlare ed avere il corpo fermo e rigido, senza gesticolare.

Leggi tutto nell’allegato: Loquela digitorum e gestualità negli affreschi pugliesi