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ROMA. GUTTUSO Inquietudine di un realismo.

Dopo la grande rassegna antologica del Vittoriano, in occasione del centenario della nascita, che presentava più di cento opere, a quasi trent’anni dalla morte torna a Roma Renato Guttuso (1911 – 1987), uno dei protagonisti dell’arte italiana del Novecento. Personaggio di successo, per oltre cinquant’anni al centro della scena artistica, culturale, politica e mondana, ha rappresentato con le sue opere e i suoi scritti anche un certo modo d’intendere la funzione dell’arte nella società contemporanea.
Un pittore di grande spessore e personalità, che conosceva il mestiere alla perfezione, padrone del colore e dell’impianto formale.
La rassegna “Guttuso Inquietudine di un realismo”, inaugurata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ospitata al Quirinale nelle sale di Alessandro VII, la Sala di Augusto, la Sala degli Ambasciatori, la Sala d’Ercole, è curata da monsignor Crispino Valenziano, grande studioso di arte sacra e presidente dell’Accademia Teologica Via Pulchritudinis e Fabio Carapezza Guttuso, figlio adottivo del maestro e presidente degli Archivi Guttuso che hanno sede a Palazzo del Grillo, l’ultimo atelier del pittore, rimasto così com’era con tutte le sue cose.
La mostra ritaglia di tutta la sterminata produzione di Guttuso, costituita da arte figurativa e numerosissimi scritti, una trentina di opere d’ispirazione religiosa. Sono dipinti a olio, acquerelli, chine, disegni, grafiche realizzati in un arco di tempo che va dal 1940 ai primi Ottanta.
Fulcro della rassegna, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la “Resurrezione”, la sua opera più famosa e uno dei quadri più significativi del Novecento. Giunta seconda al Premio Bergamo nel ’42, immediatamente notata dai critici, suscitò un vivace dibattito e un vespaio di polemiche fra i critici e gli ecclesiastici che la giudicarono blasfema. Motivo del contendere la crudezza della scena, il volto seminascosto del Cristo e soprattutto la posizione delle croci e la nudità delle pie donne. Un’opera ragionata nei particolari come mostrano i numerosi studi preparatori. “Il mio quadro certo non va d’accordo con i canoni dell’iconografia religiosa ma non per questo è meno religioso, nego poi assolutamente che sia un quadro empio”, avrebbe affermato l’artista. Certo è che si scatenarono polemiche a non finire. La frattura con le autorità si sarebbe protratta fino al 1969. Il primo a prenderne le difese Padre David Maria Turoldo che in Guttuso vedeva un “narratore biblico di una Bibbia in fiamme, mai finita, che è la nostra storia”. E poi il cardinale Fiorenzo Angelini, Giuseppe de Luca, Giovanni Testori. Tramite monsignor Pasquale Macchi segretario di Papa Montini, sarà Paolo VI, cui si deve la ricucitura della Chiesa con gli artisti contemporanei, a incontrare Guttuso nel ’73 quando i Musei Vaticani inaugurano la Collezione di Arte Religiosa Moderna a cui l’artista dona tre opere.
Il nodo è la Crocifissione”, un nodo artistico ed esistenziale, afferma più volte Fabio Carapezza Guttuso presentando la mostra. “Guttuso comunista, senza fede, convertito… tutti luoghi comuni”, Guttuso era un conoscitore della Bibbia, leggeva testi biblici”, ricorda monsignor Valenziano che negli anni Ottanta ebbe modo di trattare con lui per la realizzazione dell’ “Evangeliario delle chiese d’Italia”. Vennero contattati venti artisti, fra i quali Guttuso che scelse di illustrare l’ “Ingresso in Gerusalemme”. In mostra il grande volume aperto sulla pagina ideata dall’artista. “La mia – prosegue il monsignore – ‘una lettura delle opere di Guttuso, non un&rsquointerpretazione. Lui ha molte voci”.
