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Finanziaria: emendamento FI no stop assunzioni ben culturali

Non ci sara’ blocco delle assunzioni per il personale della P.A. addetto alla tutela dei beni culturali. E’ questo l’effetto di una proposta di modifica alla manovra approvata ieri sera e presentata da Gioacchino Alfano di Forza Italia. ”E’ stato approvato un mio emendamento – annuncia Alfano – grazie al quale la deroga al blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione viene estesa al personale addetto alla tutela dei beni culturali. Si tratta dell’accoglimento di un principio importante – prosegue – che porta a considerare gli addetti ai beni culturali come personale che svolge una funzione strategica e prioritaria come quelle di sicurezza pubblica e difesa nazionale”

Fonte:ANSA

Un luogo per conoscersi non solo per informarsi

Il museo è per lo più autocelebrativo. I committenti fanno erigere edifici che diventano una specie di ‘marchio di fabbrica’. «Le persone costruiscono musei per i motivi più diversi, perché sono magici, perché creano posti di lavoro, ma soprattutto perché rafforzano l’ego dei committenti» dice Deyan Sudjic, che, curatore della Biennale di architettura ha dedicato ampio spazio a questo tema.

Tra i lavori più interessanti dei prossimi anni, il critico annovera l’ampliamento del Moma a New York fatto da Yoshio Taniguchi, un museo d’arte a Graz, disegnato da Peter Cook e Fournier, un museo sull’immigrazione, dal forte valore simbolico, progettato da Fernando Romero, un giovane architetto messicano. Sono tutte realtà che vedremo alla luce fra qualche anno. Ma che cosa rappresentano, oggi, i musei? Lo abbiamo chiesto all’architetto Nikos Georgiadis dello studio Anamorphosis che ha progettato il Museo del Mondo Ellenico ad Atene, un progetto che è stato esposto alla Biennale di Venezia.

Sono cambiati i musei negli ultimi anni?

«Moltissimo. Sono diventati istituzioni prestigiose finanziate in modo diretto o indiretto dal settore privato. Il più delle volte sono edifici simbolo del potere del proprietario o rappresentazioni dello stile dell’architetto che li realizza».

Ci sono delle caratteristiche comuni fra i musei della nuova generazione?

«In genere questi edificisimbolo non instaurano un legame fra gli oggetti che espongono che sono trattati individualmente, senza nessuna relazione gli uni con gli altri. La maggior parte dei nuovi musei è ancora legata alla vecchia idea di ‘collezione’ per cui gli oggetti in mostra vengono esposti e collegati tra loro secondo il gusto di chi cura l’esposizione».

Quindi?

«In realtà oggi si sente sempre più la necessità di creare piccoli musei strettamente correlati alla cultura locale, alle attività tradizionali di un luogo. Oppure piccoli musei archeologici, lontani dalla città, posizionati in aree rurali o in piccoli centri urbani».

Come cambieranno i musei nei prossimi anni?

«Molti musei tendono a privatizzare lo spazio urbano. Volendo usare toni più ottimistici direi che l’evoluzione dei musei passa attraverso il fatto che devono togliersi la veste istituzionale, di emblema culturale, e ritornare ad essere un manufatto urbano che fa parte dello spazio cittadino. Riscuotono molto successo, come spazio per i musei, i vecchi edifici industriali proprio perché con il passare degli anni la loro struttura è diventata parte integrante della cultura e della storia pubblica».

Dunque, quale dovrebbe essere il ruolo del museo?

«Il museo non rappresenta solo un luogo di incontro, ma deve riflettere il contesto e la storia del luogo. Deve produrre nuovi concetti spaziali che riguardano non solo il suo contenuto, ma l’ambiente esterno. Oggi i musei vivono una situazione di sofferenza il che crea disinteresse nella gente che non ha più voglia di vedere, di imparare. Le persone, in realtà, hanno bisogno di capire l’importanza di riappropriarsi dello spazio come condizione fondamentale per vivere l’esperienza museale che va al di là della mera curiosità visiva».

L’avvento della realtà virtuale e delle tecnologie digitali ha influenzato in qualche modo i musei?

