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Senza segreti i ‘rotoli’ del Mar Morto

Per mezzo secolo i Rotoli del Mar Morto, già ritenuti " la più grande scoperta di manoscritti di tutti i tempi" , hanno suscitato fantasie e leggende. Spesso la loro storia si è colorata di mito, di teorie e di complotti immaginali. La loro decifrazione completa, secondo alcuni esperti, potrebbe cambiare radicalmente il significato delle dottrine ebraiche e cristiane. Finora i 900 rotoli di pergamena rinvenuti nel 1947 da un giovane pastore a Qùmràn, sulle sponde del Mar Morto, non erano mai stati divulgati completamente. E fino al 1991 erano rimasti sotto il controllo esclusivo di dieci studiosi.Ora, a 54 anni dal ritrovamento, i rotoli stanno per essere pubblicati integralmente. L’annuncio ufficiale lo ha dato qualche settimana fa Emanuel Tov, professore all’Università di Gerusalemme, durante una conferenza alla New York Public Library. Tov dirige il progetto della pubblicazione: un’impresa svolta da un team internazionale che ha realizzato 38 volumi (l’ultimo è in fase di uscita) per la Oxford University Press.Cpsì l’opera completa potrà essere studiata nel mìoriab intero, ponendo fine a molte controversie e a teorie prive di fondamento.Sono molteplici i tentativi da parte di alcuni studiosi di istituire rapporti diretti tra i manoscritti di Qùmràn, Gesù e il Nuovo Testamento. O le ipotesi di complotto, che alcuni ricercatori più o meno fantasiosi hanno attribuito al Vaticano, addossandogli la responsabilità di aver impedito in passato la diffusione dei testi per paura che trapelassero informazioni circa la vera storia di Gesù e degli Esseni. Questi ultimi, una setta austera e isolata dalla corrente principale del Giudaismo, sarebbero gli autori dei documenti di Qùmràn, compilati tra il 250 avanti Cristo e il 70 dopo Cristo e formati, in buona parte da testi biblici scritti in ebraico e aramaico. «Le leggende – spiega Emanuel Tov – sono nate perché alcuni rotoli sono stati redatti all’epoca in cui visse Gesù. E molte persone non vogliono credere che non ci sia alcun riferimento a un personaggio così importante. Ma in nessun manoscritto c’è un accenno a Gesù, ne diretto ne indiretto. Anche sulla figura del Maestro di Giustizia, citato in alcuni rotoli, sono state fatte molte speculazioni identificandolo con Cristo. Il Maestro non ha niente a che vedere con ilcristianesimo. E’ un leader della sua comunità, vissuto prima della nascita di Gesù».Non c’è dubbio, però, che la pubblicazione integrale sia destinata a far comprendere meglio le origini del Cristianesimo e a modificare alcuni schemi tradizionali. I manoscritti di Qùmràn permetteranno di approfondire e avviare ulteriori conoscenze della Bibbia, e contribuiranno a comprendere meglio il mondo ebraico durante la vita di Gesù. ‘Sicuramente apriranno una feconda stagione di studi, perché ci narrano della presenza nel giudaismo di alcuni temi che ritroviamo nel Cristianesimo, che prima della scoperta dei manoscritti nessuno immaginava’ dice Elio Jucci, professore di Filologia semitica all’Università di Pavia. ‘ In realtà il Cristianesimo si è sviluppato da diverse correnti del Giudaismo antico, che era molto più multiforme di quanto finora non si pensasse’. Con la decifrazione dei rotoli si potrà conoscere meglio anche la letteratura dei diversi popoli dell’antica Israele. E così pure la loro vita culturale e quotidiana, dalle belle arti, ai costumi, alle leggi.

