Archivi autore: Amministratore

«Curano» i malanni di Pompei

Pompei: 60 ettari di muri e preziose pitture disastrati da antichi terremoti ed eruzioni e che da duecentocinquanta anni, cioè da quando s’iniziò a scavare quella città sepolta dal Vesuvio, subiscono gli attacchi delle intemperie, di altri terremoti, dell’umidità, delle muffe, ed ora anche dell’inquinamento e di un paio di milioni di turisti all’anno, che letteralmente la consumano.

Ai molti mali che affliggono questo gioiello del patrimonio culturale dell’umanità si cerca di porre rimedio attraverso restauri oculati, basati su una diagnosi precisa, capace di individuare le numerose componenti che determinano il danno e d’indicare i più opportuni rimedi, cioè i prodotti del restauro e le tecniche d’applicazione di questi. La fase diagnostica, nella conservazione dei Beni Culturali, è la più complessa e delicata, ma è anche assolutamente determinante per la buona riuscita degli interventi.

Per questo da alcuni anni anche in Italia il Ministero per i Beni e le Attività Culturali prescrive obbligatoriamente indagini diagnostiche preventive ad ogni restauro.Si è posta, dunque, la necessità di formare una nuova figura professionale, che, da una parte affianca l’archeologo e lo storico dell’arte, e dall’altra il restauratore, inteso come esecutore materiale delle operazioni di restauro. Questo nuovo esperto ha competenze storico-artistiche di base e, al tempo stesso, è ben preparato nei settori scientifici della chimica, petrografia, mineralogia e biologia applicate ai Beni Culturali. Il suo percorso formativo è fortemente innovativo, in quanto basato su un’impostazione metodologica interdisciplinare in cui le conoscenze storico-artistiche ed architettoniche s’integrano con quelle tecnico-scientifiche.

Nell’ambito della riforma universitaria questa formazione è fornita dalla laurea triennale in Scienze e Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali, attiva da due anni anche presso l’Università di Parma e sostenuta dalle competenze scientifiche e didattiche presenti nella Facoltà di Scienze. Infatti, diversi biologi, chimici, fisici e geologi dell’Ateneo sono da tempo coinvolti in numerosi progetti scientifici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Cnr (Centro Nazionale delle Ricerche), quali il restauro degli affreschi e delle strutture della Cattedrale e del Torrazzo di Cremona e di diverse opere del Parmigianino, di Piero della Francesca e di Giovanni Bellini.

Da due anni, inoltre, essi affiancano i colleghi archeologi della nostra Università a Pompei, nell’ambito del «Progetto Insula del Centenario», condotto dall’Università di Bologna sotto la direzione di Daniela Scagliarini Corlàita.

Si tratta di studiare, documentare, restaurare e valorizzare un grande isolato della città vesuviana, che comprende una magnifica domus interamente dipinta e dotata di fontane, saloni, terme private, diverse botteghe, un antico albergo (hospitium) e due abitazioni minori.

A questo progetto, della durata quinquennale, l’Università di Parma collabora fornendo, appunto, oltre al responsabile scientifico operativo nella persona di Sara Santoro, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana, l’intera équipe archeometrica che si occupa dello studio dei muri, delle malte con cui sono costruiti, degli intonaci e dei pigmenti. Questa ricerca consente di porre salde basi scientifiche per il restauro delle pitture, realizzando accurate indagini diagnostiche e redigendo le linee guida degli interventi successivi (i responsabili in tali settori sono Antonella Casoli, docente di Chimica dell’ambiente e dei Beni culturali, Achille Bonazzi, Georisorse applicate ai Beni Culturali e Roberto Negri, Tecniche del restauro).

Inoltre unicamente all’Ateneo parmense il Ministero ha voluto affidare l’indagine sull’adiacente Casa del Maiale, un’abitazione di dimensioni più ridotte rispetto alla casa del Centenario, ma di tipologia insolita (una «casa atipica» nel panorama pompeiano), anch’essa decorata da splendide pitture.

