Archivi categoria: Tutela e Salvaguardia

BRESCIA. II Premio Giovanni Urbani per Tesi di ricerca per la durabilià dell’arte: esito.

La ricerca per la prevenzione delle cause di degrado, può essere favorita da:

 – le università che accrescano la scienza della durabilità dell’arte;
 – i committenti di processi di prevenzione, invece che di continui “ri-restauri”.

Le tesi premiate e segnalate: vedi allegato.

Non si può tacere, peraltro, che la domanda di più compiute conoscenze per la durabilità dell’arte sarà sempre inesistente finché i proprietari ed i responsabili (pubblici e privati) del patrimonio storico continueranno a ritenere che la conservazione dell’arte si consegue soltanto con continui “ri-restauri”.
Se non matura nuova coscienza del contributo che le condizioni ambientali possono dare alla duratura conservazione del maggiore patrimonio italiano (oltre che alla salute degli Italiani), continuerà a languire la ricerca per la durabilità dell’arte e, nonostante prestigiosi “ri-restauri”, crescerà il deterioramento della nostra più qualificante risorsa.

Info:
a cura di Fondazione ASM, Assessorato all’Istruzione della Provincia di Brescia e Istituto Mnemosyne – Istituto per la Salvaguardia del Patrimonio Storico – via Oberdan, 10 – 25128 Brescia – tel. 3298642280.

Link: http://www.istituto-mnemosyne.it

Email: info@istituto-mnemosyne.it

Allegato: II Premio Urbani.pdf

PALMI (Cs). La Varia di Palmi nella Rete Italiana delle Grandi Macchine a spalla.

La Festa della Varia è una manifestazione religiosa che trova le sue origini sul finire del 1500 quando con lo scopo di avvicinarsi a Dio venivano costruite in molti paesi dell’Italia meridionale grandi macchine trasportate a spalla.
La Varia di Palmi è un carro sacro costruito su una base di legno di quercia, chiamato ‘Ccippu‘, di forma conica irregolare che rappresenta l’Assunzione della Vergine Maria.
La gigantesca macchina viene trainata a spalla da 200 giovani, detti ‘mbuttaturi’, scelti tra gli appartenenti alle cinque corporazioni dei tradizionali mestieri della città (contadini, carrettieri, bovari, artigiani e marinai).
Tra le macchine a spalla italiane la Varia di Palmi è l’unica con persone nei ruoli di figuranti: i 12 apostoli; gli angioletti, bambine di età compresa tra i sette e gli undici anni e in alto un giovane che rappresenta il Padreterno.
In cima una bambina detta ‘Animella’ (di età compresa tra i dieci e i dodici anni, scelta con votazione popolare), che rappresenta la Vergine Assunta in Cielo.
La Varia di Palmi con i Gigli di Nola, i Candelieri di Sassari e la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, costituiscono un insieme di manifestazioni di grande e antica tradizione che, accomunate dall’uso di scenografiche ‘macchine’ da festa e dal trasporto a spalla degli imponenti apparati, hanno dato luogo al progetto della Rete Italiana delle Grandi Macchine a spalla, promosso e coordinato da Patrizia Nardi, dell’Università di Messina, per l’iscrizione dei quattro eventi festivi nelle liste UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Il Patrimonio Culturale Immateriale comprende le manifestazioni dell’agire umano appartenenti alle comunità e ai territori di cui rappresenta il fattore identitario. Nello specifico ne fanno parte i dialetti, le lingue delle minoranze, le forme teatrali popolari, i canti e le danze, i saperi legati ai cicli agrari e calendariali e appunto le feste, i riti e le cerimonie.
L’UNESCO con la Convenzione Internazionale per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, promulgata a Parigi nel 2003 e ratificata dall’Italia nel 2007, promuove le azioni di tutela, protezione, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale immateriale per garantirne la trasmissione della memoria storica e culturale.

Fonte:
Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, 26/11/2010.

Info:
Silvio Rubens Vivone – Patrizia Carravetta – Tel.:  0984 795639 fax  0984 71246.

Email: sbsae-cal.ufficiostampa@beniculturali.it

IL CARABINIERE

Mensile di grande informazione e cultura professionale.

Direttore Responsabile: Ten. Col. Roberto RICCARDI

Trattasi di una rivista cartacea, che però viene mensilmente presentata sul sito www.carabinieri.it, alla pagina >>>vai

riportando l’intero sommario della stessa, con alcuni articoli completi stampabili.

