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Pierfranco BRUNI: Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo.

E’ in distribuzione il volume, edito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal titolo: “Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo” di Pierfranco Bruni. Una ricerca nella quali si analizzano modelli ed elementi storici, culturali, antropologici degli Italo – Albanesi. Sono stati affrontati aspetti particolari e in modo predominante si è cercato di sottolineare l’importanza tra letteratura e appartenenza attraverso una griglia di capitoli, che pongono all’attenzione l’idea di identità, di appartenenza, di viaggio in una visione sia estetica sia storica sia antropologica.

“Sono stati realizzati, sottolinea Pierfranco Bruni, dei tracciati ad incastro. Per questo si trovano, come in una griglia di un mosaico, scrittori, paesi, luoghi, elementi artistici e letterari. Uno sviluppo a rete della ricerca perché l’obiettivo, in fondo, era quello di insistere sul tema dell’identità in una dimensione eterogenea e vasta come proposta problematica. Il filo che unisce è quello del patrimonio culturale dell’etnia italo – albanese. Un filo che lega i vari punti nella riflessione che questa civiltà è un bene culturale che va chiaramente tutelato e conservato ma anche valorizzato e partecipato nelle sue varie componenti. Dalla storia ai luoghi, dalla letteratura alle biblioteche, dalle riviste al rapporto tra le diverse culture. Un penetrare, di volta in volta, realtà che alla fine si amalgamano da sole. Ciò che maggiormente si è cercato di fare è stato quello di proporre delle tesi non perdendo di vista mai il legame con la storia, la realtà, i documenti”.

La ricerca vuole anche essere un invito ad approfondire maggiormente quei riferimenti che possono aprire strade nuove su valenze comparative sia sul versante scientifico che su quello pedagogico. Con questa ricerca, infatti, non si intende chiudere un discorso. Anzi si lasciano aperte numerose strade in virtù di un convinto successivo confronto e di ulteriori stimoli che serviranno a portare un contributo serio alla valorizzazione di queste comunità.

‘Il Ministero per i beni e le attività culturali, in linea con le normative vigenti e in particolare con la legge 482/99, ha avviato una serie di iniziative per il recupero, la promozione e la valorizzazione di quelle tradizioni etnico – linguistiche che hanno fortemente caratterizzato il nostro territorio, fino a divenirne parte integrante, con lo scopo di far emergere e conoscere, da un lato la storia delle comunità, dall’altro di vederne il riflesso e le sedimentazioni nella cultura italiana senza trascurarne i riferimenti e gli aspetti antropologici e religiosi’. Così scrive Francesco Sicilia, Capo Dipartimento per Beni Culturali e paesaggistici, nella presentazione di questo studio che fa parte della collana dei ‘Quaderni di Libri e Riviste d’Italia’ diretta da Angela Padellaro.

Il ‘Quaderno’, composto di pagine 456, rientra in un progetto volto a favorire la conoscenza e la conservazione della cultura Arbereshe, una cultura che ha una tradizione millenaria nel nostro Paese, poiché trae origine da un costante e antico rapporto di osmosi tra le popolazioni della costa orientale dell’Adriatico e le regioni del Centro e Sud Italia.

Questa ricerca di Pierfranco Bruni sulle comunità Arbereshe presenti in sette regioni italiane – condotta con particolare attenzione alle realtà editoriali, alle biblioteche, ai centri per la diffusione della cultura, oltre che ai processi letterari e alle tradizioni, e corredata di uno strumento di consultazione importante come la bibliografia ragionata della cultura italo – albanese – sarà seguita da studi sulle altre comunità di minoranze etnico – linguistiche residenti in tutto il territorio nazionale con specifici riferimenti anche agli aspetti relativi alle realtà archeologiche.

Info: 329.3122380

Email: car.bruni@libero.it

CESENA: “RESPIRI DI POESIA”- Le tele e le parole di Tonino Gottarelli.

Dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006 la Galleria Comunale d’arte al Palazzo del Ridotto di Cesena ospita oltre 50 dipinti e 16 volumi realizzati dal maestro imolese negli ultimi 30 anni.