Da tre anni ogni primavera 8 fortunati, selezionatissimi studenti dell’Ateneo hanno avuto la straordinaria possibilità di lavorare a Pompei a fianco dei loro docenti, per analizzare e documentare lo stato di conservazione di strutture murarie, pitture, mosaici, proporre e sperimentare metodologie di restauro, fare scavi alla ricerca delle più antiche fasi edilizie di Pompei. Ne sono scaturite alcune tesi di laurea di tale livello ed interesse che la Soprintendenza ai beni Archeologici di Pompei Ercolano e Stabia ha adottato, per il proprio Laboratorio di restauro, molte delle metodologie suggerite dagli studenti di Parma.

Da ultimo l’intera équipe, docenti, studenti, laureandi e dottorandi, sull’onda del grande interesse scientifico che contraddistingue la missione, sta preparando la pubblicazione dei risultati di questi anni d’intenso, silenzioso lavoro dedicato alla conservazione ed alla cura dei mali di Pompei.

Autore: S. S.

Fonte:La Gazzetta di Parma

Londra antica in un archivio

Il Museum of London
Il progenitore dell’attuale Museum of London è il Guildhall Museum, che venne fondato nel 1826. Da allora, grazie al costante incremento delle collezioni, l’istituzione è cresciuta fino alle dimensioni attuali, che ne fanno uno dei più grandi musei di storia umana del mondo. Il museo si articola in otto sezioni, rispettivamente dedicate alla preistoria, all’età romana, all’epoca sassone, alla Londra medievale, all’epoca dei Tudor e degli Stuart, al XVIII secolo, al XIX secolo e alla Londra del XX secolo.

Informazioni
Il London Archaeological Archive and Research Centre ha sede nella Mortimer Wheeler House del Museum of London, 46 Eagle Wharf Road, Hackney. Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere al museo stesso, al numero 00442078145777. L’uso del LAARC è gratuito e si svolge su appuntamento.
E-mail: llarc@museumoflondon.org.uk

Per molto tempo l’archeologia inglese ha avuto la tendenza a sottovalutare gli archivi, per essi intendendo l’insieme dei materiali ritrovati durante lo scavo, delle schede che li descrivono e la documentazione grafica e fotografica.
Le risorse economiche disponibili non sono state indirizzate anche alla tutela di questo tipo di documentazione, secondo criteri di sostenibilità dell’impresa e di accessibilità delle conoscenze, e il valore di questo patrimonio ai fini della ricerca è stato sottostimato. Una nuova iniziativa avviata dal Museum of London intende ora rimediare a queste lacune e punta a evidenziare il rapporto che deve intercorrere tra queste due componenti dell’attività di indagine. Gli archivi debbono essere curati e gestiti affinchè possano essere accessibili. Se resi accessibili, essi possono divenire oggetto di ricerca e il loro valore può essere sfruttato al massimo livello: adottando una simile strategia, la loro cura diviene un’operazione capace di centrare l’obiettivo di un rapporto equilibrato tra costi e benefici.Sin dalla sua fondazione, che ha avuto luogo nel 1976, il Museum of London ha ricoperto il ruolo di “casa” dell’archeologia per la capitale inglese. Le sue unità di scavo hanno condotto la maggior parte delle indagini avviate nella Greatere London (la contea metropolitana che comprende la City e i distretti suburbani, per un totale di quasi 1600 Kmq., n.d.r.), e hanno legato il nome dell’istituzione a scoperte di grande rilievo, come quelle dei teatri shakespeariani “Rose” e “Globe” sul Bankside, dell’anfietatro romano localizzato al di sotto di Guildhall Yard o dell’insediamento sassone di Ludenwic, che si estendeva nell’area in cui sorge oggi il Covent Garden.
Le gallerie più importanti del museo raccontano la storia di Londra dalla preistoria al XX secolo, e danno ampio risalto al patrimonio archeologico cittadino, una scelta che ha avuto eco anche nell’organizzazione di alcune delle più importanti esposizioni temporanee allestite negli ultimi anni.E’ stato il caso di London Bodies, una mostra dedicata alla popolazione londinese nel corso dei secoli, per la quale ci si è serviti di numerosi scheletri rinvenuti in contesti archeologici; o anche di High Street Londinum, esposizione con la quale si è voluto dimostrare quanta importanza abbiano avuto le indagini archeologiche condotte nel corso degli ultimi anni per la ricostruzione della città in età romana. Di recente, molti gli sforzi dello staff del museo si sono inoltre concentrati sulla immediata divulgazione delle scoperte. Ne è un esempio il sarcofago ritrovato nell’area di Spitalfields nel 1999, ai margini del quartiere della City.

