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CERVIA (Ra): PERMUTAZIONI VISIONARIE. Moreno Bondi & Daniele Masini ai Magazzini del sale – Un “Passo a due” fra angeli e demoni.

Una mostra in tandem è l’ultimo impegno dell’artista toscano Moreno Bondi, un passo a due per affrontare il tema della centralità dell’Uomo e della complessità della sua natura sempre in bilico fra gli opposti (sacro e profano, spirituale e terreno, anima e corpo): “PERMUTAZIONI VISIONARIE. Moreno Bondi & Daniele Masini – Fra Angeli e Demoni “ è il titolo della “doppia personale” curata da Marisa Zattini che aprirà il 25 novembre 2005 (sino al 15 gennaio 2006) presso i suggestivi ed imponenti Magazzini del Sale di Cervia.

Moreno Bondi rappresenta sulla tela e scolpisce nel marmo corpi poderosi, come evocazioni di Caravaggio o Michelangelo, figure oscure mutuate da miti antichi o forme alate ispirate da Allori o da Guercino. Sono frammentati da squarci di colore o feriti dall’inserimento della scultura in marmo Statuario di Carrara (da lui lavorato personalmente) e raccordati da inquadrature fotografiche e filmiche che configurano l’insieme in un ordine di estrema attualità.

Dominante del suo lavoro pittorico e scultoreo è l’Uomo nel suo essere divino e terreno. Una creatura della luce e dell’ombra in cui convivono aspetti noti e lati oscuri, il cui presente è costruito sul passato: è l’Uomo l’identità del quale si nutre di opposti.

Nella loro complessità le opere dell’artista toscano si rivelano rasserenanti od inquietanti per l’individuo che vive della medesima complessità e la cui percezione si modifica in base alle condizioni ed ai condizionamenti socio-culturali, perché l’Uomo, dunque, non è “o l’uno o l’altro”, ma è entrambi: Angelo e Demone saldamente congiunti.

La mostra è ospitata presso i Magazzini del Sale di Cervia, una volta destinati alla conservazione della più preziosa risorsa del territorio (costruiti alla fine del 1600 secondo il modello di una basilica romanica, solida monumentale all’esterno e con lo spazio interno scandito in tre navate per potere meglio contenere la grande quantità di sale), oggi –importante esempio di archeologia industriale – destina l’ampio spazio di 66 m di lunghezza e 6 m di larghezza ad irripetibili manifestazioni culturali.

Dal 2001 i Magazzini elencano nel loro curriculum una serie di “doppie personali” d’eccezione: Gesine Arps & Nicola Cucchiaro, Ugo Nespolo & Sergi Barnils, Mark Kostabi & Luca Matti (tutte a cura di Marisa Zattini) e per ultima la recente monografica “Andy Warhol – Private Collection.”

Info:
Luogo: Antichi Magazzini del Sale, Viale Nazario Sauro, Cervia (RA)
Da Venerdì 25 novembre 2005 al 15 gennaio 2006 – Ingresso: gratuito
Orario: dal martedì al venerdì 16.30-18.30; Sabato e Domenica: 10.30-12.30 / 15.30 -18.30
Curatore: Marisa Zattini – Catalogo: Il Vicolo – Divisione Libri
Recapiti: 0547 21386

Tratto dal catalogo “PERMUTAZIONI VISIONARIE. Moreno Bondi & Daniele Masini – Fra Angeli e Demoni , edito da Il Vicolo-Divisione libri, anno 2005.
(Moreno Bondi) È un pittore che guarda il passato e lo rivive dentro la sua pelle, è un pittore che vuole catturare il passato e che ha l’ambizione di ricondurlo nel tempo presente. È un evocatore di spiriti antichi, di angeli, ma anche di creature terrestri che si offrono o si sono già offerte, che hanno peccato e non l’hanno dimenticato, che non vogliono dimenticare. (…)

(La sua pittura) È sempre in bilico tra seduzione e vendetta: la seduzione della bellezza, ma anche la vendetta o la punizione del tempo che rifiuta di tacere e soprattutto di passare. Vuole essere sempre presente anche se sono passati millenni dall’inizio dei tempi. La nostra cultura ha sempre negato l’immobilità del tempo, è questa la nostra forza, abbiamo sempre cercato di andare oltre i confini del tempo, ma nello stesso momento non abbiamo mai negato quello che il tempo ha tracciato dietro di noi, siamo ugualmente i Greci dell’antichità classica e siamo gotici e barocchi, non abbiamo mai rinunciato a quello che siamo stati, anche andando velocemente verso il futuro. Questo è anche l’insegnamento della pittura di Moreno Bondi nella sua oscillazione tra passato (tecnica) e presente (sensibilità e consapevolezza), aggiungendo alla sua opera sempre nuovi dettagli, nuove glosse, nuove postille, nuove storie dell’enigma spirituale, nuove variazioni alle sue immagini, nuovi conflitti tra l’anima ed il corpo, tra le ali nascoste e quelle visibili. (Janus)

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TORINO: ROBERT PAPPLETHORPE – TRA ANTICO E MODERNO. UN’ANTOLOGIA.

