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CASTELFIORENTINO (Fi). Benozzo Gozzoli e Cosimo Rosselli nelle terre di Castelfiorentino. Pittura devozionale in Valdelsa.

La mostra «Benozzo Gozzoli e Cosimo Rosselli nelle terre di Castelfiorentino. Pittura devozionale in Valdelsa» a cura di Serena Nocentini e Anna Padoa Rizzo, apertasi il primo maggio (sino al 31 luglio) nel Be.Go. Museo Benozzo Gozzoli rientra nell’ambito dell’iniziativa «La città degli Uffizi», voluta da Antonio Natali per promuovere realtà museali «minori» attraverso il prestito di opere conservate nei depositi degli Uffizi.
Nel nuovo museo dedicato al pittore sono conservati i tabernacoli con la «Visitazione» e la «Madonna della Tosse» affrescati da Benozzo Gozzoli fra il 1484 e il 1491, attorno ai quali ruotano le 14 opere esposte, dalla tavola del Beato Angelico, proveniente dai Musei Vaticani, ai dipinti di Cosimo Rosselli e di Benozzo Gozzoli da Assisi, Vicchio e Città di Castello, insieme ad altri meno noti ma di notevole interesse: pale appartenenti a oratori e pievi, e dipinti conservati nei musei della Valdelsa senese, commissionate da conventi fondati da importanti ordini religiosi, confraternite locali, piccole comunità di devoti e famiglie facoltose.

Tra queste le opere eseguite da Benozzo dopo il 1463, quando si trasferisce da Firenze (dove era scoppiata la peste) a San Gimignano.
Varie le iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico.

Autore: Laura Lombardi

Fonte:Il Giornale dell’Arte on line

CATANZARO. BerlinOttanta. Pittura irruente.

Qual era la situazione artistica berlinese nel decennio che si concluse il 9 novembre 1989 con l’abbattimento del Muro di Berlino e la «fusione» tra Ovest ed Est della Germania e la conseguente scomparsa della Cortina di Ferro?
Lo indaga la rassegna «BerlinOttanta. Pittura irruente» appena inaugurata al Marca (sino al 9 ottobre, a cura di Alberto Fiz, catalogo Electa).
Una selezione di 70 opere di grandi pittori, insieme ad altri meno noti (Georg Baselitz, Rainer Fetting, Karl Horst Hödicke, Bernd Koberling, Markus Lüpertz, Helmut Middendorf, Salomè, Bernd Zimmer) provenienti da istituzioni e raccolte pubbliche e private italiane e straniere permette di ricostruire in particolare l’attività di Fetting, Middendorf, Salomè e Zimmer che nel 1977 avevano aperto la Galerie am Mortizplatz, uno spazio autogestito da cui sono uscite alcune delle sperimentazioni pittoriche più interessanti per l’epoca: approccio molto sensibile alla realtà quotidiana, soprattutto al mondo dei media, della cultura punk e della musica rock, insieme ai richiami per la pittura espressionista tedesca.
I tedeschi, insieme all’Italia dove tra il 1979 e il 1980 Achille Bonito Oliva illustra la Transavanguardia italiana a cui gli autori esposti al Marca qualcosa devono, sviluppano una nuova attenzione per la pittura e il loro tempo: «Non eravamo pittori punk, dissero i “Moritz boys”, ma certamente la musica risuonava ovunque nelle nostre opere. Eravamo sempre nei luoghi dove accadevano eventi eccitanti».
Una delle sezioni più interessanti della mostra è quella curata da Andrea La Porta che ha scelto 20 rari cortometraggi sperimentali di Middendorf e alcuni video e film di Julian Rosedeldt, Alva Noto e Ryuichi Sakamoto.
«Il titolo pittura irruente, spiega Alberto Fiz, prende spunto dalla mostra del 1980 “Heftige Malerei” con cui i berlinesi si presentarono ed è una definizione di poetica. Insieme ai pittori italiani della Transavanguardia, i tedeschi passano da una dimensione ideologica a una soggettiva».
L’allestimento della rassegna, al primo piano e nel seminterrato appare un poco «squilibrato»: alle sale con splendide opere della prima parte della rassegna («Die Domenkronung» 1983 e «Grun tiger» 1989 insieme ai cortometraggi di  Middendorf su tutti) non corrisponde una bilanciata esposizione nella seconda parte.

Info: tel. 0961746797.

Autore: Stefano Luppi

Link: http://www.museomarca.com

Fonte:Il Giornale dell’Arte on line

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). La follia del genio.