Scavare e far conoscere
Anche “dietro le quinte” del museo si è fatto molto per garantire una corretta archiviazione e documentazione dei materiali provenienti dagli scavi condotti a Londra. Da tempo, infatti, era maturata la convinzione che la creazione di un archivio efficiente sarebbe stata un’impresa certamente impegnativa, ma che, al tempo stesso, avrebbe potuto permettere la realizzazione di uno strumento di ricerca preziosissimo. Con la creazione del LAARC (London Archaeological Archive and Research Centre) ci sentiamo ora di poter dire che il Museum of London ha vinto questa ambiziosa scommessa.
I problemi legati alla cura degli archivi archeologici non riguardano soltanto il caso londinese: uno studio analitico del problema ha messo in luce il ricorrere di carenze e lacune a livello nazionale. Le unità di scavo si sono dimostrate, di solito, piuttosto lente nel trasferire i propri dati d’archivio ai musei, e questi ultimi, dal canto loro, hanno faticato non poco per reperire spazi e risorse adeguate. Al tempo stesso tutti concordano sul fatto che gli archivi rappresentano il corpus di dati più importante di quel che sopravvive a un’indagine condotta sul campo. Essi, infatti, sono una testimonianza insostituibile del lavoro svolto, poiché dei siti, data la natura distruttiva dell’intervento di scavo, non si conserva quasi nulla.
Tuttavia, non ci si può accontentare della scelta di conservare adeguatamente gli archivi soltanto perché esi sono la traccia di uno scavo. Gli archivi devono essere creati anche al fine di poter essere utilizzati,. Il LAARC è stato creato proprio con l’intenzione di ottenere questo duplice risultato. Gli archivi devono essere conservati in maniera adeguata e, se così è, essi possono essere impiegati come strumento per la ricerca e come basi di partenza per l’avvio di nuove attività archeologiche: esposizione, formazione, gestione. Scegliere di curare un archivio ha senso soltanto se si sceglie di renderlo disponibile per soddisfare queste esigenze.

Strutture d’avanguardia
Per il LAARC è stata scelta come sede la Casa di Mortimer Wheeler (il grande archeologo fu uno dei conservatori del museo dal quale ha avuto origine l’attuale Museum of London, accanto agli uffici del MOLAS (Museum of London Archaelogy Service) e del MoLSS (Museum of London Special ist Services). L’edificio ospita anche una parte consistente delle collezioni di storia sociale e del lavoro del museo, nonché la biblioteca della London Society. I lavori di allestimento sono stati finanziati grazie a fondi messi a disposizione dall’Heritage Lottery Fund /un fondo destinato ai beni culturali ricavato dagli introiti delle lotterie, con criterio analogo a quanto avviene in Italia con il gioco del Lotto), dal governo centrale britannico , dal Getty Grant Program e da molte altre organizzazioni, associazioni archeologiche e singoli donatori. Sono state ricavate due spaziose aree adibite a deposito, un centro per i visitatori e due laboratori. Sono state installate le più moderne strutture per l’archiviazione, realizzando anche un indice informatizzato e un sistema di accesso alla banca dati (quest’ultimo accessibile anche via Internet).
L’archivio londinese è di gran lunga il più grande del Paese: a oggi esso consta di circa 140.000 cassette di materiali, sistemate su 10.000 m. di scaffalature. Vi sono custoditi i reperti e le documentazioni di circa 5200 scavi. Tali cifre sono naturalmente destinate a crescere di anno in anno ed è per questo che il progetto della struttura è stato impostato in maniera tale da far sì che essa possa assorbire, almeno, i materiali che saranno recuperati nei prossimi 20 anni. Un simile obiettivo passa attraverso la ripianificazione dell’impiego degli spazi disponibili e la più razionale sistemazione delle collezioni esistenti.
Le attività di ricerca saranno coordinate attraverso la pubblicazione di un piano sistematico delle indagini archeologiche londinesi e una serie di collaborazioni con archeologi della capitale. Di vitale importanza è la collaborazione con l’Istituto di Archeologia della University of London, che oggi offre ai suoi studenti la possibilità di ottenere un diploma di livello specialistico in archeologia della città di Londra, attraverso attività di formazione presso il LAARC e la realizzazione di tesi su materiali ivi custoditi. Un’analoga partnership è stata avviata con il Birkbeck College, che organizza corsi di archeologia per adulti a Londra.

