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TORINO Francesco Mosso tra boheme e scapigliatura.

Nella Wunderkammer della GAM, lo spazio dedicato all’esposizione del patrimonio grafico del museo, è visitabile una mostra di rari disegni di Francesco Mosso (Torino 1848 – Rivalta 1877), una delle voci più interessanti nel panorama del secondo Ottocento piemontese.
Allievo di Enrico Gamba e Andrea Gastaldi all’Accademia Albertina di Torino, Francesco Mosso fu artista inquieto: espresse nella sua breve vita artistica la tensione per un rinnovamento, allo scopo di arricchire il linguaggio della pittura di figura di scuola piemontese; guardò dalla metà degli anni ’70 a ricerche francesi a lui contemporanee come agli esiti della migliore pittura napoletana erede di Morelli, ed entrò in contatto con il moderno ambiente della scapigliatura milanese. Carattere complesso, perennemente combattuto tra inazione e pulsione creativa, prese parte ad importanti esposizioni nazionali e soggiornò a Roma entrando in contatto con Cesare Maccari.
Sotto la supervisione di questo artista già celebre, Mosso dipingerà la sua ultima, unica grande opera, La femme de Claude (L’adultera), esposta alla Promotrice torinese e acquistata per il Museo Civico nel 1877. Il dipinto  attesta la sua capacità di rinnovare la pittura di figura sia nella scelta del soggetto, conturbante, sia nello stile, per la teatralità dell’impianto luministico e per la definizione pittorica, al tempo stessa veristica e visionaria,  soluzioni che anticiperanno scelte future: basti pensare al quadro Asfissia! dipinto nel 1884 da Angelo Morbelli. L’opera traendo spunto da un fatto di cronaca – l’omicidio-suicidio di due amanti – andava recuperando il taglio narrativo e l’atmosfera chiusa e rarefatta della calibrata  mise-en-scène di Mosso, esasperando ancor più la tensione contenuta nella visione oggettiva del reale.
La selezione dei 10 fogli presentata nella Wunderkammer, giunti in Museo grazie al lascito di  Vittorio Avondo (1836-1910), è di poco precedente l’esecuzione di quella tela e testimonia, insieme alla qualità del tirocinio da lui compiuto presso l’Accademica torinese, dove fu allievo di Andrea Gastaldi ed Enrico Gamba, l’ansia di sperimentare nuove direzioni di ricerca. Alla raffinata tessitura grafica, dove attraverso il chiaroscuro egli giunge ad una sapiente resa dei volumi, fa riscontro la forte energia vitale che traspare da queste splendide figure. Accanto agli studi di teste virili, spicca la serie con testine di bambina dalla dimensione affettiva familiare che mostra un vincolo intimamente stretto con il vero e lascia intravedere come Mosso utilizzi il medium grafico per afferrare l’idea di forma.
L’esposizione è curata da Monica Vinardi, storica dell’arte che, dopo aver conseguito il dottorato di ricerca su Vittore Grubicy presso l’Università di Firenze, si è distinta per l’originalità e la qualità di ricerche e approfondimenti legati alla Scapigliatura, al Divisionismo e al Simbolismo italiano.
I restauri dei disegni e la mostra sono realizzati grazie al contributo del Lions Club Torino Regio, che ha generosamente deciso di sostenere, a partire da questo primo appuntamento, le iniziative espositive che si svolgeranno nella Wunderkammer. Il progetto è curato da Virginia Bertone , conservatore della GAM, ed è strettamente legato alla realizzazione in fieri del Gabinetto Disegni e Stampe all’interno del Museo.

Info:
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea – Wunderkammer – secondo piano – Via Magenta 31 – Torino, fino al 30 settembre 2012;
Orario: martedì – domenica 10-18, chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima 
Ingressi: € 10 – ridotto € 8, gratuito ragazzi fino ai 18 anni
tel. 011 4429518

Email: comunicazionegam@fondazionetorinomusei.it

Giovanni GAZZANEO Elena PONTIGGIA. Il sacro nell’opera di Giorgio De Chirico. Oltre la Metafisica. Catalogo ragionato.

E’ in libreria, Giorgio de Chirico. Catalogo ragionato dell’opera sacra (Silvana editoriale) che riunisce per la prima volta i lavori nell’ambito dell’arte sacra realizzati dal Pictor Optimus (Volos, 1888 – Roma, 1978), indagando così uno degli aspetti meno conosciuti della sua produzione e presentando oltre 150 opere, molte inedite o di rara pubblicazione, tra dipinti, sculture e disegni.
Curato da Giovanni Gazzaneo ed Elena Pontiggia, il volume, introdotto dal ministro per i Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, raccoglie i saggi di Gianfranco Ravasi, Paolo Picozza, Pierangelo Sequeri e dei due curatori. Il catalogo inaugura la collana Novecento Sacro, ideata e promossa dalla Fondazione Crocevia, che vuole mostrare come i grandi maestri – nonostante nella manualistica il soggetto sacro sembri scomparire – abbiano continuato a indagare il rapporto tra Dio e l’uomo anche nella contemporaneità.

