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RAVENNA. Felice Casorati dipingere il silenzio.

Il Museo d’Arte della città di Ravenna presenta dal prossimo 31 marzo un’antologica dedicata al lavoro di Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963) con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna e con il contributo di UniCredit Banca e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. La mostra intende documentare, attraverso una selezione di circa 100 opere, la lunga carriera dell’artista piemontese, dagli esordi secessionisti di inizio -900 alle composizioni neoquattrocentiste, dal -realismo magico’ alle enigmatiche nature morte degli anni cinquanta.

Nel suo percorso artistico Casorati ha saputo tradurre in modo esemplare quasi tutte le piu’ significative istanze della prima metà del secolo, attraversando le varie fasi poetiche in chiave secessionista, metafisica, novecentista e classicista, e interpretando i movimenti alla luce di una rigorosa attenzione alla struttura compositiva, alla misura e all’armonia dei valori plastici e cromatici.

Gli esordi vicini all’esperienza simbolista sono riconoscibili nel Ritratto di Signora (Ritratto della sorella Elvira), esposto alla Biennale di Venezia del 1907 considerato il suo primo quadro, oppure in La preghiera (1914), in cui emerge lo studio della sofisticata pittura di Klimt. Alla fine della guerra (1915-18), periodo nel quale il lavoro artistico viene bruscamente interrotto per quattro anni, si trasferisce a Torino (1918) diventando un figura chiave del panorama artistico culturale della capoluogo piemontese. Nelle opere della maturità come nel ritratto di Silvana Cenni (1922) e in Duplice ritratto (1924) il dettaglio decorativo viene sostituito da un preciso disegno e da un rigore formale ispirato alla pittura quattrocentesca, in particolare a Piero della Francesca.

Casorati dipinge in modo semplice, severo, in uno spazio prospettico sottolineato da un assoluto equilibro cromatico. L’artista novarese, oltre ai ritratti femminili dai lineamenti affilati ed eleganti, colti in interni misteriosi in cui domina un dimensione di eternità come in La donna e l’armatura (1921) e in Fanciulla nuda (1921), si dedica alle nature morte: scodelle, frutta, uova, semplici cose quotidiane diventano oggettivazione dei sentimenti umani. A partire dal 1928 la malinconica freddezza lascia spazio ad un disegno piu’ fluido e ad una ricerca cromatica piu’ intensa, dando ai dipinti nuove implicazioni emozionali evidenti in opere come Vocazione (1939).

La mostra sarà documentata da un catalogo edito da Electa Mondadori, a cura di Claudio Spadoni, con un ricco apparato iconografico, contributi critici di Anna Maria Chiara Donini, Claudia Gian Ferrari, Maria Mimita Lamberti, Michela Scolaro, Claudio Spadoni e una testimonianza di Francesco Casorati.

Felice Casorati nasce a Novara nel 1883. L’infanzia e l’adolescenza sono caratterizzate da continui spostamenti in varie città italiane dovute alla professione del padre, Ufficiale di carriera. Abbandonata la precoce passione musicale si dedica alla pittura. Nel 1906 si laurea in legge a Padova, l’anno successivo espone alla Biennale di Venezia. Dal 1908 al 1911 soggiorna a Napoli, per poi trasferirsi a Verona esponendo a Ca’ Pesaro nel 1913. Nel 1915 viene richiamato al fronte. Congedato nel 1917, dopo la morte improvvisa del padre, si trasferisce a Torino (1918) insieme alla madre e alle sorella. L’affermazione nel 1924 quando partecipa con una sala personale alla Biennale di Venezia, due anni dopo prende parte alla I Mostra del Novecento Italiano, gruppo con cui esporrà fino al 1929. Nel 1930 partecipa alla I Quadriennale di Roma ottenendo il terzo premio per la pittura; lo stesso anno sposa Daphne Maugham da cui avrà un figlio, Francesco, nel 1934. Dal 1941 insegna pittura all’Accademia di Torino, di cui nel 1952 diventa direttore e nel 1954 presidente. In questi anni partecipa a mostre in Europa e in America. Felice Casorati muore a Torino nel 1963.