DALL’8 OTTOBRE AL 1° GENNAIO ALLA PROMOTRICE DELLE BELLE ARTI DI TORINO UNA GRANDE E ARTICOLATA ESPOSIZIONE DI ROBERT MAPPLETHORPE DI QUASI 400 OPERE, CURATA DA GERMANO CELANT, LA PIU’ GRANDE MAI REALIZZATA.
LA MOSTRA PROPONE UNA RILETTURA STORICA E ICONOGRAFICA DELLA SUA OPERA EVIDENZIANDONE LE RADICI E LE COMPLESSE RELAZIONI CON L’ARTE ANTICA E CON LA FOTOGRAFIA MODERNA.
IN MOSTRA ANCHE OPERE DI MICHELANGELO, BRONZINO, TIZIANO, CANOVA, COURBET, SCHIELE, RODIN E DI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA QUALI NADAR, VON GLOEDEN, ABBOTT, MAN RAY, MUYBRIDGE.

La mostra si propone di rivisitare criticamente l’opera di Mapplethorpe, assumendolo nel suo aspetto di artista trasgressore con una particolare propensione formalista e classica, non dissimile da altri grandi ‘trasgressori’ della storia dell’arte, da Michelangelo a Bronzino, da Canova a Rodin, da Schiele a Warhol, che si rispecchiano nei torsi, nei ritratti e nelle nature morte; ma anche riportando i suoi nudi femminili e maschili con le sculture neoclassiche di Canova, o ancora richiamando i suoi interessi per la storia della fotografia da Nadar a Ray, da Muybridge a Platt Lynes.

Robert Mapplethorpe ha esteso l’attenzione del linguaggio fotografico ad argomenti rimossi dalla cultura, producendo immagini a volte controverse, ma il più delle volte sublimi e magiche. Ha fotografato nature morte, composte da fiori appena sbocciati e collocati in splendidi vasi, e seguito le trasformazioni sensuali subite dal corpo della prima donna bodybuilder. Una passione per una visione carnale del mondo, che ha trovato nell’equilibrio e nella simmetria una maniera classica di trattare argomenti erotici ed esistenziali, arrivando a costruire immagini fotografiche che, per l’artista, sono sculture.

Infine ha documentato l’universo dell’underground sessuale newyorkese con i suoi rituali perversi, ed esaltato la monumentalita’ del corpo nudo afroamericano, il glamour del mondo degli artisti e la seduzione dei protagonisti dello spettacolo e della società newyorkese degli anni ’70.

La mostra, realizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, sara’ arricchita da un ampio materiale referenziale, che arriva a includere anche i films di Pasolini, di Schlesinger, di Silverstein, della Cavani e di Jarman, nonchè i cataloghi e le testimonianze televisive sull’artista, e sarà documentata, nella sua complessità e nella sua ricchezza, in un ampio volume monografico pubblicato da ArtificioSkira, a cura di Germano Celant e con i contributi di Claudio Strinati e di Robert Rosenblum.

La mostra è promossa dalla Città di Torino, dalla Regione Piemonte, dalla Fondazione Torino Musei e da ArtificioSkira.

INFO:
Torino, Palazzina Promotrice delle Belle Arti, Viale Balsamo Crivelli 11 (Parco del Valentino).
ORARI: tutti i giorni 10 – 19, giovedì 10-23, domenica 10-20. La biglietteria chiude un’ora primadella chiusura; il 24 e 31 dicembre 10 – 15, 25 dicembre 15 – 20, 26 dicembre 10 – 20, 1° gennaio orario 10 – 23.

Tel. 011 6599657 – 011 6599742

BIGLIETTI: Intero – euro 8,50; ridotto: euro 6,50; scuole elementari e medie: euro 3,00; scuole superiori: euro 4,50.

