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FIRENZE. 100 anni di Galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti. Gli Uffizi li celebrano con una mostra virtuale.

Accessibile liberamente sul sito web del museo, la mostra 1924-2024 ripercorre il processo di fondazione e crescita della collezione ospitata negli appartamenti dei Granduchi di Lorena, raccolta preziosa per raccontare l’arte italiana tra Settecento e Novecento.

Era l’11 giugno del 1924 quando a Firenze inaugurava la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, oggi nel circuito museale delle Gallerie degli Uffizi.
Proprio l’imponenza di uno dei poli museali più visitati al mondo fa spesso dimenticare la varietà e il prestigio delle collezioni che le Gallerie custodiscono su entrambe le sponde dell’Arno.
Ma al secondo piano dei Palazzo Pitti, negli ambienti che un tempo furono residenza dei Granduchi di Lorena e saltuariamente ospitarono i rappresentanti di Casa Savoia fino agli anni Trenta, il nucleo di sculture e pitture che spaziano dalla fine del Settecento fino ai primi decenni del Novecento (in crescita costante, grazie a donazioni e acquisti) non ha nulla da invidiare ai capolavori medievali e rinascimentali conservati agli Uffizi.

La Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti: storia e finalità
La collezione della pinacoteca si formò nella seconda metà dell’Ottocento dalla raccolta delle migliori opere provenienti dai concorsi dell’Accademia delle Arti e del Disegno, un tempo esposte nella galleria dell’Accademia, e più tardi fu arricchita dal confluire di numerose collezioni cittadine d’arte del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, come quella del critico e mecenate Diego Martelli, acquisita nel 1897, che diede l’impulso essenziale alla nascita della Galleria. L’allestimento attuale, articolato cronologicamente in 30 sale che comprendendo tutte le stanze dell’ala laterale settentrionale posteriore del complesso architettonico (con affaccio sui Giardini di Boboli), risale invece ai primi anni Settanta del Novecento.
Nella sua prima forma espositiva, infatti, la Galleria d’Arte Moderna si presentava come una sequenza storica nella quale ai dipinti di Pietro Benvenuti e di Giuseppe Bezzuoli si avvicendavano sale monografiche dedicate ad Antonio Ciseri e a Stefano Ussi, un “sacrario” dei pittori macchiaioli costruito intorno al lascito di Martelli e, infine, una rassegna di artisti contemporanei selezionata entro i limiti della tradizione figurativa toscana incarnata da Libero Andreotti, Felice Carena, Giovanni Colacicchi, Baccio Maria Bacci, esposti accanto ad altri protagonisti dell’arte italiana fra le due guerre. L’idea, all’epoca, fu quella di utilizzare la neonata Galleria come vetrina per le opere di arte contemporanea locale, assecondando la lungimiranza dello stesso Martelli, che era stato capace di raccogliere le testimonianze artistiche più aggiornate del suo tempo. Nel Dopoguerra, la raccolta si sarebbe aperta anche ad artisti internazionali.

La Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti dagli anni Settanta a oggi
Con la riapertura del museo nel 1972 si volle dare spazio al dialogo tra il contesto architettonico e le opere esposte senza tralasciare gli arredi che, a partire dall’Esposizione Universale tenuta a Firenze nel 1861, Vittorio Emanuele II aveva cominciato a collezionare. Fu allora che si propose il criterio della divisione in generi. La collezione venne incrementata con l’apporto di collezioni privati quali la raccolta di Leone Ambron (1947), il comodato di Emilio Gagliardini, le donazioni di Pietro Saltini e Domenico Trentacoste, fino ad arrivare a quella recentissima (2022) di Carlo Del Bravo.
Oggi la Galleria propone innanzitutto una ricognizione completa dell’arte italiana tra XVIII e inizio del XX secolo: si scoprono così lavori ascrivibili al Neoclassicismo e al Romanticismo, prima dell’importante nucleo di pittura della scuola dei Macchiaioli. L’itinerario ottocentesco si conclude con espressioni del decadentismo, simbolismo, postimpressionismo, divisionismo, correnti coeve e in relazione l’una con l’altra, in un periodo di grande fermento artistico per l’Italia, ben espresso da autori come Francesco Hayez, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Medardo Rosso, Giovanni Boldini. In tempi recenti, a seguito dell’accorpamento delle collezioni dei musei di Palazzo Pitti e della Galleria degli Uffizi, infatti, le raccolte ottocentesche e novecentesche si sono arricchite ancora, attraverso una politica di acquisizioni condivisa con la commissione Gam relativa a opere di età moderna e contemporanea: l’ingresso del Ritratto del Conte Arese in carcere di Hayez è uno dei risultati più significativi di questo impegno, insieme a lavori grafici e sculture di Adriano Cecioni, Libero Andreotti e Manzù.