Info:
Museo d’Arte della Citta’ – MAR  – via di Roma, 13 – Ravenna
Orari: martedi’ – domenica 9 – 19; venerdi’ 9 – 21
Ingresso: intero: € 6; ridotto: € 5; studenti: € 3.

Fonte:Undo.net

BARLETTA. I pittori della felicita’: Zandomeneghi De Nittis Renoir.

Dopo il successo della mostra -De Nittis e Tissot. Pittori della vita moderna- ammirata da oltre 40.000 visitatori, Barletta torna ad ospitare una grande mostra sull’Ottocento. In concomitanza con l’inaugurazione della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, nella sede di Palazzo della Marra di Barletta, si apre la mostra -Zandomeneghi De Nittis Renoir. I pittori della felicità- a partire dal 31 marzo fino al 15 luglio 2007. La splendida struttura barocca del Palazzo della Marra, restaurata e riallestita per ospitare stabilmente la collezione De Nittis di Barletta, diventa un contenitore d’arte di livello internazionale, dove all’esposizione museale permanente si abbina una sede espositiva per eventi temporanei ed un luogo di riferimento per gli studi e la ricerca sull’arte dell’ Ottocento. Il contesto ha un fascino innegabile e l’affaccio sul mare, il caffe’ letterario, il bookshop, elevano la Pinacoteca Giuseppe De Nittis di Barletta ai piu’ alti livelli europei di fruibilità dell’arte.

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la mostra e’ promossa dal Comune di Barletta (Assessorato alla Cultura) e dalla Regione Puglia (Assessorato al Mediterraneo e Assessorato al Turismo, promotori della mostra, e Assessorato allo Studio, promotore del restauro del Palazzo). La mostra e’ realizzata in collaborazione con la Provincia di Bari, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia), con le Soprintendenze BAP e PSAE di Bari e Foggia, e con l’Agenzia del demanio (Palazzo della Marra di proprietà dello Stato in concessione al Comune di Barletta) ed e’ realizzata con il fondamentale contributo di Svimervice e Lombardi Ecologia, insieme a Buzzi Unicem, Banca Carige, Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia. La produzione e l’organizzazione della mostra sono di Arthemisia.

La mostra, a cura di Tulliola Sparagni ed Emanuela Angiuli, si compone di circa ottanta opere tra dipinti, disegni, pastelli e grafiche di Zandomeneghi, De Nittis e Renoir. I tre artisti, protagonisti della scena artistica parigina, ognuno con una propria cifra stilistica e in particolari periodi di attività, rivelano, nei rapporti che la mostra mette in risalto, legami di amicizia, di sensibilità impressionistiche, di vicinanze, di contraddizioni, che segnano l’originalità stessa dell’esposizione e degli studi che ne scaturiscono. Mentre De Nittis infatti percorre, negli anni ’70 e nei primi anni ’80 dell’Ottocento, una strada già intrapresa con forte originalità, fuori dagli schemi classificatori del tempo, Zandomeneneghi e Renoir vivono un rapporto che diventa sempre piu’ confinante sia in termini stilistici che nei contenuti delle rappresentazioni del mondo borghese cui si ispirano.

Nella mostra di Barletta, si possono ammirare opere eccezionali di Zandomeneghi come Luna di miele (A pesca sulla Senna) (1878 c.) proveniente da Palazzo Pitti, Le Moulin de la Galette dalla Fondazione Enrico Piceni, Al Caffe’ (1884) dalla collezione Mondadori di Palazzo Te a Mantova; e capolavori di Renoir quali Le Chapeau e’pingle’ (Il Cappello appuntato) (1894) della Fondazione E.G. Bührle di Zurigo, Paysage de Cagnes (Paesaggio di Cagnes) (1905-8) dalla Fondazione Magnani Rocca, il bellissimo Nu allonge’ (Baigneuse)/Nudo disteso (Bagnante) (1902) dalla Galleria Beyeler di Basilea, e molte altre ancora, tra dipinti, pastelli e incisioni, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. Accanto a queste alcune opere esemplari di Giuseppe De Nittis, dall’omonima pinacoteca, come Paesaggio, Primavera, Veli e sete.