Fondazione Torino Musei: Daniela Matteu, via Magenta 31 – 10128 Torino
Tel. 011 4429523, fax 011 4429550, daniela.matteu@fondazionetorinomusei.it

Gianni Oliva, Giovanna Cattaneo Incisa, Fiorenzo Alfieri, assessori
La serie di grandi mostre che negli ultimi anni ha visto Torino entrare nel circuito delle città già raggiunte da pubblici numerosi per queste occasioni, si arricchisce di un nuovo appuntamento particolarmente significativo.
Questa volta sono protagonisti la fotografia e un autore molto noto ma ancora tutto da scoprire: Robert Mapplethorpe. Infatti, pur essendo una delle figure più celebrate della storia della fotografia, è ancora oggi in grado di stimolare un ripensamento complessivo capace di offrire molte sorprese. E’ quanto Germano Celant, il maggiore studioso di questo artista, ci propone in questa mostra ripercorrendo i fili della sua memoria culturale per meglio giustificare e interpretare i soggetti e gli stili delle sue produzioni.
La mostra è molto ampia e presenta un gran numero di fotografie non ancora conosciute in Italia che, insieme ad altre opere d’arte di epoche diverse, contrappuntano quegli scatti che rappresentano le tappe principali del percorso artistico di Mapplethorpe. Una mostra molto adatta agli spazi della Promotrice delle Belle Arti che sono stati completamente restaurati e riportati all’originaria luminosità e bellezza.
La proposta di Artificioskira, che in passato ha co-prodotto con noi le mostre “Africa. Capolavori da un continente” e “Chagall. Un maestro del Novecento”, due tappe fondamentali nell’ambito della serie di grandi mostre di cui si diceva, è stata accolta con convinzione per l’attualità del tema, il valore del curatore e la serietà già sperimentata dell’editore proponente.
Era opportuno per noi programmare un evento espositivo di questo livello e di questo richiamo nel periodo che precede immediatamente l’eccezionale stagione delle Olimpiadi della Cultura, che offrirà all’attenzione internazionale un complesso programma di eventi capaci di dimostrare la qualità e la forza di un sistema culturale come il nostro. Si tratterà della componente più evidente di quel valore aggiunto delle prime Olimpiadi invernali organizzate da una metropoli ricca di tradizioni storico-artistiche. E’ giusto che l’attesa per questo appuntamento a carattere planetario venga occupata da una mostra che ha l’ambizione di dire qualcosa di nuovo su uno degli artisti più stimolanti e innovativi del panorama mondiale dell’arte del secolo scorso.
La mostra ha il sostegno della Città di Torino e della Regione Piemonte ed è stata realizzata grazie al contributo determinante della Robert Mapplethorpe Foundation e alla collaborazione organizzativa della Fondazione Torino Musei che, oltre alla gestione dei musei civici, è stata anche questa volta disponibile a non far mancare il suo appoggio tecnico.
L’augurio è che i cittadini di Torino, del Piemonte e tutti coloro che vorranno profittare dell’occasione per visitare i nostri territori, apprezzino la qualità dell’iniziativa e considerino sempre di più la cultura che qui si produce e si offre come uno dei segni distintivi del futuro che ci aspetta.

Germano Celant, il curatore
“Voglio che la gente guardi le mie opere prima di tutto come opere d’arte, e poi come fotografie.” Robert Mapplethorpe
Curata dal maggiore specialista dell’opera di Mapplethorpe, Germano Celant, la monografia – che accompagna la grande e articolata antologica torinese dedicata al fotografo americano – presenta una selezione di circa 400 opere che consentono una rilettura del suo lavoro sottraendolo all’aura scandalosa che l’ha finora accompagnato per reinserirlo nel contesto dell’arte e della cultura americana di quegli anni, segnata dall’espressione della libertà dai pregiudizi etnici e dalle convenzioni sessuali di cui Mapplethorpe fu interprete e paladino e insieme tragica vittima.
In un intreccio complesso e articolato che oscilla tra profondità artistica e intimità, si attraversa la storia dell’artista dagli esordi nel 1972 alla tragica e prematura morte nel 1989, documentando tutti i momenti e i soggetti del suo lavoro. Con una metodologia interpretativa e critica internazionalmente inedita, a ogni soggetto trattato viene affiancato un riferimento classico (dipinti, sculture, incisioni, fotografie di maestri e di momenti diversi nella storia delle arti) a testimoniare i rimandi storico-artistici del fotografo, che nel corso di trent’anni ha guardato alla storia dell’arte e della fotografia, interpretandole e allargandone la prospettiva secondo una sua visione contemporanea e personale.
Mettendo a confronto e in rapporto le prime fotografie di Mapplethorpe con i dipinti serigrafici di Warhol o le sequenze di Muybridge, oppure relazionando i suoi nudi al femminile e al maschile con le sculture neoclassiche di Canova, o ancora richiamando i suoi interessi per la storia della fotografia da Nadar a Ray, da Muybridge a Platt Lynes, e della storia dell’arte da Michelangelo a Bronzino, da Schiele a Rodin, che si rispecchiano nei torsi, nei ritratti e nelle nature floreali, Robert Mapplethorpe. Tra antico e moderno si propone come un’originale rivisitazione critica dell’opera di Mapplethorpe, finalmente riconosciuto come uno dei massimi artisti americani della seconda metà del Novecento.
Il volume comprende i saggi di Claudio Strinati (Su Robert Mapplethorpe), Robert Rosenblum (Robert Mapplethorpe: il punto di vista di uno storico dell’arte) e Germano Celant (Tra antico e moderno: Robert Mapplethorpe); seguono il catalogo e l’elenco delle opere, l’elenco fonti citazioni, la cronologia (a cura di Francesca Cattoi e Lisa Panzera), le biografie dei fotografi e la bibliografia selezionata.

