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PERUGIA: Certificazione Internazionale HERITY per il Patrimonio Culturale: una opportunità per l’Umbria.

Un riconoscimento internazionale per musei e monumenti umbri? Se ne parlerà il 5 aprile 2006 alle ore 10.30 nella Sala Conferenze della Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia nel Convegno Regionale “Certificazione Internazionale HERITY per il Patrimonio Culturale: prospettive per l’Umbria”, all’interno della settimana della cultura (2-9 aprile 2006) promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Durante l’incontro, organizzato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria, grazie all’architetto Costantino Centroni, si avrà modo di enucleare quelle che sono le caratteristiche salienti del sistema di Certificazione di Qualità della Gestione del Patrimonio Culturale portato avanti da HERITY (dall’unione di due termini inglesi HERITAGE e QUALITY).

HERITY nata nel 2002, dopo 7 anni di studio e ricerca da parte di esperti provenienti da 15 Paesi, ha come attività principale l’applicazione di un Sistema Globale di Valutazione (HGES) per la certificazione del livello raggiunto da un museo, una biblioteca, un archivio, un sito archeologico, un monumento o un palazzo storico aperti al pubblico rispetto a quattro settori: RILEVANZA, CONSERVAZIONE, COMUNICAZIONE e SERVIZI OFFERTI.

Il livello raggiunto dal bene culturale nei rispettivi settori viene reso visibile graficamente da un “bersaglio” diviso in quattro quadranti (rilevanza, conservazione, comunicazione, servizi offerti) con un punteggio che va da un minimo di 1 a un massimo di 5. Il bersaglio, apposto sul luogo sotto forma di targa, e utilizzato anche nel materiale a stampa e in Internet, tiene conto non solo del giudizio di un expertise internazionale, ma anche di altre due fonti determinanti: l’opinione raccolta presso il pubblico e soprattutto l’autovalutazione dei responsabili del sito culturale stesso.

“Migliorare la Gestione di Qualità dei Beni Culturali attraverso un modello come quello di HERITY significa non solo informare e coinvolgere il visitatore evitando delusioni una volta all’interno del sito culturale, ma anche fornire ai gestori validi supporti alle decisioni” afferma Maurizio Quagliuolo coordinatore HERITY “ciò che ha spinto la Commissione Italiana UNESCO ad adottare tale sistema per i 40 siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale, esperienza condivisa anche dalla Provincia di Torino, dalla Regione Lazio, Campania e Puglia e molte altre realtà italiane”.

Info:

Pietro Briganò 334.1306930

Link: http://www.herity.it

TPA: I “custodi” a tutela del patrimonio artistico.

Alla fine i poliziotti del film “Topkapi” riescono a recuperare il prezioso pugnale rubato dal museo di Istanbul. Un’operazione riuscita per una buona dose di fortuna. In Italia i topi d’arte hanno vita meno facile. Nel nostro Paese infatti esistono i Carabinieri Tutela patrimonio culturale (Tpc), nati nel 1969, e il Gruppo tutela patrimonio archeologico della Guardia di finanza, oltre alle Direzioni generali del ministero dei Beni culturali e a strutture interne agli enti locali che svolgono compiti di vigilanza. Non stiamo parlando di professioni di grandi numeri.

I carabinieri Tutela patrimonio culturale sono circa 300 distribuiti tra il Comando generale, il reparto operativo e gli 11 nuclei sparsi in tutt’Italia. Il Gruppo tutela patrimonio archeologico delle Fiamme gialle conta una trentina di operatori. Sono qualche centinaio i funzionari e i dirigenti ministeriali preposti alla tutela.

Va da sé che si tratta di lavori legati a talento e a grande preparazione a cui si accede dopo anni di studi e d’esperienza. “Non siamo esperti d’arte; prima di tutto siamo investigatori – spiega il colonnello Ferdinando Musella, comandante reparto operativo Carabinieri Tpc -. I miei uomini svolgono indagini come tutti i colleghi, solo che nel nostro caso abbiamo a che fare con beni culturali e le loro normative che impariamo a conoscere con una speciale formazione e il lavoro sul campo. Facendo parte del ministero dei Beni culturali abbiamo il vantaggio di avere a nostra disposizione i maggiori esperti nei vari settori dell’arte che ci aiutano nell’attività”.
 
I ‘carabinieri dell’arte’ che lavorano alla Banca dati opere rubate devono essere esperti informatici: “Si tratta di un archivio con due milioni di dati e 200mila fotografie, consultabile dal cittadino e dai tecnici con due livelli di ricerca. In questo ambito occorre avere ottime conoscenze informatiche per provvedere al mantenimento dei dati e al loro aggiornamento”, conclude Musella.

La struttura della Gdf che coordina le attività a tutela dell’arte si chiama Gruppo Tutela patrimonio archeologico. Ma la denominazione va un po’ stretta. “Ci occupiamo del patrimonio artistico in generale – afferma il capitano Massimo Rossi, comandante di sezione del Gruppo.