Nonostante le recenti mostre di Milano, Roma e Castiglioncello dedicate a Zandomeneghi, che hanno illuminato la fitta trama di rapporti dell’artista con gli amici dell’ambiente toscano macchiaiolo e con gli impressionisti, l’opera dell’artista presenta vaste zone di ombra e resta in fondo ancora una figura in bilico tra i richiami alla cultura e alla tradizione italiana e le novità stilistiche introdotte dall’impressionismo. Ultimo dei tre italiens de Paris a raggiungere la capitale francese, dove arriva nel giugno del 1874, Federico andomeneghi, come Boldini e De Nittis, vi trova gli stimoli creativi per elaborare uno stile personale, in cui si fondono echi italiani e suggestioni francesi. Zando’ e’ sicuramente l’artista italiano che ha avuto rapporti piu’ profondi, duraturi e collaborativi con il gruppo impressionista, partecipa alle collettive del gruppo e stringe amicizia con Degas, Pissarro e Guillaumin, ma nello stesso tempo, come i suoi connazionali, mira ad imporre un proprio stile personale non completamente adagiato sugli stilemi della scuola impressionista.

Il reale confronto tra Zandomenghi e Renoir non avviene cosi’ quando l’artista veneziano aderisce al gruppo dei dessinateurs, capeggiati da Degas in contrapposizione ai coloristes quali Monet, Renoir, Pissarro. È invece soprattutto dopo il 1894, dopo il contratto stretto con il mercante Durand-Ruel, che l’artista italiano viene a confrontarsi con le opere dei due artisti di punta della galleria, Degas e Renoir, presentandosi persino come un loro surrogato, un sostituto, un equivalente, utilizzato da Durand-Ruel per accontentare il mercato, in particolare americano. In questo periodo i due pittori hanno atelier vicini, sicche’ l’incrocio artistico si fa in molti casi serrato. Ad esempio nei languidi nudi o nello sguardo attento e amoroso nei confronti della donna, delle sue movenze e dei suoi momenti di vita intima e quotidiana. Negli anni tardi della loro produzione (Zandomeneghi muore nel 1917, Renoir nel ’22) entrambi sviluppano un interesse spiccato, inconsueto tra gli impressionisti, per la pittura di fiori e la natura morta, in particolare i pesci.

Allo sfarzo di gemme della pittura sensuale e morbida di Renoir, in particolare durante il periodo nacre’ , risponde Zandomeneghi con la sua sontuosa tavolozza, ora caratterizzata da toni gravi, ora squillante e festosa negli oli e nei pastelli. Guardando, ascoltanto e discutendo, mi trasformai e come per tutti gli altri da Pissarro a Degas da Manet a Renoir la mia vita artistica fu una successione di infinite evoluzioni. Quanto alla tecnica – parola molto vaga – quella da me adottata e’ mia, tutta mia e non la presi in prestito da nessuno , puntualizza Zandomeneghi, artista ombroso ed orgoglioso, sempre pronto a sottolineare la sua indipendenza di spirito. Per meglio indagare il rapporto artistico De Nittis – Zandomeneghi – Renoir, il percorso della mostra si snoda in argomenti pittorici che rivelano le ricche suggestioni di una stagione che cambia l’ideologia sottesa alla visione culturale del mondo, della società, del vero.

