Archivi categoria: Restauri e recuperi

MILANO. Portato a termine il restauro del ciclo di affreschi giotteschi nell’Abbazia di Chiaravalle.

Dopo anni di lavoro, è stato portato a compimento il restauro del ciclo di affreschi che decorano il tiburio dell’Abbazia cistercense di Chiaravalle, a dieci chilometri dal cuore di Milano, grazie ad Intesa Sanpaolo che ha inserito questo intervento nell’ambito di Restituzioni, collaudato programma di restauri di opere appartenenti al patrimonio artistico del Paese, promosso e curato dalla Banca e gestito in collaborazione con le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche. 

I lavori di restauro – eseguiti sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici di Milano dal laboratorio Nicola Restauri in Aramengo (TO) – sono iniziati nel 2002 con fondi ministeriali e sono stati ora portati a termine grazie agli indispensabili finanziamenti erogati nel biennio 2008-2009 da Intesa Sanpaolo.
 
Il lungo intervento ha interessato l’impresa artistica più importante per qualità e completezza in Lombardia del periodo pre-rinascimentale, dove la narrazione si fonde con la poesia, raggiungendo un equilibrio perfettamente calibrato nei gesti solenni e nelle emozioni sempre delicate ed eleganti.  

Il restauro ha risarcito la straordinaria decorazione pittorica trecentesca della chiesa dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese, una delle più importanti pagine artistiche del Trecento italiano.  L’imponente impresa pittorica coinvolge l’intero spazio interno del tiburio: sotto il cielo stellato della calotta della cupola, i quattro Evangelisti, accompagnati, con ogni probabilità, da altrettanti Profeti e Dottori della Chiesa, annunciano la sequenza di Santi e Beati connessi all’ordine cistercense delle pareti del tamburo. Il registro inferiore, narra le Storie della Vergine post Resurrectionem secondo il racconto diffuso della Legenda Aurea, legate alla morte e all’ascesa al cielo della Vergine.  
L’intervento di restauro è stato preceduto e accompagnato da analisi e indagini strumentali non distruttive, finalizzate allo studio delle fenomenologie di degrado, delle tecniche esecutive, dei materiali originali e di quelli utilizzati negli interventi precedenti. In questo modo è stato ad esempio possibile distinguere le diverse fasi temporali di intervento e le diverse mani e personalità operanti all’interno della chiesa, permettendo di individuare, almeno sommariamente, l’organizzazione dell’intero cantiere.
È stata confermata la presenza di due maestri, il primo dei quali di provenienza lombarda, il cosiddetto “Primo Maestro di Chiaravalle”, responsabile della decorazione della cupola della torre nolare e del ciclo del tamburo, e il secondo, identificato con Stefano fiorentino, ricordato da Giorgio Vasari nelle sue Vite come il miglior allievo di Giotto, cui si deve il ciclo con le Storie della Vergine post Resurrectionem.
È stato inoltre possibile all’interno di quest’ultimo ciclo – considerato il più importante per qualità e completezza del periodo pre-rinascimentale in Lombardia – cogliere differenze stilistiche ed esecutive che attestano la presenza di altri pittori, probabilmente allievi e collaboratori dello stesso Stefano.
Si tratta dunque di un lavoro che è riuscito a metterci oggi in contatto diretto con gli artisti del tempo, precisandone la tecnica, contribuendo a chiarire i contenuti di un’arte complessa e in parte ancora non conosciuta.

Il restauro degli affreschi, per i vent’anni di Restituzioni
Il progetto Restituzioni ha compiuto vent’anni e il restauro monumentale degli affreschi trecenteschi di Chiaravalle giunge a festeggiare un compleanno di speciale importanza per Intesa Sanpaolo, che ha individuato in questo impegnativo programma di restauro di opere d’arte del patrimonio pubblico una delle strade maestre per contribuire da protagonista alla crescita del Paese.

Restituzioni è stato avviato nel 1989 dall’allora Banca Cattolica del Veneto – confluita nel nucleo iniziale che avrebbe dato origine ad Intesa Sanpaolo – con obiettivi e finalità legati al territorio di competenza e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche, in una partnership che è elemento distintivo ed essenziale del programma. Nel corso di quattordici edizioni, Restituzioni ha felicemente assecondato l’imponente crescita della Banca, conquistando dimensione e importanza nazionali.

