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Wolfgang Alexander KOSSUTH Sculture e dipinti.

Con questa mostra che porta Kossuth per la prima volta a Brescia, il Comune di Brescia vuole valorizzare la sala SS. Filippo e Giacomo, Chiesa sita in via Battaglie 61/1, sede un po’ trascurata come spazio espositivo trovandosi  fuori mano rispetto ai musei più centrali, la valorizzazione di spazi decentrati ha come obbiettivo di allargare a tutta la città  l’importante responsabilità che Brescia ha acquisito negli ultimi anni di essere un importante polo per l’arte.

Dal testo del proff. Montalto:
‘Wolfgang Alexander Kossuth, scultore figurativo fra i più singolari e significativi della generazione nata negli anni ‘40 del XX secolo.
A circa due anni dalla sua ultima mostra, Kossuth torna a esporre qui un congruo nucleo di sculture (anche di grandi dimensioni e di soggetto sacro) accompagnato – e si tratta di una novità assoluta, senza precedenti – da un nutrito corpus di dipinti a olio su tela; un filone recentissimo, pensato e realizzato per essere esposto in occasione della Settimana della Danza di Spoleto. Questi quadri caratterizzati da una poetica caravaggesca di ombre e di luci, raffigurano infatti danzatori e danzatrici in pose atletiche, scultoree, ora in piedi ora seduti e rannicchiati, tali da esaltare la plasticità anatomica delle loro membra, autentica o da quella macchina divina che è il corpo umano, specchio e immagine del Creatore. Queste tele sono state eseguite da Kossuth col metodo inventato da Caravaggio, quello della “camera oscura”: la modella o il modello vengono messi in posa all’interno di una camera isolata con pareti nere dal resto dell’atelier, e illuminati da un’unica fonte di luce.”
………..”Non deve stupire che questi quadri siano dedicati alla danza, arte musicale. Tutta l’opera di Kossuth è infatti un connubio, un atto sponsale fra scultura e musica, fra le due muse che si sono divise la sua anima, la sua mente, la sua vita. Le note sono state, per Kossuth, l’amore della prima ora: poco più che ventenne, egli era già violinista nell’Orchestra e della Scala e nel 1975 debuttò addirittura sul podio per poi scendervi definitivamente, seguendo una nuova passione, che ardeva come un fuoco inestinguibile, quella appunto per la scultura. II suo è stato quindi un migrare di musa in musa, da un’arte liberale all’altra”

Opere esposte: quaranta quadri ed altrettante sculture in bronzo, resina e terracotta.Tra di esse quelle a carattere religioso: ”Pietà”, ”Maddalena sotto la croce” opere di grandi dimensioni e suggestione che trovano nello spazio della Chiesa di san Filippo  e Giacomo un luogo ideale.
La serie dedicata al balletto con la scultura grandezza naturale di Roberto Bolle, il ritratto di Alessandra Ferri, le sculture di più piccole  ma di grande espressività di Massimo Murru il quale è ritratto anche in alcuni dipinti.
Tra le opere nuove una moderna “Bagnante “, bella, androgina come le ragazze di oggi.