Nell’esplicare i controlli di carattere amministrativo e tributario la Gdf si trova di fronte a reati d’evasione fiscale che a volte sottendono al traffico illecito di reperti e quindi interveniamo noi. Abbiamo poi la componente aereonavale che partecipa, insieme alle altre forze dell’ordine, a vigilare aree archeologiche marine e al recupero di opere sommerse”.

Un altro tipo di tutela è quella svolta a livello ministeriale centrale e nelle sovrintendenze. Rivendica i meriti Roberto Cecchi, direttore generale per i beni architettonici e paesaggistici: “L’Italia ha salvato più di ogni altro Paese le preziose stratificazioni storiche”.

In 108 Soprintendenze operano architetti, archeologi, restauratori e storia dell’arte. “La tutela si rivolge al patrimonio architettonico, costituito da palazzi, chiese, edifici pubblici e privati, anche contemporanei – dice Cecchi – e al patrimonio paesaggistico, riconosciuto in porzioni di territorio eccezionali per i loro caratteri naturali o per la testimonianza della relazione con l’opera dell’uomo, come nel caso della laguna di Venezia”.

E poi la Direzione generale patrimonio storico artistico etnoantropologico e la Direzione generale patrimonio beni archeologici dove si fa archeologia preventiva come spiega Irene Berlingò collaboratrice del direttore Anna Maria Reggiani: “È una legge dello scorso luglio in base alla quale dobbiamo essere in grado di sapere prima dell’inizio dei lavori se sono a quella strada o a quell’edifìcio ci sono reperti, per evitare così di danneggiarli”.

Spesso le operazioni di prevenzione/ricerca e recupero delle opere d’arte richiedono periodi di indagine all’estero. Per questo gli operatori sono almeno “fluent english” e conoscono diritto e leggi internazionali. La gang di “Ocean’s eleven” è avvertita.
 
La professione

Fiuto investigativo e competenze informatiche sono dati indispensabili in questo lavoro.

Carabinieri e Guardia di finanza devono operare a fianco di architetti, archeologi, restauratori e storici distribuiti tra Ministero, Soprintendenze ed enti locali per tutelare il ricco patrimonio culturale italiano.

Carabinieri: www.carabinieri.it

Carabinieri Tutela patrimonio culturale: tpc@carabinieri.it

Guardia di finanza: www.gdf.it

Gruppo patrimonio archeologico – Nucleo regionale polizia tributaria del Lazio: www.gdf.it/compiti/patrimonio.htm

Direzione generale per i beni architettonici e paesaggistici: www.bap.beniculturali.it

Direzione generale per i beni archeologici: www.archeologia.beniculturali.it

Direzione generale per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico: www.arti.beniculturali.it

Banca Dati delle opere d’arte rubate è un motore di ricerca che consente una consultazione, semplice e avanzata, di un archivio in cui sono contenuti descrizioni e foto di opere riportate sul Bollettino delle opere d’arte rubate, quelle a cui è stato attribuito un grado di rilevanza e delle quali sia stato denunciato il furto: www.carabinieri.it

Scudo blu internazionale (Icbs -International commitee or the blue shield), fondato nel 1996, prende il nome dal simbolo specificato nella Convenzione de L’Aja (1954) a protezione dei Beni culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali: www.blueshieldmeeting.com

Unesco: www.unesco.org

Associazione città italiane patrimonio mondiale Unesco: www.sitiunesco.it

Per iniziare occorre un concorso

Diventare detective dell’arte non è da subito. Per carabinieri e Guardia di finanza si deve sperare nella vacanza, ovvero che si liberino dei posti nel settore tutela. Nei ministeri è più dura: l’ultimo concorso risale al 1998. In entrambi i casi selezioni e concorsi sono aperte sia a uomini che a donne. “Gli interessati fanno domanda che viene esaminata in base all’esperienza nell’Arma (minimo di quattro anni) e al curriculum – spiega il colonnello Ferdinando Musella del reparto operativo carabinieri Tutela patrimonio culturale -. I prescelti fanno un corso in Tutela patrimonio storico artistico seguiti da funzionari del ministero e nostri ufficiali. Si tratta di un’infarinatura generale sull’arte e di una solida preparazione giuridica che parte dal codice dei beni culturali. Col tempo si diventa anche esperti d’arte, ma se posso dare una dritta, i nostri uomini sono scelti in base al talento investigativo. A noi serve gente che sappia mettere microspie, fare pedinamenti, usare telecamere infrarossi e cosi via”.

Capita però che il lavoro alimenti un certo interesse per i beni culturali, così alcuni militari si iscrivono all’università per conseguire lauree o master.

“Non esiste un titolo di studio specifico per entrare a far parte del Gruppo tutela patrimonio archeologico – esordisce il capitano di Gdf Massimo Rossi -. La sensibilità verso la materia e quindi l’avere una preparazione universitaria nel settore sarà titolo preferenziale in sede di valutazione delle domande. È un percorso a tappe: prima si entra in Gdf come allievo finanziere e poi si cerca di avvicinarsi al gruppo di preferenza”.