Il programma oggi può presentare un curriculum di alto profilo, avendo originato un museo virtuale di oltre 600 opere restaurate: tante sono infatti le opere d’arte mobili riportate in pristinam dignitatem, con testimonianze che spaziano dalle epoche proto-storiche fino alle soglie dell’età contemporanea, dall’archeologia all’oreficeria, alle arti plastiche e pittoriche; più di 140 sono gli Enti garanti della rigorosa destinazione pubblica dei propri tesori, fra chiese, musei e siti archeologici, che sino ad oggi hanno beneficiato di Restituzioni; 90 i laboratori di restauro, distribuiti da Nord a Sud, che si sono occupati del restauro, comparto di eccellenza del nostro Paese. 

I mosaici pavimentali paleocristiani della Basilica di Aquileia, gli affreschi di Altichiero e Avanzo nella Cappella di San Giacomo nella Basilica del Santo a Padova, il portale maggiore in bronzo della Basilica di San Marco a Venezia: sono solo alcuni degli interventi di restauro su opere di carattere monumentale che costituiscono un ulteriore asso nella manica del programma, che da anni è punto di riferimento nazionale per gli studiosi e per gli operatori impegnati sul fronte della tutela e della salvaguardia del patrimonio artistico del Paese.  Ed è in questo “ramo” monumentale di Restituzioni che il restauro degli affreschi di Chiaravalle si colloca.

Affiancando l’impegno del soggetto pubblico, Intesa Sanpaolo ha confermato anche in questa occasione la costante ricerca di efficaci sinergie con quanti si occupano per compito istituzionale della tutela del patrimonio culturale, nella consapevolezza che, in un contesto di “museo diffuso” come l’Italia, le testimonianze artistiche vanno preservate per trasmettere alle future generazioni brani essenziali di storia e identità nazionale.

MILANO. Restauro del ciclo di affreschi giotteschi nedl tiburio dell’Abbazia di Chiaravalle.

Dopo anni di lavoro, è stato portato a compimento il restauro del ciclo di affreschi che decorano il tiburio dell’Abbazia cistercense di Chiaravalle, a dieci chilometri dal cuore di Milano, grazie ad Intesa Sanpaolo che ha inserito questo intervento nell’ambito di Restituzioni, collaudato programma di restauri di opere appartenenti al patrimonio artistico del Paese, promosso e curato dalla Banca e gestito in collaborazione con le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche. 

I lavori di restauro – eseguiti sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici di Milano dal laboratorio Nicola Restauri in Aramengo (TO) – sono iniziati nel 2002 con fondi ministeriali e sono stati ora portati a termine grazie agli indispensabili finanziamenti erogati nel biennio 2008-2009 da Intesa Sanpaolo.
 
Il lungo intervento ha interessato l’impresa artistica più importante per qualità e completezza in Lombardia del periodo pre-rinascimentale, dove la narrazione si fonde con la poesia, raggiungendo un equilibrio perfettamente calibrato nei gesti solenni e nelle emozioni sempre delicate ed eleganti.  

Il restauro ha risarcito la straordinaria decorazione pittorica trecentesca della chiesa dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese, una delle più importanti pagine artistiche del Trecento italiano.  L’imponente impresa pittorica coinvolge l’intero spazio interno del tiburio: sotto il cielo stellato della calotta della cupola, i quattro Evangelisti, accompagnati, con ogni probabilità, da altrettanti Profeti e Dottori della Chiesa, annunciano la sequenza di Santi e Beati connessi all’ordine cistercense delle pareti del tamburo. Il registro inferiore, narra le Storie della Vergine post Resurrectionem secondo il racconto diffuso della Legenda Aurea, legate alla morte e all’ascesa al cielo della Vergine.  
L’intervento di restauro è stato preceduto e accompagnato da analisi e indagini strumentali non distruttive, finalizzate allo studio delle fenomenologie di degrado, delle tecniche esecutive, dei materiali originali e di quelli utilizzati negli interventi precedenti. In questo modo è stato ad esempio possibile distinguere le diverse fasi temporali di intervento e le diverse mani e personalità operanti all’interno della chiesa, permettendo di individuare, almeno sommariamente, l’organizzazione dell’intero cantiere.
È stata confermata la presenza di due maestri, il primo dei quali di provenienza lombarda, il cosiddetto “Primo Maestro di Chiaravalle”, responsabile della decorazione della cupola della torre nolare e del ciclo del tamburo, e il secondo, identificato con Stefano fiorentino, ricordato da Giorgio Vasari nelle sue Vite come il miglior allievo di Giotto, cui si deve il ciclo con le Storie della Vergine post Resurrectionem.

