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ROMA: Manet

Impressionista sì, impressionista no. Primo dei contemporanei o ultimo dei classici. Rivoluzionario che cita a menadito l’arte classica. Contraddittorio, affascinante Manet…

In fondo Edouard Manet (1832 – 1882) è un problema. Parigino fino al midollo, dandy raffinato, artista colto. E contraddittorio. Perché dipinge la vita moderna e cita l’arte classica, perché scandalizza (ben consapevole di farlo) gli accademici ed espone al Salon, che dell’arte comme il faut è da sempre la sede eccellente. Poi ci sono Monet, Renoir, Pissaro e tutti gli altri: amici e compagni d’avventura, certamente, eppure Manet non parteciperà a nessuna delle otto mostre degli impressionisti, preferendo –a rischio del rifiuto- la via consacrata all’arte ufficiale, perché –sostiene- lì sta “il vero campo di battaglia. È lì che bisogna misurarsi”. Un outsider, quindi: intelligente, arguto, orgoglioso. Ostico, per principio.

Una mostra su Manet non s’allestisce solo a suon di capolavori, è una sfida difficile, ci vuole una mano ferma e idee chiare. Così la mostra del Vittoriano funziona, con sorprendente semplicità: capolavori pochi, uno per tutti l’ipnotico, straordinario ritratto della creola Jeanne Duval (1862) e la scelta, non scontata, di dedicare molto spazio alle incisioni, da leggere come cartina al tornasole dell’abilità virtuosistica dell’artista.

Manet ama l’arte spagnola: Murillo, Velàzquez, Goya, da loro impara le atmosfere vibranti, il tratto nervoso, il nero denso, che diventerà una sorta di cifra ricorrente della sua opera. E’ di un nero insondabile il fondo che serra il corpo di madreperla della Sultana (datata intorno alla prima metà degli anni sessanta del XIX secolo), è un nero vellutato quello che avvolge l’Amazzone (1870) e che tinge lo sguardo penetrante di Berthe Morisot, amica, artista e poi cognata, protagonista di tanti quadri dell’artista e qui ritratta in una litografia datata tra il 1872 e il 1874.

La vita moderna preme nei quadri di Manet come un’esigenza cui è impossibile sottrarsi: sfilano scene di boulevards (da vedere, per esempio la piccola Rue Mosnier, del 1878, dal taglio inedito), amici e amiche, che poi sono personaggi di spicco della Parigi dell’epoca. Da Marcellin Desboutins, dipinto nel 1875, a Méry Laurent, musa di Mallarmé, che si staglia contro un fondo di stoffa azzurra fiorata. Fare il vero e lasciar parlare dice Manet. E non verrà mai meno a quel motto.

Una sorpresa sono le piccole nature morte degli anni Ottanta, per lo più concepite come una sorta di dono affettuoso per gli amici: come le Pesche, saggio di una pittura ineccepibile, che fonde reminiscenze antiche ed echi contemporanei. Sul filo di quella peculiare, arguta intelligenza che è caratteristica inimitabile di Manet.

Info:
Manet – a cura di Maria Teresa Benedetti, fino al 5 febbraio 2006.
Roma, Complesso del Vittoriano, via di San Pietro in carcere (Fori Imperiali), dal lunedì al giovedì 9.30-19.30; venerdì e sabato 9.30-23.30; domenica 9.30-20.30, ingresso intero 9 euro, ridotto 7 euro, catalogo Skira.

Autore: Maria Cristina Bastante

Fonte:Exibart on line

SIENA: Un museo che fa provincia.

Qualcuno l’ha definito il museo più grande del mondo. Alla provincia di Siena sicuramente non mancano bellezze naturali, miracoli gastronomici e gemme artistiche. E non mancano neppure i musei, piccoli scrigni sparsi da San Gimignano a Montepulciano. Bisognosi di un’attività di coordinamento e di gestione integrata. Una nuovissima fondazione ci prova. Il presidente, Tommaso Detti, ci racconta la Fondazione dei Musei Senesi…

Professor Detti, l’iperbole viene spontanea. La Fondazione dei Musei Senesi, gestendo una rete di musei di varia importanza e tipologia dislocati in tutta la provincia di Siena, è di fatto il più grande spazio espositivo del Mondo. Una bella responsabilità…
È vero, una bella responsabilità, anche perché quanto più lo spazio è ampio, tanto più consistente e variegato è il panorama dei soggetti che necessariamente debbono essere coinvolti, e non soltanto per quanto riguarda più specificamente i musei e la loro gestione, ma anche i rapporti che essi intrattengono con le strutture del territorio.

