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LA RIVOLTA DEI GRANDI MUSEI: &#8220Non restituiamo le opere&#8221.

I musei sono partiti alla riscossa. Dopo aver subito per molti anni le pressioni di chi vorrebbe fossero restituiti i tesori d’arte finiti nelle loro mani durante il periodo coloniale e sottratti a varie nazioni asiatiche e africane, quaranta tra i principali musei del mondo hanno ora sottoscritto un documento comune nel quale si oppongono alla restituzione di tali tesori.

La presa di posizione, sottoscritta tra gli altri dall’Hermitage di San Pietroburgo, dal Museo di Berlino, dal Metropolitan di New York, dal Prado di Madrid, dal Louvre di Parigi, dal Rijksmuseum di Amsterdam, dal British Museum di Londra, arriva in un momento molto delicato nelle trattative internazionali tra alcuni governi sulla restituzione degli oggetti d’arte finiti all’estero soprattutto nell’Ottocento e all’inizio del Novecento.

Mentre l’Italia si appresta a rispedire in Etiopia l’obelisco di Axum che Benito Mussolini fece trasportare a Roma, la Gran Bretagna fa resistenze alla restituzione dei marmi del Partenone alla Grecia. E il Louvre non ha alcuna intenzione di rimandare al Cairo più di 5 mila pezzi pregiati della propria collezione egiziana, a partire dalla grande statua di Ramsete II.

I 40 firmatari del documento giustificano la loro decisione spiegando che il museo ha un valore universale, indipendentemente dalla sua collocazione geografica. Il British Museum, per esempio, si ritiene non solo patrimonio della Gran Bretagna, ma soprattutto dell’umanità, con il compito di preservare, studiare e restaurare oggetti preziosi non solo in nome e per conto dei cittadini di sua maestà britannica, ma di tutto il mondo. " Siamo al servizio di tutti i popoli, non di un solo popolo " dicono i 40 musei, " Inoltre dobbiamo affermare che esiste un possibile pericolo di distruzione legato alla restituzione di certi oggetti”, prosegue il documento.

Il British Museum è da tempo impegnato in una diatriba con le autorità greche sul futuro dei pezzi in suo possesso provenienti dal Partenone. “Siamo stati fondati nel 1753 come un museo per l’umanità”, dicono i responsabili. Ma non è un’opinione condivisa da tutti. In Gran Bretagna, per esempio, altro 40 musei sono di avviso diverso e hanno già concordato la restituzione di oggetti portati in Gran Bretagna dagli esploratori dell’Australia.

Il direttore del British Museum, Neil McGregor, spiega che i musei “non vogliono giustificare quanto accaduto in passato o schierarsi contro le culture indigene, ma siamo preoccupati per il fatto che se tutti dovessimo restituire ciò che proviene dall’estero, allora verrebbero smantellate le più belle collezioni del mondo e si perderebbe un patrimonio di conoscenza enorme”.

In cambio della mancata restituzione di certi importanti oggetti, i 40 musei dichiarano di voler moltiplicare gli sforzi per combattere il traffico illegale di pezzi archeologici. Quanto alla questione degli oggetti d’arte trafugati durante la seconda guerra mondiale, il British e altri musei internazionali sono d’accordo nel facilitare il rimpatrio di quanto rubato dai nazisti.

Autore: Riccardo Orizio

Fonte:La Repubblica

OGGI GLI ANTICHI EGIZI SONO MOLTO PIU&#8217 VIVI DI UN TEMPO

Il 27 giugno si è svolta a Torino la prima riunione della commissione incaricata di definire le linee guida del bando di concorso internazionale per il futuro assetto espositivo del Museo Egizio di Torino.

Il lavoro degli egittologi Silvio Curto, Dietrich Wildung e Francesco Tiradritti coadiuvati da Vittorio Bo per gli aspetti inerenti alla divulgazione culturale e scientifica, rientra negli studi preparatori necessari per la trasformazione del Museo Egizio in Fondazione, per la quale il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani alla fine dello scorso anno ha creato un apposito comitato esecutivo.