È stato inoltre possibile all’interno di quest’ultimo ciclo – considerato il più importante per qualità e completezza del periodo pre-rinascimentale in Lombardia – cogliere differenze stilistiche ed esecutive che attestano la presenza di altri pittori, probabilmente allievi e collaboratori dello stesso Stefano.
Si tratta dunque di un lavoro che è riuscito a metterci oggi in contatto diretto con gli artisti del tempo, precisandone la tecnica, contribuendo a chiarire i contenuti di un’arte complessa e in parte ancora non conosciuta.

Il restauro degli affreschi, per i vent’anni di Restituzioni
Il progetto Restituzioni ha compiuto vent’anni e il restauro monumentale degli affreschi trecenteschi di Chiaravalle giunge a festeggiare un compleanno di speciale importanza per Intesa Sanpaolo, che ha individuato in questo impegnativo programma di restauro di opere d’arte del patrimonio pubblico una delle strade maestre per contribuire da protagonista alla crescita del Paese.

Restituzioni è stato avviato nel 1989 dall’allora Banca Cattolica del Veneto – confluita nel nucleo iniziale che avrebbe dato origine ad Intesa Sanpaolo – con obiettivi e finalità legati al territorio di competenza e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche, in una partnership che è elemento distintivo ed essenziale del programma. Nel corso di quattordici edizioni, Restituzioni ha felicemente assecondato l’imponente crescita della Banca, conquistando dimensione e importanza nazionali.

Il programma oggi può presentare un curriculum di alto profilo, avendo originato un museo virtuale di oltre 600 opere restaurate: tante sono infatti le opere d’arte mobili riportate in pristinam dignitatem, con testimonianze che spaziano dalle epoche proto-storiche fino alle soglie dell’età contemporanea, dall’archeologia all’oreficeria, alle arti plastiche e pittoriche; più di 140 sono gli Enti garanti della rigorosa destinazione pubblica dei propri tesori, fra chiese, musei e siti archeologici, che sino ad oggi hanno beneficiato di Restituzioni; 90 i laboratori di restauro, distribuiti da Nord a Sud, che si sono occupati del restauro, comparto di eccellenza del nostro Paese. 

I mosaici pavimentali paleocristiani della Basilica di Aquileia, gli affreschi di Altichiero e Avanzo nella Cappella di San Giacomo nella Basilica del Santo a Padova, il portale maggiore in bronzo della Basilica di San Marco a Venezia: sono solo alcuni degli interventi di restauro su opere di carattere monumentale che costituiscono un ulteriore asso nella manica del programma, che da anni è punto di riferimento nazionale per gli studiosi e per gli operatori impegnati sul fronte della tutela e della salvaguardia del patrimonio artistico del Paese.  Ed è in questo “ramo” monumentale di Restituzioni che il restauro degli affreschi di Chiaravalle si colloca.

Affiancando l’impegno del soggetto pubblico, Intesa Sanpaolo ha confermato anche in questa occasione la costante ricerca di efficaci sinergie con quanti si occupano per compito istituzionale della tutela del patrimonio culturale, nella consapevolezza che, in un contesto di “museo diffuso” come l’Italia, le testimonianze artistiche vanno preservate per trasmettere alle future generazioni brani essenziali di storia e identità nazionale.

Info:
UFFICIO STAMPA INTESA SANPAOLO
Antonella Zivillica, Responsabile Ufficio Media Public Finance / Attività Sociali e Culturali – tel. 06.67125312   stampa@intesasanpaolo.com
UFFICIO STAMPA RESTITUZIONI-CHIARAVALLE
Novella Mirri e Maria Bonmassar – Tel. 06-32652596; +39335-6077971 ufficiostampa@novellamirri.it.

FIRENZE. Giotto in Santa Croce: straordinario risultato delle indagini alle pitture murali nella Cappella Peruzzi cambiera’ il corso degli studi sul maestro.