Coloro che desiderano arruolarsi devono superare le prove previste dal bando di concorso. Chi vince frequenta la scuola che dura nove mesi. Chi vuole proseguire ha davanti a sé tre anni della scuola sottufficiali. Chi invece accede all’Accademia studia per cinque anni. Infine il master di due anni alla Scuola di polizia tributaria. Per lavorare nelle Direzioni generali del ministero dei Beni culturali e nelle Sovrintendenze occorre essere in possesso del diploma della scuola di specializzazione e si partecipa ad un concorso, oppure si firmano contratti per consulenze o collaborazioni.
 
OCCUPAZIONE Il 2,2% di posti in più

L’Italia è definita potenza culturale, Paese con la più alta densità di beni artistici. In questo breve viaggio tra le professioni a tutela di questo prezioso patrimonio ci si scontra però con carenze di personale nelle forze dell’ordine e con ministeri che assistono al pensionamento dei loro tecnici senza poterli sostituire. “Non riusciamo a trasferire la nostra esperienza ai giovani, perché i giovani non ci sono – afferma con preoccupazione Irene Berlingò della Direzione generale per i beni archeologici -. Una situazione dovuta al fatto che l’ultimo concorso risale alla fine degli anni 90”. Irene Berlingò aggiunge un fatto positivo, però: “Sono molto richiesti professionisti esterni a cui si da il compito di effettuare determinati scavi o studi”.

Ragiona su dati incoraggianti Roberto Occhi, capo della Direzione generale beni architettonici e paesaggistici: “Tra il 1990 e il 2000 l’occupazione nel settore dei beni culturali è aumentata del 2,2% l’anno contro la media nazionale dello 0.2%. Senza suscitare aspettative eccessive si può dire che non mancano opportunità lavorative. Nel Nord Italia, ad esempio, si registrano carenze di personale”.

Contingentati anche i numeri di chi si occupa di tutela nell’Arma e nella Gdf. I reclutamenti, per uomini e donne, sono quelli tradizionali (almeno una volta l’anno) ma la destinazione ai settori tutela è programmata e solo a questo punto c’è una formazione specifica che si svolge all’interno delle strutture militari. Non c’è un po’ di autoreferenzialìtà? Risponde il capitano della Gdf Massimo Rossi: “I programmi dei corsi sono mutuati da quelli universitari, dalle lauree in economia, giurisprudenza. Docenti sono professori universitari, ufficiali ed esperti per avere una visione a 360 gradi”.
 
FABIO “Ho cominciato con il recupero di anfore romane”

Figlio d’arte era destinato a una carriera nella Guardia di finanza, ma a 18 anni Fabio Calabrese non sa in quale campo specializzarsi. L’anno dopo la svolta. “Dopo la scuola per allievi finanzieri ero stato assegnato alla compagnia di Livorno, che si occupava di vigilanza alle operazioni doganali. Partecipo al sequestro di un container pieno di anfore di epoca romana provenienti dalle coste dell’Africa. È stata un’operazione con molte soddisfazioni professionali e decisi che il mio obiettivo era lavorare nel Gruppo tutela patrimonio archeologico”. Un sogno che Fabio ha dovuto lasciare nel cassetto per anni.

“Nel frattempo mi sono iscritto alla scuola sottufficiali nell’ottobre 1992 e poi sono stato assegnato in diversi reparti”. La meta sembra più vicina nel 1996, con un incarico a Roma. Il Gruppo tutela patrimonio archeologico fa infatti parte del Nucleo regionale polizia tributaria del Lazio, che ha sede nella capitale. “Nel 1999 vengo assegnato al Centro repressioni frodi e mi occupo di scommesse clandestine. Un lavoro che mi appassiona, ma che non mi impedisce di fare domanda per il Gruppo tutela patrimonio”.

Passa un anno e il maresciallo Fabio Calabrese diventa detective dell’arte.. Consigli a un giovane? “Fare i concorsi sin dai 18 anni e nel caso riprovarli più volte. Diventare un ottimo agente di Guardia di finanza e poi proporre di essere assegnato al gruppo di preferenza. Ci vuole tempo, ma il corpo cerca di assecondare le richieste”.

MICHELE “E necessaria molta esperienza sul campo”

Trentaquattro anni è maresciallo dei carabinieri e da cinque anni lavora alla Tutela patrimonio culturale. “Mi sono arruolato nel 1992 e sono stato assegnato alla territoriale con compiti di polizia giudiziaria e di contrasto della criminalità organizzata. Poi ho accettato l’interpellanza”, racconta Michele Speranza. Vale a dire?

“Il Comando generale informava che alla Tutela patrimonio culturale c’erano posti liberi e quindi chi voleva poteva fare domanda per esservi assegnato. Così ho presentato la mia candidatura. In seguito è stata fatta una selezione in base al curriculum e a risultati di test psico-attitudinali. Sono entrato in graduatoria e poi mi hanno assegnato al nuovo ruolo. Alla fine del 2001 ho iniziato il corso di formazione al ministero Beni culturali”.

Quando è nata la passione per l’arte? “Chi vive in Italia non può non avere quanto meno interesse per il patrimonio culturale. Io ho avuto sempre una certa passione e il desiderio di preservarla da danneggiamenti e reati in generale – confida Speranza che è nato a Tropea, uno dei gioielli paesaggistici della Calabria -. Anche se la molla, forse, è scattata quando partecipai a un’operazione per il recupero di dipinti e ho incontrato e lavorato per la prima volta con i carabinieri Tutela patrimonio culturale”.