In particolare, fra gli argomenti trattati, vengono posti in evidenza beni culturali trafugati, ritrovati e recuperati dall’arma, nell’ambito della loro importante attività di tutela del patrimonio culturale.

Link: http://www.carabinieri.it

Email: carabinieri@carabinieri.it

ROMA. Manca una strategia per la cultura degna di un sistema Paese.

Vittorio Emiliani

Terzoocchio 12/2007

Fatica il mondo della cultura e dell`arte nel nostro scombinato Paese, passato da un sistema fortemente centralizzato di governo ad un pasticciato sistema regionale che però poco ha innovato sul piano politico.
Anzi, a livello di Regioni, la dipendenza della cultura dalla politica è percepita come ancora più forte. Lo conferma la sollevazione unanime della gente di teatro allorché il MiBAC ha proposto di ‘regionalizzare’ i teatri stabili superstiti e i finanziamenti alle attività teatrali sin qui ripartiti all`interno del Fondo unico per lo Spettacolo. Ad un quarantennio dalla istituzione delle Regioni a statuto ordinario, il mondo dell`arte finisce per riconoscere soprattutto lo Stato, cioè il MiBAC, e i Comuni.
Questi ultimi, al Centro-Nord, sono stati protagonisti, fin dall`Unità d`Italia (oggi così stupidamente infangata), di una costellazione di raccolte civiche. Circa la metà degli oltre 3.500 Musei italiani di ogni epoca, tipo e proprietà. Ai primi del `900 risalgono gli interventi dei Comuni nell`ambito dell`Arte contemporanea. Decisiva fu, ad esempio, la pressione del Comune di Venezia per la istituzione, in quella autentica capitale dell`Arte antica, di una Biennale d`Arte contemporanea, rimasta la più significativa manifestazione nel nostro Paese. Eravamo in pieno periodo giolittiano e turatiano, quando il riformismo promanava anche dalla rete degli Enti locali.
Lo schema non è molto cambiato. li Fascismo accentrò quanto poté a Roma. La Repubblica ha stemperato quel centralismo, dando poi vita alle Regioni. Queste però stentano ad affermarsi come coprotagoniste.
Manca una strategia per la cultura, e per il turismo culturale, degna di un sistema-Paese, in grado di ottimizzare, quanto meno, i pochi denari stanziati e di finalizzare meglio quelli dei privati (per lo più, delle potenti Fondazioni bancarie). Ognuno fa da sé. Un bricolage. Un vuoto che si avverte in modo acuto, in Italia e fuori. Dove dovrebbero agire gli Istituti italiani di Cultura. E il rilievo critico mosso da alcuni direttori di importanti e attive istituzioni comunali (come Pier Giovanni Castagnoli della GAM di Torino): tocca allo Stato, ai Ministeri promuovere l`arte italiana all`estero, non alle singole istituzioni.
Tuttavia una crescita, sia pure a macchia di leopardo, di musei e laboratori locali, dedicati alla contemporaneità, è percepibile anche in questa Italia scombinata.
Con esiti qualitativi però marcatamente diversi. Ce ne stiamo occupando con una inchiesta che tocca, questa volta, Milano, dove la latitanza di un Museo di Arte contemporanea, all`altezza della città e della sua storia, si avverte come una ferita, e Nuoro, la Sardegna, interessate da venti di novità.
Ci occupiamo inoltre dell`istruzione artistica, delle un tempo gloriose Accademie di Belle Arti, il cui livello didattico sembra come precipitato. Parliamone con franchezza, anche con durezza. Ma parliamone.
L`attuale governo cerca di dare una raddrizzata alla scuola. Non trascuri l`istruzione artistica, di ogni livello.
Nell`ignoranza prosperano furbi e furbastri d`ogni risma.

Ps: la sciatteria è tale che, a Milano, nel catalogo di presentazione della mostra sul ‘Quarto Stato’ di Pellizza da Volpedo ilprefatore ha scritto de ‘I dieci giorni che sconvolsero il mondo’ come di un ‘film di John Reed’. Quest`ultimo, morto nel 1920, scrisse quel famoso libro, ma mai si sognò di girare un film. In realtà si trattava di ‘Reds’ di (e con) Warren Beatty, girato nel 1981. Prefatore, curatori della mostra, correttori di bozze: nessuno s`è accorto della topica.
Così va l`Italia nel 2007. 0 non va.

Autore: Vittorio Emiliani

Fonte:TerzoOcchio

ROMA. Musei ecclesiastici italiani scrigni d’arte e catechesi.