A distanza di secoli appaiono, rivelandosi per la prima volta ai nostri occhi, volumi, decori e disegni che costituiscono buona parte dell’opera giottesca nella Cappella Peruzzi della Basilica di Santa Croce.

Dalla proficua collaborazione fra l’Opera di Santa Croce, l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation di Los Angeles scaturisce la straordinaria scoperta riguardante le pitture murali di Giotto nella Cappella adiacente l’altare maggiore.

La campagna diagnostica cui è stata sottoposta la Cappella Peruzzi ha ottenuto sorprendenti, quanto fondamentali e ragguardevoli, risultati che cambieranno il corso degli studi su Giotto.

Là dove, oggi, l’occhio umano nulla o quasi può vedere, le lampade UV svelano la grandiosità delle composizioni riguardanti le storie di San Giovanni Battista (parete di sinistra) e di San Giovanni Evangelista (parete di destra), basati su una composizione che esalta la monumentalità delle architetture, i preziosi scenari e la gravità delle figure, caratterizzate da solida semplicità e classicità dei gesti.

La straordinaria costruzione dei volumi, i ricchi panneggi e i decori sontuosi delle vesti, preziosi particolari delle architetture, oggetti cerimoniali e decorativi, volti che tornano leggibili, posture segnate da sorprendente naturalismo, sono le meraviglie dell’arte giottesca apparse alla luce degli UV ai ricercatori e restauratori. Il cantiere è aperto, infatti, per indagini diagnostiche condotte dall’Opificio delle Pietre Dure e co-finanziate da The Getty Foundation, dall’Opera di Santa Croce e dallo stesso Opificio.

L’immagine delle pitture, molto simili a come erano in origine, surreale quanto suggestiva e preziosa per le novità di studio e le ricerche su Giotto che possono scaturirne, si svela mostrando in alta percentuale ciò che, pur perduto per sempre, ritorna per un coinvolgente attimo nel presente.

Giotto nella Cappella Peruzzi dipinge a secco ed è proprio per questo che oggi è possibile vedere ciò che non è più visibile sulla superficie pittorica. I raggi ultravioletti catturando la materia organica (i leganti con cui si componevano i colori: tempera a uovo, caseina o olio) ricompongono nello spazio immateriale della luce i molti e sorprendenti particolari pittorici e compositivi.

E’ stato spesso detto che Giotto dipingesse nella Peruzzi a secco perché essendo impegnato in altri cantieri, probabilmente anche fuori Firenze, poteva così diluire il tempo necessario alla realizzazione del ciclo pittorico. Contrariamente a questa più consueta interpretazione, si può invece ipotizzare che la sua sia stata una vera e propria scelta artistica volta ad ottenere effetti pittorici più simili a quelli della pittura su tavola. Giotto vuole riprodurre le luminescenze della seta, differenziare il brillare degli ori da quello degli argenti, creare effetti di slontanamento in alcuni inusitati paesaggi aperti. Questo accanto al progredire delle sue caratteristiche istanze volumetriche e chiaroscurali, ancor più evidenti e studiate rispetto a quelle della Cappella degli Scrovegni a Padova. Attraverso il chiaroscuro, che torna evidente grazie alle indagini in UV, si riscoprono i volumi importanti e imponenti che conferiscono alle figure una presenza realistica e una presa di possesso dello spazio quasi tridimensionale.

La pittura a secco è per il Maestro, presumibilmente in questo caso, dunque, ricerca e sperimentazione: i volumi, la luce, il naturalismo che egli intendeva ricreare nella pittura murale sono impossibili nell’affresco, poiché il colore viene inglobato nell’intonaco dal processo di carbonatazione.

Dalle attuali indagini affiorano in particolare le bellissime raffigurazioni dei lunettoni: lo scultoreo Cristo apocalittico mietitore; il panneggio del San Giovanni Evangelista a Patmos, quasi enfiato dal vento dello Spirito Santo; la splendida Donna col Bambino in culla avvolto in panni, forse anticipatorio della celeberrima immagine degli Innocenti di Luca della Robbia.

Inoltre, i decori della scena del Banchetto di Erode: dalla veste del suonatore di liuto, alle suppellettili sulla mensa; le vesti di Salomè ed Erodiade, di perduti e luminescenti cangiantismi.

