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RICCIONE (Rn). Ligabue Toni e la sua arte nel racconto di Cesare Zavattini.

E’ Cesare Zavattini l’illustre ‘Cicerone’ della mostra che Riccione dedica alla figura e all’opera di Antonio Ligabue (1899 – 1965).
A Zavattini, regista, sceneggiatore, scrittore, giornalista, nonché disegnatore e pittore, si deve, già negli anni ’50, il primo vero ‘approccio’ all’arte dei ‘candidi’ da parte della cultura figurativa ufficiale.
Memorabile è la sua monografia Ligabue, un testo poetico, edito da Franco Maria Ricci nel 1968. Non mancano poi le ‘prove’ di un interesse di Zavattini verso Ligabue anche sul piano cinematografico, come è testimoniato in mostra da importanti repertori inediti provenienti dalla ricca documentazione donata di recente dal figlio di Zavattini, Arturo, alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.
Idealmente, dunque, Cesare Zavattini può essere considerato il ‘regista’ di questa esposizione che si snoda tra le sale di Villa Franceschi e quelle di Villa Mussolini.
Circa ottanta le opere di Antonio Ligabue, tra dipinti, disegni e sculture, che ripercorrono le tappe fondamentali della sua vicenda umana ed artistica, dagli esordi fino agli ultimi anni di vita. Nell’ampia antologica, divisa per sezioni tematiche, non possono mancare i soggetti prediletti da ‘Toni’, tra i quali gli autoritratti dallo sguardo sempre carico di nuove intense inflessioni psicologiche e le raffigurazioni del mondo animale, nella sua ferocia primordiale. Immagini che catturano e incantano con la loro forza cromatica e l’apparente semplicità ma che, in realtà, paiono sottendere una complessità di rimandi culturali, di citazioni stilistiche e di contaminazioni con le varie arti visive, come il cinema e l’illustrazione.
Il percorso espositivo si conclude con una sezione dedicata a ‘Za’ pittore che comprende dipinti e opere grafiche realizzate tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, alcune delle quali esposte per la prima volta in pubblico, conservate presso i Musei Civici di Reggio Emilia.
L’esposizione è curata da Daniela Grossi e Claudio Spadoni, con la collaborazione di Sara Andruccioli e di Orlando Piraccini. Consulente scientifico per Ligabue è Augusto Agosta Tota. L’iniziativa è promossa dal Comune di Riccione con la collaborazione dell’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma.

Info:
Orari: tutti i giorni dal martedì alla domenica, Lunedì chiuso
1 luglio – 31 agosto: dalle ore 10 alle ore 15 e dalle ore 20 alle ore 23,30
1 settembre – 6 ottobre: dalle ore 10 alle ore 19
La biglietteria chiude un’ora prima.

Link: http://www.comune.riccione.rn.it/Engine/RAServePG.php/P/43381RPC0100/M/38531RIC0404

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

VENEZIA. Ana Tzarev. The life of flowers.