Altra opera cardine “Spes contra spem”, sperare contro ogni speranza dell’82. Doveva chiamarsi “Le tre età della vita”, ma su suggerimento di Antonello Trombadori sceglie il titolo tratto dalla lettera di Paolo ai Romani. Complessa l’allegoria, molte le citazioni e le presenze di artisti e amici scomparsi, come Elio Vittorini e Rocco Catalano. Su un tavolo gli strumenti del pittore, in alto i mostri di villa Palagonia. In primo piano la riproduzione di un’opera di Picasso e sul retro l’artista e la moglie. Di fianco una libreria con un teschio e un uovo, memorie della vita e della morte, al centro un nudo di donna sullo sfondo del mare e del cielo. E una bambina che corre verso tre personaggi. Quasi un bilancio della propria vita, a sinistra il passato, a destra il futuro imperscrutabile.
Molti altri sono i quadri che si richiamano direttamente o indirettamente episodi tratti dalle sacre scritture. “Saul e David” del ’63 (omaggio all’omonima opera di Rembrandt), oggi all’Israel Museum di Gerusalemme, “Studio per la fuga dall’Etna” del ’38, il “Bozzetto per la fuga in Egitto” dello stesso anno, la “Cena di Emmaus” dell’81, studi da Michelangelo, da Caravaggio. E’ conservato alla Camera dei Deputati il “Cristo deriso” del ’38 (sul retro c’è un altro titolo “Cristo oltraggiato”), che ritrae la scena della flagellazione. Il Cristo bendato deve indovinare chi lo percuote. Il colore rosso della sua veste è profezia della passione, mentre i volti dei violentatori sono maschere grottesche.
Molto importante la “Conversione di San Paolo” del ’77 (Musei Vaticani). Dell’episodio descritto negli Atti degli Apostoli e ripreso tante volte dagli artisti, da Michelangelo a Caravaggio, Guttuso offre una propria interpretazione. A terra Saulo, abbigliato con indumenti moderni e ben quattro cavalli, i cavalli dell’Apocalisse.
Un’altra opera di grande interesse che rivela quanto fosse accurata la ricerca delle fonti è “Il legno della Croce” dell’80 che si presenta come una libera rielaborazione della “Crocifissione” di Grünewald di cui utilizza alcuni particolari, le mani in gesto di preghiera della Maddalena, la mano contratta verdognola di Cristo. Per avere ulteriori informazioni, oltre a rivedere gli amati affreschi di Piero ad Arezzo, chiede lumi al domenicano Dalmazio Mongillo dell’Università Angelicum che a sua volta si rivolge a monsignor Valenziano che gli fornisce delle schede sulla “Legenda Aurea”. I veri legni che il pittore dipinge sono cipresso, ulivo, cedro e noce.
In mostra anche il “Colosseo” del ’73 (Musei Vaticani), isolato dal contesto e indagato dall’alto in modo da scoprire l’intrico di pieni e di vuoti, di gallerie e di corridoi. “Metà braciere, metà ossario”, lo definisce Guttuso e segno della città di Roma.
Testimonianza della considerazione che aveva l’artista del suo lavoro “L’Atelier” del 1975. Il pittore, che fin dagli anni Trenta ha praticato il genere dell’autoritratto, si rappresenta tre volte nell’atto di dipingere, senza mai guardare lo spettatore. Il suo rapporto è solo con i quadri, preso com’è dall’attività che sta svolgendo, il “mestiere” di pittore, la manualità.
A chiudere la rassegna “Studi di Crocifissione” (Archivi Guttuso), un grande achilico e inchiostro di china appena iniziato. “Tutti i grandissimi artisti muoiono lasciando una “Crocifissione” incompiuta. Michelangelo insegna”, dice monsignor Valenziano. E così fa anche Guttuso che “credeva di non credere”. Il pittore nell’ultimo periodo della sua vita torna a un’opera che ha segnato profondamente la sua produzione e guarda all’arte del passato, alla “Crocifissione” di Antonello da Messina del 1475 conservata ad Anversa. Il Cristo al centro, ai lati i due ladroni crocifissi in modo insolito. Il paesaggio è appena accennato, così come gli edifici e le rovine e il grande lago. Ai piedi del Cristo un altro omaggio alla Maddalena dell’altare di Isenheim di Matthias Grünevald del Museo di Colmar.

