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Scaduto: MURANO (Ve). Storie di fabbriche. Storie di famiglie.

Una mostra per celebrare l’esperienza e la storia di una creatività illuminata, per ricordare due gentiluomini del vetro, Carlo e Giovanni Moretti, la loro avventura imprenditoriale che ha saputo lasciare un segno ancora oggi indelebile e immediatamente riconoscibile.
Curata da Chiara Squarcina, Mauro Stocco e Marta Moretti, l’esposizione permetterà per la prima volta di presentare al pubblico la maggior parte dell’importante e cospicua donazione di oltre 400 opere della ditta Carlo Moretti, pervenuta al Museo del Vetro nel 2020 e che permette di ripercorrere in modo ricco, puntuale ed esaustivo le vicende storiche dell’azienda creata da Carlo e Giovanni Moretti nel 1958 e l’evolversi della sua fortunata produzione, fino al 2013, quando l’azienda è passata di mano.
Un’avventura che inizia, come da tradizione, con la creazione di vetri trasparenti e di bicchieri colorati, caratterizzati dalla ricerca costante di linee pulite ed essenziali, unita a innovazione tecnica e messa a punto degli strumenti di lavorazione. Da subito apparve chiara la loro volontà, ossia di lasciare un segno che fosse capace di dialogare con la contemporaneità, travalicando i confini dell’isola e cercando un respiro internazionale.
Due personalità diverse ma perfettamente complementari: Carlo dal gusto raffinato e colto, con il suo procedere per sottrazione sino al raggiungimento di una essenzialità formale che è diventata ben presto la sua firma, la cifra stilistica con cui ancora oggi è conosciuto nel mondo; Giovanni, invece, sensibile agli orientamenti del mercato e intuitivo anticipatore di gusti e bisogni, capace di creare la narrazione che meglio si potesse accompagnare ai loro prodotti, contagiando interlocutori e clienti nel suo entusiasmo.
All’inizio degli anni Sessanta la Carlo Moretti mette in produzione le prime serie di articoli in vetro bicolore (lattimo interno e colore esterno) e successivamente la fortunata serie dei Satinati, destinate ai grandi magazzini Bloomingdale’s di New York. Si avvia così il processo di affermazione dell’azienda sui mercati esteri. Cifra stilistica della Carlo Moretti è l’adozione di forme semplici e basilari e di linee essenziali per calici e coppe, composte per lo più da geometrie basate su cilindri e sfere.
Gli anni Settanta rappresentano per la Carlo Moretti il periodo di maggiore innovazione, che si manifesta anche nella ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità della materia prima e nella volontà di affermazione di un preciso linguaggio espressivo. In questi anni si attua in azienda la ripresa del tradizionale cristallo muranese, che diventa un vero marchio di fabbrica per la Carlo Moretti, identificata con l’eleganza e la leggerezza dei suoi prodotti. Nascono allora straordinari progetti come il bicchiere Ottagonale del 1974 e l’Ovale del 1976.
Un momento di svolta nel repertorio formale si verifica nel corso degli anni Ottanta con i vetri che meglio identificano la produzione dell’azienda e la sua cifra stilistica: oggetti sobri in cristallo, di grande raffinatezza, spesso finiti a sola molatura, quali le serie Millemolature e Bande molate del 1984.
Sarà presente in mostra anche la celebre serie di Calici da collezione, lanciata in occasione del Natale 1990, frutto di un’intuizione di Giovanni Moretti. Ogni anno rinnovati nei colori, nelle forme e nelle decorazioni, i Calici ottennero subito un grandissimo successo commerciale.
Dal punto di vista delle creazioni più propriamente artistiche risale agli anni Novanta anche il progetto Monolite, sculture in vetro pesante ispirate al paesaggio urbano notturno di Manhattan, realizzate con una tecnica particolare di fusione nel forno termico.
Gran parte della produzione degli anni Duemila è caratterizzata dai vetri in pasta, in cui ogni oggetto è firmato a mano a punta di diamante, in modo da renderlo inconfondibile e unico.
Ora come allora, nelle loro creazioni affiora l’anima di Venezia, quella sua straordinaria capacità di essere al tempo stesso liquida e solida, trasparente e opaca, di essere una cultura e una società che si conserva e, al tempo stesso, che si lascia contaminare. Fluida come il moto alternato delle maree, come il respiro lavorato del vetro.