Autore: Manuela Evangelista

Fonte:La Stampa – TST

Beni (e disastri) culturali

Proclami, esternazioni, polemiche, blitz. Ma sotto il frastuono nulla, sul piano delle realizzazioni concrete. Anzi, il quadro è quello di una paralisi generale di ogni tipo di attività, anche di quelle già avviate. Con il rischio di bruciare le risorse già stanziate nella precedente gestione, che si aggiunge al taglio in finanziaria di oltre 500 miliardi, pari al 20% del passato budget del Ministero dei Beni culturali. Sì, un vero disastro quello creato da Sgarbi e Urbani, che ieri Giovanna Melandri – ex titolare del dicastero – ha denunciato apertamente: «Ogni attività, a partire da quella di restauro, è bloccata, tanto da mettere a rischio la realizzazione di progetti già finanziati per una cifra di 1000 miliardi. L’incapacità del duo Sgarbi-Urbani di mantenere elevato il rango delle politiche culturali è ormai manifesta». Eppure efficienza e dinamismo della passata gestione – tra il 1996 e il 2001-avevano ricevuto l’avallo della Corte di Conti. Che ad esempio, in tema di prolungamento dell’orario dei Musei, conferma la bontà della politica culturale dei governi dell’Ulivo. E gli indicatori positivi, rilevati dalla Corte, sono stati frutto di un impegno continuo e costante per aumentare le risorse nel settore. Riaprire musei chiusi, introdurre sconti per studenti e insegnanti, rendere le sale più confortevoli ed accoglienti. Oggi invece il governo Berlusconi non solo taglia in Finanziaria 500 miliardi nei Beni. Ma paralizza i cantieri di restauro, nonché i progetti per il piano del Lotto 2001 -2003. Mentre- accusa la Melandri – «alle richieste del personale vengono date risposte evasive e deludenti». Insomma non c’è alcuna volontà di mettere la cultura tra le priorità dell’agenda politica. Ma vediamo in successione due elenchi. Quello dei proclami mai attuati, e quello delle iniziative bloccate dagli Sgarbi quotidiani con il pleonastico consenso di Urbani. I Proclami. «Musei gratis per tutti», aveva detto Sgarbi. E invece, altro che gratuità! Nel passaggio all’Euro il prezzo del biglietto è stato arrotondato al rialzo. Museo della Shoah a Ferrara: progetto «affidato» a Massimilano Fuksas, ma di cui non è stata indicata alcuna copertura. Dunque, solo virtuale. «Via le scolaresche dai Musei!»: minacciata a gran voce, la cacciata. Ma rientrata (per ora) perché impopolare e assurda. Modifica della legge Lunardi sulla libera ristrutturazione intema degli edifici storici e di pregio artistico: modifica rientrata. Quella di Lunardi è ormai legge piena e inemendata. Privatizzazione dei Musei «Ottima», aveva detto Urbani. «Un obbrobrio!» aveva chiosato Sgarbi. Anche a seguito delle proteste universali del mondo artistico internazionale. Alla fine un emendamento del centro-sinistra (Griffagnini-Carli) l’ha impedita. Circoscrivendo la privatizzazione soltanto a alcuni servizi, come già nella normativa Ronchey, e di nuovo tanto rumore per nulla. Vendita di immobili: solo in parte ma purtroppo – grazie a Tremonti –sancita, e limitata da un emendamento dell’opposizione, che argina il taglio di ogni forma di tutela (ripristinando il 40% dei vincoli). Obelisco di Axum: «Mai tornerà in Etiopia», aveva detto Sgarbi, d’accordo con Gasparri. E però la Direzione Generale dell’Archeologia del Ministero