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BRA (Cn). Primizie.

Sabato 23 Settembre 2006 alle ore 18,00 inaugurazione mostra Primizie, presso i Mercato Coperto di Bra, in Piazza XX Settembre.
In occasione della Notte Bianca di Bra un gruppo di artisti promuove un’iniziativa autonoma di arte, che avrà corso per due giornate, dalle ore 18,00 di sabato fino alle ore 20,00 di Domenica.

31 Artisti si sono incontrati e hanno organizzato in modo autonomo, con la disponibilità del comune di Bra a fornire lo spazio, un evento artistico. Essi presenteranno le loro più recenti creazioni, di cui molte realizzate per questo particolare evento.

La rassegna inizierà con una festa d’inaugurazione Sabato 23 Settembre alle ore 18,00 e proseguirà fino a Domenica 24 alle ore 20,00 in un work artistico continuo.

E´ in fase di preparazione anche un piccolo catalogo di accompagnamento.

Artisti partecipanti:
Aergotica, Andreotti Fabio, Ariaudo Franco, Benzo Fiodor, Bianco Giovanna, Bono Elena, Bursich Vesna, Cassano Daniela, Cerutti Marco, Della Ferrera Massimiliano, Di Blasi Samuel, Doppioniro, Eucalipto Germana, Farina Leslie, Finello Francesca, Franco Moira, Gallizio Davide, Gec art, lerda Monica, Marsili Stefania, Mastrangelo Enzo, Olivero Domenico, Pandolfo Elena, Potenziere Luna, Revello Pinuccio, Sturpino Paolo, Toppino Stefano, Valente Nadir, Valsania Jacopo, Venezia Stefano, Vigna Ivo.

Info:
Mercati Generali, Pizza XX Settembre, Bra (Italia)
dal 23 al 24 Settembre 2006
Orario: dalle ore 18,00  di Sabato 23 alle ore 20 di Domenica 24 Settembre.

Fruizione dello spazio: ingresso gratuito, luogo accessibile hai 
portatori di handicap.

Link: http://primizie.blog.tiscali.it

Email: primizie2006@tiscali.it

Salvatore SETTIS: Per i beni culturali ritorna lo scempio.

Il ministro Nicolais ripropone il silenzio-assenso “Il saccheggio del territorio e la distruzione del patrimonio culturale e del paesaggio sono diventati di sinistra’?

Salti sulla sedia chi credeva che col centrosinistra si cambiasse musica in tema di beni culturali: fra le idee ‘nuove’ che il governo Prodi avanza sulla ‘modernizzazione’ del Paese (nel disegno di legge presentato dal ministro Nicolais il 5 settembre), rispunta, impudicamente scopiazzata dal peggior Tremonti d’annata, l’idea sgangherata e perversa del silenzio-assenso in materia di beni culturali.

Sarà bene ricordare che negli anni del centrodestra il principio del silenzio-assenso fu introdotto, calpestando la Costituzione, prima a proposito delle alienazioni di beni culturali pubblici, e poi per favorire i costruttori privati. Ripercorriamo quei due momenti prima di valutare la brillante idea (si fa per dire) del ministro della Funzione pubblica.

Nella scorsa legislatura si cominciò con il D. L. 269/2003, affiancato dall’emendamento Tarolli alla Finanziaria 2004. Il Codice dei Beni Culturali era allora in dirittura d’arrivo, e prevedeva in caso di vendita di beni pubblici la prevalenza dell’accertamento dell’interesse culturale senza iugulatori limiti di tempo; ma prima ancora dell’approvazione del Codice quel principio fu vergognosamente capovolto in silenzio-assenso, secondo cui se di qualcosa non si dichiara velocissimamente l’interesse culturale, vuol dire che non ne ha affatto, che non ne avrà mai più, che si può vendere impunemente. Sia la Commissione Cultura del Senato che quella della Camera, entrambe con maggioranza di centrodestra, osservarono l’incoerenza fra il dettato della
Finanziaria e quello del Codice, raccomandando al governo che avesse la meglio il Codice in quanto rispondente ai principi della Costituzione; ma il Consiglio dei ministri fece l’opposto, e secondo il dikat di Tremonti inserì il silenzio-assenso nel Codice.