Cosa rende possibile tutto ciò?
L’impegno e il grado di coinvolgimento delle istituzioni e della società di Siena e della sua provincia. Senza questi apporti la nostra scommessa sarebbe azzardata.

La Fondazione dei Musei Senesi è un organo particolare. Ci sono in Italia o all’estero esperienze comparabili in termini di gestione museale? Avete fatto riferimento a qualche altra configurazione simile costituendo l’ente?
All’estero esistono esperienze analoghe, ma una comparazione è difficile perché i quadri istituzionali e normativi sono estremamente diversificati. In Italia, per quanto ci risulta, la Fondazione Musei Senesi è attualmente l’unica ad avere una “giurisdizione” a carattere provinciale. La nostra non è peraltro la prima fondazione di partecipazione ad essere stata costituita, cosicché naturalmente abbiamo cercato di fare tesoro delle esperienze preesistenti. Dal punto di vista gestionale, peraltro, queste fondazioni non ci sono state particolarmente utili perché si riferiscono a singoli musei, mentre a noi compete il coordinamento –e in prospettiva la gestione diretta– di ben trentuno musei.

A Siena e non solo si favoleggia sulla dotazione milionaria della Fondazione. Facciamo un po’ di numeri. Quale tipo di budget avete a disposizione? In che misura è indicativamente destinato alla gestione, alle collezioni esistenti, agli eventi temporanei?
Non consideratemi reticente se le dico che ho qualche difficoltà a rispondere, ma non vorrei, per fare i numeri, dare anche i numeri. Voglio dire che sino a questo momento, a prescindere da un contributo di primo impianto provenuto dall’Amministrazione provinciale che è il nostro fondatore, abbiamo goduto essenzialmente di finanziamenti su singoli progetti, come quello per la costruzione di una rete telematica e quello per la mostra Capolavori ritrovati in terra di Siena. I nostri principali finanziatori sono la Fondazione e la Banca Monte dei Paschi di Siena (entrambe partecipanti istituzionali della Fondazione Musei Senesi), ma i Comuni e gli altri enti titolari dei nostri musei contribuiscono in maniera rilevante (anche se difficilmente quantificabile) alla gestione del sistema. Va da sé, peraltro, che tra i nostri compiti vi è anche la ricerca di fondi.

L’attività di found raising ha già raggiunto qualche obiettivo con questa prima mostra?
Per Capolavori ritrovati in terra di Siena abbiamo ottenuto significative sponsorizzazioni tecniche da parte di società come Disano illuminazione e Axa Art.

Insomma non siete ricchi sfondati come si vuol far credere…
Diciamo che il nostro bilancio è ancora in fase di consolidamento.

La fondazione non è ancora a regime con il personale. Vi saranno dei nuovi collaboratori?
Lo staff della fondazione è attualmente ridotto ai minimi termini e non è difficile prevedere che debba essere rafforzato in tempi relativamente brevi. Quella di procedere per piccoli passi successivi, facendo sì che la crescita del personale venisse di seguito allo sviluppo delle attività, e non viceversa, è stata comunque una scelta deliberata. E lo è stata non soltanto in relazione ai tempi di consolidamento del bilancio, a cui ho appena accennato, ma in ossequio a criteri di carattere generale: i costi di una fondazione come la nostra debbono infatti essere misurati sul volume delle attività e sui loro risultati.