Link: http://www.mapplethorpetorino.it

ROMA: Manet

Impressionista sì, impressionista no. Primo dei contemporanei o ultimo dei classici. Rivoluzionario che cita a menadito l’arte classica. Contraddittorio, affascinante Manet…

In fondo Edouard Manet (1832 – 1882) è un problema. Parigino fino al midollo, dandy raffinato, artista colto. E contraddittorio. Perché dipinge la vita moderna e cita l’arte classica, perché scandalizza (ben consapevole di farlo) gli accademici ed espone al Salon, che dell’arte comme il faut è da sempre la sede eccellente. Poi ci sono Monet, Renoir, Pissaro e tutti gli altri: amici e compagni d’avventura, certamente, eppure Manet non parteciperà a nessuna delle otto mostre degli impressionisti, preferendo –a rischio del rifiuto- la via consacrata all’arte ufficiale, perché –sostiene- lì sta “il vero campo di battaglia. È lì che bisogna misurarsi”. Un outsider, quindi: intelligente, arguto, orgoglioso. Ostico, per principio.

Una mostra su Manet non s’allestisce solo a suon di capolavori, è una sfida difficile, ci vuole una mano ferma e idee chiare. Così la mostra del Vittoriano funziona, con sorprendente semplicità: capolavori pochi, uno per tutti l’ipnotico, straordinario ritratto della creola Jeanne Duval (1862) e la scelta, non scontata, di dedicare molto spazio alle incisioni, da leggere come cartina al tornasole dell’abilità virtuosistica dell’artista.

Manet ama l’arte spagnola: Murillo, Velàzquez, Goya, da loro impara le atmosfere vibranti, il tratto nervoso, il nero denso, che diventerà una sorta di cifra ricorrente della sua opera. E’ di un nero insondabile il fondo che serra il corpo di madreperla della Sultana (datata intorno alla prima metà degli anni sessanta del XIX secolo), è un nero vellutato quello che avvolge l’Amazzone (1870) e che tinge lo sguardo penetrante di Berthe Morisot, amica, artista e poi cognata, protagonista di tanti quadri dell’artista e qui ritratta in una litografia datata tra il 1872 e il 1874.

La vita moderna preme nei quadri di Manet come un’esigenza cui è impossibile sottrarsi: sfilano scene di boulevards (da vedere, per esempio la piccola Rue Mosnier, del 1878, dal taglio inedito), amici e amiche, che poi sono personaggi di spicco della Parigi dell’epoca. Da Marcellin Desboutins, dipinto nel 1875, a Méry Laurent, musa di Mallarmé, che si staglia contro un fondo di stoffa azzurra fiorata. Fare il vero e lasciar parlare dice Manet. E non verrà mai meno a quel motto.

Una sorpresa sono le piccole nature morte degli anni Ottanta, per lo più concepite come una sorta di dono affettuoso per gli amici: come le Pesche, saggio di una pittura ineccepibile, che fonde reminiscenze antiche ed echi contemporanei. Sul filo di quella peculiare, arguta intelligenza che è caratteristica inimitabile di Manet.

Info:
Manet – a cura di Maria Teresa Benedetti, fino al 5 febbraio 2006.
Roma, Complesso del Vittoriano, via di San Pietro in carcere (Fori Imperiali), dal lunedì al giovedì 9.30-19.30; venerdì e sabato 9.30-23.30; domenica 9.30-20.30, ingresso intero 9 euro, ridotto 7 euro, catalogo Skira.

Autore: Maria Cristina Bastante

Fonte:Exibart on line

SIENA: Un museo che fa provincia.