Consigli per gli aspiranti? “Di fare moltissima esperienza investigativa sul campo, dai reati più semplici a quelli più complessi. Noi, anche se le nostre ‘vittime’ sono beni d’arte, non siamo esperti d’arte ma investigatori”.

Autore: Carmen Morrone

Fonte:Avvenire

Laura GALEAZZI: Caratteri generali per la genesi legislativa per la tutela del patrimonio culturale in Italia.

In principio fu il diciassettesimo secolo.

Fu proprio in questo periodo che videro la luce i primi editti introducenti un controllo di polizia sulla conservazione e sul commercio di cose di antichità e d’arte, in modo particolare per quanto riguarda l’esportazione.

Protezione del patrimonio antico ed artistico, quindi; una sensibilità per le testimonianze del passato sentita già diversi secoli prima delle normative che saranno oggetto di analisi comparata in questa tesi legislativa.

Il testo completo dello studio si trova in www.auditorium.info, alla pagina:
Genesi Legislativa

Autore: Laura Galeazzi

PARMA: Il Medioevo delle Cattedrali. Chiesa e Impero: la lotta delle immagini (secoli XI e XII).

Parma, dal 9 aprile al 16 luglio 2006

Fra il 1060-70 e 1120-30 le Cattedrali in Occidente si trasformano, vengono ricostruite molto più grandi, vengono scolpite, dipinte, illustrate da mosaici, stucchi, legni, grandi oreficerie, nuovi arredi: in questi edifici, come nelle pievi e nelle chiese minori, viene introdotto un nuovo racconto, viene proposta una nuova funzione delle immagini.

Narrare questa trasformazione, rileggere quella che è la nuova cultura proposta dalla Chiesa di Roma attraverso la Riforma Gregoriana e il suo confronto con altri modelli, quelli legati alla civiltà germanica dell’Impero, è lo scopo di questa mostra, che tiene conto naturalmente della unità dei programmi romani, ma anche della loro diversità in Occidente, ecco dunque che il grande dialogo proposto attraverso le strade dei pellegrinaggi, che sono quelle dei commerci e degli scambi intellettuali, si può leggere anche attraverso il trasferirsi delle maestranze di architetti, scultori, pittori, insomma del cantiere medievale da un luogo all’altro dell’Occidente.

La mostra, che si inserisce nelle celebrazioni per i 900 anni della Cattedrale di Parma, vuole analizzare, attraverso oltre un centinaio di opere di grande qualità e importanza – sculture, dipinti, mosaici, oreficerie, avori, codici miniati – il trasformarsi della ricerca e i nuovi programmi narrativi al Settentrione italiano; dunque la ritrovata narrazione delle Vite dei Santi, la riscoperta del bestiario medievale, l’evocazione dell’antico come modo per confermare le origini paleocristiane della Chiesa, e ancora il nuovo incontro con la figura e quindi con la narrazione in primo luogo della nascita e della morte del Cristo, del resto parallelamente proposta allora dal teatro medievale, che assume nuova forza, nuova tensione nelle sculture e pitture.

Diverso il mondo scolpito e dipinto del primo secolo XI, simbolico, più distante dal naturale e dalla tensione dei gesti e delle emozioni, mentre adesso, fra fine XI e inizi XII ci si trova davanti a una narrazione piena, descritta, dove entrano i fatti della vita quotidiana e per la quale ogni chiesa diventa un’enciclopedia figurata del mondo; la chiesa dunque come Gerusalemme Celeste dove si organizza il racconto dell’intero creato che si raffigura distribuito nei portali e nei capitelli, sul pavimento a mosaico e nel velario del soffitto, nel presbiterio e sull’altare.

Per raccontare ad un vasto pubblico tutto questo si devono esporre in mostra le opere più significative degli edifici che in Lombardia (un termine che voleva dire, ben prima del secolo XI e XII e ancora dopo, l’intero settentrione italiano), sono alle origini di questa rivoluzione del racconto: Sant’Ambrogio, San Celso, Sant’Eustorgio, Santa Maria d’Aurona a Milano; San Pietro in Ciel d’Oro, Santo Stefano, Santa Maria del Popolo e San Michele a Pavia; San Fedele e il Sant’Abbondio a Como; il Duomo di Reggio Emilia, quello di Modena, quello di Cremona e molti altri ancora insieme con pievi e chiese minori. Da questi luoghi e dai musei del Castello di Milano e di Pavia e dal Civico di Como e ancora dalle collezioni delle Cattedrali da Modena a Piacenza, a Reggio Emilia, a Cremona, convergeranno su Parma una serie di opere che hanno fatto e fanno la storia della nuova cultura che è detta ‘romanica’, della nuova lingua che unifica adesso tutto l’Occidente.