Torniamo agli eventi temporanei. La Fondazione si presenta agli studiosi ed agli appassionati con una mostra itinerante. Di che genere di evento si tratta?
Trattandosi della nostra prima uscita all’esterno “in grande stile”, questa iniziativa è una sorta di presentazione, di biglietto da visita. Perciò abbiamo scelto un’iniziativa che rispecchiasse la nostra missione, la ragion d’essere della Fondazione. Che non è quella di un ente mostre e neppure della valorizzazione di ciascuno dei nostri musei, ma consiste nel farne un sistema compiuto. Abbiamo pensato che una rete di undici piccole mostre in altrettanti musei corrispondesse bene a tali obiettivi. L’evento espositivo –intitolato Capolavori ritrovati in terra di Siena. Itinerari d’autunno nei Musei Senesi e realizzato grazie al contributo finanziario della Fondazione Monte dei Paschi di Siena– intende presentare alcune opere inedite rivelate grazie a recenti scoperte o poco note al pubblico, perché oggi conservate lontano dall’originaria ubicazione, nonché valorizzarne altre con particolari allestimenti.
Il legante di questa iniziativa culturale è rappresentato dalla stretta connessione delle opere con le sedi espositive che le ospitano: una connessione in cui è possibile leggere una ennesima testimonianza di quella forte integrazione tra territorio e patrimonio archeologico, storico-artistico ed etnoantropologico.
Ognuno degli undici musei allestisce infatti una sorta di ‘camera delle meraviglie’, dove riscoprire opere dell’Antichità o del Medioevo nate per la sua terra e che vicende, spesso romanzesche, hanno condotto altrove: reperti archeologici, dipinti a fondo oro e sculture che ‘tornano a casa’ temporaneamente nei luoghi cui erano originariamente destinati.

Siete dotati indubbiamente di un network formidabile. Tuttavia i musei non sono gestiti direttamente dalla Fondazione, ma semplicemente affiliati. La Fondazione s’impegnerà nell’immediato futuro a prendere in gestione diretta le sedi che coordina?
Allo stato attuale, in effetti, nessuno dei musei del sistema è direttamente gestito dalla fondazione. Dicendo che questa è stata costituita con il compito di coordinare, valorizzare, promuovere e gestire i musei della provincia, prego di tenere conto che l’ordine nel quale ho disposto tali obiettivi non è casuale: sarebbe stato infatti velleitario procedere ad una gestione diretta prima di avere consolidato il sistema. Questo peraltro esiste da tempo, cosicché –in accordo con i Comuni e con gli altri enti proprietari– stiamo lavorando alla predisposizione di una ipotesi di gestione diretta da parte della Fondazione, nell’intento di realizzare economie di scala significative e al tempo stesso di assolvere sempre meglio ai compiti di tutela, conservazione e fruizione che ci sono propri. Pensiamo comunque di avviare sperimentalmente la gestione di alcuni musei e di estenderla all’intero sistema soltanto in un secondo momento, ovviamente una volta acquisito il consenso di tutti i soggetti interessati.

Per definizione un istituto come quello della Fondazione punta ad aggregare soggetti, istituzioni ed enti. Quali sono i vostri obiettivi in questo senso? Quali strutture cercherete nel medio periodo di “portar dentro” in questa avventura culturale?
Costituita dall’Amministrazione provinciale, la nostra è una fondazione di partecipazione della quale fanno parte i Comuni della città e della provincia di Siena, le Diocesi di Siena e Montepulciano, l’Università di Siena, la Fondazione e la Banca Monte dei Paschi e altri soggetti, quali l’Accademia dei Fisiocritici e la Camera di Commercio. A questi enti si è recentemente aggiunta – e si tratta di una acquisizione molto importante – la Direzione regionale dei Beni Culturali. Si tratterà adesso di definire e stringere più e meglio di quanto abbiamo fatto sinora il nostro rapporto con la Regione Toscana. Ma il discorso non finisce qui: da una parte dovremo sforzarci per coinvolgere soggetti privati – imprenditoriali, commerciali – che contribuiscano a sostenere i costi di questa avventura; dall’altra dobbiamo coinvolgere il multiforme associazionismo che è diretta espressione della società senese. Già, perché i nostri musei sono sì destinati a visitatori e turisti, ma prima di tutto appartengono ai cittadini e sono necessariamente questi i nostri primi interlocutori.

Fondazione Musei Senesi – http://www.museisenesi.org

Autore: Massimiliano Tonelli

Link: http://musei.provincia.siena.it

Fonte:Exibart on line

ROMA: Federico Zandomeneghi – Un veneziano tra gli impressionisti.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale.