De Chirico, il padre della Metafisica, ha prodotto dalla fine degli anni Trenta e con frequenza più intensa negli anni Quaranta e Cinquanta opere di soggetto religioso che testimoniano come l’universo poetico e filosofico dell’artista sia andato profondamente rinnovandosi con una ricerca affascinante, dagli esiti complessi e problematici.
Le riflessioni offerte intendono mettere in luce come sia subentrata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, un’apertura verso il mistero divino che ha modificato la concezione esistenziale professata dal Maestro negli anni della Metafisica – quando riteneva che il mondo intero fosse il regno del “non senso” – e che si è tradotta sia in scritti teorici, sia in opere d’arte che sanno sorprendere, a partire dall’Apocalisse, le cui tavole sono realizzate nella seconda metà del 1940. “Nessuno– sottolinea Elena Pontiggia -, da almeno mezzo millennio, aveva disegnato un’Apocalisse così poco apocalittica come de Chirico. E nessuno, forse, ne aveva raffigurato gli eventi con tanta tranquilla serenità, venata in alcune parti da un candore addirittura fanciullesco. Il libro sacro più misterioso e terribile, tradizionalmente interpretato come profezia della fine del mondo (anche se in realtà è più una meditazione sulla dolorosa storia dell’uomo che sul suo destino escatologico e culmina con la luce sfolgorante della Nuova Gerusalemme e del trionfo dell’Agnello); le visionarie pagine giovannee, abitate da mostri e draghi, oscurate dalle tenebre dell’Anticristo e percorse dai flagelli orrendi dei Quattro Cavalieri, diventano in de Chirico un racconto fiabesco, insieme spontaneo e colto, soffuso in certi punti di un evangelico spirito d’infanzia, in altri di solenni accenti classici”.
Scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Ancor oggi sul cavalletto del suo studio è collocata la copia incompiuta del celebre Tondo Doni di Michelangelo custodito agli Uffizi. Già nel 1921 de Chirico, con grande rispetto, si era confrontato con questa Sacra Famiglia, “il quadro più difficile a interpretarsi e copiarsi”, come egli confessava. Giunto al crepuscolo della sua esistenza, il Pictor Optimus aveva compiuto questo estremo tentativo di venerazione per un soggetto religioso e per un artista così eccelso, e idealmente la sua mano si era fermata dopo aver colmato di colore solo il volto della Vergine Madre. Era questo il suggello simbolico a un lungo itinerario artistico che non aveva certo ignorato il sacro, inoltrandosi “oltre la metafisica”, lungo i sentieri d’altura dello spirito, tra i panorami delle grandi narrazioni bibliche”.

Il catalogo, grazie ai saggi e all’antologia di scritti del Maestro sull’arte sacra riportata in appendice – essenziale per la comprensione di un tema tanto trascurato dalla critica quanto rilevante invece per l’artista –, porta un contributo nuovo e fondamentale agli studi sull’opera del Pictor Optimus. Per Giovanni Gazzaneo: “De Chirico è stato tra i pochi artisti del Novecento ad aver colto il paradosso del Cristo che è insieme il “più bello fra i figli dell’uomo” (Salmo 45,3) e l’Ecce homo senza “bellezza né apparenza” (Isaia 53,2). Sono questi i due volti sempre presenti nell’arte cristiana, come ha in più occasioni sottolineato Benedetto XVI: il volto del dolore (che il secolo scorso ci ha proposto nel segno della croce) e il volto della gloria (che il Novecento ha saputo esprimere molto raramente), entrambi belli perché espressione dell’amore più grande, quello che dà la vita. La Salita al Calvario e l’Apocalisse sono espressioni di questo paradosso antico di duemila anni eppure sempre nuovo, a cui de Chirico ha saputo offrire forma e colore”.

Info:
Silvana editoriale, pp. 288 – 180 illustrazioni a colori; Euro 45 – (tel. 02.61836287)
Crocevia – Fondazione Alfredo e Teresita Paglione – Via Appiani, 1; 20121 Milano

Link: http://www.silvanaeditoriale.it

Email: fondazionecrocevia@gmail.com

MUSEI. Si può fotografare nei Musei?