ha dato parere favorevole al trasbordo. Quanto all’Etiopia, non molla. E chiede ufficialmente la consegna del monumento. E ancora – sempre tra i proclami – c’è l’annuncio di Sgarbi di impiantare a Firenze un ufficio periferico dei Beni culturali. Per seguire da vicino i progetti e la tutela. Lettera morta. Poi la promessa di Sgarbi di riawiare, su nuove basi, il progetto dell’Ara Pacis, previo accordo con Meyer. Ma l’architetto ha rivelato di aver parlato col sottosegretario nel suo studio a New York. E di non aver nulla da cambiare, di là dello scambio «interessante» con Sgarbi. Infine – ma questa è un’altra storia – Sgarbi aveva minacciato querele contro Veltroni e la Meandri, «piromani» e rei di aver distrutto il patrimonio italico. Risultato: è stata la Meandri a querelare Fin qui le rodomontate e le omissioni. E i «sabotaggi»? Eccoli. Uffizi, miliardi 80 stanziati, lavori fermi per la realizzazione della seconda uscita in Piazza Castellani, affidata all’architetto giapponese Arata Isozald. Museo dell’Audiovisivo a Roma, in piazza Civiltà del lavoro: concorso bloccato. Progetto della Reggia di Caserta, parte del piano Lotto 2001-3003: miliardi 16 stanziati, tutto fermo. Milano, raddoppio della Galleria di Brera: valore dei lavori 23 miliardi. Un progetto contestato da Sgarbi, e al momento affondato. Senza conoscere le linee della ristrutturazione su progetto di James Stirling, Sgarbi ha infatti esternato contro la colonna che reggerà la grande cupola vetrata: «Uno scempio, architettura fascista». E tra i progetti fermi, si annoverano inoltre: l’intervento dell’architetto De Carlo presso le mura di Urbino, osteggiato e bloccato. Quello a Villa della Regina a Torino. Alla Galleria nazionale dell’Umbria. Al Pantheon. Nonché il blocco dell’ampliamento degli spazi espositivi al Vittoriano a Roma. Chiude il secondo elenco, l’andamento a rilento dei lavori per il Centro delle Arti Contemporanee di Roma. In conclusione, dai due «elenchi» emerge un panorama desolante. Che rivela incapacità, rissosità e demagogia, tipici di un certi stile di governo, intriso più di «antipolitica» che non di cose fatte o da avviare. Ma la domanda è un’altra. C’è del «metodo nella follia di questi «Beni culturali»? Mettendo preliminare alla consegna del settore i privati e coerente con l’impostazione generale della Cdl su Welfare e lavoro? Giriamo la domanda proprio a Giovanna Melandri: «Non so – dice – se ci sia un mete do. Ma oltre all’incuria c’è un triplice rischio: mercantilistico, illiberale e localistico, cioè beni culturali a misura di picco] patrie. La velleità ideologica di privatizzai tutto? Improponibile: il nostro patrimonio è vastissimo, e non ci sono partner privati disposti ad investire a quel livello. poi c’è un " elitismo straccione" . La pretesa di sancire dall’alto il bello e il brutto, che mortifica le competenze e si chiude alla società, minacciando di cacciare le scolaresche dai Musei». Tiriamo allora le fila. vediamo la differenza col prima. Se il centro sinistra voleva fare dei «Beni» un pezzo del welfare – convertendoli in un investimento per stimolare la domanda cultura – per il centrodestra la cultura è zavorra. Consumo omologato di immagini o pretesa passatista d’elite. Mentre incombe – tragicomicamente – eventuale interim di Berlusconi, con valzer di poltrone.