Chiostro del Bramante, in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano presenta un’esposizione retrospettiva e antologica dedicata a Federico Zandomeneghi.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale. Con questa mostra si inaugura anche la serie intitolata “Grandi Artisti Italiani”.

Le ultime rassegne italiane dedicate all’impressionismo e ai suoi artisti hanno approfondito la presenza dei tre italiens de Paris, De Nittis, Zandomeneghi e Boldini, all’interno della cultura impressionista e rivalutato il loro contributo al successo dell’arte francese. A differenza di De Nittis, che non interruppe mai i rapporti con l’Italia, Zandomeneghi restò invece esclusivamente legato all’ambiente parigino, e non a caso partecipò dal 1879 a tutte le mostre impressioniste, tanto che dei tre “italiani di Parigi” è quello che ha avuto i legami più duraturi e profondi con l’ambiente impressionista e post-impressionista. E’ quindi ora perfettamente lecito presentare l’artista italiano come una voce singolare della nouvelle peinture, sia pure temperata dai richiami alle proprie radici nella scuola veneta e toscana.

La vicinanza dei temi, come le immagini della toilette femminile, i paesaggi parigini, le figure in interno, sono solo un tassello, importante ma non esclusivo, di quella trama di suggestioni tra impressionismo e post-impressionismo, nelle quali si considera ora necessario inserire l’arte di Zandomeneghi. Finora infatti gli studiosi italiani hanno insistito soprattutto nel “riprendersi” (secondo l’espressione di Raffaello Giolli) la sua arte per recuperarla all’interno del contesto italiano, sottolineando il suo ruolo di artista ponte tra la scuola veneta e quella macchiaiola, tra quella toscana e quella francese. Più recentemente invece, mentre si delinea la nozione di un “impressionismo” italiano, si mira a contestualizzare l’artista nel più ampio panorama europeo gravitante su Parigi e forse è arrivato il momento di guardare a Zandomeneghi attraverso la quotidianità dell’ambiente parigino in cui dal 1874 ha vissuto ininterrottamente fino alla morte.

Il progetto si articola quindi su 100 circa tra dipinti e pastelli di Zandomeneghi, accompagnati da una trentina di suoi disegni, che permetteranno da una parte di studiare il passaggio dall’abbozzo all’opera finita, dall’altra di delineare appunto quel particolare senso del disegno che soprattutto nella cerchia di Degas è elemento caratterizzante di un certo clima impressionista. Accanto alla selezione di Zandomeneghi vengono inserite a confronto opere di artisti francesi, come i dipinti di Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, i pastelli di Degas, grafiche di Toulouse-Lautrec, visualizzando così la fitta trama di riferimenti e suggestioni tra Zandomeneghi e i suoi amici impressionisti.

La mostra è suddivisa in sedici sezioni tra cui:

1. Il periodo macchiaiolo
Il percorso della mostra non si snoda cronologicamente, ma si costruisce per temi che riprendono i soggetti preferiti dall’artista e dai suoi amici impressionisti, presentando però un’importante apertura dedicata al momento essenziale del periodo italiano, ossia la sua frequentazione dell’ambiente macchiaiolo a Firenze. La sensualità cromatica della tradizione si coniuga in Preparativi (1873, Istituto Matteucci Viareggio) con il chiaroscuro marcato e netto della scuola fiorentina, le cui lezione sulla luce fa da base ai successivi esperimenti luministici parigini.