«Spesso l’idea di incorporare la realtà virtuale o strutture tecnologiche sofisticate all’interno di un museo ha prodotto edifici che operano più come un sofisticato centro di informazioni piuttosto che come istituzioni che trasmettono conoscenza. A questo proposito vorrei sottolineare il fatto che acquisire informazioni è un processo totalmente diverso da quello educativo e conoscitivo che dovrebbe avvenire in un museo. I siti archeologici, per esempio, sono i migliori musei perché fanno entrare il pubblico nello spazio reale».

Cosa ne pensa dei progetti museali che sono stati esposti alla Biennale di Venezia?

«Molti progetti mostrano una buona dialettica con lo spazio. Ma alcuni famosi architetti insistono a ripetere se stessi realizzando edifici che sono celebrativi del proprio stile».

C’è qualche museo che considera simbolico dell’età contemporanea?

«Non si dovrebbe guardare al futuro senza considerare la relazione con il passato. In un certo senso il museo più ‘contemporaneo’ è quello che ha a che fare col passato. Prendiamo, per esempio, il museo in costruzione dell’Acropoli di Atene che dovrebbe ospitare i più importanti reperti archeologici della civiltà occidentale. Destinato a diventare un edificio simbolo della città di Atene, proprio per questo fallisce nell’intento di essere il museo giusto per l’Acropoli. Per edificarlo c’è bisogno di distruggere un ricco sito archeologico, il che mette in questione l’intero progetto. Tra l’altro messo lì, proprio di fianco all’Acropoli ingaggia una gara tanto forte, quanto patetica, con la stessa Acropoli».

Autore: Rosa Tessa

Fonte:La Repubblica

«Curano» i malanni di Pompei

Pompei: 60 ettari di muri e preziose pitture disastrati da antichi terremoti ed eruzioni e che da duecentocinquanta anni, cioè da quando s’iniziò a scavare quella città sepolta dal Vesuvio, subiscono gli attacchi delle intemperie, di altri terremoti, dell’umidità, delle muffe, ed ora anche dell’inquinamento e di un paio di milioni di turisti all’anno, che letteralmente la consumano.

Ai molti mali che affliggono questo gioiello del patrimonio culturale dell’umanità si cerca di porre rimedio attraverso restauri oculati, basati su una diagnosi precisa, capace di individuare le numerose componenti che determinano il danno e d’indicare i più opportuni rimedi, cioè i prodotti del restauro e le tecniche d’applicazione di questi. La fase diagnostica, nella conservazione dei Beni Culturali, è la più complessa e delicata, ma è anche assolutamente determinante per la buona riuscita degli interventi.

Per questo da alcuni anni anche in Italia il Ministero per i Beni e le Attività Culturali prescrive obbligatoriamente indagini diagnostiche preventive ad ogni restauro.Si è posta, dunque, la necessità di formare una nuova figura professionale, che, da una parte affianca l’archeologo e lo storico dell’arte, e dall’altra il restauratore, inteso come esecutore materiale delle operazioni di restauro. Questo nuovo esperto ha competenze storico-artistiche di base e, al tempo stesso, è ben preparato nei settori scientifici della chimica, petrografia, mineralogia e biologia applicate ai Beni Culturali. Il suo percorso formativo è fortemente innovativo, in quanto basato su un’impostazione metodologica interdisciplinare in cui le conoscenze storico-artistiche ed architettoniche s’integrano con quelle tecnico-scientifiche.

Nell’ambito della riforma universitaria questa formazione è fornita dalla laurea triennale in Scienze e Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali, attiva da due anni anche presso l’Università di Parma e sostenuta dalle competenze scientifiche e didattiche presenti nella Facoltà di Scienze. Infatti, diversi biologi, chimici, fisici e geologi dell’Ateneo sono da tempo coinvolti in numerosi progetti scientifici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Cnr (Centro Nazionale delle Ricerche), quali il restauro degli affreschi e delle strutture della Cattedrale e del Torrazzo di Cremona e di diverse opere del Parmigianino, di Piero della Francesca e di Giovanni Bellini.