Si entra cosi’ nella prima sezione À la campagne, in cui sfilano i paesaggi della mediterraneità dei tre artisti: Primavera (1883) di De Nittis assieme alle vedute fitte di vegetazione dai colori sfavillanti di Renoir e soleggiate di Zando’. Il paesaggio della campagna si anima successivamente di figure giovani, dalle bambine di Renoir che giocano infilando fiori nei cappelli, Le Chapeau e’pingle’ (Il Cappello appuntato) (1894), alla Femme tenant un bouquet (Donna con bouquet) e ai Idylle (I fidanzati) di Zandomeneghi. Nella sezione Sulle strade fiorite, periferie, parchi, giardini rivelano ormai una Parigi felice, fiorita e floreale, come in una perenne primavera che piu’ che una stagione e’ un tempo dell’anima. La stessa intima felicità del creare si esplicita nell’Elogio del quotidiano rappresentato dalle nature morte, come in Chou-fleur (Cavolo) (1917) di Zandomeneghi e Pesci (1917) di Renoir.

-Il fiore dell’epidermide, il velluto della carne- e’ il successivo argomento dedicato al Nudo. Torna qui De Nittis con la perlacea e tenerissima Ondina a fronte delle carni morbide e luminose di Zandomeneghi, piu’ vicino a Degas con Le tub (La tinozza), e con Dopo il bagno a quel Renoir che Joris-Karl Huysmans definisce -il vero pittore delle giovani donne, di cui sa rendere, in quella allegria di sole, il fiore dell’epidermide, il velluto della carne-. Esemplare il Nu allonge’ (Baigneuse)/Nudo disteso (Bagnante) (1902). Fra tanti trionfi di momenti en plen air di cui si nutri’ la pittura dagli impressionisti in poi, regalandoci la vivezza della vita vissuta in un mondo luminescente di figure dai movimenti leggeri, quasi danzanti nell’aria, i nudi di Renoir parlano di bellezze trionfanti nel turgore rosato dei seni, dei fianchi, delle gambe. Quelli di Zando’ stanno nella delicatezza delle nudità svelate nel segreto delle stanze. E De Nittis, davanti alla modella entrata nello studio, nel 1876 scriveva nel suo Taccuino: -Senza alcuna incertezza prese la posizione eretta, come avrebbe fatto una del mestiere, poi il burnous scivolo’; levo’ lentamente le braccia, con un gesto d’un ritmo perfetto, congiunse le mani sul capo e inarco’ i fianchi: i seni si protessero sul petto ampio. Rimasi abbagliato-.

L’ultima sezione della mostra parla di Parigi, il giorno le notti, con opere dei tre grandi artisti. Si incontrano qui le ore del giorno riprese nei gesti spontanei di Femme qui s’e’tire (Il risveglio), Femme accoude’e sur un fauteuil (Malinconia), Bavardage (Chiacchierando) di Zandomeneghi, il denittisiano Veli e sete (1890) assieme ad incisioni dello stesso De Nittis e Renoir. Le serate della metropoli francese trascorrono Al caffe’ (1884), al Moulin de La Galette, nei riti del te’ e negli spettacoli della notte fra le giovanissime ballerine in tutu’ di Zandomeneghi. Le donne di Renoir e di Zandomeneghi e De Nittis si mostrano nella loro individualità di modelle e compagne (splendido il ritratto a pastello di Mathilde, una delle modelle preferite di Zando’) e nella loro tipologia umana e sociale (sempre di Zando’, La marchande de fleurs / La fioraia di Montmartre). Per essi il corpo femminile resta sempre al centro della visione della vita, sinonimo di fascino, di felicità, di suggestive promesse. Colto nella bellezza dell’abbigliamento come nella sua naturalità, nella domesticità o in sofisticate eleganze, esso rappresenta la quintessenza della pittura, paradigma cui i capolavori della mostra resteranno legati fino alle loro ultime opere.


Info:
Catalogo Skira
Pinacoteca De Nittis, Palazzo della Marra  – Via Cialdini – Barletta
tel. 080 5222014, fino al 15/07/2007.