La mostra propone per la prima volta un confronto fra due culture, quella legata alla rivoluzione promossa dalla officina delle cattedrali di Modena e Cremona, e dalle abbazie di Nonantola e San Benedetto al Polirone, il racconto dunque della Riforma Gregoriana, e quella che viene proposta dalla altissima civiltà degli architetti e scultori comaschi, milanesi, pavesi che, appena prima e poi negli stessi anni, suggeriscono invece un discorso diverso, dove la simbologia muove da modelli più arcaici e dove la organizzazione delle immagini propone una narrazione in parte differente.

Info:
Salone delle Scuderie della Pilotta – Via Giuseppe Verdi
Orari: dal martedì alla domenica dalle ore 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude alle 18.30); chiuso il lunedì (aperto lunedi di Pasqua, 24 aprile e 1 maggio)
Biglietti: intero € 10,00; ridotto € 8,00

Convenzioni: Ridotto € 8,00 (possessori Card Gruppo Telecom/Civita, Enel /Civita, ACI ‘Show your card’, Discoveritalia Card, Touring Club, possessori ticket parcheggi Gespar, ticket mostra Fidenza, biglietti FS in arrivo a Parma, biglietto aereo in arrivo a Parma, ticket mostra ‘Segno del giglio’, ticket Club 3, ticket Albergatori Parma,tessera di riconoscimento ‘Polizia di Stato’, Card Art’è Amica, Sostenitori FAI, Soci CTS, Abbonati Speciali al Gambero Rosso, possessori coupon Alpitour, utenti portale ‘civita.it’) Gratuito (possessori Tessera Ordine Giornalisti),
Telefono: 199.199.111

Link: http://www.cattedrale.parma.it

Fonte:CivitaInforma

ITALIA: Maestri Scultori dello Zimbabwe.

Humana People to People Italia ONLUS propone dal 1 aprile al 3 settembre 2006 la prestigiosa arte scultorea dello Zimbabwe, che affonda le sue radici nella cultura Shona, civiltà presente nella parte meridionale del Paese fin dall’XI secolo.

La mostra itinerante Maestri Scultori dello Zimbabwe offre al pubblico italiano l’occasione di conoscere il continente africano attraverso una delle sue più apprezzate forme d’arte, e inoltre di partecipare ad un momento di scambio di idee, tradizioni e cultura tra Africa ed Europa.
La mostra sarà inaugurata ad aprile a Cernobbio (CO), proseguirà nei Comuni di Lainate, Cesano Maderno, Brescia, Abano Terme e si concluderà il 3 settembre a Ravenna; le esposizioni si terranno presso siti di grande interesse artistico e culturale, come Palazzo Borromeo a Cesano Maderno e Villa Litta a Lainate.
Scopo dell’iniziativa è mostrare un diverso volto dell’Africa: al di là di guerre, povertà, malattie, emergono la volontà, l’energia, la creatività degli artisti, la loro abilità nel rappresentare il mondo che li circonda e la propria cultura. Gli artisti, formatisi presso la comunità di Tengenenge (140 km a nord della capitale Harare), riconoscono l’impronta della cultura Shona (caratteristica principale della scultura shona negli ultimi decenni è la commistione tra il folclore africano e le tecniche artistiche europee; la tradizione emerge ad esempio nella rappresentazione della metamorfosi dell’uomo in bestia, (punizione prevista per chi si ciba di un animale totemico), civiltà presente nella parte meridionale del Paese fin dall’XI secolo; l’importante e radicata tradizione della scultura africana ha permesso l’emergere negli anni di tre generazioni di artisti eccellenti come Ennica Mukomberanwa (vincitrice nel 2004 del premio Women artist of the Year), Fanizani Akuda, Ephraim Caurika.

Molti degli artisti presenti hanno esposto le proprie sculture realizzate in pietra serpentina in tutto il mondo e le loro opere sono ormai riconosciute come una delle migliori espressioni dell’arte africana contemporanea. La stessa società Friends Forever, fondata nel 2004 da un gruppo di artisti dello Zimbabwe, ha organizzato mostre ad Atlanta, Boston, Barcellona, Vienna e Mosca. La vendita delle opere permette agli scultori di proseguire questa prestigiosa tradizione mantenendo un livello di vita dignitoso per le loro famiglie.

Programma:

Cernobbio (CO) – Spazio Forno – Via Cinque Giornate, 3b
1 aprile – 1 maggio – ven: 18.00 – 22.30; sab/dom e 17/24/25: 10.30 – 22.30; dom 16: 16.00 – 22.30; http://www.spazioforno.com

Lainate (MI) – Villa Borromeo Visconti Litta – L.go Vittorio Veneto, 12
6 maggio – 4 giugno – lun/mer/ven: 15.00 – 18.00; sab/dom: 10.00 – 12.00 e 15.00 – 18.00; http://www.comune.lainate.mi.it

Cesano Maderno (MI) – Palazzo Borromeo (solo esposizione) – Via Borromeo
13 maggio – 4 giugno – giov: 15.00 – 18.00 – ven: 15.00 – 18.00 e 20.00 – 22.30 – sab/dom: 10.00 – 12.00 e 15.00 – 19.00; http://www.comune.cesano-maderno.mi.it

Brescia Pagano – C.so Magenta, 18
15 giugno – 1 luglio – mart e ven: 15.30 – 19.30