Nelle sale del Museo Diocesano Sant’Apollonia a Venezia, presso il Ponte della Canonica, è in corso fino al 24 novembre 2013, la mostra “Ana Tzarev. The life of flowers”. Vengono esposti, nell’ambito della Biennale, gli ultimi lavori della pittrice croata, ma naturalizzata americana, che si caratterizza per una particolare attenzione verso i fiori, con pennellate precise e vivaci, tinte luminose che riscrivono profili, forme e contenuti di immagini materiali. I soggetti della Tzarev si inseriscono in una tradizione che è possibile rintracciare nelle ninfee di Monet, nei fiori futuristi di Balla, in quelli intimisti di De Pisis, nei vasi di fiori di Buffet, in quelli secchi di Mafai o rigogliosi di O’Kleefe, fino a quelli carichi di morte di Warhol.
Come ha scritto Edward Lucie-Smith, “Ana Tzarev è una pittrice dinamica e visionaria perché ha un costante desiderio di ricreare nelle sue opere, attraverso un particolare linguaggio dell’immagine, la realtà che la circonda”.
I suoi fiori prendono forma quasi come su un palcoscenico, diventando gli attori protagonisti di una narrazione che è costituita da cambi di modulazione continui e da prospettive di luce che avvolgono le opere dal di dentro per poi condividerne il calore e la limpidezza. Nitide le scelte prospettiche, sereni gli spunti di osservazione, arricchiti da una materia densa che dà valore alle persone e alle cose.
Nata nel 1937 in Croazia, la Tzarev ha vissuto per molti anni in Nuova Zelanda ed è conosciuta per i suoi dipinti di grandi dimensioni, caratterizzati da colore puro e vibrante e da densità materica, con risultati assai riconoscibili quanto a impronta stilistica e potenza emotiva delle immagini in cui ha rievocato ritualità e vita quotidiana di villaggi fuori della storia, riflettendo nella propria pittura una notevole curiosità e conoscenza della vita e delle tradizioni culturali dei paesi che ha visitato.
“I miei quadri – ci ha detto – raccontano storie ricche di diversità, i costumi e le tradizioni che la civiltà forma nel tempo. Ho documento la cultura di oggi per le generazioni future in modo che possano guardare indietro con orgoglio il proprio patrimonio e anche apprezzare le diverse culture che arricchiscono il mondo”.
Nella conoscenza di storia e antropologia culturale di terre diverse come l’Africa, il Giappone, le Hawaii, la Thailandia, la pittrice rimane quasi avvolta in una dimensione ineffabile, evasiva, impalpabile, tanto quanto carnali ed evidenti sono i suoi fiori; questa sua ossessione è un mezzo per arrivare ad una sorta di armonia universale.
Le sue opere sono chiaramente riconoscibili per la loro vivacità di colori e l’abbondante uso di tonalità, come ha sottolineato il critico russo Alexander Borovsky descrivendone lo stile: “Ana Tzarev ha imparato come “catturare” le tecniche pittoriche molto rapidamente. Ha sviluppato uno stile potente e gestuale con una energia non dissimile da quella caratteristica dei post-impressionisti: un colore aperto, un tratto di pennello tridimensionale, o meglio, un fuoco di colpi alla deriva nello spazio ottico, un trionfo dell’approccio de-riflettente, spinto verso l’acquisizione e la padronanza di segnali della natura”.
Quella che l’artista vuole affermare è dunque la capacità dei fiori di creare un linguaggio comune tra le diverse culture, ricreando sulla tela, con spesso e vivace cromatismo, una varietà di fiori provenienti da tutto il mondo, a testimonianza dell’importanza dell’arte come forza creatrice di positività e comunicazione interculturale.
Ha scritto Marco Tonelli: “Più di fiori, ad essere onesti, questi fiori di grandi dimensioni notevoli assomigliano le fauci di animali selvatici minacciosi e desiderosi, e anche volti umani pieni di vita e di passioni e, infine, i sentimenti, gli eccessi del corpo e della psiche. Ecco allora la dimensione metaforica segue quello storico, in cui il fiore è anche un cliché della femminilità, di bellezza e fragilità, di ciò che è fugace, stagionale e deperibile, pulsante e impaziente”.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Diocesano di Venezia.

Info:
Venezia, Museo Diocesano di Sant’Apollonia, fino al 24 novembre 2013
Ingresso libero – Orario: 10,00 / 18,00 mercoledì chiuso
Venezia, Castello 4312, Ponte della Canonica – Tel. 041/5229166
Ufficio Stampa: Studio Antonio Dal Ponte (Segreteria organizzativa)
San Polo 622, 30125 Venezia
Tel. 041/5239315 – 0041/2417651 (fax) – studiodalponte@libero.it

VENEZIA. Maxim Kantor Atlantis.