Info:
Donazione Carlo e Giovanni Moretti 1958-2013
Murano, Museo del Vetro, Spazio Ex Conterie, dal 6 dicembre 2024 al 30 giugno 2025
Fondamenta Giustinian 8 – 30141 Murano – Tel. +39 041 5275120
museovetro.visitmuve.it

Scaduto: TARQUINIA (Vt). 1437. La Madonna di Filippo Lippi, Tarquinia e il cardinale Vitelleschi.

Mostra diffusa realizzata a chiusura delle celebrazioni del centenario del Museo Nazionale Archeologico di Tarquinia.
Dal 5 dicembre “La Madonna di Tarquinia” di Filippo Lippi torna nel luogo per cui era stata pensata e commissionata, palazzo Vitelleschi, oggi sede del Museo Nazionale Archeologico di Tarquinia. L’opera, considerata una delle più raffinate composizioni sacre del Quattrocento, un dipinto su tavola realizzato dal grande artista fiorentino su incarico del cardinale mecenate Giovanni Vitelleschi, sarà esposta nell’abside della cappella del secondo piano dell’edificio fino al 4 marzo 2025, in occasione della mostra diffusa “1437. La Madonna di Filippo Lippi, Tarquinia e il cardinale Vitelleschi”, voluta dal Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia (PACT) a chiusura delle celebrazioni del centenario del museo.
L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Comune di Tarquinia e la Diocesi Civitavecchia-Tarquinia e con il sostegno del Dipartimento Diva del Ministero della Cultura e della Direzione Generale Musei.
Mettendo a sistema i risultati degli studi recenti, la mostra si ripropone di illustrare legami fra arte, religione e potere nella Tarquinia della prima metà del Quattrocento, presentando il capolavoro di fra Filippo Lippi nel suo contesto originario di destinazione e di relazioni, ovvero la città natale del cardinale, con il suo più importante palazzo aristocratico, le sue chiese, e il suo retroterra di spiritualità, in particolare quella sviluppata dall’ordine agostiniano. Si tratta, in settanta anni, della terza volta che la Madonna del Lippi lascia Palazzo Barberini, dove è custodita attualmente. Sarà, dunque, un evento di altissimo valore simbolico e culturale per la città, che offrirà inoltre la possibilità di esplorare in più tappe il legame tra Tarquinia e il cardinale Vitelleschi. Infatti il percorso espositivo coinvolgerà altri cinque luoghi: il duomo, la chiesa di Santa Maria in Ca stello, il palazzetto di Santo Spirito (archivio comunale) e la Sala degli affreschi del palazzo comunale.
Il punto di partenza sarà il palazzo Vitelleschi, che, da vero organismo vivente, ha avuto una lunga storia e un suo sviluppo, fino a diventare museo. In questo contesto spaziale il progetto scientifico, coordinato dal professor Vincenzo Bellelli, direttore del PACT, mira a sottolineare l’importanza del contesto temporale: “Il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è stato istituito nel 1916 e inaugurato nel 1924. Cento anni di storia, a cui in realtà si sommano altri cinque secoli di vicende del superbo edificio che lo ospita, palazzo Vitelleschi, gioiello dell’architettura rinascimentale. La seconda vita del Palazzo – quella di museo statale – è nata all’insegna di un “dono”, quello da parte della città di Tarquinia allo Stato, per farne un museo. Una storia esemplare, fatta di comportamenti virtuosi delle istituzioni pubbliche e delle persone che le hanno incarnate, per raggiungere l’interesse collettivo, sommo fra tutti gli obiettivi di una amministrazione pubblica: la creazione a Tarquinia di un museo che conservasse la memoria del territorio e della sua comunità. E così, nell’anno del centenario del museo, è parso naturale al PACT, in cui è confluito il museo tarquiniese, organizzare un grande evento culturale, che riproponesse con forza il legame fra Tarquinia e il “suo” museo. La Madonna di Tarquinia realizzata da Filippo Lippi nel 1437 per il cardinale Vitelleschi ci è parso un tema adatto, perché identitario, che potesse vedere affiancati, in una sinergia fruttuosa, il PACT, il Comune e la Diocesi di Civitavecchia e Tarquinia. Siamo felici che tutti, tarquiniesi e non, nelle vacanze natalizie e per tutto il periodo della mostra, possano ammirare la Madonna di Lippi nel luogo a cui Giovanni Vitelleschi l’aveva destinata”.
“Il ritorno temporaneo de “La Madonna di Tarquinia” di Filippo Lippi- dichiara il sindaco Francesco Sposetti -, oltre a rappresentare un evento culturale eccezionale per il valore artistico dell’opera e il suo legame affettivo con la comunità, costituisce un’importante opportunità per far conoscere un altro periodo storico fondamentale della città, che spesso viene solamente identificata come culla della civiltà etrusca. La mostra, che avrà il suo fulcro in palazzo Vitelleschi e il cui percorso espositivo coinvolgerà il Duomo, la chiesa di Santa Maria in Castello, il palazzetto di Santo Spirito, sede dell’archivio comunale, e la sala degli affreschi del palazzo comunale, consentirà infatti di far luce sui rapporti fra arte, religione e potere nella Tarquinia della prima metà del Quattrocento e di volgere lo sguardo su altri edifici del centro storico di grandissimo pregio. Come Amministrazione comunale, siamo quindi onorati di collaborare nell’organizzazione della mostra”.
“Contempliamo con gioia – afferma il vescovo Gianrico Ruzza -, onore e rispetto per la straordinaria storia della nostra città di Tarquinia l’opera di Filippo Lippi nell’affascinante e suggestivo contesto di palazzo Vitelleschi e nella cornice di una mostra di enorme significato per la vita culturale della nostra città, in un’iniziativa scientifica alla quale la Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia ha aderito come partner con grande convinzione e soddisfazione. La felice coincidenza della mostra con l’inizio del Giubileo consentirà sicuramente a molti visitatori di vivere un’esperienza di pace e di godimento della bellezza che promana dall’arte ispirata dalla Luce divina”.