Consapevolezza del passato
Un’altra componente essenziale della comunità archeologica londinese è l’insieme delle associazioni locali e, anche in questo caso, il museo lavora insieme con queste strutture per incoraggiare la ricerca e l’uso del LAARC e hanno anche contribuito finanziariamente alla sua realizzazione. Fra di esse meritano d’essere segnalate la London and Middlesex Archaeology Society e la City of London Archaeology Society, che sono riuscite a raccogliere una somma di 200.000 sterline, versate al LAARC sotto forma di donazione. E’ auspicabile che progetti di società che conducono ricerche sul passato della città di Londra o collaborano alla gestione delle collezioni del LAARC riescano a trasmettere ai membri delle società locali la sensazione d’essere coinvolti in prima persona nelle problematiche dell’archeologia londinese: un obiettivo che, nel corso dell’ultimo decennio, si è fatto sempre più difficile, poiché l’attività di indagine è stata sempre più spesso, e in misura sempre crescente, finanziata dai soggetti che hanno realizzato i progetti di sviluppo infrastrutturale.

Il coinvolgimento del pubblico
Il LAARC non intende costituire un’alternativa alle gallerie del museo e vi è la più totale consapevolezza del fatto che gli archivi possono non essere il miglior modo per introdurre all’archeologia il pubblico dei non addetti ai lavori. Tra le attività dell’istituzione vi saranno dei week-end nel corso dei quali saranno organizzati eventi aperti al pubblico presso il LAARC, ma resta la convinzione che la valenza principale della neonata struttura è quella di una fondazione destinata ad altre attività. La mostra London Bodies non avrebbe potuto essere realizzata senza attingere all’archivio dei resti umani del museo e altri progetti di questo tipo verranno portati avanti. L’ordinamento e la razionalizzazione dei materiali che compongono l’archivio ha altresì reso possibile la creazione delle cosiddette “Scatole Romane”, contenitori che vengono messi a disposizione delle scuole e che raccolgono insiemi di materiali non stratificati, trasformati in collezioni didattiche; e, nella scorsa estate, le famiglie sono state invitate a partecipare a The Dig (”lo scavo”), uno scavo simulato con reperti originali.
La filosofia che ha guidato la creazione del LAARC è semplice, ma non intende imporre alla comunità archeologica una riconsiderazione delle proprie priorità. Per trent’anni abbamo acquisito esperienza nello scavo e nella documentazione dei materiali archeologici, confrontandoci con i rischi impliciti nella realizzazione delle grandi opere di ristrutturazione della città.
Al tempo stesso,tuttavia, non abbiamo sapito servirci dei risultati dei mnostri scavi per incrementare la conoscenza e l’apprezzamento del passato da parte del pubblico. Poco a poco sono state accumulate risorse enormi, ma sterili. Attraverso la loro adeguata gestione siamo adesso in condizioni di sfruttasrle per un’ampia gamma di usi, primo fra tutti quello della ricerca.
La nostra esperienza è che il LAARC si sviluppi come una fondazione importante per l’attività archeologica nella città di Londra e possa servire d’esempio per la realizzazione di imprese analoghe anche altrove.