Biografia: Wolfgang Alexander Kossuth nasce a Pfronten, Germania nel 1947. Dopo gli studi nel ’68 si trasferisce a Napoli dove si diploma in violino. Vince il concorso internazionale come violino ,al Teatro alla Scala di Milano. Dal ’70 al ’72 suona in orchestra e contemporaneamente studia composizione e direzione d’orchestra.nel ’75 debutta con l’orchestra del Teatro alla Scala in qualità di direttore. nel ’79 abbandona l’avviata carriera musicale per dedicarsi alla scultura. Da allora illustri personaggi della musica,della letteratura, della danza ecc…si sono fatti ritrarre da lui, come Alberto Erede, Leonard Bernstein, Mario Del Monaco, Sandor Vegh, Sirk Schroeder, Andrea Jonasson-Strehler, Liliana Cosi, Alessandra Ferri, Massimo Murru, Roberto Bolle ecc..
nel 1981 viene inaugurato al museo della Scala il ritratto di Mario del Monaco,
nel 1986 la statua di Domenico Scarlatti è posta all’auditorium della Rai di Napoli ;
nel 1992 la scultura Simona entra a far parte della collezione del museo di Wassenar in Olanda,
nel 93 il ritratto del poeta Vittorio Sereni viene posto nel Museo civico di Luino. Lo stesso anno la grande scultura dedicata a Paganini è innaugurata nella Sala del pronao del Teatro Carlo Felice di Genova.
nel 1995 la scultura Salome’ e nel 1997 la scultura Innamorata entrano a far parte della collezione del museo Bandera di Busto Arsizio
nel 1999 l’opera  “Maternità” diviene simbolo dell’Unicef della Repubblica di San Marino
nel 2003 gli viene conferita una  targa dal centro studi coreografici “Teatro Carcano”  a riconoscimento della sua opera artistica dedicata in particolare all’arte della danza’’
nel gennaio 2004 gli viene conferita  la targa del Presidente della Repubblica in occasione della mostra ”Il volo- da Icaro ai nostri giorni”.

Info:
dal 5 maggio al 30 maggio 2007
Brescia, Sala SS.Filippo e Giacomo, via  Battaglie 61/1
orari di visita: dal martedì alla domenica dalle ore 15,30 alle19,30, chiuso il lunedì. Ingresso gratuito.

 


 

Email: kossuth@telemacus.it

VERONA. Il settimo splendore.

Duecento capolavori, suddivisi in 6 sezioni, saranno esposti a Verona a partire dal 25 marzo 2007.
Le opere sono di Botticelli e di Giorgione, di Rosso Fiorentino e del Moretto, del Lotto e di Tiziano, di Tintoretto e di Carracci, di Caravaggio e del Guercino, di El Greco e del Fetti, di Canova e di Piranesi, di Böcklin e di de Chirico, di Modigliani e Carrà, e di molti altri ancora, Michelangelo compreso, presente in mostra con uno studio di testa per la Cappella Sistina in Vaticano, che contrassegna la malinconia profonda di un artista che nell’oscurità della materia trova il segreto miracolo della forma. Lo sviluppo della mostra prosegue con gli artisti contemporanei.

Presso il restaurato Palazzo della Ragione, riportato all’antica bellezza grazie all’intervento di recupero realizzato da Tobia Scarpa, un architetto di fama e un cognome di casa a Verona, attraverso l’opera di suo padre Carlo che a suo tempo ripristinò la vibrante bellezza di Castelvecchio.

La mostra si segnala come l’evento più importante ed impegnativo dell’anno non solo per il fatto di presentare al pubblico 200 straordinari capolavori che rimarranno esposti per 4 mesi, sino al 29 luglio, ma anche perché si tratta del risultato di un lungo lavoro scientifico di 4 anni condotto dal direttore di Palazzo Forti, Giorgio Cortenova, che dell’esposizione è l’ideatore e il curatore, attraverso lunghe ed accurate ricerche attorno ai temi che contrassegnano la modernità: primo fra tutti, appunto, quell’intreccio di amore ideale, di malinconia e di meditativa riflessione che caratterizza il cielo dantesco, il settimo cielo o, meglio ancora, ‘il settimo splendore’ del paradiso dell’Alighieri.

L’articolato impianto storico e teorico costituisce il piatto forte a livello dialettico della straordinaria rassegna veronese, cui hanno aderito i maggiori musei italiani ed europei, da Budapest a Dresda, da Roma a Milano, da Parigi a Zurigo, da Firenze a Londra, con prestiti perfino stupefacenti in questi tempi così avari di collaborazione culturale.