Info:
Galleria di Alessandro VII, Palazzo del Quirinale, Piazza del Quirinale, Roma.
Ingresso da lunedì a venerdì 9.00 – 1300 / 14.00 – 17.00, domenica chiuso. Fino al 9 ottobre 2016. Ingresso gratuito. Prenotare: www.quirinale.it; tramite Call center 06-39.96.75.57; presso INFOPOINT, Centro informazioni e prenotazioni (Salita di Montecavallo, 15 A), il martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 9.00 alle 17.00.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it

ROVIGO. I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia.

Oscar%20Ghiglia,%20La%20camicia%20bianca_aDa mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella.
Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea di un percorso di colori e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell’arte.
Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi “isole” e tanto, tanto colore. Sarà una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali.

WHT162005 En Bretagne, 1889 (watercolour, gold paint and gouache on paper) by Gauguin, Paul (1848-1903); Whitworth Art Gallery, The University of Manchester, UK; PERMISSION REQUIRED FOR NON EDITORIAL USAGE; French,  out of copyright PLEASE NOTE: The Bridgeman Art Library works with the owner of this image to clear permission. If you wish to reproduce this image, please inform us so we can clear permission for you.

A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.
Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti.
cagnaccioIl linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell’Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri.
Su tutti spicca l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell’arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla ‘imitazione’ della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all’Espressionismo e all’astrazione.
Questi stimoli innovativi contaminarono l’’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte di questa magnifica rassegna.
La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione.

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven.
Non a caso la rassegna continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, “straordinario campo di forze, di polarita’, di tensioni, di urgenze e di riflessioni”. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca’ Pesaro.
Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia.
Eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicità è purezza primigenia e insieme ingenuità, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile.
L’ultima parte della rassegna è un grande capitolo dedicato agli eredi di questo universo artistico. Il Sintetismo, calato nella nuova sensibilità borghese e moderna grazie a protagonisti come Paul Sérusier, Emile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton (presenti in mostra con celebri capolavori), vive una stagione straordinaria anche in Italia: Gino Rossi, Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di SanPietro, Mario Cavaglieri.
Sarà una scoperta per molti poter leggere sotto una nuova luce e grazie a un insolito e rivelatore punto di vista opere e artisti in grado di affacciarsi senza complessi d’inferiorità sul palcoscenico dell’arte mondiale in anni di rivoluzionarie esperienze culturali e morali.
Durante la mostra sarà inoltre visitabile Palazzo Roncale, proprio di fronte a Palazzo Roverella, prestigioso palazzo del cinquecento in cui sono esposti i capolavori della Collezione Centanini recentemente donati alla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Un’occasione, gratuita per il visitatore, per poter ammirare 5 secoli di storia dell’arte veneta e italiana.

Info:
Rovigo, Palazzo Roverella, dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017
www.palazzoroverella.com

URBINO (PU). La Venere di Urbino.

A quasi cinque secoli dall’acquisto di Guidobaldo II Della Rovere, per la prima volta la Venere di Urbino, dipinta da Tiziano nel 1538 e custodita oggi nelle Galleria degli Uffizi, tornerà nella città marchigiana.
Dal 6 settembre al 18 dicembre di quest’anno, il quadro più importante al mondo che ha nel titolo proprio la parola “Urbino”, sarà esposto a Palazzo Ducale di Urbino.
Acquistata allo scadere del quarto decennio del Cinquecento dal duca Guidubaldo della Rovere, duca di Camerino e futuro signore di Urbino e del Montefeltro, la sensuale e misteriosa donna nuda fu vista da un ammirato Giorgio Vasari nella guardaroba dei duchi nel 1548 e, dopo un passaggio all’Imperiale di Pesaro, dove il capolavoro risultava presente nell’inventario del 1624, giunse a Firenze – insieme a centinaia di altre opere di inestimabile valore – con l’ultima discendente della dinastia della Rovere, Vittoria, che nel 1637 sposò Ferdinando II de’ Medici.