“Torno subito: sono occupato col tramonto”. Questi pochi versi di Tonino Gottarelli racchiudono in maniera emblematica le due anime del maestro imolese, la poesia e la pittura: entrambe sono in mostra a Cesena nella rassegna dal titolo “Respiri di poesia”, in programma alla Galleria Comunale d’arte nel Palazzo del Ridotto dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006.

“Il terreno d’incontro con Tonino Gottarelli è quello della poesia, da lui tradotta ora in immagini ora in parole, sempre per brevi respiri di silenzio”. Così Marilena Pasquali, curatrice della mostra, introduce l’esposizione, che rappresenta un’occasione unica per apprezzare la ricerca pittorica e letteraria di Gottarelli, un artista che da sempre ha saputo conciliare l’uso della penna e delle parole con quello del pennello e dei colori. Gli oltre 50 dipinti in mostra, realizzati dal 1975 ad oggi, saranno infatti accompagnati da 16 volumi che racchiudono novelle, poesie, aforismi e riflessioni filosofiche di Gottarelli, pubblicate dal 1942 al 1995.

Tra le tematiche rappresentate nei dipinti e nei testi in mostra a Cesena figurano i paesaggi dell’Appennino, i fiori, i vicoli di città, i segnali stradali, le nature morte, le nevicate, con una grande attenzione al dettaglio della quotidianità e ai particolari, che emergono con una forza dirompente sia nei dipinti che nelle liriche. Le diverse modalità espressive si intersecano così fortemente nella produzione artistica di Gottarelli che non è esagerato definire la sua poesia una “pittura parlante” e la sua pittura una “silenziosa poesia”, con una felice espressione di Mariana Campean, Direttore Artistico della Fondazione a lui intitolata. E già Vittorio Sgarbi, nel 1986, parlava di Gottarelli come “artista insigne con l’aspetto severo del filosofo antico e con lo spirito libero del giovane bohèmien, che di «mestiere» fa lo scrittore e il pittore”. In questa arte, fatta di mille tonalità di colori e di accostamenti a volte impensati, Gottarelli ritrova tutta la semplicità dell’essere umano, e in particolare della parte infantile che ancora alberga in esso; ancora capace di stupirsi di fronte a un comignolo di camino fumante, a un fiore di campo, ad uno spigolo di muro. “Collezionista di istanti”, lo ha definito brillantemente Marilena Pasquali, curatrice della mostra, tanto che le emozioni della vita traspaiono senza inibizioni tra una pennellata e un tocco incisivo di colore.

Breve scheda dell’artista
Tonino Gottarelli nasce nel 1920 in un vicoletto del centro di Imola, dove si diploma con ottimi voti al liceo. Completati gli studi con la laurea in filosofia a Bologna, la sua passione per la letteratura si rivela già a vent’anni, con la scrittura del romanzo L’ideale, la raccolta di novelle dal titolo Il gioco e, intorno agli anni ’50, la pubblicazione di alcune raccolte di liriche. Tra gli anni ’50 e ’60 Gottarelli inizia sia l’attività pittorica che quella dell’insegnamento, che lo vede dapprima professore di storia e geografia alle scuole medie e in seguito maestro elementare nei luoghi più disparati del comprensorio imolese. Ma il lavoro non lo distoglie dalle attività pittorica e poetica, che proseguono ininterrottamente: per quel che riguarda l’attività pittorica, da segnalare l’esposizione di opere in mostra in tutta Italia (la prima a Faenza, nel 1960) e all’estero (a Parigi nel 1966 e nel 1967, con una collettiva al “Salone di Maggio”), mentre per la produzione letteraria una tappa importante è rappresentata dalla vincita del premio letterario a Cervia nel 1960, in cui incontra il critico Giacinto Spagnoletti, in giuria insieme a Giuseppe Ungaretti. Il suo amore per la natura lo porta in questi anni alla ricerca di una abitazione a lui consona in campagna, fino a stabilirsi per circa 15 anni nella zona di Pediano nell’imolese, in una casa isolata, in cui la produzione letteraria acquista una profondità nuova: sono di questo periodo il romanzo L’amore al rallentatore e una raccolta di lettere filosofico-amorose che pubblicherà nel 1981 con il titolo Lettere inutili. Nello stesso anno Gottarelli si trasferisce definitivamente in città, a Imola, dove abita tuttora. Qui la poesia e la pittura vengono portate avanti con la stessa passione: negli anni ‘90 le opere di Gottarelli sono esposte in tutta Italia (Milano, Bologna, Verona, Pisa, Bari, Ferrara, Treviso, Trento, solo per citarne alcune) e all’estero (nel 1998 a Dusseldorf, Germania, e nel 2000 a Miami Beach, Florida). Di pari passo, le sue produzioni letterarie proseguono intensamente: tra queste, ricordiamo la raccolta di poesie Vita di un’idea che vince il Premio Lions di Milano, e il volume Musa a domicilio del 1995, opera che rivela una grande saggezza e lo spirito contemplativo del Maestro.