Abano Terme (PD) – Galleria Comunale d’Arte Contemporanea (solo esposizione) – Via Pietro d’Abano, 20
8 giugno – 23 luglio – mart – dom: 10.00 – 12.00 e 16.00 – 19.00; http://www.abanoterme.net

Ravenna – Santa Maria delle Croci – Via Guaccimanni, 7/94 agosto – 3 settembre- mart – dom: 18.00 – 23.00 – http://www.museocitta.ra.it

Humana People to People Italia ONLUS
Humana People to People Italia ONLUS, nata nel 1998 per sostenere con atti concreti popoli svantaggiati e disagiati, è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, membro della Federazione Internazionale Humana People to People.
Humana Italia è impegnata nella sensibilizzazione verso i temi della povertà e della cooperazione. La raccolta fondi ed in particolare la raccolta di indumenti usati, condotta in collaborazione con la Humana People to People Italia Società Cooperativa, sono le principali attività svolte in Italia.
La raccolta degli abiti è gestita dalle sedi di Milano, Rovigo, Brescia e Teramo.
Tutte le iniziative mirano a garantire un sostegno costante alle associazioni consorelle, impegnate nelle gestione diretta dei progetti di sviluppo attivi nel sud del mondo.
L’attività è quindi divisa in due ambiti d’intervento:
Raccolta fondi/partnership:Humana realizza iniziative o partecipa ad eventi grazie a quali sia possibile raccogliere fondi da inviare ai programmi sociali in Africa. Elenchiamo alcuni esempi:
Progetti di sviluppo: l’attività di cooperazione è attuata in Africa Subsahariana, Guinea Bissau, Cina e India. Qui Humana interviene nei seguenti settori:
Istruzione: 4240 pre-scuola, 14 scuole primarie, 13 scuole professionali, 13 scuole magistrali, 1 istituto para universitario per la formazione degli insegnanti delle scuole magistrali;
Aiuto all’infanzia: centri per bambini orfani e programmi chiamati “Child Aid” che operano a tutto campo per garantire la sopravvivenza e poi le cure, l’istruzione, l’alimentazione ai bambini;
Prevenzione HIV/AIDS: centri Hope che offrono counselling, test, assistenza alimentare e psicologica, formazione e informazione. TCE (Total control of the Epidemic), programma speculari ai centri Hope, poiché gli operatori TCE raggiungono le comunità, anche le più remote per sensibilizzarle sul virus e sulla malattia;
Agricoltura: piantagioni di anacardi, centri di formazione per gli agricoltori;
Costruzione latrine e pozzi.
La raccolta di abiti usati:effettuata in collaborazione con la Humana People to People Italia Soc. Coop. a r.l. in 34 province italiane, a mezzo di appositi contenitori (oltre 2.500). Questi sono posizionati grazie agli accordi stipulati con circa 400 tra amministrazioni comunali, aziende municipalizzate e consorzi, e con centinaia di esercenti privati.
Gli abiti raccolti sono così utilizzati:
se estivi in buono stato sono spediti alle associazioni nostre consorelle in Africa, e qui distribuiti gratuitamente nei casi d’emergenza, oppure venduti a prezzi contenuti; il denaro ricavato da questa vendita è reinvestito nei progetti di sviluppo;
se invernali in buono stato sono venduti in Europa, al fine di ottenere fondi da inviare ai progetti e di autofinanziare l’attività.

Info:
Stefania Tiozzo – Humana Italia – 02-935.440.00 – 338-34.37.536
info1@humanaitalia.org – ufficiostampa@humanaitalia.org
http://www.humanaitalia.org – http:// www.humana.org -http:// www.friendsforeverzimbabwe.comLa comunità di Tengenenge
La comunità di Tengenenge dalla sua fondazione nel 1966 ha ospitato più di 500 artisti provenienti da diversi Paesi africani. I primi furono immigrati in cerca di lavoro provenienti da Malawi, Angola, Mozambico e Zambia, oltre che Zimbabwe. Fu l’ex coltivatore di tabacco amante dell’arte Tom Blomefield a creare una cooperativa-scuola, la Tengenenge Farm, per offrire ai giovani scultori strumenti di lavoro e spazio per esporre. Il progetto fu favorito da Frank McEwin, direttore della Rhodes National Gallery di Salisbury, da sempre interessato alle espressioni artistiche dei giovani africani e amico di Braque, Ricasso, Henry Moore, Brancusi.
Tengenenge Farm nasce come una comunità multiculturale di artisti, e si sviluppa mantenendo questa caratteristica: le diverse tradizioni si confrontano e talvolta si contaminano a vicenda, creando di volta in volta nuovi stili e nuove forme di espressione.
Gli spazi naturali (la valle dello Zambesi e le montagne del Great Dyke), le tradizioni del luogo e l’eredità della cultura Shona ricorrono costantemente nelle opere, che sono scolpite in pietre prelevate direttamente dalle montagne. Il materiale più usato è il serpentino, facilmente lavorabile, che può assumere tonalità brune, verdi o rosse.
Dalla sua fondazione ad oggi Tengenenge ha ospitato ben tre generazioni di scultori: i leggendari Sylvester Mubayi, grande conoscitore delle tradizioni dello Zimbabwe, o Henry Munyaradzi, inserito dal Daily Telegraph tra i primi dieci scultori al mondo. I giovani artisti della terza generazione raccolgono l’eredità dei padri e l’arricchiscono di nuovi stimoli ed espressioni provenienti da una società in crescita. Tra questi i fratelli Ennika, Nettai e Taguma Mukomberanwa, “figli d’arte” dello scultore di seconda generazione Lawrence Mukomberanwa.