Info:
GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE – Palazzo Ducale di Urbino
tel.07222760 fax 07224427
www.gallerianazionalemarche.itpublic.gallerianazionalemarche @beniculturali.it

VENARIA REALE (To). Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga.

La mostra Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga celebra alla Reggia di Venaria la più importante congrega di artisti fiamminghi a cavallo tra il XVI e XVII secolo, coloro che sono stati interpreti dello splendore del Seicento e la cui dinastia è diventata marchio di eccellenza nell’arte pittorica.
Le opere esposte ripercorrono la storia -lungo un orizzonte temporale di oltre 150 anni- di cinque generazioni attive tra il XVI e il XVII secolo analizzando la rivoluzione realista portata avanti dal geniale capostipite della famiglia Pieter Brughel il Vecchio, seguito dai figli Pieter Brueghel il Giovane – colui che ha ripercorso il successo paterno con opere come la Danza nuziale all’aperto (1610 ca.) e Paesaggio invernale con trappola per uccelli (1601) – e Jan Brueghel il Vecchio, detto anche dei Velluti per la sua straordinaria perfezione pittorica come in Viaggiatori con carri su una strada di campagna del 1610.
Di suo figlio Jan Brueghel il Giovane è esposta la bellissima versione delle Tre grazie realizzata nel 1635 insieme a Frans Wouters accanto a Natura morta con frutta e uccello esotico (1670) di Abraham (pronipote di Pieter Brughel il Vecchio, specializzato nelle nature morte) e accanto a opere di Marten van Cleve – tra i più attenti al lavoro del capostipite della famiglia- che realizza tra il 1558 e il 1560 la straordinaria serie di sei tavole del Matrimonio contadino attualizzando temi evangelici come quello della Parabola del buon pastore (1578).
La mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia Group nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria e curata da Sergio Gaddi e Andrea Wandschneider, Direttore del Paderborn Städtische Galerie in der Reithalle.

Info:
Sale delle Arti della Reggia di Venaria, dal 21 settembre 2016 al 19 febbraio 2017

ROMA. LA SPINA. DALL’AGRO VATICANO A VIA DELLA CONCILIAZIONE.