La mostra ravvisa nei temi della riflessione malinconica i principi stessi della sensibilità moderna; e per certi versi polemicamente ne rivendica le origini italiane e mediterranee, sviluppatesi a partire dall’entourage fiorentino promosso da Lorenzo de’ Medici, dal ‘pellegrinaggio’ di un Lorenzo Lotto, dall’appartata sensibilità psicologica di un Savoldo, dalla consapevolezza della ‘vanitas’ che alimenta alcune delle più alte espressioni dell’arte seicentesca. Fino ai giorni nostri: attraverso una continuità che si propone nelle diverse sfaccettature della storia e della cultura, che riannoda i fili di un percorso ora incline alla bellezza come ideale di una suprema e sacra armonia, ora rivolto ai brividi e agli allarmi della psiche contemporanea.

A testimonianza della ricerca e delle tesi che ne hanno supportato l’impegno sarà dato alle stampe un esauriente catalogo che, oltre alle riproduzioni di tutte le opere in mostra e ai saggi del curatore, conterrà puntuali ed approfonditi contributi critici dei più importanti studiosi in materia.


Info:
dal 25 marzo al 29 luglio 2007, Palazzo della Ragione, Piazza Dei Signori – Verona
Orario: Dal lunedì al venerdì 9.30-19.30 Sabato e domenica 9.30-21.30
Ingresso: intero 10 €, ridotto 8 € (gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 anni e maggiori di 65 anni, possessori di appositi coupon e titolari apposite convenzioni, possessori di Verona Card), ridotto speciale 4 € (studenti delle scuole elementari, medie e superiori), gratuito (minori di 6 anni, diversamente abili, un accompagnatore per ogni diversamente abile, due insegnanti accompagnatori per ogni classe).
Prenotazione € 1,50 a persona – € 25,00 per gruppi – € 15,00 per le scuole;
Visita guidata: € 100,00 per gruppi – In lingua € 120,00 per gruppi, le visite in lingua sono comprensive del servizio di radioguida in mostra.
Prenotazioni: Ingegneria per la Cultura – Gruppo Civita 199.199.111 dall’estero +39 0243353522;
Scuole: tel Aster +39 045 8000804 Fax +39 045 8000466
lunedì-venerdì 9.00-13.00 e 14.00-16.00, e-mail: asterarc@asterarchelogia.191.it

Link: http://www.settimosplendore.it

Fonte:Exibart on line

Cristina ACIDINI LUCHINAT Michelangelo scultore.

Così come i restauri della Cappella Sistina hanno imposto un radicale ripensamento dell’opera pittorica di Michelangelo, la massa di nuove ricerche dedicate negli ultimi vent’anni alla scultura del maestro ha evidenziato la necessità di una nuova monografia sulla sua produzione scultorea.
Impresa, questa, da non prendere alla leggera, sia per la vastità della bibliografia esistente sia, anche, perché implica che ci si addentri in un campo minato di nuove attribuzioni più o meno controverse.
La nuova monografia di Cristina Acidini Luchinat, Michelangelo scultore (Federico Motta Editore), spaziando tra una varietà di temi, affronta entrambi i problemi con grande padronanza della materia e un equilibrio nell’impostazione davvero rimarchevole.
Esemplare è il lavoro svolto dalla Acidini per incorporare la mole di studi emersa nell’ultimo ventennio, che comprende un gran numero di monografie su singole opere.
Il suo resoconto, stringato e dialettico, veleggia agile nel vasto pelago di questa letteratura, come una goletta in mezzo a delle corazzate. La narrazione principale del libro si completa con un sintetico catalogo di 46 opere accettate e di possibili attribuzioni.
Come in molti altri suoi lavori, la Acidini dimostra, ancora una volta, una magistrale capacità di distillare da una vasta letteratura gli elementi essenziali e di saper valutare le prove con equilibrio e originalità.
L’autrice, per forza di cose, ha evitato di appesantire la narrazione con una zavorra bibliografica eccessiva; con tutto ciò, non esiste, a oggi, un libro migliore per i lettori che vogliano disporre di un resoconto aggiornato sullo stato della ricerca.
Scrittrice elegante e colta, nella migliore tradizione della storia dell’arte italiana, la Acidini possiede un senso infallibile del mot juste; ma, seppur caratterizzata da uno stile elevato, la sua prosa è sempre incisiva, lucida e leggibilissima. Uno dei pregi di questa monografia è la minuziosa disamina di tutte le nuove attribuzioni ragionevolmente plausibili proposte dalla letteratura recente, e financo della non plausibile, ma molto strombazzata, ipotesi che Michelangelo abbia scolpito, e poi, in segreto, seppellito, il «Laocoonte» del Vaticano (teoria che la Acidini respinge).
L’autrice argomenta, senza dilungarsi, la paternità di Michelangelo del «Fanciullo arciere» di New York e del «Crocifisso» di Santo Spirito, apre la questione del piccolo «Crocifisso» ligneo di collezione privata torinese, attribuito al maestro nel 2004, in concomitanza con la mostra al Museo Horne.
Si esprime poi a favore della prima versione del «Cristo risorto» di Santa Maria sopra Minerva, identificata di recente a Bassano Romano; benché completata da mani ignote, essa mostra ancora la venatura nera sul volto che indusse Michelangelo ad abbandonarla.
Le fotografie forniscono un solido sostegno visivo all’autrice nel suo controbattere la recente attribuzione al solo Michelangelo dell’effigie papale della Tomba di Giulio, opera nella quale, a suo avviso, le qualità formali suggeriscono invece una collaborazione tra il Maestro e un assistente (forse Tommaso Boscoli).