La Fondazione Magnani Rocca dedica sino al 26 giugno la mostra intitolata «La follia del genio» al pittore e scultore Antonio Ligabue (Zurigo, 1899-Gualtieri, Reggio Emilia, 1965).
L’ampia antologica, composta da 150 opere, spazia dai celebri oli raffiguranti animali ai disegni e alle incisioni, fino ad alcune fragili sculture realizzate in argilla, materia che l’autore masticava per renderla più malleabile.
Lungo il percorso si individuano i maggiori soggetti raffigurati dal pittore che, ricorda Vittorio Sgarbi in catalogo, è caratterizzato da «assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura» e predilige un bestiario inserito in un teatro di violenza implacabile: questo sia per quanto riguarda le fiere esotiche e feroci sia per gli animali domestici dipinti continuativamente dalla fine della seconda guerra mondiale sino alla morte, anche se in mostra figura qualche esempio degli anni Venti e Trenta, quando Ligabue mette in scena un primitivismo più incerto.
L’appuntamento è curato da Augusto Agosta Tota ed è realizzato in collaborazione con Comune di Parma, Comune di Traversetolo e Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue e il contributo di Fondazione Cariparma e Cariparma Crédit Agricole.

Autore:

Fonte: Il Giornale dell’Arte numero 308, aprile 2011

 

Autore: Stefano Luppi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

ROMA. I capolavori dello Städel.

Arrivano per la prima volta in Italia, al Palazzo delle Esposizioni dal primo aprile al 17 luglio, 100 capolavori dello Städel Museum di Francoforte, una delle più prestigiose istituzioni europee d’arte antica e moderna, con una scelta curata da Felix Krämer e incentrata sulla produzione ottocentesca fino all’affermazione delle avanguardie storiche.
Il museo, istituito nel 1815 dal mercante e banchiere Johann Friederich Städel, ospita dal 1907 anche la Galleria civica e conta circa 2.700 dipinti, 600 sculture e oltre 100mila tra disegni e stampe datati dai primi del Trecento in poi.
La mostra propone quasi un manuale di storia dell’arte in un excursus stilistico-cronologico di sette tappe, una per ogni galleria che si affaccia sulla rotonda del palazzo piacentiniano.
Il punto di partenza è il celebre ritratto di «Goethe nella campagna romana» dipinto dall’amico Tischbein del 1786-87, vera icona del Grand Tour.
Seguono i Nazareni, pittori tedeschi attivi a Roma ai primi del secolo, le correnti romantiche e realiste, da Corot a Courbet, gli impressionisti francesi con opere come «La colazione» di Monet (1868) e «Musicisti d’orchestra» di Degas (1872), e poi Renoir, Van Gogh, Cézanne.
Ampio rilievo è dato al Simbolismo con Böcklin, Klinger, Ensor, Moreau, Munch e Redon, cui fanno eco le tele dei nabis Bonnard, Vallotton e Vuillard. Ben rappresentati gli espressionisti tedeschi di Die Brücke (Heckel e Nolde) e del Blaue Reiter (Jawlenskij e Marc).
A Max Beckmann è dedicata un’intera sala; Ernst, Klee e Picasso chiudono la mostra.

Autore: Federico Castelli Gattinara

Fonte:Il Giornale dell’Arte

ROMA. Tamara de Lempicka. La regina del Moderno.

La regina del Moderno”. E’ con questo sottotitolo che si è aperta a Roma l’ampia rassegna monografica dedicata alla pittrice polacca Tamara de Lempicka, che si potrà ammirare fino al 10 luglio nelle sale del Complesso del Vittoriano.
La mostra, per la varietà delle opere esposte, molte delle quali inedite in Italia, presenta elementi di grande novità, fra cui il ritrovamento di documenti finora mai pubblicati che rivelano il legame dell’artista polacca con i futuristi italiani.
La mostra ripercorre, tra dipinti, disegni, fotografie in bianco e nero e filmati, la vita eccessiva e spregiudicata dell’artista che più e meglio di ogni altro ha saputo incarnare, fra la prima e la seconda guerra mondiale, lo spirito della modernità, anticipando mode e “modi” che alcuni decenni più tardi sarebbero diventati il segno distintivo della Pop Art.
Nata a Varsavia negli stessi anni in cui il cinema muove i primi passi, Tamara de Lempicka diventa ben presto cittadina del mondo, legando il proprio destino di donna e di artista a tante patrie: la Russia, alla quale deve la sua formazione culturale; la Francia dei salotti intellettuali dove conosce Joyce, Cocteau, Gide, Colette, Isadora Duncan, ma anche la Parigi malfamata dei bordelli, della cocaina e dei locali notturni; l’Italia di Prampolini, Marinetti e D’Annunzio; l’America delle grandi metropoli con i loro saettanti grattacieli di acciaio e cemento, ma anche quella glamour e patinata del jet-set hollywoodiano, di cui l’artista polacca è regina incontrastata negli anni 40.
Tamara de Lempicka nasce in Polonia, ma quando decide di affermarsi sulla scena artistica sceglie una nuova patria e una nuova identità, facendo credere a tutti di essere un pittore russo, Monsieur Lempitzky.