1924 – 2024: la mostra virtuale per i 100 anni della Gam di Firenze
E per celebrare il primo secolo di vita della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, gli Uffizi hanno deciso di organizzare una mostra virtuale, ora accessibile sul sito del museo. A cura di Elena Marconi e Chiara Ulivi, l’esposizione virtuale presenta una selezione di 50 opere significative per raccontare la storia della collezione, e propone un percorso digitale guidato, arricchito da approfondimenti testuali sulle origini della Galleria e sui singoli lavori “esposti”, oltre che da foto degli allestimenti storici.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 12 giu 2024

CORTONA (Ar) si riappropria dell’opera di Luca Signorelli con una grande mostra.

Nel cinquecentenario della morte Cortona si riappropria del “suo” Signorelli, quel Luca da Cortona che ora è protagonista di una mostra monografica allestita in due sale densamente “popolate” di Palazzo Casali, sede del Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona.
Una carrellata di grandi tondi introduce la carriera di un pittore la cui fama fu oscurata dai grandi artisti rinascimentali che vennero subito dopo di lui e che, come nel caso di Michelangelo, gli furono per certi aspetti debitori. Queste opere, che si datano tutte ai primi anni Novanta del Quattrocento, rivelano non solo l’abilità del loro autore, ma anche la capacità di invenzione iconografica, come si nota nell’opera parigina in cui un uomo anziano ha un orecchio bizzarramente piegato e una carnagione cinerea che ha fatto ipotizzare la sua identificazione con un committente ormai deceduto.
La seconda sala accoglie alcune pale d’altare di grandi dimensioni: straordinarie l’Annunciazione da Volterra e la Maddalena da Orvieto, mentre altre opere di datazione più tarda manifestano l’intervento della bottega di Signorelli, con risultati talvolta lontani dalla qualità delle produzioni giovanili. Grande merito del team curatoriale è la serie di proposte di ricomposizioni di opere frammentate nel tempo: particolarmente convincente è l’accostamento di sei parti, alcune malamente ritagliate come la porzione con la testa di Cristo, dall’originale pala di Matelica. Un’impresa di grande valore: Signorelli chiese un compenso di 105 fiorini per l’opera, una parte dei quali fu riconosciuto mediante due case e il resto in contanti. Terminata la visita alla mostra, vale la pena prolungare la permanenza all’interno del museo, non notissimo ma che nasconde collezioni straordinarie. Capolavoro assoluto di tutti i tempi il lampadario etrusco in bronzo, databile alla metà del IV sec. a.C., perfettamente conservato e rinvenuto nel 1840.
Ma la “Signorelli experience” non finisce qui. A pochi metri dalla sede della mostra c’è infatti il Museo Diocesano che, in una sala recentemente restaurata, presenta una decina di opere del pittore cortonese, tra cui il capolavoro con il Compianto su Cristo.
E poi una passeggiata a piedi (occhio alle pendenze, par di essere sul Pordoi…) porta alla chiesa di San Niccolò, dove si narra che il pittore fu sepolto, anche se della tomba non è rimasta traccia. L’interno riserva una sorpresa: lo stendardo su tavola posto sull’altare è dipinto su entrambi i lati e un meccanismo permette di ruotarlo in modo da osservare il fronte e il retro.
Serve invece un mezzo motorizzato per raggiungere altre tappe: curioso è l’affresco con il Battesimo di Cristo conservato nella cappella del “Palazzaccio”. Si racconta che Signorelli morì proprio lì, cadendo dal ponteggio mentre lavorava o sovrintendeva gli aiuti. La qualità del dipinto non è il massimo, ma si tratta dell’ultima opera di un artista che lavorò senza risparmiarsi, fino ai suoi ultimi giorni.
Un altro affresco attribuito a Signorelli si trova nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio: il grande edificio è stato progettato da Francesco di Giorgio Martini e vale la pena raggiungerlo sia per motivi artistici sia paesaggistici.
Gli itinerari sulle orme di Signorelli non finiscono qui: una guida propone tante mete in Toscana, in Umbria e nelle Marche.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: www.artribune.com, 22 ago 2023

GENOVA. Storie di collezionismo. In mostra i capolavori delle antiche dimore.