2a. Parigi e la pittura en-plein-air
La Parigi di Zandomeneghi non è la Parigi elegante, mondana e internazionale celebrata da De Nittis e Boldini, ma si racchiude nel quartiere bohèmien per eccellenza, Montmartre, dove l’artista viveva a fianco di Toulouse-Lautrec e della artista e modella Suzanne Valadon, ritratta in molte opere di Renoir, Lautrec, Puvis de Chavannes e Zandomeneghi.Montmartre possedeva ancora in quegli anni un carattere popolare e periferico, la cui atmosfera si adatta perfettamente a Zandomeneghi, i cui soggetti preferiti illustrano sempre un ambiente domestico e familiare.
Dipinti come Il Moulin de la Galette (Fondazione Enrico Piceni, Milano), Place d’Anvers (Galleria Ricci Oddi Piacenza) o ancora Casetta a Montmartre (Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma) non ricreano così solo il suo palcoscenico quotidiano ma testimoniano anche il graduale avvicinamento alla poetica impressionista della pittura en-plein-air, reso più profondo dai vincoli d’amicizia con paesaggisti puri come Pissarro e Guillaumin. Accanto alle vedute parigine gli esterni di Zando si arricchiscono dei paesaggi della campagna francese della Chevreuse, dove trascorreva le vacanze.
Il puntinismo atmosferico di Zandomeneghi evidente in molte creazioni, come ad esempio in Riposo sul prato (collezione privata) trova un’evidente corrispondenza nello stile di molti pittori impressionisti, nella poesia discreta di Alfred Sisley (Il canale del Loing a Moret,1882, collezione privata) o all’estremo opposto nella forza cromatica e materica di Pissarro, Guillaumin, Gauguin. L’artista italiano fu infatti sempre attento a cogliere le molteplici inflessioni della “scuola” impressionista, anche nel suo sfaldarsi verso il post-impressionismo del pointillisme e della scuola di Pont-Aven.

2b. La donna di Zandomeneghi e la moda parigina
Per molti anni Zandomeneghi fu attivo come disegnatore di figurini per le riviste di moda parigine. L’artista si piegò malvolentieri a questo impiego che gli portava via tempo per la pittura ma che d’altro canto era il suo sostentamento, e non è stato ancora possibile individuare questi lavori per la moda. Tuttavia è indiscutibile che la figura femminile è il soggetto principale dell’arte di Zandomeneghi e che le sue figure, tanto in interni che in esterni, risentono notevolmente dell’influsso della moderna raffigurazione dell’eleganza diffusa propria attraverso le riviste di moda, che del resto si offrivano come spunto di riflessione e studio anche agli artisti francesi non solo impressionisti.
La descrizione delle toilettes, degli elaborati cappelli, dei gesti tipici della moda, come l’indossare i guanti, o muovere il ventaglio, occupa un posto di rilievo nella sua produzione, e a questo filone appartengono molte delle sue opere più celebri, come Serata di gala (collezione privata) o Il thé (Collezione Sacerdoti, Milano).

3. Il nudo
La vicinanza di Zandomeneghi a Degas, con il quale condivideva l’amore per il disegno, i valori lineari e il pastello, si esprime essenzialmente nelle scene di nudo, per lo più ambientate in interno, che colgono giovani donne nei gesti quotidiani del risveglio e della toeletta. Una creazione esemplare come La tinozza (collezione Sacerdoti Milano) dichiara esplicitamente il richiamo a Degas e al gruppo di artisti a lui legati, a partire da Jean-Louis Forain (La tinozza, Tate Gallery Londra) e Toulouse-Lautrec, per il modus corsivo e graffiante con cui è delineata la figura accovacciata. Ma Zandomeneghi non si ferma esclusivamente a Degas e, come per tutti i suoi soggetti, anche nel nudo non mancano i riferimenti all’altra grande corrente impressionista, quella dei “coloristes” di Renoir, il cui gusto cromatico l’artista veneziano ammirava incondizionatamente. “Che lusso, che aristocrazia, che sfarzo di gemme semine nelle tele! Com’è delicato, com’è femminile, insomma com’è artista” scrive nel 1883 all’amico Diego Martelli.

4. La natura morta
L’attenzione alla pittura di Renoir viene sottolineata dalla scelta di Zandomeneghi di dedicarsi negli ultimi alla natura morta e alla pittura di fiori, generi tipicamente francesi, come osservava lo stesso Zandomeneghi, che certamente conosceva anche la lezione di Cézanne. E come in Renoir, il trionfo vitalistico dei fiori (Il bouquet di fiori, collezione privata) si contrappone all’accento volutamente povero delle nature morte con i pesci (Piatto con pesce, Collezione Sacerdoti, Milano) dove la suggestione del colore e la finezza del tratto riscatta la modestia del soggetto.