Da due anni, inoltre, essi affiancano i colleghi archeologi della nostra Università a Pompei, nell’ambito del «Progetto Insula del Centenario», condotto dall’Università di Bologna sotto la direzione di Daniela Scagliarini Corlàita.

Si tratta di studiare, documentare, restaurare e valorizzare un grande isolato della città vesuviana, che comprende una magnifica domus interamente dipinta e dotata di fontane, saloni, terme private, diverse botteghe, un antico albergo (hospitium) e due abitazioni minori.

A questo progetto, della durata quinquennale, l’Università di Parma collabora fornendo, appunto, oltre al responsabile scientifico operativo nella persona di Sara Santoro, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana, l’intera équipe archeometrica che si occupa dello studio dei muri, delle malte con cui sono costruiti, degli intonaci e dei pigmenti. Questa ricerca consente di porre salde basi scientifiche per il restauro delle pitture, realizzando accurate indagini diagnostiche e redigendo le linee guida degli interventi successivi (i responsabili in tali settori sono Antonella Casoli, docente di Chimica dell’ambiente e dei Beni culturali, Achille Bonazzi, Georisorse applicate ai Beni Culturali e Roberto Negri, Tecniche del restauro).

Inoltre unicamente all’Ateneo parmense il Ministero ha voluto affidare l’indagine sull’adiacente Casa del Maiale, un’abitazione di dimensioni più ridotte rispetto alla casa del Centenario, ma di tipologia insolita (una «casa atipica» nel panorama pompeiano), anch’essa decorata da splendide pitture.

Da tre anni ogni primavera 8 fortunati, selezionatissimi studenti dell’Ateneo hanno avuto la straordinaria possibilità di lavorare a Pompei a fianco dei loro docenti, per analizzare e documentare lo stato di conservazione di strutture murarie, pitture, mosaici, proporre e sperimentare metodologie di restauro, fare scavi alla ricerca delle più antiche fasi edilizie di Pompei. Ne sono scaturite alcune tesi di laurea di tale livello ed interesse che la Soprintendenza ai beni Archeologici di Pompei Ercolano e Stabia ha adottato, per il proprio Laboratorio di restauro, molte delle metodologie suggerite dagli studenti di Parma.

Da ultimo l’intera équipe, docenti, studenti, laureandi e dottorandi, sull’onda del grande interesse scientifico che contraddistingue la missione, sta preparando la pubblicazione dei risultati di questi anni d’intenso, silenzioso lavoro dedicato alla conservazione ed alla cura dei mali di Pompei.

Autore: S. S.

Fonte:La Gazzetta di Parma

Londra antica in un archivio

Il Museum of London
Il progenitore dell’attuale Museum of London è il Guildhall Museum, che venne fondato nel 1826. Da allora, grazie al costante incremento delle collezioni, l’istituzione è cresciuta fino alle dimensioni attuali, che ne fanno uno dei più grandi musei di storia umana del mondo. Il museo si articola in otto sezioni, rispettivamente dedicate alla preistoria, all’età romana, all’epoca sassone, alla Londra medievale, all’epoca dei Tudor e degli Stuart, al XVIII secolo, al XIX secolo e alla Londra del XX secolo.

Informazioni
Il London Archaeological Archive and Research Centre ha sede nella Mortimer Wheeler House del Museum of London, 46 Eagle Wharf Road, Hackney. Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere al museo stesso, al numero 00442078145777. L’uso del LAARC è gratuito e si svolge su appuntamento.
E-mail: llarc@museumoflondon.org.uk