Cominciò allora una battaglia contro il silenzio-assenso, universalmente deprecato dalla sinistra allora all’opposizione. Alla fine, su proposta di una commissione insediata dal ministro Buttiglione, il governo cancellò il silenzio-assenso dal Codice con un decreto di fine legislatura (156/2006).

Nasceva però intanto un’altra applicazione del silenzio-assenso, stavolta in beneficio di chi voglia edificare presentando una DIA (‘dichiarazione di inizio attività’), e cioè un’autocertificazione che sostituisce il nullaosta amministrativo (a meno che l’amministrazione competente non vi si opponga entro 90 giorni). La legge 537/1993, in ossequio alla Costituzione, escludeva espressamente i beni culturali dall’ambito di applicazione, ma nel febbraio 2005 il centrodestra, contrabbandando il provvedimento come ‘semplificazione della regolamentazione’, provò a sopprimere l’eccezione: per la prima volta nella storia d’Italia, in tal modo, l’intero sistema della tutela non sarebbe stato governato né dalla Costituzione né dalle apposite leggi, bensì da
autocertificazioni e dal pessimo principio del silenzio-assenso. Anche allora, grande mobilitazione della sinistra, delle associazioni, dell’opinione pubblica contro quella proposta, caldeggiata dall’allora ministro della Funzione pubblica, Baccini. E anche quella volta, il governo Berlusconi dovette fare marcia indietro: secondo la L. 80/2005 furono esclusi dal silenzio-assenso «gli atti e i procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico e l’ambiente», oltre a quelli sulla sicurezza nazionale, la difesa, la sanità.

Inutile battaglia. Inutile cambiare governo e colore politico, visto che il ‘silenzio-assenso’ proposto da Nicolais è identico a quello di Baccini: ora come allora, vuol dire che se la risposta all’autocertificazione di un costruttore non giunge ‘entro il termine perentorio di 90 giorni dal ricevimento della richiesta’, la richiesta si intende accolta. Anche se comporta la distruzione (ovviamente irreversibile) di un’area archeologica o di un paesaggio, lo sventramento di un palazzo barocco, lariconversione di una chiesa medievale in discoteca, l’edificazione di un condominio su una spiaggia protetta. E questo mentre le Soprintendenze sono ormai coperte per circa il 40% per reggenza a causa della cronica mancanza di assunzioni; mentre l’età media
del personale è intorno ai 55 anni; mentre mancano in musei e soprintendenze il tempo per l’ordinaria amministrazione, i soldi per pagare la luce e il telefono.

La ridicola foglia di fico della proposta Nicolais, secondo cui in un
indeterminato futuro si potrà forse stabilire (con regolamenti di là da venire) quali atti sul patrimonio culturale e paesaggistico potrebbero sfuggire al silenzio-assenso, non ingannerà nemmeno i più ingenui.

Scopriamo adesso, grazie al ministro Nicolais, che il silenzio-assenso sui beni culturali, pessima barbarie se fatta dal centrodestra (che peraltro lo ha, seppur tardivamente, abolito), in mano al centrosinistra diventa modernizzazione progressista. Andando avanti di questo passo, diventerà di sinistra vendere i beni del demanio culturale, cosa orripilante quando voleva
farlo la destra? Ci convinceremo che i tagli ai beni culturali, ma anche alla ricerca, all’università, al teatro e alla musica, se fatti dalla destra sono deplorevoli, se li fa la sinistra vanno accolti con giubilo? Che i musei di Stato vanno privatizzati, purché sia la sinistra a farlo? Che il saccheggio del territorio e la distruzione del patrimonio culturale e del paesaggio sono diventati ‘di sinistra’?