Fino al 15 settembre 2013 viene presentata al Collegio Armeno Moorat Raphael, Palazzo Zenobio, la mostra “Maxim Kantor. Atlantis” in collaborazione con  il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo. L’opera di Maxim Kantor è conosciuta in Italia, dove l’artista ha esposto precedentemente, nel 1988 presso Studio Marconi Milano, nel 1997 alla XLVII Biennale di Venezia, con la mostra “Criminal Chronicle”, a cui fu completamente dedicato il Padiglione Russo, nel 2005 alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia e, da ultimo, l’anno scorso alla Fondazione Stelline di Milano. La mostra presenta, nel contesto della Biennale, l’opera di questo straordinario artista (nato a Mosca nel 1957; vive tra l’Île de Ré in Francia, Oxford, Berlino e Mosca) il quale, nel suo intenso lavoro ripropone la storia del XX secolo fino ai nostri giorni, con particolare attenzione agli eventi legati alla Rivoluzione Russa e alla Prima Guerra Mondiale. I soggetti delle sue incisioni sono i grandi protagonisti della storia, di cui ne fa un’implacabile e severa critica, oltre che oggetto di una sottile quanto sferzante ironia,  mostrando invece compassione e forte partecipazione per le vittime e per i “vinti”.
L’immagine centrale delle sue opere è Atlantide che si inabissa nell’oceano, come racconta Platone. Il cuore, infatti, di questa esposizione, a cui  fa da cornice un nucleo di opere rappresentave dell’intera attività pittorica di Kantor (1980-2012), è il portfolio “Vulcanus. Atlas”, realizzato nel 2010, che offre – come ha scritto Vittorio Hösle – “addirittura una filosofia della storia del XX secolo”. In questo ciclo, motivi dell’antica iconografia russa sono combinati con elementi da cartellonistica di propaganda, registrando la morte di Lenin e di Stalin, l’assassinio di Trozky, la nascita dei nuovi assetti mondiali nel 1945 e nel 1991 con le conseguenti trasformazioni sociali. Offrendo, come aggiunge Hösle, “una visione dell’Europa come di un animale ferito che non vuole morire”, e lanciando così “una sfida amara all’ufficiale euroottimismo”.
Pittore, raffinato incisore e scrittore, Maxim è il figlio dell’intellettuale e filosofo Karl Kantor, con il quale ha sempre avuto un profondo rapporto di vicinanza e di confronto.  L’elemento principale delle sue opere sono le persone. I loro volti, i loro corpi e, naturalmente, le loro anime; ha dipinto un numero strepitoso di ritratti, a cominciare da quelli dei genitori, e molti autoritratti, segnando così le tappe intrecciate della propria arte e della sua profonda riflessione storico-filosofica. Dopodiché incomincia a dipingere sia gruppi piccoli (come in alcune Mense) che gruppi molto affollati (una disciplinata colonna di prigionieri, i personaggi in un piccolo mercato recintato da assi di legno come fosse un luogo di detenzione); la caratteristica di questi “gruppi” è sottolineata dal titolo di una delle sue opere più note, Folla solitaria, del 1992, in cui, come fa notare Cristina Barbano, “le persone sono insieme, ma sono sole come in una foresta sono gli alberi a cui esse, alte e ossute, tanto assomigliano”.  
Si suole dividere la sua intensa e appassionante produzione artistica in tre periodi principali: il “Periodo Rosso” (Periodo Sovietico, 1980 – fine anni Novanta), caratterizzato da dipinti che rappresentano case, prigioni, lager, ospedali, metropolitane, ma anche e soprattutto uomini che, pur oppressi da un regime disumanizzante, conservano “umanità” nel senso più ampio e più profondo del termine; lo stile di quegli anni, definito di “resistenza”, è spesso particolarmente crudo. Segue, nel successivo decennio, la fase denominata “Il Nuovo Impero”: la caduta del comunismo, alla fine degli anni Ottanta, rappresenta per Kantor la possibilità di viaggiare per il mondo, di abitare in altre città come Berlino, Londra, Parigi. Inizia qui un’epoca di grandi speranze, caratterizzata anche dalla perdita di orientamento. La Russia crolla, ma anche l’Europa attraversa una profonda crisi.
L’opera riassuntiva di questi dieci anni è il portfolio di litografie “Metropolis”. Negli ultimi anni, dal 2008 ad oggi, la consapevolezza della fine di un certo “ciclo storico”, non solo in Russia, è diventata evidente: il mondo è entrato in una crisi profonda, non solo politica, ma anche intellettuale. Il compendio del lavoro di questo periodo (da lui chiamato “Atlandide”) si ritrova nell’ultimo portfolio grafico “Vulcanus”, dove Kantor si ritrae nella prima incisione con il titolo “Autoritratto tra Lenin e Putin” (2010). Kantor ha presentato la serie “Vulcanus. Atlas” lo scorso anno a Berlino alla Galerie Nierendorf; recentemente al Musée du Montparnasse di Parigi, all’Ashmolean Museum of Art and Archaeology di Oxford (in occasione della Conferenza Internazionale sul tema “Come rispondere alla crisi globale” da lui promossa con il sostegno della Cattedra di Politica Mondiale dell’Università di Oxford, e al Museo di Stato di San Pietroburgo.
“Un quadro – egli ha scritto – è tanto più pregiato quanto maggiori sono stati gli sforzi e la pazienza che gli ha dedicato il pittore. Quell’ultima, liberatoria pennellata è possibile soltanto se prima ce ne sono state tante altre inutili e imprecise. L’esperienza del pittore è fatta di sconfitte quotidiane. Bisogna togliere il superfluo e lasciare solo il necessario.
Il metodo del pittore è parente stretto di quello scelto da Amleto, non appena l’obiettivo diventa chiaro. Lui dice di voler cancellare dalla memoria tutto ciò che impedisce di concentrarsi sulle cose più importanti. Per occuparsi delle cose più importanti, è necessario eliminare dalla memoria tutte le cose che importanti non sono”. Sono parole tratte da un suo romanzo, che suonano come una suggestiva e saggia lezione di metodo di lavoro, ma anche – si usa dire oggi – di “filosofia della vita”.

Info:
Ingresso libero. Orario: 11,00 / 18,00 lunedì chiuso
Palazzo Zenobio, Collegio Armeno, Venezia, Dorsoduro 2596 – tel. 0415228770
Ufficio Stampa: Studio Antonio Dal Ponte (Segreteria organizzativa) San Polo 622, 30125 Venezia
Tel. 041/5239315 – 0041/2417651 (fax) – studiodalponte@libero.it

VENARIA REALE (To). Il Cavalier calabrese Mattia Preti. Un artista tra Caravaggio e Luca Giordano.

Organizzata in occasione del IV Centenario della nascita di Mattia Preti e curata da Vittorio Sgarbi, la mostra propone un’importante selezione di una trentina di capolavori del pittore calabrese, uno dei maggiori esponenti dell’arte italiana del Seicento, nominato Cavaliere da Papa Urbano VIII.
Le opere di Preti sono presentate accanto ad importanti dipinti di Caravaggio e Luca Giordano che documentano le fonti, le influenze e gli esiti della sua originale ricerca pittorica.

Info:
tel. 011 4992333
Prezzo: intero € 12,00 – ridotto € 7,00
Reggia di Venaria Reale, fino al 15 set 2013
Orari: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: dalle ore 9.00 alle 17.00 (ultimo ingresso ore 15.30)
sabato e domenica: dalle ore 9.00 alle 20.00 (ultimo ingresso ore 18.30)
lunedì: chiusura (tranne eventuali giorni festivi, che hanno gli stessi orari della domenica)

CODROIPO (Ud). Giorgio Celiberti Diario (1947 – 2013).

Il percorso espositivo, antologico, mette in risalto l’itinerario mentale di un uomo che ha fatto dell’arte l’essenza della propria vita. Le tempere, gli oli, gli affreschi, i vetri, le sculture, i colori, i suoni, le parole inanimate prendono forma, diventano poesia e nella loro unicità dialogano con lo spettatore che vorrà intraprendere il cammino per la conoscenza dell’artista.
Il romanzo dell’arte plasmato nell’arco di quasi settant’anni è qui narrato in cinque fasi attraverso trecento esperienze nella quasi totalità inedite, vissute tra il 1947 e il 2013.
Gli esordi, il periodo romano, Terezin, l’affresco e l’interesse archeologico, la scultura si dipanano lungo un percorso ove opere e ambienti si integrano perfettamente. Il percorso espositivo si sviluppa a partire dalla giovinezza in cui la produzione è caratterizzata da una tavolozza accesa e squillante, influenzata dalle suggestioni dei suoi soggiorni a Venezia, Parigi, Bruxelles, Londra e Sud America.
Tornato in patria nel 1958 si stabilì a Roma. Questo è il periodo in cui le opere sono influenzate dalla maniera di Guttuso, anche se i suoi soggetti si dilatano sino a giungere ad uno sfaldamento che rende i contorni simili a presenze positivo-negative, che lasciano presagire i successivi sviluppi verso il segnismo.
Nel 1965 Celiberti che aveva già cominciato a cedere alla pittura di gesto, dopo la visita al campo di prigionia di Terezin presso Praga, dove migliaia di bambini ebrei trovarono la morte, cominciò ad affidare il suo estro pittorico al segno contraddistinto da colori scuri. Sviluppò il suo discorso dando vita a una serie di quadri in cui compaiono i simboli di quell’ esperienza: scritte, croci, simboli nazisti, numeri, cuori, farfalle.
I segni si fecero via via incisioni che richiedevano una superficie più adatta allo scavo. Nascono così all’inizio degli anni Settanta gli affreschi, in cui oltre al motivo del Lager sviluppa il suo interesse per le vestigia del passato. Ritorna l’interesse per la figura indagata attraverso forme antropomorfe simili a impronte fossili e da un viaggio presso la Necropoli di Porto nascono i Muri nei quali ciò che conta è il modo di trattare la materia.
Negli ultimi anni la sua ricerca si focalizza sulla scultura in cui si attesta la prolungata ricerca di variazione di una composizione di base, perlopiù costruita con i medesimi segni che sono il risultato di una ricerca assidua in continuo divenire.
Cavalli, Gatti, Uccelli dapprima e poi Stele, Cippi, Bassorilievi raggiungono un’osmosi perfetta con la sua pittura astratto-espressionista. “Nell’arte trovo l’universo che amo”. Questa breve frase, dice molto di più di ogni commento ed elaborazione critica che si possa fare sul suo lavoro, le parole dell’artista sottendono una concezione del fare artistico caratterizzata da un costante desiderio di fare, di sperimentare, di imparare.
A tutt’oggi il maestro si mette in costante discussione e fa fronte al suo operato con la stessa energia, che lo ha ininterrottamente accompagnato per tutta la vita.
Il volume che accompagna l’esposizione traccia il percorso umano e figurativo di Celiberti indagato sotto una nuova luce attingendo alle fonti documentarie – inedite – conservate dallo stesso artista.
I contributi in catalogo sono di Massimo Recalcati, Eliana Bevilacqua, Katia Francesca Onofrio e Chiara de Santi.

Info:
La mostra è visitabile presso Villa Manin fino al 22 settembre.
Aperto tutti i giorni dalle 11.00 alle 19.00.
Chiuso il lunedì.