Per molto tempo l’archeologia inglese ha avuto la tendenza a sottovalutare gli archivi, per essi intendendo l’insieme dei materiali ritrovati durante lo scavo, delle schede che li descrivono e la documentazione grafica e fotografica.
Le risorse economiche disponibili non sono state indirizzate anche alla tutela di questo tipo di documentazione, secondo criteri di sostenibilità dell’impresa e di accessibilità delle conoscenze, e il valore di questo patrimonio ai fini della ricerca è stato sottostimato. Una nuova iniziativa avviata dal Museum of London intende ora rimediare a queste lacune e punta a evidenziare il rapporto che deve intercorrere tra queste due componenti dell’attività di indagine. Gli archivi debbono essere curati e gestiti affinchè possano essere accessibili. Se resi accessibili, essi possono divenire oggetto di ricerca e il loro valore può essere sfruttato al massimo livello: adottando una simile strategia, la loro cura diviene un’operazione capace di centrare l’obiettivo di un rapporto equilibrato tra costi e benefici.Sin dalla sua fondazione, che ha avuto luogo nel 1976, il Museum of London ha ricoperto il ruolo di “casa” dell’archeologia per la capitale inglese. Le sue unità di scavo hanno condotto la maggior parte delle indagini avviate nella Greatere London (la contea metropolitana che comprende la City e i distretti suburbani, per un totale di quasi 1600 Kmq., n.d.r.), e hanno legato il nome dell’istituzione a scoperte di grande rilievo, come quelle dei teatri shakespeariani “Rose” e “Globe” sul Bankside, dell’anfietatro romano localizzato al di sotto di Guildhall Yard o dell’insediamento sassone di Ludenwic, che si estendeva nell’area in cui sorge oggi il Covent Garden.
Le gallerie più importanti del museo raccontano la storia di Londra dalla preistoria al XX secolo, e danno ampio risalto al patrimonio archeologico cittadino, una scelta che ha avuto eco anche nell’organizzazione di alcune delle più importanti esposizioni temporanee allestite negli ultimi anni.E’ stato il caso di London Bodies, una mostra dedicata alla popolazione londinese nel corso dei secoli, per la quale ci si è serviti di numerosi scheletri rinvenuti in contesti archeologici; o anche di High Street Londinum, esposizione con la quale si è voluto dimostrare quanta importanza abbiano avuto le indagini archeologiche condotte nel corso degli ultimi anni per la ricostruzione della città in età romana. Di recente, molti gli sforzi dello staff del museo si sono inoltre concentrati sulla immediata divulgazione delle scoperte. Ne è un esempio il sarcofago ritrovato nell’area di Spitalfields nel 1999, ai margini del quartiere della City.

Scavare e far conoscere
Anche “dietro le quinte” del museo si è fatto molto per garantire una corretta archiviazione e documentazione dei materiali provenienti dagli scavi condotti a Londra. Da tempo, infatti, era maturata la convinzione che la creazione di un archivio efficiente sarebbe stata un’impresa certamente impegnativa, ma che, al tempo stesso, avrebbe potuto permettere la realizzazione di uno strumento di ricerca preziosissimo. Con la creazione del LAARC (London Archaeological Archive and Research Centre) ci sentiamo ora di poter dire che il Museum of London ha vinto questa ambiziosa scommessa.
I problemi legati alla cura degli archivi archeologici non riguardano soltanto il caso londinese: uno studio analitico del problema ha messo in luce il ricorrere di carenze e lacune a livello nazionale. Le unità di scavo si sono dimostrate, di solito, piuttosto lente nel trasferire i propri dati d’archivio ai musei, e questi ultimi, dal canto loro, hanno faticato non poco per reperire spazi e risorse adeguate. Al tempo stesso tutti concordano sul fatto che gli archivi rappresentano il corpus di dati più importante di quel che sopravvive a un’indagine condotta sul campo. Essi, infatti, sono una testimonianza insostituibile del lavoro svolto, poiché dei siti, data la natura distruttiva dell’intervento di scavo, non si conserva quasi nulla.
Tuttavia, non ci si può accontentare della scelta di conservare adeguatamente gli archivi soltanto perché esi sono la traccia di uno scavo. Gli archivi devono essere creati anche al fine di poter essere utilizzati,. Il LAARC è stato creato proprio con l’intenzione di ottenere questo duplice risultato. Gli archivi devono essere conservati in maniera adeguata e, se così è, essi possono essere impiegati come strumento per la ricerca e come basi di partenza per l’avvio di nuove attività archeologiche: esposizione, formazione, gestione. Scegliere di curare un archivio ha senso soltanto se si sceglie di renderlo disponibile per soddisfare queste esigenze.