L’aristocratica, scontrosa e cosmopolita Genova offre una colta occasione per rivisitare in una prospettiva nuova alcune gallerie dello Stato. Al Teatro del Falcone di Palazzo Reale si narrano, per il tramite di capolavori, storie di collezionismo, acquisizioni pubbliche, dimore antiche e gusto antiquario, in una trama di inedite relazioni.
Le opere provengono da sedi statali riunite in un’unità giuridica autonoma e la mostra, con il volume che l’accompagna, di questo legame è l’espressione più compiuta. Sotto la dicitura di Musei Nazionali di Genova, dal 2016, si ascrivono infatti Palazzo Spinola, la Galleria Nazionale della Liguria e Palazzo Reale, nel cui secentesco teatro si tiene lo speciale allestimento, distinto in settori da smaglianti cromie.
L’esposizione è costruita su un fitto intreccio di rimandi: se per un verso si propone di illuminare – fin dal titolo – oltre quaranta opere custodite nelle gallerie riunite, per un altro si vuole indurre il pubblico a visitarne le sedi, con una sezione dedicata alle riproduzioni di lavori preziosi e inamovibili. Tre secoli d’arte, dal Cinquecento al Settecento, sono illustrati attraverso maestri quali Joos van Cleve, Tintoretto, Orazio Gentileschi, Guercino, Grechetto, Bernardo Strozzi, Filippo Parodi e altri, mentre Van Dick, Rubens e Antonello da Messina, tra i tanti, aspettano i visitatori nelle sale dei musei.
La rassegna si apre e si chiude con un primo highlight (da cui il titolo della mostra) tra le dimore storiche, di cui sono testimoni due pezzi oggi a Palazzo Spinola ma legati alla committenza di Palazzo Reale. Si è accolti dal gruppo marmoreo con Adone e Amore (1635 c.) di Filippo Parodi (Genova, 1630 – 1702) – assimilazione del tardo barocco berniniano libero, sperimentale e intriso di naturalismo – e congedati dal ritratto che Anton von Maron (Vienna, 1733 – Roma, 1808) destina alla figlia del doge Maria Francesca Durazzo (1792), emblema di quel gusto sofisticato e composto che distingue l’antica aristocrazia genovese.
Il percorso che si snoda tra le due opere elette a simbolo è cronologico e tematico. Si parte dal collezionismo cinque e secentesco, frutto dell’ingegno di mercanti e finanzieri beneficiati dall’alleanza con la Corona spagnola, che gareggiano per fregiarsi di capolavori. Un fiammante rosso corallo accende le Storie delle Sante Caterina d’Alessandria e Agnese, parti di un polittico fiammingo smembrato della fine del Quattrocento: nella vivezza delle immagini il senso della realtà tangibile dei nordici si ambienta nello spazio umanistico degli italiani.
In alcuni casi l’allestimento aiuta la lettura di quei dipinti che la collocazione filologica nelle sale museali ha sistemato in alto. Ci si accosta con piacere alle opere di Tintoretto, Paris Bordon, Bassano e dei tanti fiamminghi, tra cui un’incantevole tavola con Madonna orante (1511-12) di Joos van Cleve (Kleve, 1485 – Anversa, 1541), in cui un volto di giovinetta dalla sintesi idealizzante è incastonato in un velo bianco frammentato in ombre turchesi, come sovente nelle stoffe nordiche.
Il Barocco dei Palazzi Spinola e Reale si esibisce con una serie di capolavori di Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666), la cui Sibilla Samia (1652-53) sembra una bambina vestita da popolana che osserva malinconica un codice antico; di Giovan Battista Gaulli (Genova, 1639 – Roma, 1709), presente con molti pezzi tra cui un Sant’Andrea (1693 c.), assorto filosofo che medita sulla croce del martirio; di Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – Londra, 1639), con un Sacrificio di Isacco ((1611-15 c.) quasi metafisico per nitore e sospensione temporale.
Tra i molti genovesi non possono mancare Giovanni Benedetto Castiglione (Genova, 1609 – Mantova, 1664), che da sempre colloca scene mitologiche – qui Aria e Fuoco (1653-55 c.) – in sfarzose composizioni con rami, argenti, animali esotici e bizzarrie, né Bernardo Strozzi (Genova, 1581 – Venezia, 1644), con la sua prosperosa fanciulla nel ruolo di Allegoria della pittura (1636 c.).