Autore: Bruno Gravagnuolo

Fonte:L’Unità – Orizzonti

Quando i Musei fanno i conti con le folle

Come gestire le opere d’arte quando i soldi sono sempre più abbondanti, e come presentarle quando la cultura dei visitatori si fa più scarsa? E gli allestimenti si vogliono protagonisti come gli " eventi" ; e quindi i contenitori e le trovate e gli addobbi prevaricano su tutto; e col pretesto delle mode in corso si addensano gli intrecci fra i musei e le manifestazioni e il mercato e la critica…Allora, si discute: quali materiali e quali colori sulle pareti, dietro i dipinti dei vari secoli? Pietre o intonaci o stoffe, bianche o rosse o verdi o gialle o blu? Con quale luce o quali tecniche illuminarli? Ma soprattutto,con quale criterio sistemare, l’ordinamento? Storico e geografico, . nazionale, decorativo, ideologico, tematico, provocatore-scandalistico?I visitatori sono sempre più numerosi; e anche più passivi, circa i must «da non perdere». Vale sempre l’esperienza del Mauritshuis, all’Aia: un museo piccolo, con poche stanze, ma pochissimi durante la mostra di Vermeer facevano qualche passo per vedere anche i Rembrandt; e reciprocamente, quando l’«evento» era Rembrandt, molti venivano di lontano con prenotazioni e spese, ma non percorrevano queidueotre metri in più per guardare anche i Vermeer.Ora si potrebbe confrontare l’esperienza di Basilea.Quasi nessuno al Kunstmuseum, pieno di magnifici Léger e Giacometti e Kokoschka e Kirchner. E ritratti mirabili di Picasso e Schiele. Una piccola folla invece alla nuova Fondation Beyeler, dove i classici del Novecento sono i medesimi, e arrivano addirittura a Warhol. (Conle professoresse che spiegano ai giovani Elvis Presley e Jackie Kennedy, in quanto icone ormai antiche).Il padiglione di Renzo Piano è bellissimo: come già era felice, anche là in una periferia verde, la sua Fondazione Menil a Hou-ston. Qui i blocchetti di granito rosso suggeriscono un effetto-Missoni all’esterno, sotto un tetto molto techno. Mentre le pareti bianche delle sale appaiono eleganti e nobili, sopra il parquet chiaro, perché i quadri sono appesi isolati, molto lontani l’uno dall’altro. (Tutto l’opposto della Collezione Bùhrie, a Zurigo, che ha ancora la civetteria di tenere sette o otto Van Gogh su una sola paretina, in una saletta di una villa vecchiotta. Ma la paretina vicina ha altrettanti Cézanne; e così via).Il signor Beyeler è un grande gallerista, da oltre mezzo secolo. Dunque ha tenuto opere splendide e poetiche, soprattutto di Picasso e Matisse e Rousseau e Braque. Ma in ogni sala ha disposto delle stupende opere lignee africane e oceani- queste pareti così bianche e che: per non dimenticare che le smisurate sono una sfida per i avanguardie storiche col gusto conformisti dello spray selvag-dei " primitivismi" le copiavano così come gli scultori romani rifacevano gli originali greci; e come le transavanguardie " anni 70" riproducevano i disegni dei bambini, recuperando la cotta surrealista per gli schizzi dei pazzi. Ma c’è anche una morale: ecco una creazione novecente-sca di ricchezza già " virtuale" , quando i galleristi valorizzano con quotazioni altissime i manufatti che in epoche " coloniali" venivano portati via spendendo zero.Tutto l’ambiente è insieme rigido e soft: color latte, con divanoni gradevoli e " chicche" tipo riflessi da uno stagno (fuori) tipo quello di Monet a Giverny, qui ammiccanti a un pannello -ne di ninfee, di Monet stesso. Ma con un saluto, intanto, oltre lo stagno, ai profilini di sasso su un pendio d’erba messi da Gae Aulenti sotto il castello di Emilio Pucci in Toscana. E i Léger e i Mirò e i Bacon f sono solo di qualità extra:non come quelle antologiche dove il livello medio abbassa pericolosamente la valutazio-ne. Scoppiala felicità dei grandi metraggi, quando ai " pop" degli anni Sessanta è chiaro che i musei (e non più i privati) li comprano subito. Ma queste pareti così bianche e smisurate sono una sfida per i conformisti dello spray selvaggio: ai graffiti metropolitani si addice di più una facciata appena restaurata di qualche Sangallo, oppure una galleria nuova e moderna di Piano? («Siamo writers o vandali?» si chiedereb be il sommo Totò). Qui, comunque, si tengono sottovetro i Mondrian dove