Fonte:Undo.net

TORINO. Nasce a San Filippo Neri una cittadella della cultura.

Cambia sede l´Ordine degli Architetti di Torino e da via Giolitti si sposta nel complesso juvarriano di San Filippo Neri. Per dare vita con il Miaao, il Museo internazionale di arti applicate che già lì è collocato, creatura di Enzo Biffi Gentili, a una cittadella culturale nel cuore della città.
In vista degli eventi del 2008, dal Congresso mondiale degli Architetti, che si svolgerà tra giugno e luglio, a Torino Capitale del design, alle celebrazioni nel 2011 per i 150 anni dell´Unità d´Italia.
Lunedì scorso la firma del protocollo d´intesa da parte dei due enti e dei padri filippini della Congregazione dell´Oratorio, i ‘padroni di casa’. E con essa l´accordo per il completamento del recupero e del riuso del complesso e per la realizzazione di progetti congiunti e complementari tra architettura, arti applicate e design.
L´Ordine degli Architetti e la Fondazione ad esso collegata avranno a disposizione per gli uffici il secondo piano, mille metri quadrati in tutto, gli stessi occupati dal Miaao: ma i due enti usufruiranno anche di spazi in comune.
Tra i progetti, la trasformazione dell´attuale Oratorio in un auditorium da 120 posti per manifestazioni artistiche e musicali (ma ci sarà spazio anche per una libreria specializzata) e del Refettorio in un ristorante (con speciali convenzioni per gli architetti), mentre il sottotetto di San Filippo diventerà una foresteria a beneficio di ospiti e turisti.
Cade invece l´idea ipotizzata tempo fa di ricavare nel complesso – costruito sull´area che Carlo Emanuele II aveva donato alla Congregazione dell´Oratorio San Filippo Neri, iniziato dall´architetto Antonio Bettino e passato poi, dopo il crollo della cupola durante l´Assedio di Torino nel 1705, nelle mani di Filippo Juvarra – un vero e proprio hotel de charme.
Tra gli intenti, anche la creazione di strutture di supporto all´organizzazione di esposizioni intorno al Congresso degli Architetti: tra queste, tre mostre dal titolo «Afterville», tra architettura e fantascienza, da allestire al Miaao a novembre 2007 e a giugno e novembre 2008.
«Da tempo avevamo in programma di trasferirci: con i nostri oltre seimila iscritti in via Giolitti non ci stavamo più. Poi ho incontrato Biffi Gentili che mi ha proposto di dividere con il Museo di arti applicate gli spazi di San Filippo. Ne abbiamo parlato con il responsabile del Convento, padre Giuseppe Goi, e la cosa è andata avanti – dice il presidente dell´Ordine degli Architetti Riccardo Bedrone – Ci è sembrata un´ottima occasione per trasformare la nostra sede in una vera e propria casa degli architetti, dove si va per trovare una pratica ma anche per comprare un libro, incontrare altri architetti, vedere mostre.
L´Ordine, insomma, non solo organo burocratico, ma circolo».
Bedrone spiega che si stanno attivando per un prestito («Con gli interessi arriveremo a pagare più o meno come l´affitto attuale»), ma confidano anche nei contributi della Regione, già previsti per gli spazi del Miaao, e delle Fondazioni ex bancarie. Il recupero non dovrebbe costare nell´insieme più di 5 milioni di euro, la tabella di marcia prevede l´inizio lavori a fine 2007 e l´ingresso nella nuova sede nel 2009. «Sarà questa l´eredità del Congresso degli Architetti, un segno tangibile da lasciare alla città» conclude Bedrone.
«Si parla molto del fatto che gli eventi del 2008, tra architettura e design, devono lasciare tracce concrete sul territorio: ne sono convinto anch´io, dal momento che si tratta di occasioni veramente internazionali – dice il direttore del Miaao Enzo Biffi Gentili. – L´ideale è proprio creare strutture integrate fornite di varie funzioni, come è successo a Barcellona per esempio con il Collegio degli Architetti di Catalogna, posto in un edificio moderno sulla piazza della Cattedrale. Ma San Filippo come complesso è certo più affascinante.
All´estero si intende la sede dell´Ordine degli Architetti come la casa della cultura del progetto. Lo faremo anche noi, con un progetto europeo di grande prestigio che lasci una struttura piena e non vuota, un segno vivente e non effimero».