Gli artisti del gruppo Friends Forever

Introduzione

La comunità Tengenenge nasce nel 1966 da un progetto di Tom Blomefield, un ex coltivatore di tabacco con la passione per l’arte; negli anni ha offerto ospitalità e strumenti di lavoro a tre generazioni di artisti provenienti da diversi Paesi.
La tradizione della scultura risale alla cultura Shona, presente dall’XI secolo e di cui si trovano testimonianze nell’importante sito archeologico Great Zimbabwe; le montagne del Great Dyke presso cui si trova la comunità forniscono agli artisti l’ispirazione e la materia prima.Nel 2004 alcuni artisti hanno fondato Friends Forever con lo scopo di favorire la diffusione e la vendita delle opere in tutto il mondo: la società ha organizzato esposizioni ad Atlanta, Boston, Barcellona, Vienna e Mosca, ed ora finalmente anche in Italia.

Ephraim Chaurica (1940) – prima generazione
Ephraim Chaurika è nato nel distretto di Guruve, in Nord Zimbabwe. Diventa scultore nel 1966, dopo essere stato pastore e orologiaio.
Chaurika fa parte della società di artisti Tengenenge, il gruppo di dieci scultori che ha partecipato per la prima volta nel 1966 all’Esposizione Annuale di Arte presso la National Gallery di Harare.
I suoi soggetti sono soprattutto cavalli, o elefanti ed uccelli, scolpiti in pietre di varie caratteristiche e dimensioni.

Sylvester Mubayi (1942) – prima generazione
Sylvester Mubay conosce la scultura quasi per caso, quando presso la National Gallery di Harare incontra Tom Blomefield. Nel 1967 inizia ad esporre i suoi lavori fin dal 1967 e nel 1969 vince un premio a Durban, in Sud Africa.
Lo stile di Mubayi è classico; spesso scolpisce persone con un uccello sulla spalla o sulla testa; l’animale rappresenta un messaggero dall’aldilà che porta notizie del membri della famiglia morti di recente. Ama raccontare leggende tradizionali, di cui è grande conoscitore.

Henry Munyaradzi (1931-1998) – prima generazione
Henry Munyaradzi è uno dei più grandi maestri della prima generazione, tanto da Michael Shepherd del Daily Telegraph lo ha inserito tra i primi dieci scultori al mondo, e che le sue opere sono esposte accanto a quelle di Henry Moore, Brancuzzi e Rodin alla Feingarten Gallery di Los Angeles.

Fanizani Akuda (1932) – prima generazione
Fanizani Akuda nasce in Zambia e si trasferisce in Zimbabwe nel 1949, dove grazie a Tom Blomefield si avvicina al gruppo di Tengenge.
Le sue opere si caratterizzano per le forme arrotondate, i tratti allegri e sorridenti dei personaggi, rappresentati spesso in coppia o a gruppi. Ha esposto i suoi lavori in Zimbabwe, Germania, Danimarca, Olanda, Stati Uniti, Svezia, Cuba, Australia, Sud Africa, Malawi, Spagna.

Edward Chiwawa (1935) – prima generazione
Edward Chiwawa diventa scultore nel 1970.
Scolpisce prevalentemente volti a forma di luna o di sole che sorge, con una tecnica che privilegia tratti forti e geometrici; l’ispirazione proviene dalle tradizioni, a volte dai suoi sogni.
Le sue opere sono esposte e vendute nella comunità di artisti Tengenge; nel 1986 vince il primo premio in un’esposizione a Budapest.

Enos Gunya (1949) – prima generazione
Enos Gunya scopre il suo talento già nel 1967, quando entra nella comunità di artisti Tengenenge.
Afferma che l’ispirazione arriva dall’immaginazione e dai sogni. Alcune sue opere sono grottesche, altre serene e naturali, con forme più morbide.
Dal 1982 lavora come cuoco presso l‘ospedale di Guruwe, ma continua a scolpire nel tempo libero.

Square Chikwanda (1972) – seconda generazione
Square Chikwanda inizia aiutando il padre e già a 13 anni sviluppa uno stile personale, che rafforza quando nel 1995 si trasferisce al Chapungu Sculture Park di Harare.
I suoi lavori sono apprezzati in tutto il mondo per la straordinaria capacità di rappresentare ogni parte del corpo umano.

Coleen Madamombe (1964) – seconda generazione
Coleen Madamombe ha raggiunto un successo notevole per una donna in una società tipicamente maschile come quella dello Zimbabwe. Le sue sculture, che rappresentano orgogliose donne africane, descrivono il ruolo della donna e i suoi cambiamenti, e sono conosciute ormai in tutto il mondo, tanto che si trovano in ogni collezione di sculture dello Zimbabwe. Nelle sue opere si identificano le donne che vivono nelle zone rurali; Madamombe è consapevole del proprio ruolo, e incoraggia giovani donne a seguire la sua strada.