G.F. Barbieri-detto-il-Guercino-Sibilla-Samia-olio-su-tela-Musei-Nazionali-di-Genova-–-Palazzo-Reale

Si avvicendano poi una scelta di opere di Gherardo delle Notti, Bartolomeo Guidobono, Gregorio De Ferrari, Domenico Piola e altri protagonisti del Sei e Settecento italiano e nordico. Largo spazio è dato alla nobile ritrattistica barocca, sempre in bilico tra le verità umane profondissime di Rubens e Van Dick e le effigi encomiastiche come quella di Maria Mancini, nipote del cardinal Mazzarino. Il busto severo e misurato della nobildonna è incluso in una cornice lignea dal superbo intaglio dorato, opera del tardo Seicento di Filippo Parodi, che mette in scena un Giudizio di Paride dalla scatenata fantasia compositiva. Nella ritrattistica rococò, invece, sono più accentuati il rango e la cura nell’abbigliamento e nell’acconciatura.
È Parodi l’indiscussa star della mostra: le statue marmoree con tracce dorate provenienti dalla Galleria degli specchi di Palazzo Reale ne valorizzano l’estro immaginifico nel reinterpretare in forma teatrale i miti ovidiani.
Alla rassegna storica s’aggiunge infine un altro invito a proseguire la visita nei saloni: al piano nobile di Palazzo Reale si tiene la mostra We Linked Passages. Maestri del ‘900 dalle collezioni private genovesi, ove diciannove lavori italiani e stranieri del secondo Novecento sostituiscono gli spazi lasciati vuoti dalle opere esposte al Teatro del Falcone.

Autore: Francesca Bottari

Fonte: www.artribune.com, 20 lug 2023

RIVOLI TORINESE (To). Mostra epocale dedicata ad Achille Bonito Oliva.