Autore: Marina Paglieri

Fonte:La Repubblica

Rosolino LA MATTINA. Gli occhiali nella pittura dal XIV al XX secolo.

Dal Veneto alla Sicilia l’iconografia racconta l’evoluzione dell’oggetto visivo.
Nel volume (formato 24×30, cartonato e con sopracopertina a colori, composto da 152 pagine di testo, da 134 illustrazioni, di cui 131  a colori e 30 in b/n), è descritta ed illustrata la “storia degli occhiali” nelle varie tipologie di montature (a perno, a molla, ad arco, pince-nez, lorgnette, fassamano, caramella, a stanghette, ecc.), attraverso le testimonianze pittoriche dal 1300 (il primo esempio è costituito dagli affreschi di Tommaso da Modena, sec. XIV, nella sala Capitolare dei Domenicani di Treviso), fino ai giorni nostri.

Si tratta dunque di un prezioso libro d’arte in cui nei primi capitoli gli occhiali vengono esaltati attraverso le opere d’arte realizzate dai grandi maestri della pittura, dal Crivelli al Ghirlandaio, dal Bruegel al Bosch, dal Caravaggio al Goya, dal Carpaccio a Luca Giordano fino ai più noti pittori dell’Ottocento come Giovanni Fattori, Francesco Haiez, Pablo Picasso, Renato Guttuso, solo per fare alcuni esempi.

Negli ultimi due capitoli (il V e il VI) è stato  dato spazio alle testimonianze artistiche prodotte dai massimi esponenti della pittura siciliana, da Pietro Novelli allo Zoppo di Gangi, da Frate Felice da Sambuca ad Agostino Scilla, da Giuseppe Sciuti a Giuseppe Patania ecc. i quali nei loro dipinti non mancarono di inserire l’importante elemento ottico, nelle varie tipologie.

Particolarmente interessanti risultano i capitoli in cui è stato curato l’aspetto simbolico degli occhiali,  nei vari secoli, che nell’arte pittorica risultano spesso inforcati sul naso non solo di, più o meno importanti, personaggi illustri ma anche su quello dei Santi, degli Angeli, di Gesù Bambino e perfino del diavolo.

I titoli dei sei capitoli, di cui è composto il volume, sono i seguenti:

– CAP.I   L’invenzione “un vanto italiano”

– CAP.II  Dai primi esemplari al periodo d’oro

– CAP.III Gli occhiali tra simbolismi e attributi

– CAP.IV Testimonianze iconografiche

– CAP. V  Gli occhiali nella pittura siciliana dal XIV al XX secolo

– CAP.VI  Gli occhiali nella ritrattistica.

La presentazione del libro è del Presidente degli ottici e optometristi della Regione Sicilia, Antonino Matranga.

Info:
Palermo, tel.3476478932 – € 40.

 

Email: rosolino.lamattina@virgilio.it

MILANO. Brera mai vista: San Gerolamo penitente di Giovanni Contarini.