Il ricco catalogo, edito da Mazzotta, presenta i contributi dei due curatori, sul percorso stilistico e tematico di Zandomeneghi, accompagnati dai saggi di Mimita Lamberti e Raffaele De Grada sull’ambiente impressionista e Maria Luisa Rizzini sulla moda parigina, mentre i testi di Ugo Bazzotti, Maria Grazia Piceni, Ippolito Edmondo Ferrario illustrano il mondo e il fenomeno del collezionismo di Zandomeneghi, da Durand-Ruel alle grandi collezioni storiche come Mondadori, Piceni, Sacerdoti. Il testo di Giovanni Federico Villa è dedicato invece agli esiti della campagna di analisi reflettografica portata avanti dall’Università di Bologna negli ultimi anni, che ha permesso di studiare, attraverso il disegno preparatorio sottostante la materia pittorica, il processo creativo di Zandomeneghi nelle sue opere più significative.

Info:
Roma – CHIOSTRO DEL BRAMANTE – Arco Della Pace – tel. 0668809035
Fino al 5 marzo 2006 – orario: dal martedì al venerdì 10–20; sabato 10–24; domenica 10–21,30
Ingresso: intero € 9; ridotti € 7 e 4,50;
catalogo: €. 42,00 in libreria e €. 35,00 in mostra – Mazzotta Editore

Link: http://www.chiostrodelbramante.it

Email: direzione@chiostrodelbramante.it

Pierfranco BRUNI: Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo.

E’ in distribuzione il volume, edito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal titolo: “Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo” di Pierfranco Bruni. Una ricerca nella quali si analizzano modelli ed elementi storici, culturali, antropologici degli Italo – Albanesi. Sono stati affrontati aspetti particolari e in modo predominante si è cercato di sottolineare l’importanza tra letteratura e appartenenza attraverso una griglia di capitoli, che pongono all’attenzione l’idea di identità, di appartenenza, di viaggio in una visione sia estetica sia storica sia antropologica.

“Sono stati realizzati, sottolinea Pierfranco Bruni, dei tracciati ad incastro. Per questo si trovano, come in una griglia di un mosaico, scrittori, paesi, luoghi, elementi artistici e letterari. Uno sviluppo a rete della ricerca perché l’obiettivo, in fondo, era quello di insistere sul tema dell’identità in una dimensione eterogenea e vasta come proposta problematica. Il filo che unisce è quello del patrimonio culturale dell’etnia italo – albanese. Un filo che lega i vari punti nella riflessione che questa civiltà è un bene culturale che va chiaramente tutelato e conservato ma anche valorizzato e partecipato nelle sue varie componenti. Dalla storia ai luoghi, dalla letteratura alle biblioteche, dalle riviste al rapporto tra le diverse culture. Un penetrare, di volta in volta, realtà che alla fine si amalgamano da sole. Ciò che maggiormente si è cercato di fare è stato quello di proporre delle tesi non perdendo di vista mai il legame con la storia, la realtà, i documenti”.

La ricerca vuole anche essere un invito ad approfondire maggiormente quei riferimenti che possono aprire strade nuove su valenze comparative sia sul versante scientifico che su quello pedagogico. Con questa ricerca, infatti, non si intende chiudere un discorso. Anzi si lasciano aperte numerose strade in virtù di un convinto successivo confronto e di ulteriori stimoli che serviranno a portare un contributo serio alla valorizzazione di queste comunità.

‘Il Ministero per i beni e le attività culturali, in linea con le normative vigenti e in particolare con la legge 482/99, ha avviato una serie di iniziative per il recupero, la promozione e la valorizzazione di quelle tradizioni etnico – linguistiche che hanno fortemente caratterizzato il nostro territorio, fino a divenirne parte integrante, con lo scopo di far emergere e conoscere, da un lato la storia delle comunità, dall’altro di vederne il riflesso e le sedimentazioni nella cultura italiana senza trascurarne i riferimenti e gli aspetti antropologici e religiosi’. Così scrive Francesco Sicilia, Capo Dipartimento per Beni Culturali e paesaggistici, nella presentazione di questo studio che fa parte della collana dei ‘Quaderni di Libri e Riviste d’Italia’ diretta da Angela Padellaro.