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Nell’anno in cui gli occhi di tutti sono puntati su San Pietro e i piedi di tanti pellegrini attraversano via della Conciliazione, l’esposizione promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura e curata da Laura Petacco e Claudio Parisi Presicce, propone un viaggio a ritroso nel tempo nei luoghi che conducono alla Basilica di San Pietro, raccontandone le profonde trasformazioni dall’antichità fino al Giubileo del 1950, anno in cui ne venne completato l’arredo urbano.
07La mostra “LA SPINA. Dall’agro Vaticano a via della Conciliazione”, ospitata dai Musei Capitolini dal fino al 20 novembre 2016, rievoca luoghi che non esistono più, ma sono stati a lungo custodi della memoria degli avvenimenti storici che hanno portato alla strutturazione di Roma quale è oggi, capitale dello Stato e, allo stesso tempo, centro simbolico della cristianità.
Il filo conduttore della mostra è la Spina nel doppio significato di toponimo derivante dalla forma allungata dell’isolato rinascimentale, oggi scomparso, e di “corpo estraneo” che, con le demolizioni, di fatto è stato estratto dal tessuto connettivo della città.
La demolizione della Spina dei Borghi e l’apertura di via della Conciliazione materializzarono la fine del dissidio tra Stato e Chiesa grazie ai Patti Lateranensi: il pesante intervento è, infatti, giustificato dalla volontà di modificare la visuale del Vaticano anche sotto il profilo simbolico.
Dopo un inizio “immersivo” tramite una videoinstallazione curata dall’Istituto LUCE (regia R. Sejko) e una prima localizzazione topografica dei luoghi al centro dell’esposizione, segue il racconto delle fasi di vita e di occupazione dell’area vaticana. Le trasformazioni della zona sono illustrate attraverso cartografie storiche, reperti archeologici, materiali architettonici, frammenti di affreschi staccati, vedute a stampa, dipinti, fotografie e plastici, alcuni dei quali mai esposti prima.
09L’esposizione è suddivisa in tre sezioni: Prima della Spina; La Spina dei Borghi; Cavare la “spina” a San Pietro.
PRIMA DELLA SPINA
Tramite sculture, affreschi, disegni, dipinti e cartografie si racconterà come questo territorio passò dall’essere marginale e inospitale ad esercitare una forte attrazione urbanistica su Roma divenendone parte integrante.
Escluso dal perimetro delle mura, povero e malsano a causa dei frequenti straripamenti del Tevere, questo territorio iniziò ad esercitare una forte attrazione urbanistica su Roma solo a partire dalla prima età imperiale. A seguito di interventi di bonifica furono realizzate le prime ville suburbane le più famose delle quali appartenevano ad Agrippina e Domizia. Giardini dal ricco arredo scultoreo si alternavano a costruzioni sfruttando scenograficamente la topografia dei luoghi, vicini al fiume e prossimi ai rilievi del colle Vaticano, del Monte Santo Spirito e del Gianicolo.
Lungo le due strade principali che attraversavano la zona, la via Triumphalis e la via Cornelia, si addensarono diversi monumenti funerari (tra le memorie più evidenti, oggi, il mausoleo di Adriano, la necropoli vaticana – sotto la Basilica – e quella dell’Autoparco Vaticano e di S. Rosa).
Se il termine “Vaticano” è oggi immediatamente riconducibile a San Pietro e al cristianesimo, in età imperiale ebbe una valenza fortemente pagana: quest’area ospitò infatti un luogo di culto dedicato alla dea frigia Cibele chiamato, per l’appunto, Vaticanum o Phrygianum Vaticanum frequentato ancora fin quasi alla fine del IV sec. d.C., in compresenza e forse in contrapposizione alla nuova fede emergente, il cristianesimo.
Nel corso dell’alto medioevo, intorno alla Basilica si sviluppò una vera e propria area sacra con monasteri, diaconie, chiese: burgs era il termine con cui i pellegrini germanici definivano l’agglomerato da cui “Borgo”.