L’articolo integrale è disponibile nell’edizione stampata de Il Giornale dell’Arte, marzo 2007. 
  

Autore: Louis A. Waldman

Fonte:Il Giornale dell’Arte on line

TORINO. I macchiaioli – sentimento del vero.

Tutto ebbe inizio al Caffè Michelangelo di via Larga (oggi via Cavour 21), nei pressi del Duomo a Firenze.

Correva l’anno 1850 e un gruppo di artisti, non solo toscani, prese a riunirsi regolarmente in una saletta del noto locale fiorentino a discutere di “macchia”. Senza sapere che di lì a pochi anni (1856) avrebbe gettato le basi per la realizzazione di una pittura nuova, libera, lontana da ogni ufficialità accademica e fermamente decisa a inseguire la verità di tutti i giorni. E proprio la ricostruzione di quell’antico caffè in una delle sale di Palazzo Bricherasio (dalle pareti verdine occupate da copie-ritratto dei suoi protagonisti con relativi aneddoti connessi) diventa il fulcro di questa mostra, dedicata ai macchiaioli (termine usato per la prima volta sulla Gazzetta del Popolo nel 1862, in occasione di un’esposizione fiorentina).
Di quel gruppo facevano parte Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati, Silvestro Lega e Adriano Cecioni, attivissimi pionieri di un movimento pittorico rivoluzionario che predicava nuovi modi di dipingere, in largo anticipo rispetto al sentire impressionista, per molti versi ad esso analogo ma non uguale. Perché gli italiani alla fuggevolezza della luce e del colore dei francesi preferivano la solidità dell’immagine, resa attraverso il contrasto chiaroscurale.
Senza dimenticare poi la forte dose di spirito risorgimentale che tale immagine si portava dietro, in anni caratterizzati dalle lotte per l’unificazione dell’Italia, come traspare dalle parole pronunciate dal critico dell’epoca Diego Martelli, durante una conferenza del 1877: “Si doveva dunque combattere e combattendo ferire, era quindi necessaria un’arma ed una bandiera, e fu trovata la macchia in opposizione alla forma”. Forma intesa come fredda e cristallizzata incarnazione di un frainteso romanticismo retoricamente storico, da abbandonare, invece, a favore dell’allora nascente ideale pittorico macchiaiolo. Teso a catturare il sentimento del vero, nel senso di dovere morale per l’artista di testimoniare il proprio tempo con sincerità e abnegazione.