c’è molto bianco, e i Klee su un sacco sfrangiabile. I Kandinskij e Picasso molto colorati sono invece sotto sorveglianza di guardiani attentissimi. Come gli Ernst e i Rothko e i Dubuffet.Mal’attuale buona mostra di Warhol è addirittura commovente. I multipli degli incidenti colorati e le Gioconde sbiancate e le Ultime Cene capovolte e le variazioni su falci e martelli coi marchi industriali di fabbricari-sultano trovate epocali come gli attigui " découpages" di Matisse. E davanti alle confezioni di detersivi da supermarket si commemorano ancora i bei tempi dell’arte fai-da-te con gli scato-loni. Però di fronte alle famose lattine di zuppe si aggrottano pensose molto ciglia giovani: quei brodi sembrano ormai difficili da capire.Andy li ritrae senza irriverenze: non è arrivato fino alla contestazione del fast food globale. Altro che la moda di Seattle, in quel Village. Tutta assolutamente all’opposto, la Collezione Bùhrie può sembrare una sfida provocatoria, nell’ostentata intimità casalinga della villetta borghese in un sobborgo residenziale sul lago di Zurigo. Stanzette minuscole ove si faticherebbe a pranzare in dodici; buccia d’arancia in cementite modestissima " anni Cinquanta" alle pareti; parquet economico.Ma subito dietro il portiere, un ritratto della moglie di Rembrandt; su per la scaletta, file di Delacroix e Courbet strabilianti. (Di Delacroix, perfino il «Tasso all’Ospedale di Sant’Anna», già appartenuto al facoltoso turco-parigino Khalil Bey). E appena affacciandosi, qua un " pieno" di Canaletto, Guardi, Goya, Tiepolo, Greco, Bernardo Strozzi, Tintoretto. Là, quattro pareti di Greuze, Ingres, Corot, Fragonard, Degas. Con fiordi bei mobili, ceramiche, sculture ligneeIl signor Buehrle era un ricchissimo industriale delle armi, morto nel 1956; e la figlia erede fu sposa del celebre pianista Geza Anda, specialista di Mozart e Liszt.Ma la richiesta di prestiti d’opere era talmente intensa che dopo una tournée della quadreria in Germania e Inghilterra e Stati Uniti e Giappone e Canada fu deciso di non concederle più. (Una eccezione epocale: «L’Italiana» di Picasso a Palazzo Grassi, tre anni fa). Mai la minima pubblicità. Apertura di poche ore pomeridiane, ogni settimana. E dunque, una tranquillità totale per guardare sette Manet in una stanza da letto, con ninfee di Monet e ballerine di Degas, un piccolo Rubens sopra una stufa di ceramica, una sensazionale «Messalina» di Tou-louse-Lautrec, i parecchi Gau-guin e Renoir e Seurat e Fantin-Latour qua e là. Anche un " office" femminile: Berthe Morisote Mary Cassati. Con scelte paragonabili alla raccolta Cour-tauid, ora sistemata in grande splendore a Londra.Tutto molto pieno, su queste cementiti limone pallido o rosa cipria o cenere spenta. I Matisse e i Braque sono su un pianerottolo, evidentemente per non spostare i Ruysdael e Saenredam e gli Hais che affollano un salottino con un piano a mezza coda e due poltroncine, su un parquet verniciato a quadratini verdi color cedrata.E anche i Modigliani e i Chagall e i Rouault ricolmano una rampa di scale. Fra le gemme: un vecchio giardiniere di Cézanne, una famigliola a pranzo di Monet, e due Manet sensazionali. Un parapetto diagonale come un ponte giapponese; e un volo basso di rondini intorno agli uccelli sui cappellini di due signore sedute su un prato. (Ma le sculture lignee qui sono solo dell’Alto Medioevo e del Rinascimento tedesco).E gli italiani?Può diventare interessante – fuor idalle attuali ristrutturazioni-spettacolo a Londra — guardare come sono appesi i nostri cari nelle illustri raccolte di Oxford e Cambridge. Là i facoltosi e nobili ex-alunni donavano parte dei tesori d’arte acquistati nel Grand Tour: dunque, non solo i Domenichino ex-Giustiniani e i Pietro da Cortona ex-Sacchetti e i Poussin o Lorrain già di casa Colonna, e i Tiziano già di Cristina di Svezia: una Lucrezia e una Venere. Anche i bei Cézanne lasciati da Lord Keynes al Fitzwilliam di Cambridge. E all’Ash-molean di Oxford, a pochi mesi dalla morte del grande studioso Francis Haskell, ecco già un altro Tiziano (un ritratto di Giacomo Doria) donato dagli amici in sua memoria. E acquistato evidentemente a un’asta di adesso: in un battibaleno.Scatta dunque il solito ingenuo tormentone: come mai nei nostri musei migliori (anche lombardi e piemontesi e veneti) generalmente i cartellini delle munificenze si arrestano ai primi del Novecento? E che cosa avranno donato, gli amici, in memoria di Cesare Brandi o Federico Zeri? E nelle più presti giose università secolari, con quali munificenze erudite e tangibili si onorarono concretamente i più venerati Rettori Magnifici e i più ammirati luminari «honoris causa»?Dietro i colonnati ionici e corinzi dell’età vittoriana, dentro l’Ashmolean e il Fitzwilliam si accumulano — ristrutturati — oltre due secoli eclettici di lasciti eterogenei spesso allucinanti:bronzi e marmi greci e romani e indiani e persiani, argenterie e maioliche, armi e miniature e monete, codici e cineserie e fondi-oro. Ma considerando la pittura italiana, le scuole dell’arredo sono differenti, per gli stessi artisti.A Cambridge, sobrie stoffe in tinte unite non troppo chiare: verdone per gli italiani, tabacco per gli olandesi e fiamminghi, rosso pompeiano per i ritratti aristocratici inglesi, giallo spento per le composizioni di fiori. Quindi, un effetto ottimale per i Pinturicchio e i Veronese e i Palma e i Bassano e i Carracci e i Quercino e i Reni e i Dolci e i Rosa e i Belletto. Come per i Rubens, gli Hais, i Van Dyck, gli Hogarth, i Raeburn, i Wright ofDerby. Ma con un reticolo metallico cangiante dietro i fondi-oro toscani. Un po’ da vetrinistica.A Oxford usano invece i damaschi di colori sgargianti e disegni lucidissimi — come nelle sale più sfacciate della National Gallery londinese — perfino dietro il misterioso «Incendio nella foresta» di Piero di Cosimo, con tutti quegli animali enigmatici e assorti. Quanti aggressivi scarlatti e turchesi e lavande e resede ghiacciate e rosa-confetto da bordello della Belle Époque, fra Ghirlandaio e Orcagna e Giorgione e Bellini e Bronzino e Crivelli e Tintoretto e Lanfranco e i post-impressio-nisti fra cui abbonda Pissarro. Oltre agi i scavi di Arthur Evans a Creta, qui le chicche sono forse i ritratti russi: un Andrej Belyi di Leon Bakst, un Riike di Pasternak padre, una Caterina II di Alexandr Benois. Ma la gemma rimane la «Caccia in foresta» di Paolo Uccello, assolutamente il dipinto più elegante che si conosca: tutti illuminatiin un buio notturno, e tutti stanno gridando con espressioni interessantissime, coi loro berrettini e le giacche rosse tra cani araldici fantastici e chic come gli animali espressivi di Piero di Cosimo.Al piano di sopra, violenti e vistosi paonazzi da arredo kitsch per i peggiori preraffaelliti: con monache sante fra gigli e piccine derelitte nel fango: e ben gli sta?Ma proprio nella medesima Oxford, l’illustre collezione dei lasciti al Christ Church College è stata sistemata in un ampio garage apposito, tutto severamente nudo e bianco, da elettrauto minimalista. In fondo, la celeberrima «Macelleria» d’Annibale Carracci, e una sua cospicua «Madonna di Bologna». Inoltre, dieci Sibille e un Centauro di Filippino Lippi, tré Lorenzo Lotto fra cui una ragguardevole «Cena in Emmaus», Calvari e Mosè e Nascite della Vergine e Continenze di Scipione e San Lorenzi (di Giovanni di Paolo, Salvator Rosa, Giaquinto, Van Dyck, Tintoretto) con un contorno di Bambini Vispi e di Tebaidi.Qui si studiarono John Ru-skin, Lewis Carrol, W.H. Au-den, quando la «Macelleria» era ancora appesa nelle cucine del collegio.Ma chissà se le prossime mode porteranno qui i broccati abbaglianti del Museo a pochi passi, sbiancando severamente là dentro le pareti oggi abbigliatissime? A teatro lo si vede ogni giorno: le Aide si svolgono ormai in nudi obitori, mentre gli addobbi delle Cleopatre e dei Radames passano ad agghindare le mostre spettacolo…E dopo guardando poi nel castello di Windsor tutti gli stucchi e gli ori sette-ottocenteschi rifatti adesso nuovi e dunque ‘falsi’ dopo l’incendio di qualche anno fa, si potrebbe forse riflettere: sarà più opportuno ‘ripristinare tutto’ (come anche nelle grandi residenze russe Pavlosk e Petrhof, presso San Pietroburgo), o conservare gli sfregi delle bombe, come nel palazzo Reale di Milano? Due scuole, forse non solo di restauro: chi vince la guerra cancella le ferite, anche se l’assedio di Leningrado fu epico. Chi perde le fa vedere ai nipotini.