Per difendere dalle scorrerie dei Saraceni la Basilica con i monasteri e ‘burgi’, Leone IV fece erigere una cinta muraria intorno all’insediamento tra l’847 e 852: nasce così la “Rocca del cielo”, la civitas Leoniana, insieme fulcro del sistema difensivo e raccordo con la città di Roma. Il circuito venne poi ampliato da Nicolò III e, nuovamente, rinforzato da Nicolò V. Quest’ultimo, oltre a promuovere la ricostruzione del palazzo e della Basilica vaticana, progettò la risistemazione urbanistica di tutta l’area anche in previsione del Giubileo del 1450. Il progetto, incompiuto per la morte del pontefice, sarà ripreso più tardi da Alessandro VI.
In questa sezione saranno esposti, tra gli altri: sculture dagli horti imperiali e dalle residenze suburbane, un sarcofago, are funerarie, una base di candelabro, un’ara di Vicomagistri; Ara di Vettio Agorio Pretestato e un’ara taurobolica; cartografie storiche, dipinti con vedute delle mura)
LA SPINA DEI BORGHI
Il visitatore è condotto attraverso Borgo Vecchio, piazza Scossacavalli, Piazza Rusticucci, Borgo Nuovo e Piazza Pia. Testimonianze materiali del passato sopravvissute alle demolizioni, insieme a dipinti, stampe, fotografie, uno stereoscopio ed un plastico in gesso sono esposti rispettando la successione topografica dei luoghi e rievocandone, così, la fisicità
L’isolato stretto e allungato – da cui il nome “Spina” – compreso tra lo spiazzo antistante Castel Sant’Angelo e quello di fronte alla Basilica di San Pietro, “nasce” e “muore” a seguito di demolizioni: le prime per aprire via Alessandrina (poi Borgo Nuovo) nel 1499, le ultime per realizzare via della Conciliazione (1936-1937).
Tracciata come un rettifilo in asse con il portale di accesso ai Palazzi Vaticani, via Alessandrina è la prima moderna strada con fondale di Roma.
L’intervento modificò l’immagine dell’area, che aveva già conosciuto un primo rinnovamento edilizio sotto Sisto IV con la costruzione dei primi palazzi cardinalizi.
Il Borgo, nato come nucleo fortificato a difesa della Basilica, durante il rinascimento si trasformò in un complesso di palazzi di alti prelati e addetti alla Curia, sede del potere pontificio.
Per raccontarne le trasformazioni sociali, oltre che architettoniche, la mostra offre un excursus sulla collezione Cesi di sculture antiche che, iniziata dal cardinale Paolo Emilio, fu incrementata notevolmente dal fratello Federico sistemando le opere sia nel giardino retrostante il palazzo Cesi presso porta Cavalleggeri sia nel cosiddetto Antiquario, un edificio – primo nel suo genere – costruito appositamente per fungere da museo.
La collezione, che era una tappa quasi obbligata per i viaggiatori stranieri che volevano avvicinarsi all’arte classica, venne poi dispersa a partire nel 1622 finendo, tra l’altro, presso le proprietà Cesi in Borgo Vecchio e, dopo alcuni passaggi, anche nei Musei Capitolini
Con la realizzazione, nel 1657, del colonnato di Gian Lorenzo Bernini la questione del raccordo tra complesso basilicale e la Spina si pose in termini nuovi. Su piazza Rusticucci Bernini aveva progettato un terzo braccio porticato, mai realizzato, per timore di limitare la visibilità della cupola michelangiolesca e di offuscare l’idea dell’abbraccio ai fedeli implicita nei due bracci aperti del colonnato.
L’ultimo importante intervento che modificò la fisionomia di Borgo fu la sistemazione di piazza Pia “avanti Castello” (Castel Sant’Angelo) ad opera dell’architetto Luigi Poletti nel 1852. Con la realizzazione di una sorta di proscenio dell’accesso ai Borghi si venne ad attuare, idealmente, a distanza di secoli il programma di papa Nicolò V per l’accesso a San Pietro.