Il ‘Quaderno’, composto di pagine 456, rientra in un progetto volto a favorire la conoscenza e la conservazione della cultura Arbereshe, una cultura che ha una tradizione millenaria nel nostro Paese, poiché trae origine da un costante e antico rapporto di osmosi tra le popolazioni della costa orientale dell’Adriatico e le regioni del Centro e Sud Italia.

Questa ricerca di Pierfranco Bruni sulle comunità Arbereshe presenti in sette regioni italiane – condotta con particolare attenzione alle realtà editoriali, alle biblioteche, ai centri per la diffusione della cultura, oltre che ai processi letterari e alle tradizioni, e corredata di uno strumento di consultazione importante come la bibliografia ragionata della cultura italo – albanese – sarà seguita da studi sulle altre comunità di minoranze etnico – linguistiche residenti in tutto il territorio nazionale con specifici riferimenti anche agli aspetti relativi alle realtà archeologiche.

Info: 329.3122380

Email: car.bruni@libero.it

CESENA: “RESPIRI DI POESIA”- Le tele e le parole di Tonino Gottarelli.

Dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006 la Galleria Comunale d’arte al Palazzo del Ridotto di Cesena ospita oltre 50 dipinti e 16 volumi realizzati dal maestro imolese negli ultimi 30 anni.

“Torno subito: sono occupato col tramonto”. Questi pochi versi di Tonino Gottarelli racchiudono in maniera emblematica le due anime del maestro imolese, la poesia e la pittura: entrambe sono in mostra a Cesena nella rassegna dal titolo “Respiri di poesia”, in programma alla Galleria Comunale d’arte nel Palazzo del Ridotto dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006.

“Il terreno d’incontro con Tonino Gottarelli è quello della poesia, da lui tradotta ora in immagini ora in parole, sempre per brevi respiri di silenzio”. Così Marilena Pasquali, curatrice della mostra, introduce l’esposizione, che rappresenta un’occasione unica per apprezzare la ricerca pittorica e letteraria di Gottarelli, un artista che da sempre ha saputo conciliare l’uso della penna e delle parole con quello del pennello e dei colori. Gli oltre 50 dipinti in mostra, realizzati dal 1975 ad oggi, saranno infatti accompagnati da 16 volumi che racchiudono novelle, poesie, aforismi e riflessioni filosofiche di Gottarelli, pubblicate dal 1942 al 1995.

Tra le tematiche rappresentate nei dipinti e nei testi in mostra a Cesena figurano i paesaggi dell’Appennino, i fiori, i vicoli di città, i segnali stradali, le nature morte, le nevicate, con una grande attenzione al dettaglio della quotidianità e ai particolari, che emergono con una forza dirompente sia nei dipinti che nelle liriche. Le diverse modalità espressive si intersecano così fortemente nella produzione artistica di Gottarelli che non è esagerato definire la sua poesia una “pittura parlante” e la sua pittura una “silenziosa poesia”, con una felice espressione di Mariana Campean, Direttore Artistico della Fondazione a lui intitolata. E già Vittorio Sgarbi, nel 1986, parlava di Gottarelli come “artista insigne con l’aspetto severo del filosofo antico e con lo spirito libero del giovane bohèmien, che di «mestiere» fa lo scrittore e il pittore”. In questa arte, fatta di mille tonalità di colori e di accostamenti a volte impensati, Gottarelli ritrova tutta la semplicità dell’essere umano, e in particolare della parte infantile che ancora alberga in esso; ancora capace di stupirsi di fronte a un comignolo di camino fumante, a un fiore di campo, ad uno spigolo di muro. “Collezionista di istanti”, lo ha definito brillantemente Marilena Pasquali, curatrice della mostra, tanto che le emozioni della vita traspaiono senza inibizioni tra una pennellata e un tocco incisivo di colore.