Autore: Alberto Arbasino

Fonte:La Repubblica

La natura della natura morta: pittura e fotografia a confronto a Bologna

«Bologna è la città di Morandi, il più grande pittore della natura morta del XX secolo. E quindi ci è sembrato quasi naturale organizzare una mostra che ripercorresse le fortune d’un genere a torto considerato minore e che potesse essere considerata un omaggio a questo artista». Così Peter Weiermair drettore tedesco della Galleria d’Arte Moderna di Bologna preenta la mostra «La natura della natura morta». Dal primo dicembre al primo aprile la manifestazione propone, attraverso 140 quadri e quasi altrettante istantanee, un doppio percorso nella pittura e nella fotografia, inseguendo analogie e contrapposizioni su uno stesso tema.«Per molto tempo – spiega Weiermair – la natura morta quasi non piaceva ai pittori, sembrava più importante fare paesaggi o ritratti. Ci siamo chiesti perché non fare un’analisi di questo soggetto, non in tutta la storia dell’arte, ma dall’inizio della modernità. Partiamo così da Manet e cerchiamo opere chiave, che possano illustrare il cambiamento del modo di pensare o di vedere la natura morta». In ordina cronologico la sezione «Da Manet ai giornki nostri» presenta l’alternarsi di sperimentazioni stilistiche e di riprese della tradizione. «Componenti convenzionali come fiori, frutti, stoviglie o strumenti musicali – dice ancora Weiermair – offrono agli artisti spunti inesauribili per la sperimentazione: si va dalle indagini ottiche di Manet agli scardinamenti prospettici di Cézanne, dalla vorticosità spaziale dei Futuristi alla disarticolazione percettiva dei cubisti, dall’esuberanza cromatica di Jawlensky alle classiche cadenze di Morandi, alla matericità di Fautrier».L’attenzione e la sensibilità degli artisti intercettano nuovi oggetti, mode e abitudini: vasi e ventagli orientali sono frequenti alla fine dell’Ottocento, più in là troveremo piante grasse, frutti e cibi esotici, giocattoli e soprattutto strumenti meccanici e prodotti industriali, mentre nella pop art saranno protagonisti i fedeli ritratti di merci di consumo come la Coca-Cola o le zuppe Campbell. La pittura ha spesso influenzato la fotografia, ma talora è successo l’inverso, così la sezione «Da Fox Talbot ai nostri giorni» mette in evidenza i reciproci influssi. Composta da 140 vintages, stampe originali d’epoca provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, documenta l’evoluzione della fotografia nell’arco di 150 anni. «Fin dagli inizi – dice ancora Weiermair – il desiderio dei neofiti di questo strumento è stato di vedere considerato il proprio lavoro in tutto e per tutto un’arte». Così agli inizi i fotografi cercano in qualche modo di «rifare» la pittura più o meno classica: il repertorio degli oggetti ritratti – composto per lo più da frutta, vasi, uova, bicchieri e teschi – diventa protagonista anche sulle prime immagini al collodio o all’albumina.«Ma durante il percorso evolutivo della fotografia si assiste a un ribaltamento di ruoli nei confronti dell’arte tradizionale: da una condizione di subordinazione come strumento tecnicamente utile per virtuosismi pittorici a medium del fare artistico contemporaneo». La convergenza tra arte e fotografia si consolida dopo il 1915, tanto che Man Ray afferma «ciò che non posso dipingere fotografo e ciò che non posso fotografare dipingo». Il match tra pittura e fotografia vede sul fronte dell’immagine le opere di grandi autori dell’Ottocento come William Henry Fox Talbot, Adolphe Braun, Eugène Cuvelier. Si passa poi ai maestri del «pittorialismo» come Heinrich Kuhn e Adolf De Mayer, quindi a big del Surrealismo come Herbert List e Madame Yevonde. Non mancano esponenti della Nuova Oggettività come Piet Zwart o Emmanuel Sougez, e attraverso Bayer, Reichmann, Man Ray si arriva ai protagonisti del dopoguerra da Wols a Warhol, fino a Hockney e Mapplethorne. «Questa mostra – conclude Weiermair – è la prima parte di una trilogia, abbiamo infatti in cantiere due altre grandi esposizioni sul tema del corpo e sul ritratto-autoritratto. Anche in questi casi cammineremo sulle due gambe della pittura e della fotografia».