Hanno scritto di lui:
“Il compito dell’artista è“dare una mano al sole”, ed è questo anche il ruolo nel quale Tonino Gottarelli, poeta con le parole e con i pennelli riconosce la propria identità di pittore, individuando in essa il senso più autentico della propria arte. Un ruolo che, per chi non conoscesse Gottarelli, potrebbe sembrare di ambizioni titaniche, da novello Prometeo dei nostri giorni. E’ invece una cotidiana oratio di francescana umiltà, una filosofia non dei cieli, ma della terra e per la terra che è strettamente imparentata col più umano dei sentimenti della natura. Dare una mano al sole significa, nel linguaggio dolce e suggestivo di Gottarelli “togliere le cose dal buio”, guardarle oltre quanto ci concede la vista fisica, cercare in profondità la loro sostanza sotto l’aspetto più esteriore. Dare una mano al sole significa guardare con gli occhi dell’anima. Sono ormai cinquant’anni che Gottarelli guarda e dipinge con gli occhi dell’anima, facendo di questa esperienza un motivo di vitale necessità non solo per la propria arte, ma anche per la propria esistenza.”

Vittorio Sgarbi Info:
Sede: Galleria Comunale d’Arte al Palazzo del Ridotto di Cesena
Apertura: tutti i giorni (compresi i festivi, escluso il lunedì) – Orario: 9,30 – 12,30 / 16 – 19 – Ingresso: gratuito

Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena – Via Aldini, 22 Tel. 0547 355 727-355 711 Fax 0547 355 721, e-mail:ufficiocultura@sanbiagiocesena.it
Fondazione Centro Studi Tonino Gottarelli – Tel. e fax 0542 24487, campean@interfree.it

Ufficio Stampa – Agenzia PrimaPagina – Filippo Fabbri, Caterina Molari
Via Sacchi 31 – 47023 Cesena – Tel. 0547 24284 – Fax 0547 27328, info@agenziaprimapagina.it

CREMONA: TESORI DI CAPODIMONTE – Dipinti disegni oggetti lombardi e porcellane.

La mostra, promossa e organizzata dall’Apic di Cremona con il patrocinio e il contributo della Regione Lombardia e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Cremona, si realizza grazie alla collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano e con prestiti del Museo di Capodimonte: un incontro fortunato che consente di presentare a Cremona una serie di capolavori assoluti della storia dell’arte in quanto opere di indiscutibile valore scientifico e culturale.

La mostra, sostenuta dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, con saggi in catalogo di Mina Gregori e Nicola Spinosa, presenta nell’insieme 22 dipinti, 11 disegni, 17 oggetti oltre a 53 porcellane di manifattura napoletana.

Tra i dipinti in mostra, vi sono opere di Andrea Mantegna, la Sant’Eufemia del 1454 proveniente dalla collezione del cardinale Stefano Borgia; di Sofonisba Anguissola, con il bellissimo Autoritratto alla spinetta; di Boccaccio Boccaccino, tra cui l’Adorazione dei pastori, che è considerata una tra le sue opere più significative; di Polidoro Caldara, detto da Caravaggio, tra cui l’Andata al Calvario: uno dei tre bozzetti preparatori per la grande tavola raffigurante l’Andata al Calvario eseguita per la chiesa dell’Annunziata ai Catalani di Messina e ora anch’essa a Capodimonte. E ancora, opere di Giovan Battista Moroni, Bernardino Campi, Callisto Piazza e moltri altri.