Ne fanno parte tecnici e specialisti di diverse Istituzioni (Ministero, Soprintendenza regionale, Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt) allo scopo di presentare lo studio sui costi di gestione e la fattibilità della ristrutturazione dell’edificio e del suo ampliamento nei locali adiacenti attualmente occupati dalla Galleria Sabauda, che si trasferirà a Palazzo Reale.

Sarà quindi la costituenda Fondazione del Museo Egizio a inaugurare il primo esempio di cooperazione tra pubblico e privato nella gestione di un museo, cui dovrebbero seguire le Fondazioni per la Reggia di Caserta, per il complesso di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna e per l’area archeologica dei Fori a Roma.

Abbiamo chiesto a Dario Disegni, responsabile del settore Arte e Cultura della Compagnia di San Paolo, impegnata in prima linea nel progetto dell’Egizio e nella riorganizzazione dell’intero sistema museale torinese, quali potranno essere le conseguenze pratiche che si determineranno in seguito alla nascita della Fondazione del Museo Egizio: “Sarà un’esperienza pilota per la costituzione di altre fondazioni che porterà a una valorizzazione del Museo più prestigioso di Torino. Al momento i modelli organizzativi e gestionali sono in corso di studio da parte dell’Ires, l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali cui è stato affidato l’incarico di preparare il business plan del futuro Museo Egizio. Al personale attuale del Museo sarà data la possibilità di scegliere tra due soluzioni: diventare dipendente della Fondazione e quindi lasciare lo Stato, oppure continuare a lavorare con incarichi diversi presso altri Enti pubblici”.

Per la soprintendente del Museo Egizio Anna Maria Donadoni Roveri è ancora prematuro formulare ipotesi sul futuro del Museo. A tutt’oggi la bozza dello statuto della costituenda Fondazione è all’esame del Ministero. Dopo la sua approvazione e la nomina degli organi, la Fondazione potrà immediatamente procedere con il bando del concorso internazionale.

“I tempi sono abbastanza ristretti, spiega Disegni. Parallelamente alla definizione dello statuto, entro l’anno dovrà essere portato a termine il lavoro della commissione dei tre egittologi. Alla Compagnia di San Paolo è stato affidato di predisporre gli studi necessari per la formulazione del bando di concorso. A una prima fase di lavoro, che si è già conclusa e che ha riguardato lo studio degli spazi del palazzo dell’Accademia delle Scienze e dei locali adiacenti, ne è seguita una seconda, ancora in corso, relativa alla “diagnosi” delle collezioni e ai principi di riferimento alla base del futuro allestimento del Museo che dovrà tenere conto delle diverse fasce di età dei visitatori”.

Per Francesco Tiradritti, già coinvolto nella precedente commissione ministeriale che ha escluso l’ipotesi di trasferimento del Museo alla Reggia di Venaria e curatore aggiunto della mostra sui Faraoni a Palazzo Grassi, il Museo Egizio avrebbe bisogno di un momento di tranquillità “per riflettere su quello che può e vuole divenire in futuro. Dovrebbe essere una riflessione che parte dall’interno, ma che tenga conto di quelle aspettative di un pubblico in continua evoluzione, sempre più attento e sempre più maturo, che alla visita di un museo richiede un arricchimento delle proprie conoscenze. Il visitatore del Duemila non è più quello che si aggirava tra le sale di un museo egizio dell’Ottocento aspettandosi di essere stupito dalle antichità di una cultura alla quale si attribuiva una maggiore distanza dalla nostra di quella che ha in realtà. L’egittologia ha fatto passi da gigante nell’ultimo secolo. La cultura nilotica non è più legata a falsi cliché che la volevano protesa quasi esclusivamente verso la morte e la rinascita esterna. Oggigiorno gli antichi egiziani sono molto più vivi di quello che erano un tempo. La gente è curiosa proprio di questi aspetti. Vuole, in qualche modo, riconoscersi in quello che vede e il Museo Egizio di Torino può offrire molto. Sotto questo punto di vista è unico al mondo e secondo a nessuno”.