Un’indagine che nella presente rassegna si articola in otto sezioni, allestite in modo tale da restringere tutto il movimento dei realisti toscani intorno ad alcuni punti fermi: da Origine e affermazione della macchia, passando per il luminosissimo segmento Castiglioncello e Piagentina, realtà e lirica del paesaggio, si arriva al momento dedicato all’Epica del quotidiano.

Forse il migliore, per la scelta di esporre il ritrovato capolavoro di Telemaco Signorini (Firenze, 1853 – 1901). L’alzaia, oggi proprietà di una collezione inglese ed espressione di autentica sensibilità nei confronti del tema lavoro. Che diventa il soggetto principale di una tela di stretto taglio orizzontale e di grandi dimensioni, dove si possono riconoscere tutti i princìpi (per lo più volti a recuperare i criteri della pittura quattrocentesca, come ben ricordato dal curatore Francesca Dini) della poetica realista: gigantismo dell’immagine, punto di vista molto ravvicinato e l’uso frequente del controluce che, non permettendo di coglierne i dettagli, ottiene il risultato di amplificare il sentimento di una particolare situazione.
Lo stesso dicasi per Le macchiaiole di Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze 1908), elogio della sintesi luministica, qui contrapposte nella raffigurazione dello stesso soggetto al dipinto Boscaiole di San Rossore.

Opera di Francesco Gioli (San Frediano a Settimo, 1846 – Firenze, 1922), uno dei tanti epigoni esposti nella mostra torinese e appartenente già alla seconda generazione del movimento, ormai depotenziato di ogni precedente tensione etica per approdare, dopo il 1870, ad una semplice e piacevole narrazione della realtà.
 
E infine, tra lo scorrere dei lavori del napoletano Abbati, del veneziano Zandomeneghi e del ferrarese Boldini si assiste, nelle ultime sale, al ritorno dei tre grandi (Fattori, Signorini, Lega), ciascuno colto nel suo personale percorso all’interno della macchia. Ciascuno diverso.

Info:
Torino, Palazzo Bricherasio, Via Teofilo Rossi angolo Via Lagrange (zona Centro, vicino Rinascente), fino al 10/06/2007.
Orario di visita: lunedì: 14.30 – 19.30 – da martedì a domenica: 9.30 – 19.30 – apertura serale: giovedì e sabato fino alle 22.30
Ingresso: intero: € 7,50; ridotto: € 5,50 – bambini (6 – 14 anni): € 3,50.
Audio guide: singola € 3,00 – doppia € 4,50. 
tel. 011/5711811 – fax 011/5711850.

Autore: Claudia Giraud

Link: http://www.palazzobricherasio.it

Fonte:Exibart on line

VITULANO (Bn). Sostanziali apparenze.

Si intitola “sostanziali apparenze”, la mostra personale di Mario Salina che si inaugura sabato 17 marzo alle ore 18.30 presso la galleria GiaMaArt studio di Vitulano (BN).

In queste opere recenti, seguendo il filo rosso che lo accompagna fin dai temi “seriali” degli esordi (le sedie, gli aratri, le foglie), Mario Salina riaffida alla figura, al “ritratto di figura”, quell’opera di “ricostruzione dei nostri frammenti” che ha la levità diafana della memoria, i suoi scatti improvvisi, quel venire da lontano e apparire in piena luce come un elemento necessario alla nostra costituzione fisica e morale.
L’opera della ricomposizione passa per le trame della pittura che in Salina ha insieme la liquida trasparenza della grande tradizione “di terra lombarda” (tradizione trasversale che ereticamente sulle tele di Salina sposa un Butinone con l’aeropittura futurista, e con certa pittura francese della “dissoluzione” postimpressionista), ma anche quella nota intimamente dolente, di un Narciso il cui specchio è andato in pezzi, che segna la novità della “figura” dopo la fine della modernità.

Info:
testo in catalogo di Andrea Beolchi, dal 17 marzo al 19 maggio 2007,
catalogo edizioni GiaMaArt studio, direzione Gianfranco Matarazzo.

Email: info@giamaartstudio.it