‘Sono Roberto Lucignani fresco pensionato della sovraintendenza ai beni culturali di Roma Capitale,  per venticinque anni mi sono occupato della documentazione fotografica compresa quella del sistema museale. Dopo aver partecipato alla fondazione della rivista di archeologia FORMA URBIS, ho fondato la prima rivista online di archeologia, consultabile liberamente nel sito ‘www.romarcheomagazine.com‘, ‘Roma, una città, un impero’ della quale sono il direttore esecutivo.
Ti scrivo, oltre che per offrirti la mia piena collaborazione, per conoscere per quale motivo proprio in moltissimi piccoli Musei italiani non è concesso fotografare.
Tu conoscerai benissimo, come me del resto, la normativa e la legislazione che regola la materia.
L’articolo 108 del Testo Unico dei Beni Culturali è chiarissimo in merito….’nulla è dovuto per fotografie scattate per uso personale o di studio‘, allora perchè i Direttori dei Musei  vietano questo diritto? forse dimenticano che i ‘beni culturali’ sono un patrimonio di tutti….e non una loro proprietà. Le varie Soprintendenze sono deputate alle ‘ tutela e conservazione’ dei beni e non proprietarie….
Oltretutto visto che tutti i più grandi musei d’Italia, e del mondo, lasciano fotografare liberamente non credo che i relativi Direttori siano fuori legge…..
Pertanto non sarebbe anche più logico per far conoscere maggiormente i Musei dei piccoli centri, lasciar che i visitatori riportino, magari per farlo vedere agli amici, un ricordo fotografico dei loro viaggi?
E visto che ogni volta che non ho accettato questo ‘sopruso’ i vari direttori hanno dovuto darmi ragione…..cerca di consigliare chi di dovere ad essere più lungimiranti…..considerato la penuria di visitatori….Roberto’

Pubblicato da Giancarlo Dall’Ara

Fonte: http://piccolimusei.blogspot.it/2012/05/si-puo-fotografare-nei-musei.html?spref=fb, 25-05-2012

AVELLINO. Capolavori della Terra di Mezzo Opere d’Arte dal Medioevo al Barocco.

Attraverso oltre ottanta opere, la mostra conduce a un viaggio ideale nella storia, nell’arte e nel territorio d’Irpinia, in un contesto espositivo di notevole interesse architettonico qual è l’ex Carcere Borbonico. Si presenta al grande pubblico, attraverso un percorso espositivo che nasce come progetto di tutela e valorizzazione, un patrimonio d’arte misconosciuto che, studiato per l’occasione da eminenti storici dell’arte, rivela il suo grande valore culturale.
L’esposizione corre sul filo della narrazione cronologica, dall’età medievale al tardo barocco, raccontando per immagini, colori ed emozioni, la storia dell’arte in Irpinia.
Le opere in mostra provengono da molti paesi della provincia e in gran parte da edifici religiosi, la selezione è scaturita dall’intento di rivelare questa area geografica, nota per la qualità dei suoi prodotti alimentari e i suoi paesaggi montani, ma con una eredità culturale confinata sottotraccia, all’indomani di una fervida stagione di recuperi.
La mostra si specchia nel suo denso catalogo (a cura di Antonella Cucciniello, edizioni arte’m di Napoli) dove ogni singola opera è stata esaminata, con schede-saggio, dai maggiori esperti di “questioni meridionali”: da Ferdinando Bologna a Francesco Gandolfo, da Francesco Abbate a Riccardo Naldi, da Mario Alberto Pavone a Letizia Gaeta. Il progetto, promosso dalla Provincia di Avellino, in partenariato con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania, che ne ha affidato l’esecuzione tecnica e scientifica alla Soprintendenza per i BSAE di Salerno e Avellino, è stato realizzato in grande sinergia con tutte le Diocesi che operano in territorio irpino e molti comuni interessati.
Il percorso espositivo si avvale di supporti multimediali che guideranno il visitatore alla contestualizzazione dei manufatti nel territorio e ad una più attenta lettura delle opere.
La mostra potrà, inoltre, essere fruita da visitatori diversamente abili, grazie all’abbattimento delle barriere architettoniche lungo l’intero percorso, e dai portatori di handicap visivi, per i quali è stato predisposta un percorso nel linguaggio Braille.

Info:
Avellino, Complesso Monumentale ex Carcere Borbonico, piazza Alfredo De Marsico, fino al 30 novembre 2012
Costo del biglietto: gratuito
Orario: : dal lunedì al venerdì ore 10.00–13.00, martedì e giovedì ore 15.00–17.00
Telefono: 0825.790539 – 0825.790733

Autore: Renzo De Simone

Link: http://www.capolavoridellaterradimezzo.it

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

MILANO. Bramantino a Milano.