Autore: Laura Giuliani

Fonte:Il Giornale dell’Arte

MECENATI DEL NOVECENTO

Supporto degli artisti e diffusione delle loro opere è toccato prima a Papi, Principi, grandi banchieri, poi, a partire dall’Ottocento, alla borghesia dell’industria e della finanza il cui apporto oggi è minore nei confronti di Fondazioni, Istituzioni, Musei, Banche, Agenzie di pubblicità e comunicazione, tycoon della moda.

Scrissero Robertson, Russel, Lord Snowdon in Private new: “Il Sistema incoraggia la promozione, la pubblicità, il continuo cambiamento, un ritmo di produzione accelerato e un atteggiamento da show business verso qualcosa … che aveva costituito un’attività solitaria e schiva dalla pubblicità”.

L’arte contemporanea, della quale sono strutture portanti manager e curatori, fa parte del consumo che produce un numero sempre più crescente di operatori, fattore dell’appiattimento della qualità. Il suo carattere sperimentale condiziona i giovani critici che nelle recensioni in riviste del settore si limitano alla cronaca o a impressioni senza addentellati al costume e alla storia. Pistoletto, valido esponente di quell’’Arte povera che gode di una notorietà sproporzionata alla sua importanza storica, nel curare la Biennale Internazionale Arte Giovane di Torino auspica un neorinascimento dall’unione dell’arte con il sociale fino al ludico dei situazionisti e all’utopia di Beuys, tutti artisti.

Tuttavia è evento irripetibile il Rinascimento nel suo contesto formale e collettivo, radicato nel territorio ed espressione del genio italico, permeato dalla fede nel Trascendente, espressione di una società di agricoltori e artigiani decimata da mortalità infantile, guerre, epidemie, dove le opere degli artisti sono passate al vaglio di una dura selezione da parte di un’aristocrazia colta e raffinata.

La mostra “Mecenati e pittori” (catalogo Skira) nello spazio ENEL luce per l’Arte a Villa Panza Menafoglio Litta di Biumo presso Varese, promossa dal FAI con il supporto di Fondazione Cariplo e della Provincia di Varese, è curata da Laura Mattioli Rossi, figlia del collezionista Mattioli i cui capolavori sono esposti alla Guggenheim Collection di Venezia.

La Mattioli ha scelto 20 opere di cui forniamo un elenco dai sintetici riferimenti, galleria di ritratti commissionati dai mecenati ad artisti con i quali intrattennero rapporti amicali e intellettuali:
1)Carlo Carrà, Ritratto di Marinetti;
2)Umberto Boccioni, Margherita Scarfatti. Amica di Mussolini fino alla promulgazione delle leggi razziali del 1938 che la costrinsero all’esilio, promosse il movimento del Novecento inaugurato alla Permanente di Milano;
3)Vittore Grubicy de Dragon, Ritratto di Arturo Toscanini, che collezionò opere di Benvenuto Benvenuti e di Grubicy, eccellente pittore, mercante e teorico del divisionismo;
4)Fortunato Depero, Ritratto di Gilbert Clavel, letterato;
5)Achille Funi, Umberto Notari nello studio di Piazza Cavour di Milano, fondatore del quotidiano “L’Ambrosiano”, animatore del futurismo;
6)Man Ray, Ritratto della Marchesa Casati Bay, che rivoluzionò la tecnica della fotografia, da documento a opera d’arte, fu uno dei ritrattisti della fascinosa donna, ricordiamo tra gli altri Alberto Martini;
7)Adolfo Wildt, Ritratto di Arturo Toscanini;
8)Giorgio De Chirico, Ritratto di Casella, musicista;
9)Alberto Savinio, Ritratto di Waldemar George, critico, attivo nella Francia degli anni ’20 e ’30;
10)Massimo Campigli, Ritratto di Adriano Pallini, couturier;
11)Massimo Campigli, Ritratto della famiglia Ponti, architetto;
12)Massimo Broglio, Autoritratto, editore;
13)Marino Marini, Ritratto di Lamberto Vitali, imprenditore, giornalista, studioso di letteratura, grafica, fotografia, archeologia;
14)Renato Guttuso, Ritratto di Eugenio Montale, il poeta fu pittore amatoriale di acquerelli;
15)Max Ernst, Matrimonio mistico, donato a Peggy Guggenheim, eccentrica collezionista che trasferì la sua raccolta a Palazzo Venier dei Leoni a Venezia;
16)Fortunato Depero, Gianni (Mattioli) e l’armadillo;
17)Marino Marini, Ritratto di Emilio Jesi, imprenditore;
18)Ritratto di Riccardo Jucker, imprenditore;
19)Asger Jorn, Portrait, Cardazzo II, che fece conoscere nella Galleria il Naviglio di Milano opere del Gruppo Cobra di cui Jorn è il maggiore esponente;
20)Andy Warhol, Ritratto di Carlo Monzino, imprenditore, collezionista, oltre che dell’artista americano, di arte giapponese, dei neoespressionisti tedeschi, della pop art, dell’informale francese e italiano, dell’Ottocento italiano e del neoclassicismo, di arte africana, vero gioiello della collezione che perfezionò curando i rapporti con gli studiosi dei musei americani e inglesi del settore e con gli specialisti italiani, Ezio Bassani, Aldo Tagliaferri, Roberto di Giacomo. Nell’onnivoro approccio al mondo dell’arte trovò un antidoto a una lacerante inquietudine esistenziale.