Non solo collezioni di opere d’arte, ma soprattutto scrigni di catechesi capaci di intercettare milioni di visitatori.
Sono gli ottocentonovanta musei ecclesiastici d’Italia, un patrimonio di storia e fede che ogni giorno si confronta col territorio su cui insiste e che da tempo è alla ricerca di un «sistema» in grado di collegare le realtà diversificate sparse sulla penisola.
Come far andare a braccetto un’Opera come quella della Metropolitana di Siena dove si staccano un milione e seicentomila biglietti l’anno e il piccolo museo di una parrocchia di provincia che fa fatica anche a restare aperto la domenica?
Prima di tutto guardando alla sostenibilità finanziaria. È il suggerimento che ha fatto da tema al sesto convegno nazionale dell’Amei, l’associazione dei musei ecclesiastici italiani, ospitato nel complesso di Santa Maria della Scala a Siena, proprio di fronte al Duomo.
Tre giorni di lavori conclusi ieri che hanno rilanciato la sfida di un collegamento in cui «i flussi di visitatori non si fermino solo nei grandi centri turistici», spiega l’arcivescovo di Gaeta Bernardo D’Onorio, presidente dell’Amei. Alcuni esempi di sinergia fra musei ci sono già: in Umbria oppure proprio nel senese con la sua «rete museale».
«Sono esperienze pilota da incrementare per fare in modo che i musei siano davvero scuole di evangelizzazione», sottolinea monsignor Ernesto Rascato, delegato regionale per la Campania, che ha fatto il punto sulle collezioni ecclesiastiche italiane.
Ne è uscito un quadro in cui i segnali positivi arrivano dai dati: 223 diocesi hanno un loro museo diocesano già funzionante oppure in fase di allestimento, il numero delle esperienze legate alla conservazione dei capolavori della fede è in crescita, le nuove apertura si susseguono (l’ultima in ordine di tempo quella del museo del Duomo di Monza che custodisce la corona ferrea).
Certo, il museo ecclesiastico non può ridursi a semplice pinacoteca, ma va visto come «luogo estetico della traditio», ha chiarito il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, Carlo Chenis, nella prolusione che ha aperto il convegno. Ecco perché c’è bisogno anche di un riconoscimento da parte delle istituzioni. O, come afferma monsignor D’Onorio, di una «interfaccia con gli organi di governo centrali e territoriali».
«È necessario che il museo ecclesiastico sia riconosciuto e riconoscibile come un elemento di valore», spiega don Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici.
La Chiesa italiana lo ha fatto considerando parte integrante del Progetto culturale tutte quelle raccolte che comprendono i musei capitolari, diocesani, missionari, dei santuari e delle fabbricerie. E le azioni concrete volute dalla Conferenza episcopale non sono mancate: dal 1996 al 2006 più di 17 milioni di euro collegati ai fondi dell’8 per mille sono andati ai musei diocesani sotto forma di contributi; e altri 33 milioni di euro sono serviti in dieci anni per dare il via all’informatizzazione dei beni storico-artistici che ha visto l’adesione di duecentoquindici diocesi (settanta delle quali hanno già terminato la fase della ricognizione).
«La creazione di banche dati omogenee – sostiene don Russo – rappresenta un supporto all’attività dei musei». Musei che vanno considerati parte integrate della pastorale ordinaria. «Nelle diocesi – propone il direttore dell’ufficio Cei – occorre scommettere su un’alleanza fra collezioni d’arte, catechesi, liturgia e turismo. È la strada per valorizzare a pieno le potenzialità dei beni culturali ecclesiastici che sono un punto di contatto con le persone di ogni cultura e che devono avere la forza di far emergere l’identità cristiana di un territorio».

STORIA
Bruschelli, il primo presidente veniva dalla città del Palio. Una tre giorni nel decennale dell’Amei, l’associazione dei musei ecclesiastici italiani. Il sesto convegno nazionale, dedicato al «museo ecclesiastico nel quadro istituzionale» si è tenuto a Siena non per caso.
Dalla città del Palio infatti arrivava il primo presidente, Senio Bruschelli, che per anni è stato rettore dell’Opera della Metropolitana (oggi è guidata da Mario Lorenzoni).
Fanno parte dell’Amen duecentoventi collezioni di arte.
«È una realtà in sviluppo», spiega l’attuale presidente, l’arcivescovo di Gaeta, Bernardo D’Onorio, che delinea il ruolo fondamentale delle esposizioni dei beni culturali ecclesiastici: «La musealizzazione ha permesso la conservazione di un patrimonio inestimabile che poteva finire in raccolte private».

 

Autore: Giacomo Gambassi

Fonte:Avvenire