A questa “doppia” identità di genere si aggiunge la doppia vocazione della sua arte, sempre in bilico fra modernismo sfrenato e purezza classica (i suoi modelli sono Hayez, Pontormo, Ingres). Anche la sua vita scorre su un doppio binario: da un lato il successo mondano e la sfacciata ostentazione della propria ricchezza, dall’altro la rappresentazione di santi e personaggi umili e diseredati, testimonianza di un’inquietudine che percorre tutta la prima metà del XX secolo, con le sue guerre, le sue rivoluzioni, le sue dittature.
Complessa ed enigmatica come le donne che dipinge con passione nelle sue tele, la “doppia” Tamara de Lempicka posa da femme fatale provocante e trasgressiva ma accetta la sfida della “donna virile”.

L’artista polacca, apolide e pansessuale, non teme gli scandali, anzi li cavalca, e quindi non fa mistero delle proprie inclinazioni lesbiche, diventando tra le icone saffiche più famose del 900.
Dalle tempestose relazioni con Ira Perrot, Rafaela e Suzy Solidor nascono alcune delle sue opere più conturbanti, come la splendida serie di nudi dedicati alla bella Rafaela, in mostra al Complesso del Vittoriano, che faranno dire a Prampolini “i vostri ritratti sono un meraviglioso panorama della sensualità e della psicologia della carne”.

Corpi ampi e scolpiti, dalla superficie turgida, liscia e satinata, inguainati in abiti dai colori squillanti e metallici – il rosso, il verde, il “blu Lempicka” – che sembrano aderire alla carne come una seconda pelle strizzando le forme con torbida voluttà.

I ritratti femminili emanano tutta la tensione erotica di un rapporto d’amore, fatto di lente svestizioni e prolungate carezze stese sulla tela come se fosse il corpo dell’amata.

Alla posa languida e seduttiva delle modelle si contrappone quasi sempre l’ambiguità dello sguardo, che non si lascia mai svelare del tutto, inespugnabile come i sentimenti che vi fluttuano: desiderio, noia, stupore, dispetto, malinconia, chi può dirlo?
A spazzar via il turbamento di quegli occhi imbronciati ci vuol davvero poco perché alla fine su tutto domina incontrastata un’unica idea: l’arte è un gioco e la de Lempicka, con goliardica leggerezza, si diverte un mondo a strizzare l’occhio  a quei corpi troppo pieni, a quei seni troppo rigidi svettanti come vele rigonfie, a  quei colori troppo chiassosi che hanno riempito il nostro immaginario collettivo  non meno delle lattine Campbell’s.
“Una, nessuna e centomila Tamara de Lempicka” potrebbe essere un altro sottotitolo della mostra. L’artista polacca, infatti, come in un gioco di specchi, moltiplica all’infinito la propria immagine e il proprio corpo trasformandoli da un lato  in un inconfondibile marchio di fabbrica, dall’altro in un enigma senza soluzione.
Unendo il fascino mondano di una femme fatale alla spregiudicatezza di un impresario, l’enfant terrible dell’Art Deco intuisce subito l’irresistibile seduzione del binomio arte-pubblicità e non esita a cavalcare le nuove tecnologie della comunicazione di massa per abbattere gli ultimi baluardi che separano la cultura “alta” dalla vita quotidiana, anticipando così quelle strategie di marketing che negli anni 60 decreteranno il successo commerciale dell’icona “pop” Andy Warhol, guarda caso anche lui figlio dell’immigrazione polacca.
Come sottolinea Gioia Mori, curatrice della mostra, Tamara de Lempicka prende dal cinema ma fa anche il cinema ed è incredibilmente a suo agio sia davanti che dietro la cinepresa; prende dalla moda ma fa anche la moda – nasce infatti come disegnatrice di modelli; prende dall’architettura moderna ma fa anche architettura, trasformando  la propria casa di rue Méchaine in un corpo lucido e metallico come un transatlantico; prende dalla grafica ma disegna personalmente le copertine della rivista berlinese ”Die Dame”. 

Fotografia, grafica, cinema, pubblicità, telefono, metropoli, velocità: non vi è elemento di modernità nei suoi quadri che non sia intimamente mescolato e modellato con la stessa materia di cui è fatta la sua travolgente esistenza, scossa dai fremiti di una ricerca inesausta dell’eterno nell’effimero, dell’Arte nella Vita.

Autore: Veronica Rocco

Fonte:Scienze on line