Curatori : Valentina Maderna, Cristina Quattrini, Matteo Ceriani
La ventesima edizione di ‘Brera mai vista’ presenta al pubblico della Pinacoteca il San Gerolamo penitente di Giovanni Contarini (Venezia, 1549 – ante 1604), dopo il restauro effettuato e generosamente offerto da Barbara Ferriani.
Nato in una famiglia agiata e dedicatosi agli studi letterari, divenendo notaio, il Contarini, sedotto dall’arte di Tiziano, scelse la pittura per vocazione. Tardomanierista non indistinto, produsse ritratti, racconti biblici e favole mitologiche, che gli valsero notevole popolarità, tanto da essere accolto come pittore alla corte di Rodolfo II a Praga e dell’Arciduca Ferdinando II a Innsbruck; nominato cavaliere, torno’ a Venezia prima della metà degli anni novanta del Cinquecento; dipinse molti quadri da cavalletto (quasi del tutto perduti) per amici intellettuali e ricchi mercanti ed esibi’ il suo stile dai colori preziosi su grandi pale per chiese della città e su teleri celebrativi in palazzo Ducale.

Nel San Gerolamo penitente della Pinacoteca di Brera il Contarini ottiene effetti di grande naturalezza, grazie all’impiego di una luce morbida, che percorre il corpo del vecchio in preghiera, indugia sul bel ritratto, penetra con toni profondi la veste e trascorre in un cielo tormentato, tutto tizianesco.
Il dipinto pervenne alla Pinacoteca di Brera nel 1811, sottratto all’altare maggiore della chiesa di San Girolamo di Serravalle presso Treviso, a seguito della soppressione del convento di monache benedettine. Come e’ emerso dalle ricerche compiute da Annalisa Bristot, autrice del catalogo-dossier e da tempo studiosa dell’artista, la commissione dovette avvenire intorno al 1576, anno di intitolazione al santo e consacrazione dell’altare che la conteneva. Il dipinto braidense rappresenterebbe dunque la prima opera conosciuta di Giovanni Contarini, pittore ancora per molti versi misterioso a ragione delle lacune documentarie riguardanti la vita e la produzione pittorica, che conta un unico dipinto datato: La comunione degli Apostoli di Dignano d’Istria del 1598.

Se il prepotente influsso tizianesco degli anni giovanili, avvertibile nelle due tele della Pinacoteca Querini Stampalia con il Sacrificio d’Isacco e Davide che suona la cetra, rimane una costante di tutta la sua produzione, le esperienze successive lo porteranno a conoscere l’arte elegante dei Salviati, come dimostra il Cristo portato al sepolcro nella chiesa veneziana di San Nicolo’ dei Tolentini e soprattutto il luminismo acceso del Tintoretto. Il periodo piu’ documentato della sua opera pittorica, che coincide con l’ultimo decennio del Cinquecento, e’ caratterizzato infatti da modi eclettici, vicini a quelli di Palma il Giovane, evidenti nella Cacciata degli Ariani dei Frari, nel Ritratto del doge Marino Grimani e nella fastosa Battaglia di Verona, entrambe nella Sala delle Quattro Porte di Palazzo Ducale. Il suo capolavoro, la Nascita della Vergine, si conserva a Venezia nella chiesa dei Santi Apostoli e segna il raggiungimento di un linguaggio maturo, dove i prestiti si compongono in una felice vena espressiva. I diciassette scomparti nel soffitto di San Francesco di Paola a Venezia, l’impresa piu’ impegnativa e celebrata dell’artista, eseguiti ormai nei primi anni del XVII secolo, preannunciano i modi stanchi dell’attività estrema.

Il restauro del San Gerolamo braidense, illustrato nel catalogo da Barbara Ferriani, e’ dunque occasione per mettere a fuoco questa elusiva e interessante figura del tardo Manierismo veneziano. La mostra e’ stata realizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Testi di Annalisa Bristot e Barbara Ferriani

Opera esposta: Giovanni Contarini (Venezia, 1549 – ante 1604) ‘San Girolamo penitente’, Olio su tela, cm 208 x130. Reg. Cron. 124. Dalla chiesa di San Girolamo a Serravalle (Treviso).

Info:
Pinacoteca di Brera  – via Brera, 28 – Milano
Orari : 8.30 -19.15 da martedi’ a domenica
Ingresso: – 5 (compreso Pinacoteca) – 2,50 ridotto
fino al 10/9/07

Fonte:Undo.net