Autore: Floreanini Franco

Fonte:Arte Incontro in Libreria

GLI UFFIZI SENZA PIU&#8217 SOLDI. L&#8217ENEL: STACCHIAMO LA LUCE

Al buio Giotto, Botticelli, Leonardo e tutti i capolavori degli Uffizi. Luci spente anche sul David alla Galleria dell’Accademia, e sui sepolcri scolpiti da Michelangelo alle Cappelle Medicee. Per ora è una minaccia, ma potrebbe accadere se il polo museale fiorentino non pagherà la bolletta dell’Enel di 250 mila euro.
L’ultimatum – “che vergogna, è la prima volta che accade”, mormorano in soprintendenza – è contenuto in una lettera di sollecito che giace sul tavolo degli uffici amministrativi. Non è il solo conto inevaso e penalizzato da more. Il pacchetto di fatture e forniture da saldare è ben nutrito. Le casse della soprintendenza, da marzo diventata speciale e autonoma come Venezia, Napoli e Roma – sono completamente a secco: non solo non ci sono soldi per pagare la bolletta dell’Enel, ma neppure per provvedere alle spese correnti, alla normale manutenzione, fino a toccare le forniture di asciugamani, estintori, carta igienica. Mancano i fondi ordinari per le spese 2002 del polo museale. Ossia non sono mai arrivati dal ministero i 3 milioni di euro necessari a farla funzionare, a pagare la gestione ordinaria e i lavori programmati per quest’anno. “Se fossimo un’azienda avremmo il bilancio in profondo rosso”, ammette l’ex ministro e ora soprintendente speciale Antonio Paolucci.

Solo debiti, frutto dell’autonomia amministrativa rimasta sulla carta. “E’ stato smantellato il vecchio sistema dei trasferimenti, ma non è stato attivato con un regolamento il passaggio al nuovo, all’autonomia. E il ministero si è dimenticato di darci i soldi – dichiara la direttrice dell’Accademia Franca Falletti – Che dire? Anche questo è uno dei modi, tutt’altro che dignitosi, per mettere alle corte il sistema pubblico”.

“Tutti i musei sono in una situazione drammatica”, aggiunge la direttrice degli Uffizi Annamaria Petrioli Tofani. Ditte e fornitori che aspettano di veder saldati crediti da gennaio. Lavori già fatti, o in corso e bloccati. Eppure il polo museale fiorentino – che comprende Uffizi, Accademia, Cappelle Medicee, Bargello, i musei di Pitti, il giardino di Boboli, le ville medicee, i cenacoli, ecc. – dovrebbe avere precisi poteri per gestire un suo bilancio, autonomia di incassi e spese, con un suo consiglio di amministrazione e quant’altro riguardi la nuova gestione tenuta a battesimo dal ministro Giuliano Urbani.