Fonte:
Comune di Tarquinia

FIRENZE. 100 anni di Galleria d’Arte Moderna a Palazzo Pitti. Gli Uffizi li celebrano con una mostra virtuale.

Accessibile liberamente sul sito web del museo, la mostra 1924-2024 ripercorre il processo di fondazione e crescita della collezione ospitata negli appartamenti dei Granduchi di Lorena, raccolta preziosa per raccontare l’arte italiana tra Settecento e Novecento.

Era l’11 giugno del 1924 quando a Firenze inaugurava la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, oggi nel circuito museale delle Gallerie degli Uffizi.
Proprio l’imponenza di uno dei poli museali più visitati al mondo fa spesso dimenticare la varietà e il prestigio delle collezioni che le Gallerie custodiscono su entrambe le sponde dell’Arno.
Ma al secondo piano dei Palazzo Pitti, negli ambienti che un tempo furono residenza dei Granduchi di Lorena e saltuariamente ospitarono i rappresentanti di Casa Savoia fino agli anni Trenta, il nucleo di sculture e pitture che spaziano dalla fine del Settecento fino ai primi decenni del Novecento (in crescita costante, grazie a donazioni e acquisti) non ha nulla da invidiare ai capolavori medievali e rinascimentali conservati agli Uffizi.

La Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti: storia e finalità
La collezione della pinacoteca si formò nella seconda metà dell’Ottocento dalla raccolta delle migliori opere provenienti dai concorsi dell’Accademia delle Arti e del Disegno, un tempo esposte nella galleria dell’Accademia, e più tardi fu arricchita dal confluire di numerose collezioni cittadine d’arte del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, come quella del critico e mecenate Diego Martelli, acquisita nel 1897, che diede l’impulso essenziale alla nascita della Galleria. L’allestimento attuale, articolato cronologicamente in 30 sale che comprendendo tutte le stanze dell’ala laterale settentrionale posteriore del complesso architettonico (con affaccio sui Giardini di Boboli), risale invece ai primi anni Settanta del Novecento.
Nella sua prima forma espositiva, infatti, la Galleria d’Arte Moderna si presentava come una sequenza storica nella quale ai dipinti di Pietro Benvenuti e di Giuseppe Bezzuoli si avvicendavano sale monografiche dedicate ad Antonio Ciseri e a Stefano Ussi, un “sacrario” dei pittori macchiaioli costruito intorno al lascito di Martelli e, infine, una rassegna di artisti contemporanei selezionata entro i limiti della tradizione figurativa toscana incarnata da Libero Andreotti, Felice Carena, Giovanni Colacicchi, Baccio Maria Bacci, esposti accanto ad altri protagonisti dell’arte italiana fra le due guerre. L’idea, all’epoca, fu quella di utilizzare la neonata Galleria come vetrina per le opere di arte contemporanea locale, assecondando la lungimiranza dello stesso Martelli, che era stato capace di raccogliere le testimonianze artistiche più aggiornate del suo tempo. Nel Dopoguerra, la raccolta si sarebbe aperta anche ad artisti internazionali.

La Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti dagli anni Settanta a oggi
Con la riapertura del museo nel 1972 si volle dare spazio al dialogo tra il contesto architettonico e le opere esposte senza tralasciare gli arredi che, a partire dall’Esposizione Universale tenuta a Firenze nel 1861, Vittorio Emanuele II aveva cominciato a collezionare. Fu allora che si propose il criterio della divisione in generi. La collezione venne incrementata con l’apporto di collezioni privati quali la raccolta di Leone Ambron (1947), il comodato di Emilio Gagliardini, le donazioni di Pietro Saltini e Domenico Trentacoste, fino ad arrivare a quella recentissima (2022) di Carlo Del Bravo.
Oggi la Galleria propone innanzitutto una ricognizione completa dell’arte italiana tra XVIII e inizio del XX secolo: si scoprono così lavori ascrivibili al Neoclassicismo e al Romanticismo, prima dell’importante nucleo di pittura della scuola dei Macchiaioli. L’itinerario ottocentesco si conclude con espressioni del decadentismo, simbolismo, postimpressionismo, divisionismo, correnti coeve e in relazione l’una con l’altra, in un periodo di grande fermento artistico per l’Italia, ben espresso da autori come Francesco Hayez, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Medardo Rosso, Giovanni Boldini. In tempi recenti, a seguito dell’accorpamento delle collezioni dei musei di Palazzo Pitti e della Galleria degli Uffizi, infatti, le raccolte ottocentesche e novecentesche si sono arricchite ancora, attraverso una politica di acquisizioni condivisa con la commissione Gam relativa a opere di età moderna e contemporanea: l’ingresso del Ritratto del Conte Arese in carcere di Hayez è uno dei risultati più significativi di questo impegno, insieme a lavori grafici e sculture di Adriano Cecioni, Libero Andreotti e Manzù.

1924 – 2024: la mostra virtuale per i 100 anni della Gam di Firenze
E per celebrare il primo secolo di vita della Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, gli Uffizi hanno deciso di organizzare una mostra virtuale, ora accessibile sul sito del museo. A cura di Elena Marconi e Chiara Ulivi, l’esposizione virtuale presenta una selezione di 50 opere significative per raccontare la storia della collezione, e propone un percorso digitale guidato, arricchito da approfondimenti testuali sulle origini della Galleria e sui singoli lavori “esposti”, oltre che da foto degli allestimenti storici.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 12 giu 2024

CORTONA (Ar) si riappropria dell’opera di Luca Signorelli con una grande mostra.