Qualcuno l’ha definito il museo più grande del mondo. Alla provincia di Siena sicuramente non mancano bellezze naturali, miracoli gastronomici e gemme artistiche. E non mancano neppure i musei, piccoli scrigni sparsi da San Gimignano a Montepulciano. Bisognosi di un’attività di coordinamento e di gestione integrata. Una nuovissima fondazione ci prova. Il presidente, Tommaso Detti, ci racconta la Fondazione dei Musei Senesi…

Professor Detti, l’iperbole viene spontanea. La Fondazione dei Musei Senesi, gestendo una rete di musei di varia importanza e tipologia dislocati in tutta la provincia di Siena, è di fatto il più grande spazio espositivo del Mondo. Una bella responsabilità…
È vero, una bella responsabilità, anche perché quanto più lo spazio è ampio, tanto più consistente e variegato è il panorama dei soggetti che necessariamente debbono essere coinvolti, e non soltanto per quanto riguarda più specificamente i musei e la loro gestione, ma anche i rapporti che essi intrattengono con le strutture del territorio.

Cosa rende possibile tutto ciò?
L’impegno e il grado di coinvolgimento delle istituzioni e della società di Siena e della sua provincia. Senza questi apporti la nostra scommessa sarebbe azzardata.

La Fondazione dei Musei Senesi è un organo particolare. Ci sono in Italia o all’estero esperienze comparabili in termini di gestione museale? Avete fatto riferimento a qualche altra configurazione simile costituendo l’ente?
All’estero esistono esperienze analoghe, ma una comparazione è difficile perché i quadri istituzionali e normativi sono estremamente diversificati. In Italia, per quanto ci risulta, la Fondazione Musei Senesi è attualmente l’unica ad avere una “giurisdizione” a carattere provinciale. La nostra non è peraltro la prima fondazione di partecipazione ad essere stata costituita, cosicché naturalmente abbiamo cercato di fare tesoro delle esperienze preesistenti. Dal punto di vista gestionale, peraltro, queste fondazioni non ci sono state particolarmente utili perché si riferiscono a singoli musei, mentre a noi compete il coordinamento –e in prospettiva la gestione diretta– di ben trentuno musei.

A Siena e non solo si favoleggia sulla dotazione milionaria della Fondazione. Facciamo un po’ di numeri. Quale tipo di budget avete a disposizione? In che misura è indicativamente destinato alla gestione, alle collezioni esistenti, agli eventi temporanei?
Non consideratemi reticente se le dico che ho qualche difficoltà a rispondere, ma non vorrei, per fare i numeri, dare anche i numeri. Voglio dire che sino a questo momento, a prescindere da un contributo di primo impianto provenuto dall’Amministrazione provinciale che è il nostro fondatore, abbiamo goduto essenzialmente di finanziamenti su singoli progetti, come quello per la costruzione di una rete telematica e quello per la mostra Capolavori ritrovati in terra di Siena. I nostri principali finanziatori sono la Fondazione e la Banca Monte dei Paschi di Siena (entrambe partecipanti istituzionali della Fondazione Musei Senesi), ma i Comuni e gli altri enti titolari dei nostri musei contribuiscono in maniera rilevante (anche se difficilmente quantificabile) alla gestione del sistema. Va da sé, peraltro, che tra i nostri compiti vi è anche la ricerca di fondi.

L’attività di found raising ha già raggiunto qualche obiettivo con questa prima mostra?
Per Capolavori ritrovati in terra di Siena abbiamo ottenuto significative sponsorizzazioni tecniche da parte di società come Disano illuminazione e Axa Art.

Insomma non siete ricchi sfondati come si vuol far credere…
Diciamo che il nostro bilancio è ancora in fase di consolidamento.

La fondazione non è ancora a regime con il personale. Vi saranno dei nuovi collaboratori?
Lo staff della fondazione è attualmente ridotto ai minimi termini e non è difficile prevedere che debba essere rafforzato in tempi relativamente brevi. Quella di procedere per piccoli passi successivi, facendo sì che la crescita del personale venisse di seguito allo sviluppo delle attività, e non viceversa, è stata comunque una scelta deliberata. E lo è stata non soltanto in relazione ai tempi di consolidamento del bilancio, a cui ho appena accennato, ma in ossequio a criteri di carattere generale: i costi di una fondazione come la nostra debbono infatti essere misurati sul volume delle attività e sui loro risultati.