Tra gli oggetti spiccano meravigliosi esempi di scultura del Cinquecento, come i busti dello scultore di fiducia di casa Farnese, Guglielmo della Porta, il Busto di Macrino, in bronzo, e il Busto di Paolo III (Alessandro Farnese), in marmo bianco di Carrara. Non mancano poi oggetti singolari come le Teste di martora in cristallo di rocca, gioielli molto in voga nel Cinquecento che venivano applicati sulle stole di pellicce di martora per rivestire e impreziosire la testa dell’animale. Manifatture realizzate per la prima volta a Milano.

Le porcellane di Capodimonte e della Real Fabbrica di Napoli sono infine capolavori pregiatissimi della celebre manifattura settecentesca con esempi di vasellame e di statuine realizzate dal capo-modellatore della manifattura Giuseppe Gricci, al quale si deve tutta la produzione plastica di Capodimonte. Figure che riproducono la gente comune: dai venditori ambulanti agli abitanti di Napoli, ai mendicanti, ai domatori di fiere e ai personaggi della Commedia dell’Arte, tra cui naturalmente Pulcinella e Colombina, e che, per quanto trovino un precedente in quelle realizzate da Kaendler ed Eberlein a Meissen, si distinguono per la varietà dei soggetti e il sorprendente realismo.

La ricchezza delle raccolte di Capodimonte, frutto dell’intelligente collezionismo dei Farnese e, in seguito, della corte dei Borbone, è stata integrata ed estesa, fino ai giorni nostri, da ulteriori acquisizioni, spesso di interi nuclei. Le opere testimoniano la ricchezza e l’articolazione di un patrimonio artistico accumulato nel corso di secoli, sopravvissuto alle difficili condizioni politiche e ai numerosi cambiamenti dinastici.Proprio in virtù della capacità rappresentativa di cui godono le collezioni del Museo di Capodimonte nei confronti di una cultura non ristretta all’ambito napoletano, ma più ampiamente diffusa in Italia e in Europa, capace di sottolinearne le originalità e, nello stesso tempo, i rapporti e le influenze reciproche, la mostra cremonese costituisce, da un lato, occasione di maggiore conoscenza di un patrimonio prezioso e, dall’altro, opportunità di approfondimento dei legami e dei percorsi che fanno oggi scoprire nelle collezioni napoletane presenze lombarde ed anche cremonesi.

Info:
Intero: € 9,00, ridotto: € 7,00 (militari, ragazzi fino a 18 anni, studenti universitari, ultrasessantenni, comitive di almeno 15 persone con prenotazione obbligatoria, possessori di: biglietto ferroviario in arrivo a Cremona, tessere TCI e FAI, disabili, visitatori di mostre contemporanee collegate); ridotto speciale: € 5,00 (scuole e possessori di Apic Card e Cremona City Card); ingresso libero: bambini fino a 6 anni, accompagnatori di scolaresche o di comitive di almeno 15 persone; il biglietto di ingresso alla mostra dà diritto ad una riduzione per la visita al Museo civico Ala Ponzone.

Museo civico Ala Ponzone, dal 26 ottobre 2005 al 5 febbraio 2006; orario: dal martedì al sabato, ore 9-19; domenica e festivi, ore 10-19 Giorno di chiusura: lunedì.

Emanuele RUBINI: Premio Nobel dell’arte.

Un prestigioso riconoscimento per lo scultore Emanuele Rubini al quale in questi giorni è stato conferito da un apposito e qualificato comitato di esperti e critici d’arte il “Nobel dell’Arte”, un premio quadriennale la cui cerimonia di assegnazione si è tenuta presso “Le Metropole Palace” situato nel cuore di Montecarlo (Principato di Monaco).

Da annotare tra le significative presenze alla cerimonia: Gerard Argelier, Critico d’arte di Nizza, delegato ufficiale degli affari Culturali della città di Nizza e responsabile per tutte le attività espositive estere organizzate da Euro Art Expò; Christie Grizivatz, gallerista di Cannes; Michél Verdant, titolare della Galerie Victoria di Cannes; Jean Jacques Segall, responsabile della cultura settore Alpi Marittime; M. me Jacqueline Cotta; M. me Chantall Genevoix; M.me Hélène Vallée; M.me Mireille Grand; Giorgio Falossi, direttore Casa Editrice d’arte Il Quadrato Milano; Francesco Chetta; Alfredo Pasolino; Guglielma Pazzagli; Mariarosaria Belgiovine; Elena Cicchetti.