Il nome ha sempre evocato la sua stretta collaborazione col Bramante, la cui attività a Milano alla corte di Ludovico Il Moro è documentata almeno fino al 1499. E la cifra stilistica di Bartolomeo Suardi, detto appunto il Bramantino, è sempre stata circoscritta a quel suo gusto raffinato per la concezione architettonica e illusionistica delle sue opere come pittore. La lezione del Bramante ha ispirato quella sua vena per la monumentalità, dove la tensione drammatica faceva leva con grinta sulla costruzione prospettica dello spazio. E il forte patetismo delle immagini, fuso ad un’atmosfera surreale e misteriosa, è diventata a buon ragione la sua firma.
Ma per il Bramantino (con un’attività che si concentra tra il 1480 e il 1530, anno della morte a circa 65 anni) è tempo di rileggere la sua parabola creativa nel dettaglio, dalla formazione alla maturità, che ne fa un illustre maestro del Rinascimento. Un’operazione intrapresa dalla mostra ‘Bramantino a Milano’ (fino al 25 settembre al Castello Sforzesco di Milano) luogo non certo casuale, visto che proprio qui si conservano importanti lavori dell’artista: nella Sala del Tesoro domina l’Argo, il grande affresco realizzato intorno al 1490 (probabilmente in collaborazione col Bramante); nella soprastante Sala della Balla sfilano gli straordinari dodici arazzi dedicati ai mesi dell’anno, commissionatigli da Giangiacomo Trivulzio tra il 1501 e il 1504, acquisiti dal Comune nel 1935.
A questi si aggiungeranno eccezionalmente le opere del Bramantino presenti a Milano (che ne vanta il nucleo più cospicuo esistente al mondo, compresa l’unica sua architettura pervenutaci, la Cappella Trivulzio, che può essere letta oggi come una sorta di monumentale ingresso alla chiesa di San Nazaro in Brolo), sparse in varie sedi tra musei civici e collezioni private.
In un percorso cronologico, per la prima volta vengono riunite le sue opere milanesi, una ventina di dipinti su tavola e su tela, e disegni, dalla giovanile ‘Adorazione del Bambino‘ della Pinacoteca Ambrosiana al ‘San Sebastiano‘ di una raccolta privata, dal ‘Noli me tangere (vedi imm.)’ delle Civiche Raccolte d’Arte Antica alla ‘Madonna con il Bambino e angeli’ della Pinacoteca di Brera.
Un percorso che si concentra proprio nella Sala del Tesoro, attorno all’Argo. Mentre nella Sala della Balla gli arazzi offrono un’inedita suggestione attraverso un allestimento completamente nuovo che segue il filo rosso della sequenza dei gesti delle figure e delle stagioni cui sono idealmente ispirati.
L’occasione è ghiotta per riscoprire la personalità di questo artista milanese noto soprattutto come pittore, ma che come architetto ha avuto una lunga pratica presso la Fabbrica del Duomo (con tanto di patente di ‘architetto e pittore ducale’ rilasciata da Francesco Sforza). Ma nella pittura è riscontrabile l’evoluzione della sua carriera, formatosi sui ‘modi’ ferraresi aspri e nervosi del Butinone, per conquistare una progressiva magniloquenza col Bramante.
Probabili viaggi a Roma (1500, 1508) gli infusero l’armoniosa volumetria ma anche un senso di astrazione dalla realtà con la predilezione per sfondi dai toni surreali, che col tempo raggiunsero limiti estremi, fino alla bizzarria.
‘La parabola del Bramantino – racconta Giovanni Agosti, curatore della mostra insieme a Jacopo Stoppa e Marco Tanzi – dimostra la sintonia con le ricerche più avanzate del suo tempo: la Ferrara espressionista di Ercole de’ Roberti, le sperimentazioni di Leonardo, la Roma città aperta di Giulio II prima di Raffaello, i languori di Giorgione e del Correggio. Tutto attraversato da una peculiare cifra stilistica, votata a una sorta di astrazione, fino a dare vita a immagini dalle iconografie spesso stravaganti e misteriose’.
‘Bramantino – conclude Agosti – è l’unico lombardo in grado di stare a fronte di Leonardo, di chinarsi sul Cenacolo senza esserne travolto’.
Alla mostra è abbinato un ciclo di conferenze, in collaborazione con l’università degli studi di Milano e con gli Amici di Brera, mentre in collaborazione col Fai, Fondo Ambiente italiano, apre eccezionalmente con visite guidate il Castello di Voghera dove si conserva un importante ciclo di affreschi del Bramantino.

Info:
‘Bramantino a Milano’, fino al 25 settembre 2012, Castello Sforzesco, Cortile della Rocchetta, Sala del Tesoro – Sala della Balla, Milano.
Orari: martedì-domenica, dalle ore 9 alle 17.30, chiuso il lunedì
Ingresso libero. – tel. 02/6596937.

Autore: Laura Larcan

Link: http://www.milanocastello.it

Fonte:La Repubblica