Torniamo agli eventi temporanei. La Fondazione si presenta agli studiosi ed agli appassionati con una mostra itinerante. Di che genere di evento si tratta?
Trattandosi della nostra prima uscita all’esterno “in grande stile”, questa iniziativa è una sorta di presentazione, di biglietto da visita. Perciò abbiamo scelto un’iniziativa che rispecchiasse la nostra missione, la ragion d’essere della Fondazione. Che non è quella di un ente mostre e neppure della valorizzazione di ciascuno dei nostri musei, ma consiste nel farne un sistema compiuto. Abbiamo pensato che una rete di undici piccole mostre in altrettanti musei corrispondesse bene a tali obiettivi. L’evento espositivo –intitolato Capolavori ritrovati in terra di Siena. Itinerari d’autunno nei Musei Senesi e realizzato grazie al contributo finanziario della Fondazione Monte dei Paschi di Siena– intende presentare alcune opere inedite rivelate grazie a recenti scoperte o poco note al pubblico, perché oggi conservate lontano dall’originaria ubicazione, nonché valorizzarne altre con particolari allestimenti.
Il legante di questa iniziativa culturale è rappresentato dalla stretta connessione delle opere con le sedi espositive che le ospitano: una connessione in cui è possibile leggere una ennesima testimonianza di quella forte integrazione tra territorio e patrimonio archeologico, storico-artistico ed etnoantropologico.
Ognuno degli undici musei allestisce infatti una sorta di ‘camera delle meraviglie’, dove riscoprire opere dell’Antichità o del Medioevo nate per la sua terra e che vicende, spesso romanzesche, hanno condotto altrove: reperti archeologici, dipinti a fondo oro e sculture che ‘tornano a casa’ temporaneamente nei luoghi cui erano originariamente destinati.

Siete dotati indubbiamente di un network formidabile. Tuttavia i musei non sono gestiti direttamente dalla Fondazione, ma semplicemente affiliati. La Fondazione s’impegnerà nell’immediato futuro a prendere in gestione diretta le sedi che coordina?
Allo stato attuale, in effetti, nessuno dei musei del sistema è direttamente gestito dalla fondazione. Dicendo che questa è stata costituita con il compito di coordinare, valorizzare, promuovere e gestire i musei della provincia, prego di tenere conto che l’ordine nel quale ho disposto tali obiettivi non è casuale: sarebbe stato infatti velleitario procedere ad una gestione diretta prima di avere consolidato il sistema. Questo peraltro esiste da tempo, cosicché –in accordo con i Comuni e con gli altri enti proprietari– stiamo lavorando alla predisposizione di una ipotesi di gestione diretta da parte della Fondazione, nell’intento di realizzare economie di scala significative e al tempo stesso di assolvere sempre meglio ai compiti di tutela, conservazione e fruizione che ci sono propri. Pensiamo comunque di avviare sperimentalmente la gestione di alcuni musei e di estenderla all’intero sistema soltanto in un secondo momento, ovviamente una volta acquisito il consenso di tutti i soggetti interessati.

Per definizione un istituto come quello della Fondazione punta ad aggregare soggetti, istituzioni ed enti. Quali sono i vostri obiettivi in questo senso? Quali strutture cercherete nel medio periodo di “portar dentro” in questa avventura culturale?
Costituita dall’Amministrazione provinciale, la nostra è una fondazione di partecipazione della quale fanno parte i Comuni della città e della provincia di Siena, le Diocesi di Siena e Montepulciano, l’Università di Siena, la Fondazione e la Banca Monte dei Paschi e altri soggetti, quali l’Accademia dei Fisiocritici e la Camera di Commercio. A questi enti si è recentemente aggiunta – e si tratta di una acquisizione molto importante – la Direzione regionale dei Beni Culturali. Si tratterà adesso di definire e stringere più e meglio di quanto abbiamo fatto sinora il nostro rapporto con la Regione Toscana. Ma il discorso non finisce qui: da una parte dovremo sforzarci per coinvolgere soggetti privati – imprenditoriali, commerciali – che contribuiscano a sostenere i costi di questa avventura; dall’altra dobbiamo coinvolgere il multiforme associazionismo che è diretta espressione della società senese. Già, perché i nostri musei sono sì destinati a visitatori e turisti, ma prima di tutto appartengono ai cittadini e sono necessariamente questi i nostri primi interlocutori.

Fondazione Musei Senesi – http://www.museisenesi.org

Autore: Massimiliano Tonelli

Link: http://musei.provincia.siena.it

Fonte:Exibart on line

ROMA: Federico Zandomeneghi – Un veneziano tra gli impressionisti.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale.

Chiostro del Bramante, in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano presenta un’esposizione retrospettiva e antologica dedicata a Federico Zandomeneghi.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale. Con questa mostra si inaugura anche la serie intitolata “Grandi Artisti Italiani”.