Il silenzio-assenso in tema di beni culturali è contrario all’art. 9 della Costituzione, come espressamente dichiarato dalla Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia ‘il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso’ (sentenza 404/1997). Come ha ben spiegato un eccellente giurista, Silvio Martuccelli, sul Sole-24 ore del 9
maggio 2004, è questo uno strano modo di utilizzare il silenzio-assenso. Nato per tutelare il cittadino dinanzi all’inerzia della pubblica amministrazione, per una sorta di eterogenesi dei fini diventa un espediente tecnico attraverso il quale lo Stato, a danno della collettività, elude i vincoli della tutela dei beni culturali. Il silenzio, continua Martuccelli, non ha di per sé alcun
significato giuridico.

È il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se (nel caso della tutela dei beni culturali, paesaggistici, ambientali) il legislatore vuol privilegiare l’interesse a tutelarli, allora attribuirà all’eventuale silenzio dell’amministrazione il
valore di un diniego; se – come vuole Nicolais in piena sintonia con Tremonti e Baccini – gli dà invece valore di assenso, è chiaro che ritiene secondario l’interesse pubblico della tutela rispetto a quello privato di chi voglia spianare dune, devastare boschi e coste, annientare zone monumentali e archeologiche. Perciò va denunciata con forza, col centrosinistra proprio come col centrodestra, l’assoluta illegittimità costituzionale di questa norma, scritta in totale spregio dell’art. 9 della Costituzione.

Contro il silenzio-assenso di Tremonti e contro quello di Baccini, l’allora ministro Urbani provò a battersi, perdendo la prima battaglia ma vincendo la seconda; l’allora presidente Berlusconi non rispose nemmeno alle proteste di associazioni, stampa, società civile. In questo che rischia di essere il primo atto significativo del governo Prodi sui beni culturali, sia lecito sperare che il presidente del Consiglio blocchi una manovra indegna della sua cultura e del suo governo; e che il ministro Rutelli (che è anche vicepresidente del Consiglio) voglia battersi con decisione, e sappia vincere.

 

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

TORINO. Corso di Perfezionamento per Responsabile di Progetti Culturali.

Il 20 novembre 2006 Michelina Borsari, direttrice del Festivalfilosofia, inaugurerà a Torino l’undicesima edizione del “Corso di Perfezionamento per Responsabile di Progetti Culturali”, con una lezione aperta dal titolo “I Festival culturali, ponti di connettività tra cultura e società”. L’intervento si inserisce pienamente nelle scelte didattiche del corso che prevedono la presenza, nel corpo docenti, dei migliori operatori del settore culturale italiani e stranieri, tra i quali segnaliamo Lucio Argano, Fabrizio Grifasi, Peppino Ortoleva, Michele Trimarchi, Francesco Florian, Julian Marland.

Michelina Borsari nel suo percorso professionale coniuga la ricerca con la progettazione e la realizzazione di nuovi strumenti istituzionali, editoriali, performativi per la valorizzazione delle discipline umanistiche. Ha partecipato alla fondazione di riviste, collane editoriali, premi letterari, facoltà universitarie. Dal 1987 è direttrice scientifica delle attività di ricerca, formazione e diffusione della cultura della fondazione Collegio San Carlo di Modena. In questa veste ha realizzato la Scuola Internazionale di Alti Studi « Scienze della cultura » e il Festivalfilosofia. Ha curato importanti convegni e ha tradotto, tra i tanti, testi di Pierre Rosensthiel, Christoph Wulf, Irving Lavin, Marc Augè.

Il Festivalfilosofia con 100 mila presenze registrate lo scorso anno è il primo grande spazio pubblico del pensiero contemporaneo, e concentra in pochi giorni nelle piazze di Modena, Carpi e Sassuolo lezioni magistrali dei massimi filosofi contemporanei, dibattiti e letture ma anche mostre, installazioni, musica, giochi e grandi pranzi.