Mekias (Mike) Munyaradzi (1967) – seconda generazione
Mekias Munyaradzi nasce presso la comunità di Tengenenge a Guruve. È laureato in Ingegneria Informatica alla Manchester Metropolitan University e possiede una licenza di pilota commerciale. Seguendo le orme del padre si dedica quasi esclusivamente alla scultura, diventando uno degli artisti di maggior livello, cosa che lo ha portato a partecipare a convegni ed a esporre le opere in tutto il mondo. Insieme a Lawrence Mukomberanwa è tra i fondatori della seconda generazione e direttore di Friends Forever.

Lawrence Mukomberanwa (1976) – seconda generazione
Lawrence Mukomberanwa inizia la carriera di scultore a tempo pieno nel 2002, dopo la morte del padre. I suoi lavori si ispirano alle tradizioni e alla società dello Zimbabwe, come pure l’economia e la politica. Nonostante la breve carriera, ha già esposto le proprie opere sia in Zimbabwe che all’estero come a Barcellona nella mostra “Master sculptors of Zimbabwe and their Works”.
Insieme a Mike Munyaradzi è tra i fondatori della seconda generazione e direttore di Friends Forever.

Fungai Mwarowa (1968) – seconda generazione
Fungai Mwarowa è stato il primo scultore a cercare nuove pietre da utilizzare come materia prima: utilizza verdite, leopard rock e granito, pietre dure che lavora con grande abilità. Espone le sue opere per raccontare la propria vita e rappresentare la cultura da cui proviene. Oltre che per i suoi lavori, è apprezzato come conduttore di seminari.

Shephard Madzikatire (1970) – seconda generazione
Nelle opere di Shephard Madzikatire si riflettono alcune esperienze dolorose che l’artista ha subito in passato: le sculture si esprimono con un linguaggio forte, rappresentano una vita in cui la forza deve essere il fattore prevalente; le figure hanno spesso occhi chiusi o sopportano dei pesi.

Godfrey Kututwa (1967) – seconda generazione
Godfrey Kututwa nasce nel distretto di Nyanga; inizia a scolpire a 21 anni seguito ed incoraggiato da Claud Nyanhongo, e lavora autonomamente dal 1996.
Le sue opere rappresentano soprattutto elementi della natura come animali, uccelli, ma anche essere umani, che a volte interagiscono con elementi spirituali. Le sculture permettono a Kututwa di esprimere se stesso e la propria visione del mondo, come l’amore per la natura e la conoscenza delle proprie tradizioni. Dai primi anni ‘90 i suoi lavori sono esposti in molte gallerie d’arte in Zimbabwe, e dal 1999 espone anche all’estero: prima in Inghilterra e poi, nel 2004, in Olanda.

Cragemia Chiwawa (1981) – terza generazione
Figlio dello scultore di prima generazione Edward Chiwawa, Gragemia lavora come assistente di Mike Munyaradzi al quartier generale di Friends Forever a Ruwa. Prendendo come modello le opere del suo maestro, sta cercando di trovare uno stile personale ed un suo modo di esprimersi. Ha esposto i suoi lavori in Spagna, dove ha avuto notevole successo.

Taguma Mukomberanwa (1981) – terza generazione
Taguma è l’artista più giovane dei Mukomberanwa, ma già nei suoi lavori si nota il talento della famiglia.

Ennica Mukomberanwa (1978) – terza generazione
Anche Ennica ha ereditato lo stile della famiglia Mukomberanwa, e lo interpreta in chiave personale: con le sue opere vuole rappresentare principalmente le tradizioni e le condizioni di vita delle donne dello Zimbabwe. Nel 2004 vince il premio “Women Artist of the Year”, che la porta ad esporre a Copenaghen, in Scozia e in Canada.

Netsai Mukomberanwa (1968) – terza generazione
Netsai Mukomberanwa è un’artista di terza generazione, e oltre ad insegnare realizza le proprie opere nello studio di famiglia a Ruwa. Le sue sculture sono di solito pezzi piccoli e rotondi che rappresentano gruppi di persone che si abbracciano o che guadano a testa alta un fiume.

Wonder Luke (1961) – seconda generazione
Wonder Luke vive e lavora presso Tengenenge. Le sue creazioni rappresentano i volti di fantastiche regine cinesi, scolpite con un’espressività che cattura subito l’attenzione.

Tonderay Mashaya (1977) – terza generazione
Tonderay Mashaya nasce a Nyanga, la regione più a est dello Zimbabwe, in una famiglia di scultori; in soli sei anni ottiene la reputazione di scultore originale. Preferisce lavorare la serpentino e occasionalmente l’opale. Ha esposto i suoi lavori nel Regno unito, negli Stati Uniti, in Australia, Sud Africa, Singapore ed Europa; ha partecipato come ospite a mostre organizzate da Friends Forever, di cui vorrebbe diventare membro.