Le ultime rassegne italiane dedicate all’impressionismo e ai suoi artisti hanno approfondito la presenza dei tre italiens de Paris, De Nittis, Zandomeneghi e Boldini, all’interno della cultura impressionista e rivalutato il loro contributo al successo dell’arte francese. A differenza di De Nittis, che non interruppe mai i rapporti con l’Italia, Zandomeneghi restò invece esclusivamente legato all’ambiente parigino, e non a caso partecipò dal 1879 a tutte le mostre impressioniste, tanto che dei tre “italiani di Parigi” è quello che ha avuto i legami più duraturi e profondi con l’ambiente impressionista e post-impressionista. E’ quindi ora perfettamente lecito presentare l’artista italiano come una voce singolare della nouvelle peinture, sia pure temperata dai richiami alle proprie radici nella scuola veneta e toscana.

La vicinanza dei temi, come le immagini della toilette femminile, i paesaggi parigini, le figure in interno, sono solo un tassello, importante ma non esclusivo, di quella trama di suggestioni tra impressionismo e post-impressionismo, nelle quali si considera ora necessario inserire l’arte di Zandomeneghi. Finora infatti gli studiosi italiani hanno insistito soprattutto nel “riprendersi” (secondo l’espressione di Raffaello Giolli) la sua arte per recuperarla all’interno del contesto italiano, sottolineando il suo ruolo di artista ponte tra la scuola veneta e quella macchiaiola, tra quella toscana e quella francese. Più recentemente invece, mentre si delinea la nozione di un “impressionismo” italiano, si mira a contestualizzare l’artista nel più ampio panorama europeo gravitante su Parigi e forse è arrivato il momento di guardare a Zandomeneghi attraverso la quotidianità dell’ambiente parigino in cui dal 1874 ha vissuto ininterrottamente fino alla morte.

Il progetto si articola quindi su 100 circa tra dipinti e pastelli di Zandomeneghi, accompagnati da una trentina di suoi disegni, che permetteranno da una parte di studiare il passaggio dall’abbozzo all’opera finita, dall’altra di delineare appunto quel particolare senso del disegno che soprattutto nella cerchia di Degas è elemento caratterizzante di un certo clima impressionista. Accanto alla selezione di Zandomeneghi vengono inserite a confronto opere di artisti francesi, come i dipinti di Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, i pastelli di Degas, grafiche di Toulouse-Lautrec, visualizzando così la fitta trama di riferimenti e suggestioni tra Zandomeneghi e i suoi amici impressionisti.

La mostra è suddivisa in sedici sezioni tra cui:

1. Il periodo macchiaiolo
Il percorso della mostra non si snoda cronologicamente, ma si costruisce per temi che riprendono i soggetti preferiti dall’artista e dai suoi amici impressionisti, presentando però un’importante apertura dedicata al momento essenziale del periodo italiano, ossia la sua frequentazione dell’ambiente macchiaiolo a Firenze. La sensualità cromatica della tradizione si coniuga in Preparativi (1873, Istituto Matteucci Viareggio) con il chiaroscuro marcato e netto della scuola fiorentina, le cui lezione sulla luce fa da base ai successivi esperimenti luministici parigini.

2a. Parigi e la pittura en-plein-air
La Parigi di Zandomeneghi non è la Parigi elegante, mondana e internazionale celebrata da De Nittis e Boldini, ma si racchiude nel quartiere bohèmien per eccellenza, Montmartre, dove l’artista viveva a fianco di Toulouse-Lautrec e della artista e modella Suzanne Valadon, ritratta in molte opere di Renoir, Lautrec, Puvis de Chavannes e Zandomeneghi.Montmartre possedeva ancora in quegli anni un carattere popolare e periferico, la cui atmosfera si adatta perfettamente a Zandomeneghi, i cui soggetti preferiti illustrano sempre un ambiente domestico e familiare.
Dipinti come Il Moulin de la Galette (Fondazione Enrico Piceni, Milano), Place d’Anvers (Galleria Ricci Oddi Piacenza) o ancora Casetta a Montmartre (Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma) non ricreano così solo il suo palcoscenico quotidiano ma testimoniano anche il graduale avvicinamento alla poetica impressionista della pittura en-plein-air, reso più profondo dai vincoli d’amicizia con paesaggisti puri come Pissarro e Guillaumin. Accanto alle vedute parigine gli esterni di Zando si arricchiscono dei paesaggi della campagna francese della Chevreuse, dove trascorreva le vacanze.
Il puntinismo atmosferico di Zandomeneghi evidente in molte creazioni, come ad esempio in Riposo sul prato (collezione privata) trova un’evidente corrispondenza nello stile di molti pittori impressionisti, nella poesia discreta di Alfred Sisley (Il canale del Loing a Moret,1882, collezione privata) o all’estremo opposto nella forza cromatica e materica di Pissarro, Guillaumin, Gauguin. L’artista italiano fu infatti sempre attento a cogliere le molteplici inflessioni della “scuola” impressionista, anche nel suo sfaldarsi verso il post-impressionismo del pointillisme e della scuola di Pont-Aven.