Nel cinquecentenario della morte Cortona si riappropria del “suo” Signorelli, quel Luca da Cortona che ora è protagonista di una mostra monografica allestita in due sale densamente “popolate” di Palazzo Casali, sede del Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona.
Una carrellata di grandi tondi introduce la carriera di un pittore la cui fama fu oscurata dai grandi artisti rinascimentali che vennero subito dopo di lui e che, come nel caso di Michelangelo, gli furono per certi aspetti debitori. Queste opere, che si datano tutte ai primi anni Novanta del Quattrocento, rivelano non solo l’abilità del loro autore, ma anche la capacità di invenzione iconografica, come si nota nell’opera parigina in cui un uomo anziano ha un orecchio bizzarramente piegato e una carnagione cinerea che ha fatto ipotizzare la sua identificazione con un committente ormai deceduto.
La seconda sala accoglie alcune pale d’altare di grandi dimensioni: straordinarie l’Annunciazione da Volterra e la Maddalena da Orvieto, mentre altre opere di datazione più tarda manifestano l’intervento della bottega di Signorelli, con risultati talvolta lontani dalla qualità delle produzioni giovanili. Grande merito del team curatoriale è la serie di proposte di ricomposizioni di opere frammentate nel tempo: particolarmente convincente è l’accostamento di sei parti, alcune malamente ritagliate come la porzione con la testa di Cristo, dall’originale pala di Matelica. Un’impresa di grande valore: Signorelli chiese un compenso di 105 fiorini per l’opera, una parte dei quali fu riconosciuto mediante due case e il resto in contanti. Terminata la visita alla mostra, vale la pena prolungare la permanenza all’interno del museo, non notissimo ma che nasconde collezioni straordinarie. Capolavoro assoluto di tutti i tempi il lampadario etrusco in bronzo, databile alla metà del IV sec. a.C., perfettamente conservato e rinvenuto nel 1840.
Ma la “Signorelli experience” non finisce qui. A pochi metri dalla sede della mostra c’è infatti il Museo Diocesano che, in una sala recentemente restaurata, presenta una decina di opere del pittore cortonese, tra cui il capolavoro con il Compianto su Cristo.
E poi una passeggiata a piedi (occhio alle pendenze, par di essere sul Pordoi…) porta alla chiesa di San Niccolò, dove si narra che il pittore fu sepolto, anche se della tomba non è rimasta traccia. L’interno riserva una sorpresa: lo stendardo su tavola posto sull’altare è dipinto su entrambi i lati e un meccanismo permette di ruotarlo in modo da osservare il fronte e il retro.
Serve invece un mezzo motorizzato per raggiungere altre tappe: curioso è l’affresco con il Battesimo di Cristo conservato nella cappella del “Palazzaccio”. Si racconta che Signorelli morì proprio lì, cadendo dal ponteggio mentre lavorava o sovrintendeva gli aiuti. La qualità del dipinto non è il massimo, ma si tratta dell’ultima opera di un artista che lavorò senza risparmiarsi, fino ai suoi ultimi giorni.
Un altro affresco attribuito a Signorelli si trova nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio: il grande edificio è stato progettato da Francesco di Giorgio Martini e vale la pena raggiungerlo sia per motivi artistici sia paesaggistici.
Gli itinerari sulle orme di Signorelli non finiscono qui: una guida propone tante mete in Toscana, in Umbria e nelle Marche.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: www.artribune.com, 22 ago 2023

GENOVA. Storie di collezionismo. In mostra i capolavori delle antiche dimore.