Come un animale raro, un paziente zero della nuova critica, un oggetto prima non meglio identificato o un accadimento dell’essere: forse sarà studiato così Achille Bonito Oliva? Sarà stato lo specchio di un’epoca, di una civiltà?
È probabile che nel corso del futuro, prossimo e remoto, sarà studiato e poi dimenticato, quindi riscoperto, prima di diventare un classico come Vasari, Winckelmann o Warburg. E come il suo amico Harald Szeemann, con il quale nel 1993 a Venezia supera il paradigma dell’arte occidentale, fino a quel tempo concluso nel dialogo-diatriba tra Europa e Stati Uniti, organizzando I punti cardinali dell’arte, una Biennale epocale che costituisce un primo palcoscenico internazionale per l’arte altra alla vigilia della globalizzazione.
Per questo, e per molto altro, ABO sarà considerato come una delle figure chiave del panorama culturale del secondo dopoguerra e di un periodo che nella storia dell’arte potrebbe andare sotto l’etichetta della “dittatura del curatore”.
Nato il 4 novembre 1939 da una famiglia nobile che lo “deporta” ogni estate nel palazzo di famiglia a Caggiano, il piccolo Achille non gioca ma legge. A chi gli chiede “cosa vuoi fare da grande?” risponde: “Il bambino”. ABO è già tutto lì, la poesia lo precede. “Sognavo il mio funerale, da piccolo” confessa.
A Napoli studia legge ma è la poesia la vocazione e in due anni pubblica due raccolte: Made in mater, nel 1967, e Fiction Poems, nel 1968. A cui si aggiunge un libro di poesia visiva, Cinque Mappe del 1965, nel 1971. Sono gli anni della contestazione giovanile, dell’immaginazione al potere e dei sogni rivoluzionari.
ABO frequenta il Gruppo 63 e “inciampa” nell’arte una volta scoperta l’icasticità della parola poetica che si fa “immagine mentale” e che, come l’opera d’arte, sa perdurare nel tempo, fissata sulla pagina di un libro.
Si tratta dunque di un incontro fra pari. La poesia visiva, praticata con fervore d’artista, lo convince che i tempi sono maturi per una rivoluzione copernicana in seno al sistema dell’arte, incardinato sul ruolo dell’artista. Il critico, suo servo, deve liberare la propria creatività; non può più ruotare intorno al creatore dell’opera ponendosi a suo servizio e usando la parola scritta per notificare, archiviare e repertare.
Il padre da “uccidere” si chiama Giulio Carlo Argan, una istituzione, che per Achille rappresenta il dogma di una critica accademica che ha smarrito il senso della parola poetica.
Il padre putativo è invece il poeta Emilio Villa, colui che “scopre” l’opera di Alberto Burri e che scrive di Lucio Fontana.
Gli “aborismi”, aforismi di ABO, diventano lo strumento con cui scardinare la sovrastruttura critica. La sintesi di parola e pensiero costruisce immagini mentali che diventano slogan, ripetuti come un mantra dal critico-creativo e un po’ pubblicitario. Nella loro sinteticità del quasi-verso, tentano un arrembaggio al senso, cercano un contatto diverso, meno formalizzato con l’opera ma anche con ciò che le sta attorno: la società e le idee che offrono il contesto.
In alcuni saggi pubblicati su Domus nel 1972 teorizza il sistema dell’arte (dell’epoca), che diventerà uno dei suoi leitmotiv più citati: “L’artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il collezionista tesaurizza, il museo storicizza, i media celebrano, il pubblico contempla”.
Mezzo secolo dopo, un aggiornamento possibile sarebbe, forse: l’artista escogita, il curatore decreta, il critico racconta, il gallerista si espone (finanziariamente), il collezionista espone il tesoro, il museo storicizza, i media ripetono, il pubblico fotografa, l’asta spettacolarizza, la fiera seleziona, l’influencer gioca, l’hedge fund specula, il filosofo dell’arte riflette.
Se la poesia è la lingua che si fa bisturi sul corpo dell’arte, ABO progetta, attraverso un nuovo sfruttamento della parola, una critica d’arte che possa creare senso ulteriore a partire dall’opera intesa come oggetto autonomo, protagonista del proprio tempo a prescindere dalla sua genealogia e contestualizzazione. E qui ABO tocca un vertice, giudica con la spada: l’artista rappresenta un “errore biologico” dell’opera stessa. La rivoluzione copernicana consiste in ciò.
Il nuovo sistema deve ruotare intorno al rapporto tra opera e curatore e non intorno all’artista. Ciò significa contrastare lo storicismo di Argan e il “puritanesimo” dell’arte concettuale proposta dalle neoavanguardie che considerano l’opera come un documento o come un concetto, piuttosto che come oggetto estatico.
“Argan” ? dichiara ABO ad Hans Ulrich Obrist ? “era portato a vedere nell’arte più il concetto che l’oggetto. Non aveva il feticismo dell’opera. Per lui, che aveva una formazione di impronta ideologica, a predominare erano il bisogno e la funzione dell’arte”. Ma l’opera, così come la parola poetica, è per ABO epifania, “pietra d’inciampo” che gli rivela come, in piena autonomia, essa stessa produca “molte sorprese al di là delle caratteristiche biografiche” di chi la realizza. Carolyn Christov-Bakargiev parla di un dono di sé che ABO compie a favore dell’opera d’arte, per liberarla (e liberarsi):