Corso di Perfezionamento per Responsabile di Progetti Culturali
Un corso innovativo di respiro internazionale che da undici anni forma e aggiorna gli operatori culturali sulle migliori pratiche di sviluppo dei progetti nell’ambito dello spettacolo, della valorizzazione territoriale integrata, dei beni culturali, delle arti visive, dei nuovi media, delle industrie culturali e della comunicazione e della mediazione interculturale.
La struttura modulare e la centralità che assume lo sviluppo del progetto presentato dal partecipante, delineano un corso unico nel suo genere in continua evoluzione, attento ai cambiamenti di scenario nel settore culturale e alle reali esigenze degli operatori.
Il focus del corso è la realizzazione del progetto artistico-culturale presentato da ogni singolo partecipante. Il percorso didattico è strutturato in lezioni di aula con docenti scelti tra i migliori operatori del settore culturale italiani e stranieri, visite di studio con interviste agli artisti e ai direttori delle strutture culturali pubbliche e private, protagonisti di esperienze pilota di progettazione e di gestione di imprese e attività in ambito culturale e laboratori tematici di approfondimento su temi specifici della progettazione culturale.
In questi 11 anni 235 partecipanti hanno sviluppato il progetto di organizzazioni di ogni dimensione, pubbliche e private, tra le quali segnaliamo:
Comune e Provincia di Torino, Compagnia di S. Paolo, Scuola Holden, Biennale di Venezia, Società Nazionale di Storia Patria, Fondazione RomaEuropa, Maggiodanza, Sosta Palmizi Network, Suzuki Talent Center di Torino, Zone Attive, Zo-Culture, Fondazione Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Sant’Arcangelo dei Teatri, Associazione Artissima, ERT – Fondazione Emilia Romagna Teatro, Fondazione Adriano Olivetti, ADCI – Art Directors Club Italiano.

Info:
Laura Corazza , Area Formazione  Fondazione Fitzcarraldo
Corso Mediterraneo, 94, 10129 Torino
Tel. +39.011.5683365 Fax. +39.011.503361

 

Link: http://www.fitzcarraldo.it

Email: laura.corazza@fitzcarraldo.it

CUPRA MARITTIMA (Ap). Pastorello l’ècole du regard.

Parte la nuova stagione espositiva della Galleria Marconi, domenica 24 Settembre, alle 18.00, si inaugura il primo appuntamento del Progetto “Nudi come vermi”, una serie di mostre che si protrarrà fino a Maggio 2007.
Lo scopo del progetto è creare un ponte ideale tra artisti affermati e giovani, lanciando uno sguardo anche alle arti fuori dai confini nazionali. Gli artisti si mostrano nudi nel loro percorso di ricerca, perché soltanto così possono risultare veri e riuscire a descrivere la propria inquietudine verso il mondo moderno, il disagio e il contatto continuo con le realtà più diverse. Solo essendo “Nudi come vermi” si può riuscire a vedere ed estrapolare il bello anche dalle più cupe realtà che ci circondano, così quello che normalmente è un modo di dire dispregiativo assume una nuova valenza estetica e diventa un nuovo canone di bellezza.
Il primo appuntamento è la personale di Pastorello, che la Galleria Marconi presenta in collaborazione con la Galleria White Project di Pescara, diretta da Mauro Bianchini. Il testo critico è a cura di Alberto Zanchetta.
Pastorello propone una pittura all’apparenza molto semplice, ma che presenta in realtà un’analisi approfondita, che nasce da una poetica complessa, un lavoro raffinato e minuzioso, che, guardando ai grandi maestri del passato, entra prepotentemente nella contemporaneità.
Osservando l’opera di Pastorello, non si può che restare stupefatti dalle molteplici direzioni in cui si esprime, dando voce a poetiche diverse, tutte riconducibili, però, al fine ultimo della pittura. Notiamo in questo modo che coesistono realismo ed astrattismo, che l’arte dei grandi maestri si incontra con il fumetto, i videogiochi, il pop, senza mai però decadere nel kitch. Un pittore puro che ripensa e reinventa continuamente il proprio lavoro.
 
Info:

dal 24 Settembre al 24Ottobre
orario: lunedì-sabato dalle 16 alle 20
Galleria Marconi di Franco Marconi – C.so Vittorio Emanuele, 70 – 63012 Cupra Marittima (AP) – tel 0735778703
 


 

Link: http://www.siscom.it/marconi

Email: galmarconi@siscom.it

MAMIANO (Pr). Goya e la tradizione italiana.