Nella Scena della Resurrezione di Drusiana e della Assunzione di San Giovanni Evangelista riacquistano corpo e volume gli straordinari gruppi degli astanti e diviene finalmente comprensibile e visualizzabile immediatamente la loro importanza come scuola mentale per Masaccio alla Brancacci e per Michelangelo.

L’importanza dell’utilizzo della tecnologia e delle campagne diagnostiche, nel caso specifico non invasive, ai fini di studio, ricerca e preservazione del patrimonio storico-artistico è confermata ulteriormente da queste importanti scoperte.

La squadra che sta lavorando alle pitture murali di Giotto è composta da 34 persone, tra storici dell’arte, restauratori e ricercatori e le operazioni diagnostiche dureranno ancora per due anni e mezzo per ambedue le cappelle, Peruzzi e Bardi, ma sulla seconda non si potrà ripetere questa sorprendente esperienza poiché le pitture sono state realizzate a fresco.

Patrimonio fondamentale per gli studi e la maggiore comprensione dell’arte del Maestro, l’attuale campagna di indagini potrebbe portare addirittura ad una revisione delle cronologie nell’opera complessiva di Giotto e potrà essere fruibile agli studiosi e al pubblico mondiale soltanto dopo una esaustiva campagna fotografica e video messa a disposizione in forma virtuale.

Poiché non era prevedibile un risultato così importante, nell’attuale campagna diagnostica non vi sono, al momento, i fondi necessari, valutabili in circa 200.000,00 euro, per la realizzazione dei materiali scientifici e divulgativi al momento celati all’occhio umano. Trattandosi di un Maestro universale come Giotto, si auspica il sostegno di Istituzioni pubbliche o private mondiali e, dunque, la possibilità di continuare la campagna fotografica e diagnostica in UV al fine di renderla patrimonio di tutti.

D’altronde, le competenze scientifiche e professionali dell’Opificio delle Pietre Dure non possono che garantire ulteriori e importanti risultati. L’istituzione fiorentina, volta alla salvaguardia del patrimonio nazionale storico-artistico, può contare su un’esperienza di oltre 60 anni per ciò che riguarda Giotto. Le Cappelle Bardi e Peruzzi, infatti, già negli anni ’50 venivano restaurate da Leonetto Tintori sotto l’egida dell’allora “Gabinetto Restauri” della

Soprintendenza, poi diventato uno dei laboratori portanti dell’attuale Opificio, sotto la direzione di Ugo Procacci; negli anni ’70, sotto la guida di Umberto Baldini, si ebbe infatti, insieme alla istituzione del Ministero per i Beni Culturali, anche la fondazione dell’Opificio in istituzione ministeriale dedicata alla ricerca e al restauro.

Oltre alle pitture di Santa Croce, nuovamente oggetto di lavoro, l’Opificio delle Pietre Dure negli ultimi anni ha condotto diverse campagne di restauro su Giotto: la Madonna di Borgo San Lorenzo, la Madonna di San Giorgio alla Costa, la Croce di Santa Maria Novella e, attualmente, nei laboratori della Fortezza da Basso, sede operativa dell’Opificio, è in restauro la Croce di Ognissanti.

Grande soddisfazione è stata espressa dalla Getty Foundation e dalle parole della sua Direttrice Deborah Marrow si evince come la Fondazione: “E’ da 25 anni di grande sostegno alle operazioni e alle ricerche volte alla conservazione del patrimonio artistico e culturale mondiale. Un punto chiave della nostra filosofia di lavoro è sempre stato riconoscere che gli interventi di restauro, per essere efficaci, devono basarsi su una pianificazione e una diagnostica integrate. Per questo siamo particolarmente felici di poter aiutare finanziariamente lo studio di opere d’arte di importanza unica al mondo come le pitture murali della Cappella Bardi e della Cappella Peruzzi a Santa Croce‘.

E ancora, Antoine Wilmering, Program Officer della Getty Foundation, aggiunge: ‘La diagnostica integrata di questi due cicli pittorici è rappresentativa della migliore metodologia con cui affrontare una ricerca nel campo dello studio delle tecniche artistiche e della conservazione. L’Opificio delle Pietre Dure ha creato uno straordinario gruppo di lavoro, che utilizzerà tecnologie diagnostiche all’avanguardia nello studio di queste delicate superfici pittoriche dipinte da Giotto. I risultati permetteranno certo una migliore comprensione della tecnica artistica del grande maestro‘.