Il premio assegnato costituisce un riconoscimento per l’artista bitontino le cui opere (visionabili anche da Internet sul sito ufficiale www.emanuelerubini.com ) stanno ottenendo in ambienti dell’arte e del collezionismo internazionale larghi apprezzamenti anche nei paesi mediorientali.

Proprio in questi giorni la nota galleria d’arte “Transvisionismo” di Stefano Sichel, uno dei fondatori con altri artisti del “Transvisionismo” su indicazione del critico d’arte Lello Spinelli che segue il “percorso” di Emanuele Rubini lo ha inserito tra gli artisti in permanenza.

Pubblichiamo, qui di seguito, stralcio del testo critico di Spinelli scritto per la monografia in corso di stampa per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore.

L’artista:
Nel Novecento italiano tre i periodi, con ascendenze culturali diverse, delle arti plastiche con posizioni più o meno predominanti di alcuni artisti (Modigliani e Boccioni negli anni 1910 – 15), Arturo Martini nel periodo tra le due guerre (1914 – 45), Manzù e Marini dal 1930 in poi la cui influenza culturale fu notevole anche per i giovani maturatisi nel secondo dopoguerra ai quali si contrapporranno quelli aderenti al cosiddetto “astrattismo” nelle sue poliedriche e diverse angolazioni (Spazialismo, strutturalismo, espressionismo, surrealismo, ecc.) con maggiori possibilità di chiarezza formale e di intensità di espressione pur nello sconcertante manifestarsi di alcuni proseliti, specie quelli non impegnati nella figura umana (Lardera, Mirko, Viani e tanti altri) consapevoli della possibilità, per la scultura, di uscire da obsoleti mezzi neo umanistici, neo romantici, archeologici e del tardo naturalismo rinascimentale che, nel 1945, avrebbero portato lo stesso grande sperimentatore di stili, Arturo Martini, due anni prima della sua morte, a dichiarare ormai finita la possibilità di fare scultura.

In realtà la scultura moderna non ha una lunga storia in quanto la moderna concezione dello spazio e della forma (Moore, Fontana e altri) si è sviluppata specialmente nella pittura (si pensi a Degas, Renoir e ancora a Matisse e a Picasso) che cercavano di realizzare plasticamente le “nuove strutture” di forme e di immagini.

Continuava così la storia a camminare sulle gambe degli uomini e la scultura, legata per antica tradizione al pensiero stesso della storia, fu essa ad indagare quale poteva e doveva essere il valore della esperienza storica nella coscienza moderna e, con essa, il senso della esistenza umana nel mondo.

Storia come poesia, come mito, come sollecitazione interiore, come misura stessa del tempo e dello spazio ideali in cui si svolge, si situa e si compie la vita, in una sorte di nuovo umanesimo che è la verità stessa cui tende la ricerca d’oggi con il suo potere di espressione da contrapporre ad un inesistente ideale di bellezza e con il rifiuto del contingente per aspirare all’assoluto.

Sin dalle prime opere di Emanuele Rubini si avvertono le sceneggiature sapienti, il gioco sottile e insinuante dei volumi che conducono a esiti rarefatti nel morbido fluire dei ritmi, una ripresa mediterranea non immemore della grande lezione di Henry Moore (i toni scanditi e solenni).

Un andar libero delle forme nello spazio lo porteranno, alcuni anni dopo, ad un procedimento di scavo del masso per disegnare uno spazio interno ed esterno secondo principi formali che tendono a sottolineare la sua stessa tensione alla sintesi e le pulsioni dialettiche della scultura che Rubini intende come “forma” che definisce la dimensione aurea dello spazio in cui l’opera andrà a collocarsi.