Una mostra che è anche un risarcimento postumo a un incompreso genio venticinquenne. Nel 1771, in occasione del celebre concorso di pittura dell’Accademia di Parma, all’opera di Paolo Borroni fu preferita quella di Francisco Goya.
I dipinti di Goya e di Borroni, ovvero Annibale vincitore, che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia e Il genio della guerra guida Annibale attraverso le Alpi, saranno nuovamente a confronto, dal 9 settembre al 3 dicembre, a Mamiano di Traversetolo, ai piedi delle colline parmensi, ad aprire la grande mostra “GOYA e la tradizione italiana” proposta dalla Fondazione Magnani Rocca nella meravigliosa casa-museo che fu di Luigi Magnani.

L’esposizione, curata da Fred Licht e da Simona Tosini Pizzetti, vuole documentare e analizzare le circostanze che legano Francisco de Goya y Lucientes (1746 – 1828) all’Italia e in particolare a Parma. Qui Goya non solo ottenne il suo primo, anche se parziale, riconoscimento pubblico, ma da questa corte venne Maria Luisa, moglie del principe ereditario di Spagna, destinata a pesare non poco sulle scelte artistiche di quel Paese. La sorte ha poi voluto che proprio alla Fondazione Magnani Rocca si conservi il capolavoro La famiglia dell’Infante don Luis, opera chiave della ritrattistica di Goya.

Nella prima delle 4 sezioni, la mostra si sofferma appunto sul rapporto tra Goya e Parma, presentando le opere vincitrici del concorso del 1771 ma anche dell’anno precedente e seguente, rispettivamente di Antoine Gibelin-Esprit e Pierre Duhallas, a conferma sia del prestigio del Premio assegnato dall’Accademia parmense sia dall’interesse vivissimo che gli accademici dimostrarono verso le proposte di superamento della tradizione tardo-barocca allora in auge.
Chiudono la prima sezione due affascinanti ritratti di Raphael Mengs raffiguranti Maria Luisa di Parma e il marito Carlos di Borbone destinato a diventare Re di Spagna col nome di Carlos IV.
La seconda e terza sezione rappresentano il fulcro della mostra. Consentono di mettere a confronto la tradizione italiana del ritratto con l’interpretazione che dello stesso tema offre Francisco Goya che pure da questa tradizione risultò non poco influenzato.
Anche se l’artista aragonese è considerato una delle figure più personali, indipendenti e significative dell’arte spagnola, è riconosciuta l’influenza che la pittura barocca e classicistica italiana, soprattutto di area veneta e napoletana, ha esercitato sulle sue opere, sia come conseguenza del viaggio in Italia, durante il quale Goya assorbe principalmente la cultura ritrattistica di ambito romano, che pure della conoscenza di artisti italiani che lavorarono per la corte madrilena, come Giambattista Tiepolo e il figlio Gian Domenico e il napoletano Corrado Giaquinto.

Nella seconda sezione una ampia sequenza di opere di Giaquinto, Traversi, Baldrighi, Mengs, Kauffman, Batoni, Bonito, Benefial, Ghezzi documenta i livelli raggiunti dal Ritratto italiano singolo e di gruppo al tempo di Goya.

La “risposta” di Goya a questi modelli, così come a quello francese, allora imperante in Spagna, viene proposta nella terza sezione della mostra, interamente riservata a La ritrattistica di Goya.
Qui, a raggiungere La famiglia dell’infante don Luis, patrimonio della Magnani Rocca, sono capolavori concessi dal Prado di Madrid e da altre raccolte spagnole, dalla National Gallery di Washington, da Palazzo Barberini di Roma, dagli Uffizi di Firenze, dalla Galleria Nazionale di Parma.

Le opere di Goya esposte sono tutte celeberrime, basti citare La famiglia dei duchi di Osuna, La Marchesa di Pontejos, Maria Teresa di Borbone e Vallabriga contessa di Chinchòn, La regina Maria Luisa. Sono capolavori che dimostrano come Goya, pur nella fissità della posa richiesta dall’ufficialità dei ritratti, sappia inserire livelli persino inquietanti di penetrazione psicologica dei personaggi.