Autore: Hedley Swain

Fonte:Archeo luglio 2002

Arte e artigianato in terra di Puglia

Ruvo è certamente una località della Puglia che, durante il XIX secolo, restituì le maggiori quantità di materiale funerario dalle tombe della zona; gli scavi, per lo più effettuati dai possidenti dei terreni in cui si trovavano le necropoli, andavano a formare o ad arricchire le collezioni delle maggiori famiglie pugliesi del territorio.

E’ famosa, per esempio, la collezione Jatta, oggi conservata nel Museo Nazionale di Ruvo.

Ma il saccheggio delle tombe contenenti i bellissimi vasi attici e apuli portò anche a una grandissima richiesta e a un altrettanto grande mercato dei vasi, molti dei quali sono oggi conservati nei musei di tutto il mondo. La collezione di antichità Lagioia, acquistata nel 1997 dalla Regione Lombardia, è una delle più importanti della Puglia; apparteneva a una famiglia imparentata con gli Jatta ed è stata ricomposta nella sua unità dopo le numerose divisioni ereditarie. Essa comprende oltre 700 reperti e vi sono rappresentate tutte le classi di materiali funerari pugliesi: figurine, rilievi, bronzetti, alabastri, oggetti di osso e avorio, vetro e pasta vitrea, ma soprattutto i vasi greci e magnogreci che furono prodotti ad Atene e poi nella stessa Puglia dal V al II secolo a.C. Oggi la collezione, dopo l’affidamento da parte della Regione Lombardia alle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano, viene aperta al pubblico nel Museo Archeologico, dal 7 marzo, con una sezione appositamente allestita, dal titolo “Vita e morte. Uomini e dèi di Magna Grecia nella collezione Lagioia”. Il percorso è stato suddiviso per temi, con una lettura delle scene figurate che offrono informazioni sulla vita quotidiana e sugli argomenti letterari e mitologici della società del tempo. Le due parti “Gli uomini e gli dèi” e “Gli uomini e i giorni” affrontano i principali temi legati alla vita religiosa e spirituale (devozione, Dioniso e il banchetto, Eros) e a quella quotidiana (matrimonio, moda, giochi, palestra, musica, cibo, animali). Per testimoniare il gusto collezionistico della fine dell’Ottocento sono stati inseriti nell’esposizione anche materiali falsi o di dubbia autenticità, sempre facenti parte della Collezione. Il Museo Archeologico di Milano diviene quindi uno dei più ricchi musei di testimonianze apule in Europa. In attesa del catalogo, in corso d’opera, è disponibile una guida completa con i testi dell’esposizione e 30 immagini dei maggiori reperti,

Autore: Donatella Caporusso

Fonte:Archeo – maggio 2002

Da collezionisti a Mecenati

“Il fascino di una collezione sta in quel tanto che rivela e in quel tanto che nasconde della spinta segreta che ha portato a crearla”.
L’osservazione è di Italo Calvino e appare in “Collezione di sabbia”. Va tenuta presente percorrendo le sale del Museo “Claudio Faina” di Orvieto, che sembrano progettate proprio in funzione di quella “spinta segreta” che spinse i conti Mauro ed Eugenio Faina a divenire collezionisti di antichità.
Mauro aveva avuto una giovinezza difficile. L’impegno politico, che lo vedeva schierato su posizioni liberali e favorevoli all’unificazione dell’Italia, si sposava con una vitalità (e, forse, un’insoddisfazione) di fondo: “pessimo soggetto. Fanatico repubblicano”, così risultava schedato negli archivi della polizia pontificia. Insofferente lo fu anche in seguito, quando, negli anni 1859-1860, militava nell’esercito piemontese, dopo aver soggiornato a lungo nell’America Centrale: “è malcontento della sua posizione … egli è in uno Stato maggiore di Divisione ove comandano vecchi officiali piemontesi … Vuoi che Fanti, Cialdini, Lamarmora lo vedano di buon occhio alla pari con loro? E’ impossibile. Si vuole impiemontesare l’Italia e non italianizzare il Piemonte”, così scriveva Carlo Bruschi a uno dei fratelli di Mauro nel maggio del 1860.
Nel 1864, improvvisamente, all’età di cinquant’anni, Mauro iniziò a collezionare monete, antichità etrusche, greche, romane e a condurre campagne di scavo nei terreni di famiglia, nei territori di Chiusi, Perugia, Todi, Orvieto e Bolsena. Nel 1868, nell’anno della sua morte, la collezione era già ricca e contava più di duemila reperti, senza considerare le monete. Essa passò sotto la gestione di un giovane nipote, Eugenio, che, negli ultimi mesi di vita dello zio, ne aveva condiviso la passione per l’antichità.