L’aristocratica, scontrosa e cosmopolita Genova offre una colta occasione per rivisitare in una prospettiva nuova alcune gallerie dello Stato. Al Teatro del Falcone di Palazzo Reale si narrano, per il tramite di capolavori, storie di collezionismo, acquisizioni pubbliche, dimore antiche e gusto antiquario, in una trama di inedite relazioni.
Le opere provengono da sedi statali riunite in un’unità giuridica autonoma e la mostra, con il volume che l’accompagna, di questo legame è l’espressione più compiuta. Sotto la dicitura di Musei Nazionali di Genova, dal 2016, si ascrivono infatti Palazzo Spinola, la Galleria Nazionale della Liguria e Palazzo Reale, nel cui secentesco teatro si tiene lo speciale allestimento, distinto in settori da smaglianti cromie.
L’esposizione è costruita su un fitto intreccio di rimandi: se per un verso si propone di illuminare – fin dal titolo – oltre quaranta opere custodite nelle gallerie riunite, per un altro si vuole indurre il pubblico a visitarne le sedi, con una sezione dedicata alle riproduzioni di lavori preziosi e inamovibili. Tre secoli d’arte, dal Cinquecento al Settecento, sono illustrati attraverso maestri quali Joos van Cleve, Tintoretto, Orazio Gentileschi, Guercino, Grechetto, Bernardo Strozzi, Filippo Parodi e altri, mentre Van Dick, Rubens e Antonello da Messina, tra i tanti, aspettano i visitatori nelle sale dei musei.
La rassegna si apre e si chiude con un primo highlight (da cui il titolo della mostra) tra le dimore storiche, di cui sono testimoni due pezzi oggi a Palazzo Spinola ma legati alla committenza di Palazzo Reale. Si è accolti dal gruppo marmoreo con Adone e Amore (1635 c.) di Filippo Parodi (Genova, 1630 – 1702) – assimilazione del tardo barocco berniniano libero, sperimentale e intriso di naturalismo – e congedati dal ritratto che Anton von Maron (Vienna, 1733 – Roma, 1808) destina alla figlia del doge Maria Francesca Durazzo (1792), emblema di quel gusto sofisticato e composto che distingue l’antica aristocrazia genovese.
Il percorso che si snoda tra le due opere elette a simbolo è cronologico e tematico. Si parte dal collezionismo cinque e secentesco, frutto dell’ingegno di mercanti e finanzieri beneficiati dall’alleanza con la Corona spagnola, che gareggiano per fregiarsi di capolavori. Un fiammante rosso corallo accende le Storie delle Sante Caterina d’Alessandria e Agnese, parti di un polittico fiammingo smembrato della fine del Quattrocento: nella vivezza delle immagini il senso della realtà tangibile dei nordici si ambienta nello spazio umanistico degli italiani.
In alcuni casi l’allestimento aiuta la lettura di quei dipinti che la collocazione filologica nelle sale museali ha sistemato in alto. Ci si accosta con piacere alle opere di Tintoretto, Paris Bordon, Bassano e dei tanti fiamminghi, tra cui un’incantevole tavola con Madonna orante (1511-12) di Joos van Cleve (Kleve, 1485 – Anversa, 1541), in cui un volto di giovinetta dalla sintesi idealizzante è incastonato in un velo bianco frammentato in ombre turchesi, come sovente nelle stoffe nordiche.
Il Barocco dei Palazzi Spinola e Reale si esibisce con una serie di capolavori di Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666), la cui Sibilla Samia (1652-53) sembra una bambina vestita da popolana che osserva malinconica un codice antico; di Giovan Battista Gaulli (Genova, 1639 – Roma, 1709), presente con molti pezzi tra cui un Sant’Andrea (1693 c.), assorto filosofo che medita sulla croce del martirio; di Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – Londra, 1639), con un Sacrificio di Isacco ((1611-15 c.) quasi metafisico per nitore e sospensione temporale.
Tra i molti genovesi non possono mancare Giovanni Benedetto Castiglione (Genova, 1609 – Mantova, 1664), che da sempre colloca scene mitologiche – qui Aria e Fuoco (1653-55 c.) – in sfarzose composizioni con rami, argenti, animali esotici e bizzarrie, né Bernardo Strozzi (Genova, 1581 – Venezia, 1644), con la sua prosperosa fanciulla nel ruolo di Allegoria della pittura (1636 c.).

G.F. Barbieri-detto-il-Guercino-Sibilla-Samia-olio-su-tela-Musei-Nazionali-di-Genova-–-Palazzo-Reale

Si avvicendano poi una scelta di opere di Gherardo delle Notti, Bartolomeo Guidobono, Gregorio De Ferrari, Domenico Piola e altri protagonisti del Sei e Settecento italiano e nordico. Largo spazio è dato alla nobile ritrattistica barocca, sempre in bilico tra le verità umane profondissime di Rubens e Van Dick e le effigi encomiastiche come quella di Maria Mancini, nipote del cardinal Mazzarino. Il busto severo e misurato della nobildonna è incluso in una cornice lignea dal superbo intaglio dorato, opera del tardo Seicento di Filippo Parodi, che mette in scena un Giudizio di Paride dalla scatenata fantasia compositiva. Nella ritrattistica rococò, invece, sono più accentuati il rango e la cura nell’abbigliamento e nell’acconciatura.
È Parodi l’indiscussa star della mostra: le statue marmoree con tracce dorate provenienti dalla Galleria degli specchi di Palazzo Reale ne valorizzano l’estro immaginifico nel reinterpretare in forma teatrale i miti ovidiani.
Alla rassegna storica s’aggiunge infine un altro invito a proseguire la visita nei saloni: al piano nobile di Palazzo Reale si tiene la mostra We Linked Passages. Maestri del ‘900 dalle collezioni private genovesi, ove diciannove lavori italiani e stranieri del secondo Novecento sostituiscono gli spazi lasciati vuoti dalle opere esposte al Teatro del Falcone.

Autore: Francesca Bottari

Fonte: www.artribune.com, 20 lug 2023