Strutture d’avanguardia
Per il LAARC è stata scelta come sede la Casa di Mortimer Wheeler (il grande archeologo fu uno dei conservatori del museo dal quale ha avuto origine l’attuale Museum of London, accanto agli uffici del MOLAS (Museum of London Archaelogy Service) e del MoLSS (Museum of London Special ist Services). L’edificio ospita anche una parte consistente delle collezioni di storia sociale e del lavoro del museo, nonché la biblioteca della London Society. I lavori di allestimento sono stati finanziati grazie a fondi messi a disposizione dall’Heritage Lottery Fund /un fondo destinato ai beni culturali ricavato dagli introiti delle lotterie, con criterio analogo a quanto avviene in Italia con il gioco del Lotto), dal governo centrale britannico , dal Getty Grant Program e da molte altre organizzazioni, associazioni archeologiche e singoli donatori. Sono state ricavate due spaziose aree adibite a deposito, un centro per i visitatori e due laboratori. Sono state installate le più moderne strutture per l’archiviazione, realizzando anche un indice informatizzato e un sistema di accesso alla banca dati (quest’ultimo accessibile anche via Internet).
L’archivio londinese è di gran lunga il più grande del Paese: a oggi esso consta di circa 140.000 cassette di materiali, sistemate su 10.000 m. di scaffalature. Vi sono custoditi i reperti e le documentazioni di circa 5200 scavi. Tali cifre sono naturalmente destinate a crescere di anno in anno ed è per questo che il progetto della struttura è stato impostato in maniera tale da far sì che essa possa assorbire, almeno, i materiali che saranno recuperati nei prossimi 20 anni. Un simile obiettivo passa attraverso la ripianificazione dell’impiego degli spazi disponibili e la più razionale sistemazione delle collezioni esistenti.
Le attività di ricerca saranno coordinate attraverso la pubblicazione di un piano sistematico delle indagini archeologiche londinesi e una serie di collaborazioni con archeologi della capitale. Di vitale importanza è la collaborazione con l’Istituto di Archeologia della University of London, che oggi offre ai suoi studenti la possibilità di ottenere un diploma di livello specialistico in archeologia della città di Londra, attraverso attività di formazione presso il LAARC e la realizzazione di tesi su materiali ivi custoditi. Un’analoga partnership è stata avviata con il Birkbeck College, che organizza corsi di archeologia per adulti a Londra.

Consapevolezza del passato
Un’altra componente essenziale della comunità archeologica londinese è l’insieme delle associazioni locali e, anche in questo caso, il museo lavora insieme con queste strutture per incoraggiare la ricerca e l’uso del LAARC e hanno anche contribuito finanziariamente alla sua realizzazione. Fra di esse meritano d’essere segnalate la London and Middlesex Archaeology Society e la City of London Archaeology Society, che sono riuscite a raccogliere una somma di 200.000 sterline, versate al LAARC sotto forma di donazione. E’ auspicabile che progetti di società che conducono ricerche sul passato della città di Londra o collaborano alla gestione delle collezioni del LAARC riescano a trasmettere ai membri delle società locali la sensazione d’essere coinvolti in prima persona nelle problematiche dell’archeologia londinese: un obiettivo che, nel corso dell’ultimo decennio, si è fatto sempre più difficile, poiché l’attività di indagine è stata sempre più spesso, e in misura sempre crescente, finanziata dai soggetti che hanno realizzato i progetti di sviluppo infrastrutturale.