La Presidente dell’Opera di Santa Croce, Professoressa Stefania Fuscagni, tiene a sottolineare come queste due cappelle rappresentino la prima pagina di una straordinaria enciclopedia che, in Santa Croce, con Cimabue e tutta la grande scuola di Giotto racconta la nascita della pittura italiana ed illustra in estesi cicli pittorici il nuovo universo di pensiero del secondo millennio: “Siamo convinti che quanto gli studi su queste pitture ci possono restituire in conoscenza potrà non solo garantire una migliore conservazione delle opere, ma anche recuperare e restaurare significati ormai dispersi e dimenticati per il grande pubblico che visita questi luoghi: un restauro del passato, quindi, per rinnovare anche il presente”.

Cappella Bardi – Progetto di indagini
Il ponteggio appena montato sulle pareti della Cappella Bardi consentirà per la prima volta dal restauro di Tintori e Procacci (1958-59) di esaminare le pitture murali di Giotto, raffiguranti Storie di San Francesco, con tecniche moderne di indagine.
I dipinti murali, anche in questa cappella, come la Peruzzi, ricoperti con calce nella prima metà del ‘700, in occasione di modifiche generali alla chiesa e in parte distrutti per alloggiare due monumenti funebri, vennero riscoperti nel 1849-50 dal pittore restauratore Gaetano Bianchi che reintegrò con sue ridipinture le lacune e le vaste mancanze dell’intonaco originale lasciate dalla rimozione dei due monumenti funebri. Le integrazioni ottocentesco furono definitivamente rimosse da Tintori nel 1958-59.
Il paragone immediato tra lo stato di conservazione delle pitture murali della Cappella Bardi rispetto a quelle della Cappella Peruzzi, parla a favore di una tecnica originaria di realizzazione del tutto diversa: siamo qui, verosimilmente, come affermato da Tintori e Procacci, ad un “buon fresco”, tipico peraltro di Giotto; mentre la Cappella Peruzzi fu dipinta con una inusitata tecnica “a secco”.
Ma, come già sperimentato grazie alle prime indagini sulla Cappella Peruzzi, è lecito aspettarci che anche le ricerche sulle pitture della Bardi offrano nell’immediato futuro risultati inediti o comunque importanti, grazie anche alle più moderne tecniche diagnostiche che verranno messe in campo.
Il progetto di ricerca, ideato dall’Opificio e finanziato dalla Getty Foundation, dall’Opera di Santa Croce e dall’Opificio stesso, è un’iniziativa di ricerca rivolta a sviluppare un programma di conservazione per dipinti murali nel rispetto dei principi fondamentali di conservazione e della metodologia adottata dall’Opificio delle Pietre Dure. Per questo è necessario capire il tipo di deterioramento che interessa i dipinti e la sue cause attraverso il complesso processo di pianificazione e scelta della più appropriata diagnostica scientifica. A questo scopo il progetto proposto include la caratterizzazione dei materiali (sia quelli originali che quelli aggiunti), lo studio delle condizioni ambientali, lo studio del deterioramento e della sua distribuzione sulle superfici murarie e in profondità.
L’identificazione dei materiali è sicuramente un passo essenziale nello sviluppo delle tecniche di conservazione. Le tecniche dei dipinti sono sempre molto complesse e realizzate attraverso stadi differenti e differenti tipi di materiali. Inoltre, passati interventi e materiali aggiunti ai dipinti, rendono la situazione anche più complessa. Il processo di caratterizzazione dei materiali sarà condotto seguendo una metodologia integrata che inizia con una diagnostica di tipo non invasivo e continua con studi micro-invasivi (campionamento delle problematiche da esaminare chimicamente).
La diagnostica non invasiva prevede una prima fase relativa alla applicazione di tecniche cosiddette di IMAGING, che permettono una mappatura totale della superficie dell’opera d’arte, così da poter essere utili ad una prima diagnostica dei materiali e dello stato di conservazione. Vengono ad essere collocabili sulla riproduzione virtuale dell’opera d’arte una serie vera e propria di mappe tematiche relative alle varie caratteristiche e alle problematiche conservative.
Dalla lettura delle mappe di IMAGING scaturiscono le principali domande cui cercare di dare risposta attraverso successive indagini, inizialmente anche esse non invasive, non più applicate all’opera nel suo intero, ma a punti specifici.
Solo in una terza fase di approfondimento, dopo l’elaborazione dei risultati di quanto indagato e osservato fino a questo momento, si può passare ad una diagnostica di tipo micro-invasivo, che preveda il campionamento di porzioni infinitesimali di materiale da analizzare attraverso indagini di tipo chimico. A questo punto, nel processo sistematico di avvicinamento alla conoscenza delle problematiche dell’opera d’arte, l’invasività sarà limitata nel numero di prelievi e coerentemente volta a scegliere la zona in cui effettuarli sulla base della rappresentatività della domanda.