“Aspettiamo ancora il regolamento, doveva arrivare in estate. Intanto servono i soldi per i debiti”, prosegue Paolucci. L’atteso regolamento attuativo è fermo negli uffici del ministero. Un’impasse burocratica che ha lasciato le casse della soprintendenza completamente vuote. Cosa dicono al Collegio Romano? Da un mese la risposta è sempre la stessa: questione di giorni. Invece, denunciano in soprintendenza, è a rischio il funzionamento di tutti i musei. E battono cassa anche svariate ditte che hanno eseguito lavori e restauri.

Leonetto Mugelli, che dirige un’impresa edile con maestranze specializzate e che da tre generazioni opera alle dipendenze della soprintendenza, invita alla pazienza: “Non era mai capitato un simile ritardo. Si dice che è colpa della nuova gestione, e che si deve sperare di avere i soldi tra un po’. Magari ci arriva il regalo di Natale”.

Autore: Amorevoli Mara

Fonte:La Repubblica

AXUM CONTRO L&#8217ITALIA &#8220RIDATECI L&#8217OBELISCO&#8221

La parola data dall’Italia vale poco: per smentirla bastano cinquanta birr, due terzi di euro, il biglietto per l’ingresso alla Spianata delle Stele. Nascosto sotto una tettoia rovente, c’è uno scavo di 6 metri per 8, fra il monolito di re Ezana e i frammenti della Grande Stele. Un buco polveroso, che aspetta: qui, un giorno, tornerà dall’incrocio romano di viale Aventino l’obelisco rubato dai fascisti. Qui, un giorno, il popolo dell’Etiopia farà festa.

Agli abitanti di Axum importa poco che i grandi musei del mondo abbiano deciso di non restituire i loro possedimenti ai paesi d’origine. “Ci sono più oggetti preziosi axumiti a Roma che qui da noi”, dice il curatore del sito archeologico e del piccolo museo, “e nessuno li richiede indietro. Ma l’obelisco è diverso”. Si chiama Haile Selassié, come il negus, e per lui l’orgoglio nazionale non può che essere un valore da prendere sul serio.

Dimenticato l’impegno solenne a restituire il bottino della scorribanda fascista “entro diciotto mesi”, firmato e mai rispettato già nel 1947, archiviate le altre sterili trattative, insabbiata anche la promessa del 1997, di risolvere tutto entro un anno, il nostro paese è atteso un’altra volta alla prova dei fatti sulla collina di Axum. Il governo Berlusconi ha già dato ogni garanzia al presidente Meles Zenawi, all’ambasciata di Addis Abeba giurano che ormai “è solo questione di tempo”. E gli etiopi hanno fiducia, anche se, con questi precedenti, devono nutrire un pizzico di scetticismo.

Dal Corno d’Africa lentezze e impedimenti romani sembrano incomprensibili. D’altronde duemila anni fa per portare la stele di granito dalla cava di Godedera per oltre sei chilometri sono bastati gli elefanti. Così molti hanno l’impressione che dietro i ritardi ci sia la voglia di una parte del paese di rimandare ancora, “sine die”, la consegna. C’è persino che è andato a scomodare uno storico etiope, Aleme Eshete, dissidente da sempre ed esiliato a Roma, per fargli dire che, in fondo, non c’è fretta. Questo studioso ha scritto un messaggio a Berlusconi per sconsigliargli di restituire l’obelisco a Meles Zenawi, che – a suo parere – non garantisce la democrazia. “Aleme mi ha fatto vedere la lettera, e gli ho risposto molto duramente”, dice Angelo Del Boca, massimo storico italiano della guerra d’Africa. “Gli ho detto: ti stai facendo strumentalizzare, e non fai un buon servizio al tuo paese, né all’Italia”.

Ma in Etiopia solo qualche turista anglosassone chiede se al paese convenga invece “vendere” il monumento e chiedere all’Italia il denaro per un ospedale. “Nessuno può comprare la nostra storia”, risponde Berhane Hailu, presidente del comitato locale per l’obelisco. E ad Addis Abeba l’animatore di tutto il movimento, Fitawrari Amede Lemma, arriva quasi a urlare: “Basta perdere tempo: l’obelisco deve tornare, subito”.

Autore: Giampaolo Cadalanu

Fonte:La Repubblica