“La condizione ? il modo ? del dono è la scomparsa dell’artista e del critico stesso, in modo che la presenza dell’opera assurga a una sua oggettualità fuori dal tempo storico. Perché le parole del critico d’arte Bonito Oliva che spiegano l’opera, o l’atto di allestire l’opera in relazione allo spazio e ad altre opere nelle sue mostre collettive, la liberano nella storia dell’arte: la rendono autonoma, accompagnata del passaporto che egli, ormai non più presente, le ha conferito”.
Il critico, divenuto creativo, si fa curatore indipendente, si libera dalle (e nelle) istituzioni a favore di un nomadismo intellettuale che lo porta a superare la separazione del lavoro e dei linguaggi artistici.
ABO è il primo a curare una mostra in un garage, quello di Villa Borghese, e per di più interdisciplinare: Contemporanea (1973) sarà la matrice delle sue mostre successive, volte a elaborare in ambito curatoriale le intuizioni e le pratiche situazioniste e poi Fluxus, due delle tante “tribù dell’arte” a cui dedicherà una celebre mostra nel 2001.
ABO è ribelle rispetto alla critica istituzionalizzante (prima crociana e poi gramsciana) di Argan, di colui che fonda l’Istituto Centrale del Restauro, compone un manuale per i licei, si fa eleggere sindaco, quindi senatore. Eppure i due s’incontrano sul campo comune della scrittura: ABO ama raccontare come Argan lo abbia invitato a concludere la sua Storia dell’arte occupandosi del periodo 1960-oggi. Un riconoscimento (per certi versi reciproco) che segna un’epoca attraverso un passaggio di consegne. Se Argan è il critico del “secolo breve”, ABO è quello della postmodernità, della fine dei grandi racconti ideologici, di una globalizzazione che affianca, alla produzione di un “pensiero unico”, la scoperta e la celebrazione di sempre nuove tribù glocali, di pratiche e linguaggi che saldano il passato al futuro attraverso la strenua affermazione della voce sempre più singolare, individualista e solipsista, dell’artista slegato dalla dimensione collettiva dei gruppi e dei movimenti di matrice avanguardista. La sua Transavanguardia (teorizzata a partire dal saggio La Transavanguardia Italiana pubblicato su Flash Art nel 1979) punta alla transizione, è un transito rivolto alla valorizzazione del genius loci, dell’eclettismo e del nomadismo culturale che si fa canto poetico di una singolarità inestinguibile ma frammentata e di un’arte “indecisa a tutto”, espressione di un soggetto in stato di minorità. E così, come la poesia non può prescindere dal poeta, anche la critica non può più prescindere dal critico nel senso che una critica “oggettiva” fondata su criteri scientifici, come ad esempio il modello filologico delle scienze umane, deve lasciare il posto alla soggettività panica del poeta che opera in modo diverso dall’archeologo e dall’archivista. Questi operano una critica “catastale e notarile”, che giunge al senso dell’opera attraverso i documenti storici, mentre lo sguardo poetico e sintetico del critico dona senso lasciando essere l’opera. Un tale sguardo reagisce a una società che ha prima strutturato e poi mancato l’obiettivo dell’utopia, come appare chiaro intorno alla metà degli Anni Settanta quando ABO scrive un libro che affronta il Cinquecento per rileggere e riprogettare il proprio tempo. L’ideologia del traditore.
Arte, maniera, manierismo (1976) è un’opera capitale che, come dice l’autore, “descrive il passaggio dal principio d’invenzione a quello di citazione che accompagna tutta la valenza concettuale dell’arte nei secoli”. Basta sfogliare l’indice per capire il nuovo tipo di approccio adottato: una serie di 41 trittici di parole danno il titolo ad altrettanti capitoli senza paragrafi. Questa semplice elencazione di 123 sostantivi evoca temi e visioni, è come una poesia. All’onesta “ingenuità” di un’arte inventiva, concepita dall’artista rinascimentale come conoscenza della natura ma inconsapevole rispetto al proprio essere un linguaggio, ABO contrappone l’impresa dell’artista manierista che assalta, da una posizione ormai decentrata e “laterale”, il campo dell’assoluto attraverso un rinnovato rapporto con il linguaggio.
L’assoluto a cui dà la caccia non è più l’Idea che si rispecchia nella visione conciliata del mondo, quanto piuttosto una pratica che produce libertà: “L’arte” ? scrive ABO ? “non è più considerata imitazione della natura, ma espressione di un’attività intellettuale eminentemente creatrice”.
“Al soggetto forte del Rinascimento” ? prosegue ? “subentra un soggetto minore” e ciò comporta che l’opera manierista sia presieduta dalla ideologia del traditore, che “utilizza le categorie del Dramma, del Mito e della Tragedia come convenzioni linguistiche”. “La citazione diventa il procedimento che ispira la ripresa di modelli culturali con i quali ovviamente l’artista del ‘500 non può più identificarsi”. La messa in opera traduce tali modelli in “traccia deviata e deviante”.
Questa estetica della traccia è quanto lo stesso ABO mette in opera nella Transavanguardia recuperando l’ideologia del traditore.