Amico di archeologi.
La scelta fu fortunata.: Eugenio si rivelò un buon collezionista e una persona di grande levatura intellettuale. Deputato e poi Senatore del Regno, divenne un uomo politico di spicco nel liberalismo italiano dei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, impegnato, in particolare, sui problemi dell’agricoltura e dell’alfabetizzazione. Amico di archeologi illustri, Gian Francesco Gamurrini e, soprattutto, Adolfo Cozza, continuò ad arricchire la propria raccolta sino agli anni Ottanta, acquisendo però solo materiali orvietani, nella consapevolezza dell’importanza di non estrapolarli dal loro contesto storico. Quindi cessò di acquistare per sé e si battè con successo prima per la costituzione e poi per l’ampliamento di una raccolta civica, indice di un suo superamento del collezionismo privato a favore di uno pubblico di stampo municipale. La collezione passò poi al figlio Claudio jr. Che nel 1954 la donò alla città di Orvieto.
Il percorso espositivo si apre proprio con la presentazione del monetiere, così caro a Mauro: poche monete etrusche, italiche e greche si alternano con i numerosi pezzi romani, in bronzo e in argento, di epoca repubblicana e imperiale. Quindi s’incontrano altri reperti raccolti da Mauro, tra cui un interessante canopo e alcune urne di epoca ellenistica, da Chiusi, notevoli per le tracce di colore ben conservate nelle scene raffigurate sulla fronte.

Una sfilata di capolavori.
Si arriva quindi alle sale con le antichità collezionate da Eugenio, e qui il primato passa alla ceramica attica a figure nere e rosse rinvenuta nella necropoli orvietana di Crocifisso del Tufo. Vi si trovano capolavori assoluti, fra cui tre anfore attribuite a Exekias, il maggiore ceramografo attico nella tecnica a figure nere, ma degne di menzione sono almeno anche le due anfore tirreniche, le due lip-cup firmate da Xenokles, la pisside nicostenica, l’anfora del Pittore Affettato, lo stamnos firmato da Hermonax.
Il percorso prosegue al secondo piano, e qui gli oggetti sono disposti secondo il tradizionale criterio cronologico e tipologico: le punte di freccia precedono le ceramiche dell’età del Bronzo finale e della fase villanoviana, che sono seguite dai buccheri: buccheri a pareti sottili dell’Etruria meridionale e pesanti di quella centro-settentrionale, usciti per lo più dalle officine di Chiusi e di Orvieto.
Dopo il luogo di sosta, un lungo corridoio, dal quale si può ammirare da una posizione insolita, all’altezza del rosone, la splendida facciata della Cattedrale orvietana, i reperti archeologici tornano a essere i protagonisti: di nuovo ceramiche attiche a figure nere e rosse, fra le quali spicca un’anfora attribuita al pittore di Amasis. Quindi i bronzi e, infine, una sorta di antologia della produzione ceramica etrusca: un’anfora della “White on red”, olpai (brocche) etrusco-corinzie, anfore e stamnoi del pittore di Micali, vasi del Gruppo Orvieto, kelebai del IV secolo a.C., ceramica argentata.
Uno spazio a sé è stato ritagliato per la realizzazione del Gruppo di Vanth, uscite da una bottega attiva a Velzna (Orvieto) negli ultimi due decenni del IV secolo a.C.: il pittore disegna le figure ricorrendo a una linea spessa, fa largo uso di ritocchi bianchi, utilizza una vernice diluita, tende, consapevolmente o meno, a trasformare il mostruoso in caricaturale: è sicuramente uno dei ceramografi più vivaci e innovativi della sua generazione.
Palazzo Faina, al pianterreno, ospita anche la collezione civica di archeologia, nella quale figurano pezzi molto noti, ritrovati nell’Ottocento: la “Venere” di Cannicella, il cippo a testa di guerriero, alcuni altorilievi di terracotta dal tempio di Belvedere.
Il visitatore, lungo il percorso, è accompagnato da un puntuale apparato didascalico. Un secondo apparato è stato appositamente realizzato per il pubblico dei più giovani, ed è impostato come un gioco, con la classica inversione dei ruoli: sono i ragazzi a dare spiegazioni agli adulti. I servizi del museo comprendono inoltre uno shop, una sala per proiezioni e un angolo caffè dove si possono leggere anche i maggiori quotidiani italiani.