Infine, con la collaborazione della Galleria Mistrali di Parma, una sezione dedicata alla grafica propone il confronto dei lavori di Giambattista e Gian Domenico Tiepolo, di Pier Leone Ghezzi e di altri disegnatori italiani coi celebri Caprichos di Goya, presentati qui integralmente per documentare l’enorme salto in avanti nel tempo e nella stessa concezione del racconto pittorico segnato da Goya, da un’epoca che stava tramontando al sorgere di un mondo nuovo.

Del concetto di ‘Slow Art’ la mostra su Goya, che la Fondazione Magnani Rocca si appresta a organizzare (dal 9 settembre al 3 dicembre) nella sua sede di Mamiano di Traversetolo, è l’esatto prototipo.
“Goya e la tradizione italiana”, inoltre, aderisce al concetto della “Slow Art”. Si tratta di una mostra da godere e da gustare, centellinandola senza fretta, facendo decantare le infinite emozioni offerte dalle opere d’arte con l’uscire a far due e mille passi nel vasto parco, in compagnia dei nobili pavoni bianchi. Lasciandosi anche tentare da un pranzo o uno spuntino nella contigua barchessa dove vengono serviti gli squisiti prodotti di un’area, quella delle Terre della Luna, dove maturano i migliori prosciutti d’Italia e si fanno formaggi sopraffini, meravigliosamente accompagnati da un fresco Lambrusco o una Bonarda di pregio.

Intorno chilometri e chilometri di silenzio e di suggestione, in una campagna ancora non violentata che comincia a farsi collina e che offre un susseguirsi di prati, vigneti e boschi.
Alla Magnani Rocca si può giungere da Parma, venendo da nord, percorrendo strade un tempo bianche, attraverso una campagna tipicamente emiliana, pingue, coltivata con amore e con cura come un giardino agrario, ondulata e punteggiata di ville e cascine. Oppure da Reggio, venendo da sud, percorrendo strade che, superato il fiume Enza, sono ancor oggi guardate da forti castelli: Rossena, Canossa, Montecchio, Montechiarugolo.
Non solo castelli ma anche una sequenza di ville d’autore circondate, come la Magnani Rocca, da parchi che l’autunno e le brume rendono di suntuosa, commovente bellezza.

La mostra su Goya di emozioni ne offre tantissime, nulla nel suo percorso è scontato, ogni opera è lì per una precisa scelta. Ma è anche una mostra ospitata in una sede straordinaria e a molti ancora sconosciuta: la Fondazione Magnani Rocca, una villa immersa in un immenso parco storico, a sua volta inserito in un ambiente naturale di rara bellezza, fuori dai grandi circuiti, in una terra votata al gusto. Le collezioni permanenti della Fondazione (cui si accede con lo stesso biglietto della mostra su Goya) valgono da sole il viaggio. In queste stanze, dove l’impronta dell’antico proprietario è tuttora palpabile, si sono incontrate lungo mezzo secolo le grandi personalità dell’arte ma anche della musica e della cultura italiana. Tutti ospiti e amici di Luigi Magnani, imprenditore e sopraffino collezionista.

Lo confermano gli strabilianti pezzi di antiquariato con cui ha arredato la Villa. Lo confermano i dipinti alle pareti, tutti capolavori che egli ha tenacemente inseguito e riunito qui, dalla meravigliosa Madonna col Bambino di Dürer, a dipinti di Tiziano, Rubens, Van Dick, al maggior capolavoro di Goya conservato in Italia (opera che è parte della mostra ora dedicata al grande spagnolo), a tavole dei grandi toscani e di Gentile da Fabriano, via via sino a Monet, Renoir, Cézanne, de Chirico, de Staël, Burri, a confermare l’ampiezza degli interessi e l’apertura mentale di Magnani. Di alcuni ospiti restano tracce importanti come la collezione di ben 50 Morandi lasciati dal maestro in occasione dei suoi ripetuti “tranquilli soggiorni” nella Villa.

Il tutto slow, senza fretta, regalandosi del tempo per vivere e godere le emozioni.


Info:
fino a domenica 3 dicembre 2006, nella casa-museo che fu di Luigi Magnani.


 

Fonte:CulturalWeb