Interessante notare come anche il quasi coetaneo Carmelo Bene (classe 1937), segua la via della traccia deviante. Il momento storico è segnato da una nuova convinzione: la Storia non ha un fine, né una fine. Ciò coincide con la “Nietzsche-Renaissance” e ABO, che ama Nietzsche, sembra rileggere la figura dell’artista-critico come “oltreuomo”, Übermensch, come colui che è in grado di ironizzare, dissolvere e decostruire, in senso vitalistico, le ossificazioni della storia e dell’ideologia. Il soggetto minore post-metafisico non ama confini e divisioni. Per lui vivere è già sempre un creare nel modo del dire. L’intelligenza smette di essere progettazione e tenta una fuoriuscita del (e dal) pensiero. Carmelo Bene lo chiama depensamento e con esso rilegge il proprio narcisismo, che è quello che condivide con ABO. Il loro Narciso non è tanto colui che si specchia sul filo dell’acqua e così facendo si possiede in immagine e si pensa, ma è colui che volendosi possedere poiché innamorato muore inghiottito nella profondità liquida: è la falena che si getta nella fiamma. ABO appare più moderato ma non avulso da questo (de)potenziamento tragico-narcisistico della soggettività ideologica e ideologizzante, che dà luogo a un narcisismo di ritorno nel senso di un’auto-consapevolezza del proprio narcisismo che si esprimerà per decenni attraverso “performance” eclatanti (la sua terza via, dopo lo scrivere e curare mostre) quali ad esempio posare nudo per riviste come Frigidaire, partecipare a fotoromanzi o occupare lo spazio televisivo allestendo uno spettacolo della parola.
Ma è soprattutto nella sua “scrittura espositiva”, quella usata per creare mostre, che ABO sembra incrociare il modus operandi di quella “macchina teatrale” che Bene si compiace di essere. L’autorialità, rivendicata dal critico d’arte costituitosi come curatore indipendente, è la stessa rivendicata dall’attore artifex nel momento in cui, adottando la “scrittura di scena”, supera il teatro di parola, la sacralità del testo, il rito della sua interpretazione e con ciò tutta la tradizione del teatro precedente. La visione storicistica è ciò che, sia Bene (che con Deleuze scrive Sovrapposizioni, nel 1978) sia il nietzschiano ABO, intendono superare emancipando i rispettivi ruoli, che per tradizione sarebbero subalterni e che invece vengono “riscritti” e liberamente reinventati, sovvertiti e ricostruiti attraverso una logica del superamento e della decostruzione.
La convenzione storica è ormai vissuta come un totem da abbattere. ABO e Bene sono due esempi di splendidi “traditori”, capaci di edificare una ideologia post-utopica che nella presa di coscienza, infelice, della disfatta del progetto collettivo e della frantumazione individualizzante della società, sposano l’eroismo superominico che unisce tanto il decadentismo eroico di Gabriele D’Annunzio quanto il cinico romanticismo di Giacomo Leopardi, due figure eccedenti della letteratura italiana, non pienamente catalogabili. La coscienza dell’impossibilità di un progetto universale, collettivo e comune, libera le energie narcisistiche che permettono a due personaggi come ABO e Bene di rimpadronirsi di un destino, diventando autori attraverso la scrittura di scena (Bene) e la scrittura espositiva (ABO).
Oggi, dopo oltre sessant’anni di lavoro, decine di mostre, libri ed “apparizioni” o “auto-esposizioni”, ABO descrive a che punto siamo: “La mia generazione è riuscita ad interpretare al meglio un ruolo in cui non esisteva la spaccatura fra teorico, critico operativo e comportamentale, posizioni che corrispondono a tre livelli di scrittura: saggistica, espositiva e, appunto, comportamentale. Ora assistiamo invece ad una frantumazione dei ruoli, c’è un minimalismo della critica, una riduzione di visibilità, una voluta emancipazione da ogni ruolo centrale, e una preferenza per l’informatore, ovvero colui che scrive per i quotidiani, fa cronache dell’accaduto nell’arte, o per il curatore, ossia colui che aiuta i musei a fare le mostre”.
Non è un caso che il Museo di Rivoli, guidato da Carolyn Christov-Bakargiev, e il suo centro di ricerca, guidato da Andrea Viliani (che ha fatto un lavoro prodigioso su mostra e catalogo), abbiano salvato un archivio così sorprendente.
Con questa mostra, dopo quella dedicata a Harald Szeemann, il museo si riprogetta come luogo di riflessione sulla professione del curatore ma soprattutto sul ruolo del pensiero nell’arte, un ruolo che porta il museo non soltanto a essere una somma di reperti del passato, ma ad attivare tali reperti dentro una rilettura incessante del passato prossimo in vista di un confronto migliore con il presente e con un futuro incerto, nel quale un museo come il Castello di Rivoli potrebbe assumere il ruolo di bastione di avvistamento e difesa rispetto all’arrivo di quei “barbari” attesi, temuti e narrati da Dino Buzzati, Kostantinos Kavafis o Alessandro Baricco: popoli che non comprendono più la nostra lingua, che non vivono più nella nostra temporalità, che non abitano più i nostri spazi. Popoli nativi digitali per i quali occorrerà un nuovo ABO, uno che forse avrà studiato l’originale, magari proprio nelle sale del centro di ricerca del Castello di Rivoli.