Oltre alla piena partecipazione dell’Opificio in tutte le sue componenti (storici dell’arte, restauratori, fisici, chimici, fotografi), saranno coinvolti nella ricerca i seguenti Istituti di ricerca:
Istituto Nazionale di Ottica (INO –CNR) di Firenze; Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” (IFAC_CNR) di Firenze; Unità Beni Culturali dell’ ENEA di Roma La Casaccia; Istituto di Scienze e Tecnologie Molecolari- CNR, di Perugia; Centro di Eccellenza SMAART, Dipartimento di Chimica, Università di Perugia; Dipartimento di Chimica e chimica industriale, Università di Pisa; Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università del Molise.

E i seguenti consulenti:
Culturanuova di Massimo Chimenti (programma informatico di gestione dati e documentazione); Francesca Piqué (chimico); Antonio Quattrone (fotografo); Alessandro Roche (fisico); Luca Lupi (fotografo)

Autore: Cecilia Frosinini, Direttore Settore di Restauro delle Pitture Murali, Oificio Pietre Dure.

Autore: Cecilia Frosinini

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

VENARIA REALE (To). Due altre inaugurazioni per la Reggia.

Il Gran Parterre Juvarriano dei Giardini e l’esposizione Diademi e Gioielli Reali.

La Venaria Reale non cessa di stupire aggiungendo altre aeree recuperate e annoverando nuove iniziative.
Si è arricchita di un’altra preziosa gemma con un nuovo recupero dei suoi immensi Giardini: apre al pubblico il Gran Parterre Juvarriano.
E’ stato realizzato sull’interpretazione dell’iconografia del Settecento di quest’area, concepito secondo la conformazione che ne volle dare Filippo Juvarra su due assi rettori principali, il primo incentrato sulla Galleria Grande e il secondo sulla Citroniera, da cui ha origine uno dei principali viali del giardino settecentesco, l’Allea Reale.
Dopo essere stato occupato per 2 secoli dalla presenza di caserme militari, il Gran Parterre Juvarriano regala oggi alla Reggia un nuovo respiro al suo “intorno”, aggiungendo alla magia dei già grandiosi Giardini un’ulteriore area di 60.000 metri quadri, con una larghezza di 200 metri per più di 300 metri di lunghezza.
In 24 mesi sono stati piantumati 248 tassi, 18.000 bossi e 5.500 carpini per le siepi, per ricostruire una composizione fedele a quella dell’impianto settecentesco, costituita da stanze di verzura delimitate da siepi di carpino a formare ambienti e corridoi verdi percorribili e comunicanti tra loro.

La presentazione” al pubblico del nuovo Gran Parterre è accompagnata da una nuova prestigiosa esposizione: Diademi e Gioielli Reali. Capolavori dell’arte orafa italiana per la Corte Sabauda che, curata da Stefano Papi, esperto di gioielli, e da
Tomaso Ricardi di Netro, storico e responsabile dell’Attività espositiva della Venaria Reale, sarà visitabile nell’ambito del normale percorso di visita della Reggia fino al 10 gennaio 2010.

 

Autore: Carlo Lo Cascio

Email: cereseto41@hotmail.com

ROMA. Restauro della Fontana dei Quattro Fiumi.

Uno dei monumenti simbolo della città di Roma,  la Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona -opera di Gian Lorenzo Bernini- è stato restituito alla pubblica fruizione dopo un restauro complessivo e organico durato due anni, che ha coinvolto gli apparati scultorei dell’opera, connotati da una straordinaria ricchezza di forme dinamiche esaltate dalle suggestioni dell’acqua,  alle quali si fonde perfettamente la funzione di struttura di sostegno dell’antico obelisco egizio.