Il coinvolgimento del pubblico
Il LAARC non intende costituire un’alternativa alle gallerie del museo e vi è la più totale consapevolezza del fatto che gli archivi possono non essere il miglior modo per introdurre all’archeologia il pubblico dei non addetti ai lavori. Tra le attività dell’istituzione vi saranno dei week-end nel corso dei quali saranno organizzati eventi aperti al pubblico presso il LAARC, ma resta la convinzione che la valenza principale della neonata struttura è quella di una fondazione destinata ad altre attività. La mostra London Bodies non avrebbe potuto essere realizzata senza attingere all’archivio dei resti umani del museo e altri progetti di questo tipo verranno portati avanti. L’ordinamento e la razionalizzazione dei materiali che compongono l’archivio ha altresì reso possibile la creazione delle cosiddette “Scatole Romane”, contenitori che vengono messi a disposizione delle scuole e che raccolgono insiemi di materiali non stratificati, trasformati in collezioni didattiche; e, nella scorsa estate, le famiglie sono state invitate a partecipare a The Dig (”lo scavo”), uno scavo simulato con reperti originali.
La filosofia che ha guidato la creazione del LAARC è semplice, ma non intende imporre alla comunità archeologica una riconsiderazione delle proprie priorità. Per trent’anni abbamo acquisito esperienza nello scavo e nella documentazione dei materiali archeologici, confrontandoci con i rischi impliciti nella realizzazione delle grandi opere di ristrutturazione della città.
Al tempo stesso,tuttavia, non abbiamo sapito servirci dei risultati dei mnostri scavi per incrementare la conoscenza e l’apprezzamento del passato da parte del pubblico. Poco a poco sono state accumulate risorse enormi, ma sterili. Attraverso la loro adeguata gestione siamo adesso in condizioni di sfruttasrle per un’ampia gamma di usi, primo fra tutti quello della ricerca.
La nostra esperienza è che il LAARC si sviluppi come una fondazione importante per l’attività archeologica nella città di Londra e possa servire d’esempio per la realizzazione di imprese analoghe anche altrove.

Autore: Hedley Swain

Fonte:Archeo luglio 2002

Arte e artigianato in terra di Puglia

Ruvo è certamente una località della Puglia che, durante il XIX secolo, restituì le maggiori quantità di materiale funerario dalle tombe della zona; gli scavi, per lo più effettuati dai possidenti dei terreni in cui si trovavano le necropoli, andavano a formare o ad arricchire le collezioni delle maggiori famiglie pugliesi del territorio.

E’ famosa, per esempio, la collezione Jatta, oggi conservata nel Museo Nazionale di Ruvo.

Ma il saccheggio delle tombe contenenti i bellissimi vasi attici e apuli portò anche a una grandissima richiesta e a un altrettanto grande mercato dei vasi, molti dei quali sono oggi conservati nei musei di tutto il mondo. La collezione di antichità Lagioia, acquistata nel 1997 dalla Regione Lombardia, è una delle più importanti della Puglia; apparteneva a una famiglia imparentata con gli Jatta ed è stata ricomposta nella sua unità dopo le numerose divisioni ereditarie. Essa comprende oltre 700 reperti e vi sono rappresentate tutte le classi di materiali funerari pugliesi: figurine, rilievi, bronzetti, alabastri, oggetti di osso e avorio, vetro e pasta vitrea, ma soprattutto i vasi greci e magnogreci che furono prodotti ad Atene e poi nella stessa Puglia dal V al II secolo a.C. Oggi la collezione, dopo l’affidamento da parte della Regione Lombardia alle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano, viene aperta al pubblico nel Museo Archeologico, dal 7 marzo, con una sezione appositamente allestita, dal titolo “Vita e morte. Uomini e dèi di Magna Grecia nella collezione Lagioia”. Il percorso è stato suddiviso per temi, con una lettura delle scene figurate che offrono informazioni sulla vita quotidiana e sugli argomenti letterari e mitologici della società del tempo. Le due parti “Gli uomini e gli dèi” e “Gli uomini e i giorni” affrontano i principali temi legati alla vita religiosa e spirituale (devozione, Dioniso e il banchetto, Eros) e a quella quotidiana (matrimonio, moda, giochi, palestra, musica, cibo, animali). Per testimoniare il gusto collezionistico della fine dell’Ottocento sono stati inseriti nell’esposizione anche materiali falsi o di dubbia autenticità, sempre facenti parte della Collezione. Il Museo Archeologico di Milano diviene quindi uno dei più ricchi musei di testimonianze apule in Europa. In attesa del catalogo, in corso d’opera, è disponibile una guida completa con i testi dell’esposizione e 30 immagini dei maggiori reperti,

Autore: Donatella Caporusso

Fonte:Archeo – maggio 2002