Autore: Nicola Davide Angerame

Fonte: www.artribune.com, 5 gen 2022

Scaduto: ROMA. “Di mano di Jacopo da Puntorme” in mostra 47 disegni poco conosciuti quasi inediti.

Sono veramente una rarità i 47 disegni su carta preparata dalla tonalità rosata di Jacopo Carucci, conosciuto con il nome di Pontormo dalla località Pontorme nel comune di Empoli dove nacque nel 1494 (morirà nel 1556). L’artista che si confronta con i grandissimi Raffaello, Andrea del Sarto, Bronzino, Vasari, allievo di Leonardo e Michelangelo, frequentava il Giardino di San Marco dove Lorenzo aveva raccolto la sua collezione di sculture antiche per educare i giovani artisti.
In mostra, “di mano di Jacopo da Puntorme” (annota il pittore), disegni, studi anatomici, studi di acconciatura, studi di putto, studi per un figura allegorica, schizzi di figura, studio per il San Giovannino e per la Madonna col Bambino e santi della Pala Pucci, Lunetta di Santa Cecilia, San Cristoforo, San Gerolamo, Madonna col Bambino (l’unica opera acquistata). Sono fogli talmente fragili che è sconsigliato il prestito per mostre temporanee e quindi poco conosciuti, quasi inediti, a parte per gli studiosi e gli addetti ai lavori. Conservati presso l’Istituto centrale per la grafica, sono esposti per la prima volta nella loro interezza nelle sale a pianterreno della Calcografia, a due passi da Fontana di Trevi. In questo periodo particolare di grande via vai nel centro storico, potrebbero rappresentare l’occasione per un momento di sosta, di riflessione, un modo per entrare in contatto con la bellezza.
Interessantissima la loro storia. Ad eccezione di uno, acquistato dal Gabinetto Nazionale delle stampe nel 1913, tutti i disegni provengono dalla Collezione Corsini, un tempo a Palazzo Corsini alla Lungara, oggi Galleria Corsini. La Biblioteca Corsini, dove i disegni venivano conservati incollati ai volumi, venne donata da papa Clemente XII Corsini al nipote Neri Maria nel 1733. Ampliata per oltre un secolo dai discendenti della potente famiglia fiorentina, il principe Tommaso Corsini nel 1883 la donò all’Accademia dei Lincei e una decina d’anni dopo, per l’interessamento dello storico dell’arte Adolfo Venturi, una parte notevole dei volumi che contenevano disegni e stampe andò a formare il nucleo originale del Gabinetto Nazionale delle Stampe istituito nel 1895 per la conservazione e lo studio delle opere grafiche. Ed è dall’unione del Gabinetto Nazionale delle Stampe e della Calcografia Camerale pontificia che nel 1975 nasce l’Istituto Nazionale per la Grafica, denominato nel 2014 “Istituto Centrale per la Grafica” (ICG).
La mostra, presenta tutti i fogli con i disegni realizzati da Pontormo a “sanguigna”, in combinazione con “lumeggiature a gesso” e a “pietra nera”.
Di questi, 18 sono disegnati anche sul retro, ma non essendo possibile per ragioni di conservazione l’esposizione a bandiera (la carta è tropo sottile), del verso viene esposto il facsimile montato con un passpartout e incorniciato. Fra originali, presentati nelle bacheche, e facsimili del verso appesi alle pareti, sono in mostra tutte le opere di Pontormo. Un numero notevole, che in ragione della loro fragilità sarà difficile rivedere dal vero in un prossimo futuro. Dovranno passare almeno una decina d’anni, dice Mario Scalini, direttore dell’Istituto, che insieme a Giorgio Marini, responsabile del gabinetto disegni e stampe e a Alessandro Cecchi, direttore di Casa Buonarroti a Firenze, ha curato la rassegna (catalogo Allemandi).
La raccolta comprende un nucleo di 23 disegni, giunti sparsi, che fanno parte del cosiddetto “Taccuino Corsini” identificato negli anni Ottanta da una studiosa americana e confermato dagli ultimi studi. Si tratta di una specie di blocco notes in cui annotare idee e progetti che l’artista teneva con sé a uso personale, una sorta di diario intimo, non solo una raccolta di modelli. Una serie di fogli, tutti della stessa dimensione, cuciti insieme a formare un volumetto, come si evince dagli invisibili passaggi del filo di cucitura, e dalla gora d’acqua che si ripete sempre identica e si attenua via via indicando la sequenza, precisa Gabriella Pace, responsabile del laboratorio di restauro delle opere d’arte su carta dell’Istituto. Un libro aperto sugli aspetti tecnici e metodologici, sul modo di lavorare dell’artista, dai primi scarabocchi agli ultimi ritocchi. Pontormo ha la consapevolezza del proprio lavoro, risente dell’influenza stilistica di Leonardo, “ma lo fa prendendo la polvere di pietra rossa che diluisce sul foglio”.
Il taccuino consente di vedere come operava un artista autonomo del manierismo che guardava a Michelangelo, che era per lui la luce, ricorda Scalini. Un taccuino prezioso, un “unicum”, prosegue. Ci sono rimasti i taccuini medievali, ma non quelli cinquecenteschi che sono stati smembrati preda del collezionismo vorace. Questo invece ha avuto la fortuna di rimanere unito e di passare agli altri artisti fiorentini del Cinquecento e agli allievi come Bronzino.

Immagini:
1) Madonna con il Bambino e san Giovannino, 1514-1515 sanguigna (pietra rossa) su carta vergata avorio mm 345 x 265;
2) Studio preparatorio per la lunetta con Santa Cecilia, 1516-18/1519 sanguigna (pietra rossa) e lumeggiature a gesso su carta vergata avorio, mm 230×400;
3) San Cristoforo, 1519 – 1522 sanguigna (pietra rossa) e tracce di gesso su carta vergata avorio, mm 410×261;
4) Studio per il ritratto di Piero de’ Medici, 1519sanguigna (pietra rossa) su carta vergata avorio mm 280 x 195.

Info:
Istituto centrale per la grafica, via della Stamperia 6, Roma.
Orario: martedì – domenica 10.00 – 18.00, fino al 20 marzo 2022.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.qaeditoria.it, 23 dic 2021