In questa sezione saranno esposti, tra gli altri: Affreschi staccati ed elementi architettonici dalle chiese e dai palazzi di Borgo, mai esposti prima; sculture dalla collezione del Cardinale Federico Cesi, dipinti di H. van Cleef, G. van Wittel, I. Caffi, E. Roesler Franz, T. Tommasini, G. Fammilume, stampe e disegni G. Vasi, G.B. Falda, fotografie di R. Moscioni, U. Sciamanna, un plastico in gesso della Spina dei Borghi realizzato per M. Piacentini e A. Spaccarelli dalla ditta Bucci per lo studio dell’area di intervento, mai esposto prima.
CAVARE LA “SPINA” A SAN PIETRO
Uno sguardo d’insieme all’aspetto che aveva Borgo tra fine ‘800 e i primi decenni del ‘900 tramite foto aeree, fotografie, uno stereoscopio. Un’intervista di Alberto Sordi ci racconta la meraviglia di giungere a San Pietro dalle stradine di Borgo come allo schiudersi di un sipario.
Il “problema dell’accesso a San Pietro”: piante, documenti d’archivio, immagini, modelli e progetti propongono una esemplificazione di un confronto che si è protratto per secoli prima di approdare alla scelta di percorrere “la via della Conciliazione” non solo nei rapporti tra Stato e Chiesa ma anche nella ridefinizione urbanistica del rapporto dialettico tra le diverse aree della città.
Quella dell’accesso a San Pietro è stata una questione secolare, discussa a più riprese fin dal progetto berniniano del terzo braccio del colonnato, mai realizzato. Nei secoli si susseguirono i progetti di Carlo Fontana (1694), di Cosimo Morelli (1776), dell’Amministrazione Francese (1811-1812) che prevedeva la demolizione della Spina e l’apertura di una lunga passeggiata fino al porto di Ripetta; la passeggiata, nello studio curato da Giuseppe Valadier, si sarebbe dovuta monumentalizzare con lo spostamento delle colonne di Traiano e di Marco Aurelio sormontate dalle statue di San Pietro e San Paolo.
La questione venne ripresa quando Roma divenne Capitale d’Italia: si succedettero diversi piani regolatori con proposte discordanti al centro di accese discussioni anche sui giornali. Per favorire il collegamento con la città che si stava strutturando come capitale sulla riva opposta, venne realizzato nel 1911 il ponte Vittorio Emanuele II.
Un forte indirizzo alla pianificazione di Borgo venne infine impresso dalla risoluzione della “questione romana”: la demolizione della Spina dei Borghi e l’apertura di via della Conciliazione materializzarono la fine del dissidio tra Stato e Chiesa all’indomani dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929).
Il pesante intervento era, infatti, giustificato dalla volontà di modificare la visuale del Vaticano anche sotto il profilo simbolico in una città che, per la prima volta, nella sua pianificazione urbanistica aveva rivolto le spalle alla Basilica (il rione Prati era stato infatti progettato cercando di sfuggire all’inquadramento prospettico della Basilica e della sua cupola).
Nel 1935 Governo Italiano e Santa Sede si accordarono per affidare i lavori al Governatorato di Roma, che incaricò Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli di studiare le possibilità di intervento. Con l’approvazione del progetto da parte di Mussolini e di papa Pio XI, si dà avvio alle demolizioni: in un solo anno, dal 29 ottobre 1936 all’8 ottobre 1937 si distrugge l’isolato compreso tra Borgo Vecchio e Borgo Nuovo.
La Spina è cavata, una ferita è sanata ma un’altra è stata aperta per aver cancellato, con questo intervento, quello che Leonardo Benevolo definiva il carattere di Roma moderna ovvero “il contrasto permanente tra tono aulico e tono popolare” e la “coesistenza della scala monumentale con la scala quotidiana”.
In questa sezione saranno esposti, tra gli altri:: fotografie e foto aeree; stereoscopio; video intervista a Sordi; progetti di Cosimo Morelli; contratto sottoscritto tra il Re e i progettisti M. Piacentini e A. Spaccarelli il 1 ottobre 1937 per via della Conciliazione dall’Archivio Capitolino; fotomontaggi del plastico del Nobile Interrompimento progettato da Piacentini e Spaccarelli;