Informazioni utili:
Museo “Claudio Faina” – Piazza del Duomo, 29 – Orvieto
Orario invernale (1 ottobre – 31 marzo): tutti i giorni 10-17; lunedì chiuso.
Orario estivo (1 aprile – 30 settembre): tutti i giorni 9,30-18.
Info: 0763341216, 0763341511; fax 0763341250;
E-mail: fainaorv@tin.it; Url: www.museofaina.it

Autore: Giuseppe M. Della Fina

Fonte:Archeo – maggio 2002

La Collezione Mitsotakis

Il Museo Archeologico di Chanià, situato nella parte nord-occidentale dell’isola di Creta, ha ricevuto recentemente in dono dall’ex primo ministro greco Constantinos Mitsotakis, che ivi è nato, la sua preziosa collezione privata.

Durante gli ultimi venti anni il ministro ha acquistato gli oggetti antichi che circolavano nei mercati d’arte e nelle aste, allo scopo di impedire che fossero venduti all’estero. Il risultato è una collezione comprendente un’enorme quantità di reperti, per la maggior parte di età minoica e di provenienza cretese.

Purtroppo le esigue dimensioni dell’edificio – in attesa dei lavori di ampliamento – hanno permesso di esporne solo un terzo.

I manufatti sono presentati in ordine cronologico dalla fine del IV millennio a.C. al III secolo d.C. e sono divisi per categorie in base ai materiali: la ceramica minoica, le statuette fittili, l’industria litica, i gioielli, i sigilli, gli oggetti di metallo, ecc. Fra i reperti di epoca minoica si distinguono un vaso a forma di uccello del III millennio a.C., un sigillo, risalente al 1350 a.C. circa, su cui è raffigurato un minotauro, un vaso di bronzo del XVI secolo a.C. con iscrizioni in Lineare A e un pugnale con lama di bronzo e immanicatura d’oro, datato agli inizi del II millennio a.C. Notevoli sono anche alcune opere di epoca arcaica, come un askos protogeometrico a forma di uccello del X secolo a.C., degli idoletti beotici fittili e due pithoi cretesi giganti di arte “dedalica” decorati a rilievo, tutti del VII secolo a.C. All’età romana risale infine un diadema aureo con testa di Medusa del I-II secolo d.C.

Nell’ambito di un piano di rilancio del patrimonio culturale di Creta occidentale è ora in progetto la costruzione di un nuovo più capiente edificio per il Museo Archeologico di Chanià, che permetta di esporre al pubblico sia l’intera Collezione Mitsotakis sia i reperti provenienti dai nuovi scavi. Sono previste anche la realizzazione di un nuovo museo locale a Kissamo Chanion e altre iniziative per la riqualificazione dei monumenti di Aptera, Gàvolo, Frikà e Kydonia.

Autore: Tsao T. Cevoli

Fonte:Archeo – maggio 2002