Breve scheda dell’artista
Tonino Gottarelli nasce nel 1920 in un vicoletto del centro di Imola, dove si diploma con ottimi voti al liceo. Completati gli studi con la laurea in filosofia a Bologna, la sua passione per la letteratura si rivela già a vent’anni, con la scrittura del romanzo L’ideale, la raccolta di novelle dal titolo Il gioco e, intorno agli anni ’50, la pubblicazione di alcune raccolte di liriche. Tra gli anni ’50 e ’60 Gottarelli inizia sia l’attività pittorica che quella dell’insegnamento, che lo vede dapprima professore di storia e geografia alle scuole medie e in seguito maestro elementare nei luoghi più disparati del comprensorio imolese. Ma il lavoro non lo distoglie dalle attività pittorica e poetica, che proseguono ininterrottamente: per quel che riguarda l’attività pittorica, da segnalare l’esposizione di opere in mostra in tutta Italia (la prima a Faenza, nel 1960) e all’estero (a Parigi nel 1966 e nel 1967, con una collettiva al “Salone di Maggio”), mentre per la produzione letteraria una tappa importante è rappresentata dalla vincita del premio letterario a Cervia nel 1960, in cui incontra il critico Giacinto Spagnoletti, in giuria insieme a Giuseppe Ungaretti. Il suo amore per la natura lo porta in questi anni alla ricerca di una abitazione a lui consona in campagna, fino a stabilirsi per circa 15 anni nella zona di Pediano nell’imolese, in una casa isolata, in cui la produzione letteraria acquista una profondità nuova: sono di questo periodo il romanzo L’amore al rallentatore e una raccolta di lettere filosofico-amorose che pubblicherà nel 1981 con il titolo Lettere inutili. Nello stesso anno Gottarelli si trasferisce definitivamente in città, a Imola, dove abita tuttora. Qui la poesia e la pittura vengono portate avanti con la stessa passione: negli anni ‘90 le opere di Gottarelli sono esposte in tutta Italia (Milano, Bologna, Verona, Pisa, Bari, Ferrara, Treviso, Trento, solo per citarne alcune) e all’estero (nel 1998 a Dusseldorf, Germania, e nel 2000 a Miami Beach, Florida). Di pari passo, le sue produzioni letterarie proseguono intensamente: tra queste, ricordiamo la raccolta di poesie Vita di un’idea che vince il Premio Lions di Milano, e il volume Musa a domicilio del 1995, opera che rivela una grande saggezza e lo spirito contemplativo del Maestro.

Hanno scritto di lui:
“Il compito dell’artista è“dare una mano al sole”, ed è questo anche il ruolo nel quale Tonino Gottarelli, poeta con le parole e con i pennelli riconosce la propria identità di pittore, individuando in essa il senso più autentico della propria arte. Un ruolo che, per chi non conoscesse Gottarelli, potrebbe sembrare di ambizioni titaniche, da novello Prometeo dei nostri giorni. E’ invece una cotidiana oratio di francescana umiltà, una filosofia non dei cieli, ma della terra e per la terra che è strettamente imparentata col più umano dei sentimenti della natura. Dare una mano al sole significa, nel linguaggio dolce e suggestivo di Gottarelli “togliere le cose dal buio”, guardarle oltre quanto ci concede la vista fisica, cercare in profondità la loro sostanza sotto l’aspetto più esteriore. Dare una mano al sole significa guardare con gli occhi dell’anima. Sono ormai cinquant’anni che Gottarelli guarda e dipinge con gli occhi dell’anima, facendo di questa esperienza un motivo di vitale necessità non solo per la propria arte, ma anche per la propria esistenza.”

Vittorio Sgarbi Info:
Sede: Galleria Comunale d’Arte al Palazzo del Ridotto di Cesena
Apertura: tutti i giorni (compresi i festivi, escluso il lunedì) – Orario: 9,30 – 12,30 / 16 – 19 – Ingresso: gratuito

Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena – Via Aldini, 22 Tel. 0547 355 727-355 711 Fax 0547 355 721, e-mail:ufficiocultura@sanbiagiocesena.it
Fondazione Centro Studi Tonino Gottarelli – Tel. e fax 0542 24487, campean@interfree.it

Ufficio Stampa – Agenzia PrimaPagina – Filippo Fabbri, Caterina Molari
Via Sacchi 31 – 47023 Cesena – Tel. 0547 24284 – Fax 0547 27328, info@agenziaprimapagina.it