La materia (il marmo di Carrara, la pietra di Trani, il Rosa Verona ed altri) si presta così a diventare presenza viva e reale, protagonista essa stessa non solo di un’avventura plastica ma soprattutto di vicende legate alla stessa storia dell’uomo, in una spazialità che sia quanto più vicina possibile a quella dell’uomo d’oggi che è dinamica e polivalente, lontana da ogni esecuzione che alla labilità sperimentale voglia ispirarsi.

L’artista continua così, nella ricerca di una pulizia formale assoluta che lascia emergere una irreprimibile sensualità della materia, pur levigatissima e gli stessi elementi di una figuratività residua vengono a fondersi con rigorose strutturazioni spaziali per la costante preoccupazione dell’artista di “levare” ogni resistenza opprimente dal masso a vantaggio di una maggiore tensione vitale che riesca a liberare l’energia interna contenuta in un continuo rimettere in gioco ricerca e processo operativo per soddisfare i continui e sempre nuovi interrogativi formali propri dell’autentica tensione poetica.

Il suo diventa così atto di amore che aderisce e cede alla stessa cadenza di una lingua mediterranea, meridionale, all’entusiasmo della creazione più che ad una qualsiasi indagine semantica degli strumenti linguistici o a metodologie sperimentali.

La luce continua così ad accarezzare queste forme, bloccandole in una unità di gesto, di spazio – tempo, di tensione fatti di entusiasmi che alternano a note acute pause melodiche.

Nascono, così, le opere “Eva”, “Fiamma”, “Cleopatra” degli anni 2002 – 2003 mentre la svolta decisiva, approdo a situazioni che guardino a contenuti astratti e poetici della forma per porre l’interiorità, avviene negli anni 2004 – 2005 con l’esecuzione delle opere “Gemma”, “Bora”, “Venere”, “Il tuffo”, “Ghibli”, “Anima” e “Madame Butterfly” nelle quali si avverte la necessità dell’artista bitontino di liberare la sua creazione scultorea dalla chiusa staticità per farvi penetrare lo spazio.

Caratteristiche di queste opere sono date dai volumi plastici totalmente sciolti in archi e linee sinuose, leggibili da visuali diverse che dilatano gli spazi conglobando l’essenza interiore allusivamente misteriosa e la monumentalità dell’opera stessa è dissolta dal puro movimento.

In queste opere l’artista bitontino rispecchia l’evoluzione generale subita in questi ultimi decenni dalla scultura, non solo europea, cercando di distruggere quel concetto di monumentalità che nel passato aveva costituito il suo prestigio.

Opera aperta da ogni lato (“Gemma”) più delle precedenti, che estende la cosiddetta tridimensionalità scultorea in pluridimensionalità sì che la luce e l’aria penetrano nelle ampie aperture dando vita a nuovi miti che rendono vivi quelli antichi, in quanto l’artista presta sempre attenzione ad una forma che garantendo un’esecuzione immediata, alla vacuità di contenuti della scultura rigidamente astratta, lascia prediligere sempre un’aderenza piena e sincera alla emblematicità dell’uomo moderno teso verso una universalità di tutte le forme di vita.

Come nelle precedenti opere anche in “Dietro il Chador”, ispirata al titolo di un libro di racconti, cancellati ogni tratto del volto e della mimica, la figura umana diviene un semplice elemento formale nella cui costruzione fisiognomica le linee si intrecciano in ogni punto di intersezione suscitando una impressione di spazi illimitati, con superfici rifinite con cura, con una tessitura esemplare, in un susseguirsi e intrecciarsi di una visione sempre in bilico tra realtà/irrealtà.

Lello Spinelli

Link: http://www.emanuelerubini.com

Email: forme.sculture@virgilio.it

BERLINO: Storie su oro – Mostra sul rinascimento.

‘Storie su oro’ e’ il titolo della mostra sulla pittura italiana del primo Rinascimento allestita da domani a Berlino. Per la prima volta dopo secoli si puo’ ammirare in una delle sale della Genealdegalerie la ricostruzione dell’ altare maggiore della chiesa S.Croce a Firenze, creato nel 1325 da Ugolino da Siena. Esposte anche opere di pittori italiani del XIV e XV secolo come Bartolo di Fredi, Filippo Lippi e fra Angelico.
La mostre terminera’ il 27 febbraio 2006.