2b. La donna di Zandomeneghi e la moda parigina
Per molti anni Zandomeneghi fu attivo come disegnatore di figurini per le riviste di moda parigine. L’artista si piegò malvolentieri a questo impiego che gli portava via tempo per la pittura ma che d’altro canto era il suo sostentamento, e non è stato ancora possibile individuare questi lavori per la moda. Tuttavia è indiscutibile che la figura femminile è il soggetto principale dell’arte di Zandomeneghi e che le sue figure, tanto in interni che in esterni, risentono notevolmente dell’influsso della moderna raffigurazione dell’eleganza diffusa propria attraverso le riviste di moda, che del resto si offrivano come spunto di riflessione e studio anche agli artisti francesi non solo impressionisti.
La descrizione delle toilettes, degli elaborati cappelli, dei gesti tipici della moda, come l’indossare i guanti, o muovere il ventaglio, occupa un posto di rilievo nella sua produzione, e a questo filone appartengono molte delle sue opere più celebri, come Serata di gala (collezione privata) o Il thé (Collezione Sacerdoti, Milano).

3. Il nudo
La vicinanza di Zandomeneghi a Degas, con il quale condivideva l’amore per il disegno, i valori lineari e il pastello, si esprime essenzialmente nelle scene di nudo, per lo più ambientate in interno, che colgono giovani donne nei gesti quotidiani del risveglio e della toeletta. Una creazione esemplare come La tinozza (collezione Sacerdoti Milano) dichiara esplicitamente il richiamo a Degas e al gruppo di artisti a lui legati, a partire da Jean-Louis Forain (La tinozza, Tate Gallery Londra) e Toulouse-Lautrec, per il modus corsivo e graffiante con cui è delineata la figura accovacciata. Ma Zandomeneghi non si ferma esclusivamente a Degas e, come per tutti i suoi soggetti, anche nel nudo non mancano i riferimenti all’altra grande corrente impressionista, quella dei “coloristes” di Renoir, il cui gusto cromatico l’artista veneziano ammirava incondizionatamente. “Che lusso, che aristocrazia, che sfarzo di gemme semine nelle tele! Com’è delicato, com’è femminile, insomma com’è artista” scrive nel 1883 all’amico Diego Martelli.

4. La natura morta
L’attenzione alla pittura di Renoir viene sottolineata dalla scelta di Zandomeneghi di dedicarsi negli ultimi alla natura morta e alla pittura di fiori, generi tipicamente francesi, come osservava lo stesso Zandomeneghi, che certamente conosceva anche la lezione di Cézanne. E come in Renoir, il trionfo vitalistico dei fiori (Il bouquet di fiori, collezione privata) si contrappone all’accento volutamente povero delle nature morte con i pesci (Piatto con pesce, Collezione Sacerdoti, Milano) dove la suggestione del colore e la finezza del tratto riscatta la modestia del soggetto.

Il ricco catalogo, edito da Mazzotta, presenta i contributi dei due curatori, sul percorso stilistico e tematico di Zandomeneghi, accompagnati dai saggi di Mimita Lamberti e Raffaele De Grada sull’ambiente impressionista e Maria Luisa Rizzini sulla moda parigina, mentre i testi di Ugo Bazzotti, Maria Grazia Piceni, Ippolito Edmondo Ferrario illustrano il mondo e il fenomeno del collezionismo di Zandomeneghi, da Durand-Ruel alle grandi collezioni storiche come Mondadori, Piceni, Sacerdoti. Il testo di Giovanni Federico Villa è dedicato invece agli esiti della campagna di analisi reflettografica portata avanti dall’Università di Bologna negli ultimi anni, che ha permesso di studiare, attraverso il disegno preparatorio sottostante la materia pittorica, il processo creativo di Zandomeneghi nelle sue opere più significative.

Info:
Roma – CHIOSTRO DEL BRAMANTE – Arco Della Pace – tel. 0668809035
Fino al 5 marzo 2006 – orario: dal martedì al venerdì 10–20; sabato 10–24; domenica 10–21,30
Ingresso: intero € 9; ridotti € 7 e 4,50;
catalogo: €. 42,00 in libreria e €. 35,00 in mostra – Mazzotta Editore

Link: http://www.chiostrodelbramante.it

Email: direzione@chiostrodelbramante.it