Autore: Rocco Moliterni

Fonte:La Stampa

L’amore e i situazionisti

E per un buon inizio di 2002 a Torino una mostra sull’amore. Ma cos’è l’amore? Uno stato elettrico del corpo e della mente, un movimento sincopato, una danza frenetica del corpo. Magia e passione insieme. Per la sua seconda personale negli spazi della galleria Luigi Franco .(v. S. Agostino 23, fino all¹8 febbraio) Marzia Migliora ha scelto il titolo: The Flicker ovvero " il guizzo" , " il fremito" , " il tremolio" : due video proiezioni e una serie di scatti fotografici. In " Campo magnetico" l’artista tenta di afferrare con la bocca una mela rossa appesa a un filo: un gioco di attrazione evidenziato da una continua intermittenza di luci ed ombre, un movimento continuo dei sensi accompagnato da un sonoro che da lento si fa, pian piano, sempre più veloce. La lentezza accompagna invece il video " Stato elettrico" dove i capelli di una donna immobile, vestita di rosso, si alzano espandendosi intorno al viso. La corona di capelli, che si compone nel corso di una paziente attesa, rimanda ai prodigi delle fiabe e insieme alla condizione miracolosa dell¹innamorarsi." C’est pas joli joli" è invece il titolo curioso di un¹unica mostra che inaugurerà l’11 gennaio in due differenti sedi espositive: l’Oratorio di San Filippo (via Maria Vittoria 5, fino al 9 febbraio) e il Centre Culturel Francais (via Pomba 23, fino al 2 marzo). In mostra i lavori di nove artisti della Station di Nizza. Nel 1996 nel centro della città francese, i locali di una stazione di servizio di benzina in disuso vengono trasformati da un gruppo di giovani artisti in uno spazio no profit che ha riunito negli anni una parte significativa della ricerca artistica contemporanea francese, ma non solo. Nello spazio di rue Gambetta si sono svolte infatti, moltissime mostre di artisti internazionale con l¹obiettivo di testimoniare temi e ricerche dell¹arte di questi ultimi anni.L’invito agli artisti di Nizza parla di pittura che si trasforma in istallazione con i lavori di Cédric Teisseire, Marc Chevalier, Olivier Bartoletti, Agnès Vitani, Stéphane Dafflon, Ingrid Marie Sinibaldi, Stéphane Steiner ma anche di fotografia e video ridisegnando il proprio corpo e la propria immagine come nei lavori di Natacha Lesueur, Brice Dellsperger.

Autore: Lisa Parola

Fonte:La Stampa