Titoli delle opere esposte:
01. Panoramica della Spina dei Borghi, della piazza e della basilica di San Pietro. 1930. Da negativo su lastra in vetro. Roma, Aeronautica Militare, Fototeca storica (inv. 560-30392)
02. Convenzione tra il Governatorato di Roma e gli architetti Piacentini e Spaccarelli relativa al progetto di sistemazione dei Borghi.. Primo ottobre 1937. Roma, Archivio Storico Capitolino, Fondo Contratti Atti Pubblici, 1 ottobre 1937
03. Autore non identificato. Nascita della Vergine, 1600 ca.. Dipinto murale. Dalle demolizioni della Chiesa di San Giacomo a Scossacavalli (primavera 1937). Roma, Museo di Roma (inv. MR 1649)
04. Michel Wolgemut (1434-1519), Wialhelm Pleydenwurff (1460-1494). Pianta di Roma a volo d’uccello. 1493. Xilografia acquerellata. Roma, Museo di Roma (inv. MR 16921)
05. Tina Tommasini (1902-1985). La Spina di Borgo da piazza Pia. 1936. Olio su tavola. Roma, Museo di Roma, Gabinetto delle Stampe (inv. MR 41637)
06. Capitelli di semicolonna con delfini accoppiati ai lati di un tridente, I secolo d.C.. Marmo bianco. Roma, scavi per la realizzazione della rampa di accesso al parcheggio del Gianicolo (1999). Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps (inv. 475830 e inv. 475838)
07. Gaspar van Wittel (1653-1736). Veduta di Tor di Nona. Tempera su pergamena. 1682-1688. Roma, Musei Capitolini, Pinacoteca Capitolina (inv. PC 74)
08. Base di candelabro. Prima età augustea. Marmo lunense. Roma, via della Conciliazione (1948). Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini (inv. S 2771)
09. Umberto Sciamanna (1891-1963). Piazza Pia, Palazzo Sauve e i Palazzi progettati dall’arch. Luigi Poletti.
1930. Da negativo su lastra in vetro. Roma, Museo di Roma (inv. XC 6190)
010. Umberto Sciamanna (1891-1963). Scorcio di Borgo Vecchio inquadrato da piazza Scossacavalli, sulla destra parte di Palazzo dei Convertendi, sul fondo il colonnato e la basilica di San Pietro.. 1930. Da negativo su lastra in vetro. Roma, Museo di Roma (inv. XC 6208)
011. Ignoto pittore fiammingo. Corteo papale a Ponte Sant’Angelo. 1646-1656. Olio su tela. Roma, Museo di Roma (inv. dep PV 117), in deposito dal Museo di Palazzo Venezia
012. Rilievo con divinità alessandrine. Metà II secolo d.C. Marmo proconnesio. Roma via della Conciliazione (1942). Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini (inv. S 2425)
013. Afrodite accovacciata, I secolo a.C. Marmo greco a grana grossa, Già nella collezione Cesi in Borgo. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps (inv. 8565)
014. Autore non identificato. Sibilla Persica, 1600 ca. Dipinto murale, Dalle demolizioni della Chiesa di San Giacomo a Scossacavalli (primavera 1937). Roma, Museo di Roma (inv. MR 43760)
015. Autore non identificato Sibilla Persica (particolare del volto della Sibilla), 1600 ca. Dipinto murale
Dalle demolizioni della Chiesa di San Giacomo a Scossacavalli (primavera 1937). Roma, Museo di Roma (inv. MR 43761)
016. Ciro Santi (attivo nella seconda metà del XVIII secolo), Alzato del progetto di Cosimo Morelli per la sistemazione di Piazza San Pietro, Post 1776. Acquaforte. Roma, Museo di Roma, Gabinetto delle Stampe (inv. MR 10302)
017.Mimì Quilici Buzzacchi, Gli Obelischi, 1950, Galleria d’Arte Moderna

Info:
Mostra La Spina. Dall’Agro Vaticano a Via della Conciliazione
Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio, Roma, fino al 20 novembre 2016
Orari Tutti i giorni 9.30 – 19.30. La biglietteria chiude un’ora prima
Biglietti: € 15.00 biglietto integrato Mostra + Museo intero, comprensivo della tasse del turismo di € 1.00 per i non residenti a Roma; € 13.00 biglietto integrato Mostra + Museo ridotto, comprensivo della tasse del turismo di € 1.00 per i non residenti a Roma; € 2,00 sul biglietto gratuito, ad esclusione dei biglietti per scuole elementari e medie inferiori, bambini da 0 a 6 anni e portatori di handicap.
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00) – www.museicapitolini.org; www.museiincomune.it