Gli interventi sono stati progettati e diretti dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (già Istituto Centrale del Restauro), all’interno del quale è stato istituito un gruppo di lavoro, coordinato dall’architetto Annamaria Pandolfi, composto da personale afferente a diversi ambiti disciplinari (restauratori, architetti, biologi, chimici, geologi, fisici) in un rapporto di effettiva interazione. Questa équipe di specialisti ha cooperato per comporre quel connettivo di conoscenze necessarie al corretto svolgimento del lavoro, che ha accompagnato tanto gli interventi quanto le  numerose ricerche connesse di tipo storico-documentale e tecnico-scientifico.

Il costo complessivo dei lavori è stato di € 622.000,00 ca., interamente erogati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Le attività di restauro sono state realizzate in accordo con il Comune di Roma (Unità Organizzativa Monumenti Medievali e Moderni), proprietario del monumento.

Un approccio integrato ai molteplici  problemi di deterioramento riscontrati sulla Fontana fin dalle prime ispezioni è stato scelto per definire gli interventi conservativi da adottare, cercando così di perseguire l’obiettivo di calibrare con la maggiore esattezza possibile i trattamenti di restauro e assicurare al futuro l’opera nella sua autenticità.

L’attuazione in cantiere del progetto degli interventi per far fronte al degrado dei materiali   (marmo bianco per i Quattro Fiumi e i due stemmi papali; travertino per la scogliera, gli animali e la vegetazione), che interessava, in forme più a meno gravi, tutte le componenti della Fontana  ha riguardato: i trattamenti biocidi per la devitalizzazione delle piante e dei microrganismi fotosintetici; la pulitura delle superfici dai depositi inquinanti e dalle “croste nere”; il microconsolidamento localizzato delle superfici in marmo disgregate; il consolidamento localizzato delle malte; la rimozione controllata delle incrostazioni calcaree; la stuccatura dei giunti, delle rotture e delle linee di discontinuità; gli interventi sui vincoli metallici esposti; il rifacimento dei copri staffa danneggiati; il trattamento delle lacune; la protezione delle superfici; la riparazione dei getti di fuoriuscita dell’acqua danneggiati.
Le attività di cantiere si sono concluse con l’installazione sul monumento di un impianto elettrostatico per  l’allontanamento dei  piccioni – numerosissimi  in piazza Navona – che costituiscono un rilevante agente di degrado soprattutto in relazione al guano, chimicamente aggressivo nei confronti dei materiali lapidei. Tale tipo d’impianto  è già in funzione su molti importanti monumenti italiani e romani tra i quali  Fontana di Trevi.

Oltre tre secoli e mezzo di storia del monumento hanno sedimentato le tante  impronte del passato,  lasciandone visibili gli effetti evidenti attraverso il deterioramento dei materiali,  i suoi segni d’invecchiamento e le modifiche avvenute.
La scelta progettuale operata è stata quella di  restituire il carattere di unitarietà  dell’immagine recuperandone sia le forme scultoree nelle parti inferiori a contatto con l’acqua, che erano deformate dalle spesse  incrostazioni depositatesi sul modellato originario, sia l’omogeneità del registro cromatico dai toni chiari, propri del travertino e del marmo che, tuttavia, espone armonicamente le tracce e le patine, schiette  testimonianze del  passaggio del tempo.

Un rigoroso programma di manutenzione dovrà costituire la strategia indispensabile per rallentare il più possibile i processi di degrado del monumento, evitando così interventi straordinari a danno avvenuto. Questa esigenza è tanto più rilevante quanto più  la specificità del tipo di manufatto presenta fattori aggiuntivi di rischio, come per la conservazione delle fontane che manifestano una maggiore vulnerabilità  rispetto agli altri monumenti esposti all’aperto, proprio in rapporto alla presenza dell’acqua, ineliminabile ed essenziale elemento espressivo.

Inoltre una vigilanza costante potrà evitare azioni vandaliche troppe volte compiute ai danni della Fontana, delle quali restano ancora indelebili e numerosissimi i segni.

Info:
Istituto Superiore per la Conservazione ed  il Restauro, Piazza San Francesco di Paola, 9 00184 ROMA. Dr.ssa Barbara Davidde. Sezione promozione e comunicazione. tel. 06-48896416/426; fax 06-4815704

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali