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PARMA. Lucrezia Romana. La virtù delle donne da Raffaello a Reni?

Lucrezia primeggia tra le eroine del mondo antico per la sua esemplarità. L’eccezionale umanità della storia e la tragica risoluzione della scabrosa vicenda contengono elementi archetipi di empatica potenza, che la straordinaria capacità creativa degli artisti ha riletto e rappresentato. Soggetto iconografico e letterario, sospeso tra storia e leggenda, la storia della matrona diventa in ogni epoca uno specchio per riflettere, con valutazioni storiche, religiose, ideologiche e morali. Esempio di virtù domestiche e familiari, inconsapevole ed involontaria ragione degli appetiti altrui, modello di alta dedizione alla Patria ed eroina dei diritti umani di libertà ed autodeterminazione, Lucrezia vibra nelle opere pittoriche, da Cranach a Raffaello, da Parmigianino a Reni, di una fascinazione che attraversa i secoli ed è anche per la contemporaneità un’occasione di riflettere sulla violenza, fisica e morale, contro le donne di oggi.
Gli exempla virtutis sono tra i temi laici più interessanti della storia delle arti figurative. Il loro affermarsi in ambito repubblicano, come nelle corti peninsulari italiane, mostra il progressivo recupero delle tematiche relate alla integrità politica e morale in genere, care al mondo romano e non solo. Rappresentazioni di eroi antichi e moderni ricorrono con frequenza nei palazzi pubblici italiani, anche grazie alla letteratura in volgare che, da Dante a Petrarca, pose le basi per raffigurazioni storiche e allegoriche, condensandole in singole immagini simboliche facilmente riconoscibili.
Tra le figure femminili esemplari è peculiare quella della “Lucrezia romana”, figlia e moglie nella Roma retta dalla dinastia etrusca dei Tarquinii che, non avendo potuto resistere all’oltraggio fisico infertole dal potere, sacrificò pubblicamente la propria vita per offrire ai suoi concittadini la motivazione alla ribellione rispetto alle vessazioni gravissime dei dominatori.
La mostra, attraverso una galleria di 30 capolavori, da Raffaello ai suoi epigoni, sino a Guido Reni e la sua scuola in senso lato, intende ripercorrere la fortuna del tema, leggendone le varianti letterarie, simboliche e pratiche sia in Italia che Oltralpe. Ridefinire quale sia stata la diversa valenza del mito antico, sospeso tra leggenda e storia, aiuterà forse anche a rinsaldare la convinzione che estirpare la violenza – anche morale – verso le donne è il primo passo di un recupero morale e civile.
Storia di Lucrezia – Secondo la versione di Livio sulla istituzione della Repubblica, l’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo aveva un figlio assolutamente sgradevole, Sesto Tarquinio. Durante l’assedio della città di Ardea, i figli del re assieme ai nobili, per ingannare il tempo si divertivano a vedere ciò che facevano le proprie mogli durante la loro assenza, tornando nascostamente a Roma. Collatino sapeva che nessuna moglie poteva battere la sua Lucrezia in quanto a pacatezza, laboriosità e fedeltà. Così portò con sé gli altri nobili, tra cui Sesto Tarquinio, a vederla.
Sesto Tarquinio ne restò affascinato e fu preso dal desiderio di possederla. Alcuni giorni dopo, all’insaputa del marito, tornò a Collazia e venne accolto con grande ospitalità. Ma dopo cena, quando la casa era addormentata, si introdusse nella camera da letto di Lucrezia che, svegliatasi di soprassalto, si trovò aggredita dall’uomo, armato di spada. Provò a respingerlo ma Sesto la minacciò: se ella non avesse acconsentito a soddisfare le sue voglie, l’avrebbe uccisa e accanto le avrebbe messo il corpo mutilato di uno schiavo, sostenendo di averla colta in flagrante adulterio.
A questo punto Lucrezia fu costretta a cedere alle voglie del figlio del re. Appena Sesto ripartì, Lucrezia invi&ogravn messaggero a Roma dal padre e uno ad Ardea dal marito supplicandoli di correre da lei al più presto con un amico fidato perché una grossa sciagura era accaduta. Giunti i suoi cari, in lacrime spiegò l’accaduto e si trafisse con un pugnale che nascondeva sotto la veste.
La mostra, nata da un’idea di Mario Scalini è stata promossa dal Polo Museale dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Complesso Monumentale della Pilotta, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Parma e Piacenza, il Comune di Parma e la Fondazione CariParma.
Hanno collaborato alla realizzazione l’Azienda Palaexpo Scuderie del Quirinale, gli Amici della Pilotta e Parma nel Cuore. Ospite d’eccezione è il disegno “Lucrezia” di Raffaello, prestato dal Metropolitan Museum of Art di New York.

Info:
Complesso Monumentale della Pilotta Piazzale della Pilotta Parma.
Catalogo, progetto grafico, immagine coordinata: Silvana Editoriale
Dal 26 settembre 2016 al 8 gennaio 2017
Orario da martedì a sabato dalle 8,30 alle 19,00; domenica e festivi dalle 8,30 alle 14,00; prima domenica del mese dalle 13,30 alle 19,00; lunedì chiuso
Biglietti: intero 12,00 € ridotto 6,00 €. Il biglietto dà diritto inoltre alla visita di tutto il complesso della Pilotta: Teatro Farnese, Galleria Nazionale e Museo Archeologico.
tel. 0521233309 cm-pil@beniculturali.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 23 sett 2016

VENARIA REALE (To). Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga.

Dopo l’importante successo della tappa bolognese, l’esposizione interamente dedicata alla dinastia dei Brueghel – inventori di un modo di dipingere che ben presto divenne “il marchio” di eccellenza nell’arte pittorica di una dinastia attiva per oltre due secoli – approda nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria dal 21 settembre 2016 al 19 febbraio 2017.
Con il patrocinio di Città di Torino, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia Group nelle Sale delle Arti de La Venaria Reale e curata da Sergio Gaddi e Andrea Wandschneider Direttore del Paderborn Städtische Galerie in der Reithalle.
Le opere esposte ripercorrono la storia – lungo un orizzonte temporale di oltre 150 anni – di cinque generazioni attive tra il XVI e il XVII secolo analizzando la rivoluzione realista portata avanti dal geniale capostipite della famiglia Pieter Brughel il Vecchio, seguito dai figli Pieter Brueghel il Giovane – colui che ha ripercorso il successo paterno con opere come la Danza nuziale all’aperto (1610 ca.) e La trappola per gli uccelli (1601) – e Jan Brueghel il Vecchio, detto anche dei Velluti per la sua straordinaria perfezione pittorica. Di Jan Brueghel il Giovane (figlio di Jan Brueghel il Vecchio) è esposta la bellissima versione delle Tre grazie con cesto di fiori realizzata nel 1635 insieme a Frans Wouters, mentre di Abraham Brueghel (pronipote di Pieter Brughel il Vecchio e specializzato nelle nature morte) è presentata la Grande natura morta di frutta in un paesaggio (1670). Marten van Cleve è tra i più attenti al lavoro del capostipite della famiglia e realizza, tra il 1558 e il 1560, la straordinaria serie di sei tavole del Matrimonio contadino attualizzando anche temi evangelici come quello de La Parabola del buon pastore (1578 circa).
La rassegna è un viaggio appassionante nel Seicento alla ricerca del genio visionario di ben cinque generazioni di artisti in grado di incarnare coralmente – come mai nessuno né prima né dopo di loro – stile e tendenze dell’epoca d’oro della pittura fiamminga. Ma il percorso vuole essere anche per il visitatore un invito a vivere un’esperienza giocosa e interattiva mettendo in contatto lo spettatore con i soggetti della Natura maggiormente rappresentati nelle opere, sbirciando tra i segreti degli uomini e – per esempio – “presenziando alle nozze contadine”.
LA MOSTRA Importante novità della tappa torinese è rappresentata da alcune opere risalenti alla metà del Cinquecento, periodo di piena attività di Pieter Brueghel il Vecchio. Ad Anversa, il capostipite della dinastia – oltre a essere apprezzato come un radicale rinnovatore dei temi biblici – è anche conosciuto e lodato per la qualità delle sue raffigurazioni del mondo popolare. Un occhio puntato impietosamente sulla vita per come effettivamente si svolge, sulle opere di carità, ma anche sulle debolezze e sulle miserie quotidiane che riguardano tutti, è quello ad esempio de Le sette opere di misericordia (1616-18 circa) di Pieter Brueghel il Giovane.
La Natura – forte e vigorosa, che sovrasta l’uomo spesso succube e sottomesso di fronte alla sua potenza – assume pienamente il ruolo di vera protagonista della storia umana e viene rappresentata con una ricchezza visiva, una cura nel dettaglio e una bellezza compositiva mai vista prima nella storia della pittura come nel minuzioso e dettagliato Paesaggio con la parabola del seminatore di Pieter Brueghel il Vecchio e Jacob Grimer del 1557.
In mostra un’importante selezione di artisti – da Frans de Momper a Frans Francken, da Hendrick van Balen a Joos de Momper, a molti altri che hanno collaborato a dar vita a una delle pagine della storia dell’arte più ricche, articolat e affascinanti – insieme ai membri della famiglia Brueghel, veri maestri del dettaglio e specialisti nella pittura imali, di fiori e di oggetti.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 set 2016

ROMA. GUTTUSO Inquietudine di un realismo.

Dopo la grande rassegna antologica del Vittoriano, in occasione del centenario della nascita, che presentava più di cento opere, a quasi trent’anni dalla morte torna a Roma Renato Guttuso (1911 – 1987), uno dei protagonisti dell’arte italiana del Novecento. Personaggio di successo, per oltre cinquant’anni al centro della scena artistica, culturale, politica e mondana, ha rappresentato con le sue opere e i suoi scritti anche un certo modo d’intendere la funzione dell’arte nella società contemporanea.
Un pittore di grande spessore e personalità, che conosceva il mestiere alla perfezione, padrone del colore e dell’impianto formale.
La rassegna “Guttuso Inquietudine di un realismo”, inaugurata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ospitata al Quirinale nelle sale di Alessandro VII, la Sala di Augusto, la Sala degli Ambasciatori, la Sala d’Ercole, è curata da monsignor Crispino Valenziano, grande studioso di arte sacra e presidente dell’Accademia Teologica Via Pulchritudinis e Fabio Carapezza Guttuso, figlio adottivo del maestro e presidente degli Archivi Guttuso che hanno sede a Palazzo del Grillo, l’ultimo atelier del pittore, rimasto così com’era con tutte le sue cose.
La mostra ritaglia di tutta la sterminata produzione di Guttuso, costituita da arte figurativa e numerosissimi scritti, una trentina di opere d’ispirazione religiosa. Sono dipinti a olio, acquerelli, chine, disegni, grafiche realizzati in un arco di tempo che va dal 1940 ai primi Ottanta.
Fulcro della rassegna, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la “Resurrezione”, la sua opera più famosa e uno dei quadri più significativi del Novecento. Giunta seconda al Premio Bergamo nel ’42, immediatamente notata dai critici, suscitò un vivace dibattito e un vespaio di polemiche fra i critici e gli ecclesiastici che la giudicarono blasfema. Motivo del contendere la crudezza della scena, il volto seminascosto del Cristo e soprattutto la posizione delle croci e la nudità delle pie donne. Un’opera ragionata nei particolari come mostrano i numerosi studi preparatori. “Il mio quadro certo non va d’accordo con i canoni dell’iconografia religiosa ma non per questo è meno religioso, nego poi assolutamente che sia un quadro empio”, avrebbe affermato l’artista. Certo è che si scatenarono polemiche a non finire. La frattura con le autorità si sarebbe protratta fino al 1969. Il primo a prenderne le difese Padre David Maria Turoldo che in Guttuso vedeva un “narratore biblico di una Bibbia in fiamme, mai finita, che è la nostra storia”. E poi il cardinale Fiorenzo Angelini, Giuseppe de Luca, Giovanni Testori. Tramite monsignor Pasquale Macchi segretario di Papa Montini, sarà Paolo VI, cui si deve la ricucitura della Chiesa con gli artisti contemporanei, a incontrare Guttuso nel ’73 quando i Musei Vaticani inaugurano la Collezione di Arte Religiosa Moderna a cui l’artista dona tre opere.
Il nodo è la Crocifissione”, un nodo artistico ed esistenziale, afferma più volte Fabio Carapezza Guttuso presentando la mostra. “Guttuso comunista, senza fede, convertito… tutti luoghi comuni”, Guttuso era un conoscitore della Bibbia, leggeva testi biblici”, ricorda monsignor Valenziano che negli anni Ottanta ebbe modo di trattare con lui per la realizzazione dell’ “Evangeliario delle chiese d’Italia”. Vennero contattati venti artisti, fra i quali Guttuso che scelse di illustrare l’ “Ingresso in Gerusalemme”. In mostra il grande volume aperto sulla pagina ideata dall’artista. “La mia – prosegue il monsignore – ‘una lettura delle opere di Guttuso, non un&rsquointerpretazione. Lui ha molte voci”.
Altra opera cardine “Spes contra spem”, sperare contro ogni speranza dell’82. Doveva chiamarsi “Le tre età della vita”, ma su suggerimento di Antonello Trombadori sceglie il titolo tratto dalla lettera di Paolo ai Romani. Complessa l’allegoria, molte le citazioni e le presenze di artisti e amici scomparsi, come Elio Vittorini e Rocco Catalano. Su un tavolo gli strumenti del pittore, in alto i mostri di villa Palagonia. In primo piano la riproduzione di un’opera di Picasso e sul retro l’artista e la moglie. Di fianco una libreria con un teschio e un uovo, memorie della vita e della morte, al centro un nudo di donna sullo sfondo del mare e del cielo. E una bambina che corre verso tre personaggi. Quasi un bilancio della propria vita, a sinistra il passato, a destra il futuro imperscrutabile.
Molti altri sono i quadri che si richiamano direttamente o indirettamente episodi tratti dalle sacre scritture. “Saul e David” del ’63 (omaggio all’omonima opera di Rembrandt), oggi all’Israel Museum di Gerusalemme, “Studio per la fuga dall’Etna” del ’38, il “Bozzetto per la fuga in Egitto” dello stesso anno, la “Cena di Emmaus” dell’81, studi da Michelangelo, da Caravaggio. E’ conservato alla Camera dei Deputati il “Cristo deriso” del ’38 (sul retro c’è un altro titolo “Cristo oltraggiato”), che ritrae la scena della flagellazione. Il Cristo bendato deve indovinare chi lo percuote. Il colore rosso della sua veste è profezia della passione, mentre i volti dei violentatori sono maschere grottesche.
Molto importante la “Conversione di San Paolo” del ’77 (Musei Vaticani). Dell’episodio descritto negli Atti degli Apostoli e ripreso tante volte dagli artisti, da Michelangelo a Caravaggio, Guttuso offre una propria interpretazione. A terra Saulo, abbigliato con indumenti moderni e ben quattro cavalli, i cavalli dell’Apocalisse.
Un’altra opera di grande interesse che rivela quanto fosse accurata la ricerca delle fonti è “Il legno della Croce” dell’80 che si presenta come una libera rielaborazione della “Crocifissione” di Grünewald di cui utilizza alcuni particolari, le mani in gesto di preghiera della Maddalena, la mano contratta verdognola di Cristo. Per avere ulteriori informazioni, oltre a rivedere gli amati affreschi di Piero ad Arezzo, chiede lumi al domenicano Dalmazio Mongillo dell’Università Angelicum che a sua volta si rivolge a monsignor Valenziano che gli fornisce delle schede sulla “Legenda Aurea”. I veri legni che il pittore dipinge sono cipresso, ulivo, cedro e noce.
In mostra anche il “Colosseo” del ’73 (Musei Vaticani), isolato dal contesto e indagato dall’alto in modo da scoprire l’intrico di pieni e di vuoti, di gallerie e di corridoi. “Metà braciere, metà ossario”, lo definisce Guttuso e segno della città di Roma.
Testimonianza della considerazione che aveva l’artista del suo lavoro “L’Atelier” del 1975. Il pittore, che fin dagli anni Trenta ha praticato il genere dell’autoritratto, si rappresenta tre volte nell’atto di dipingere, senza mai guardare lo spettatore. Il suo rapporto è solo con i quadri, preso com’è dall’attività che sta svolgendo, il “mestiere” di pittore, la manualità.
A chiudere la rassegna “Studi di Crocifissione” (Archivi Guttuso), un grande achilico e inchiostro di china appena iniziato. “Tutti i grandissimi artisti muoiono lasciando una “Crocifissione” incompiuta. Michelangelo insegna”, dice monsignor Valenziano. E così fa anche Guttuso che “credeva di non credere”. Il pittore nell’ultimo periodo della sua vita torna a un’opera che ha segnato profondamente la sua produzione e guarda all’arte del passato, alla “Crocifissione” di Antonello da Messina del 1475 conservata ad Anversa. Il Cristo al centro, ai lati i due ladroni crocifissi in modo insolito. Il paesaggio è appena accennato, così come gli edifici e le rovine e il grande lago. Ai piedi del Cristo un altro omaggio alla Maddalena dell’altare di Isenheim di Matthias Grünevald del Museo di Colmar.

Info:
Galleria di Alessandro VII, Palazzo del Quirinale, Piazza del Quirinale, Roma.
Ingresso da lunedì a venerdì 9.00 – 1300 / 14.00 – 17.00, domenica chiuso. Fino al 9 ottobre 2016. Ingresso gratuito. Prenotare: www.quirinale.it; tramite Call center 06-39.96.75.57; presso INFOPOINT, Centro informazioni e prenotazioni (Salita di Montecavallo, 15 A), il martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 9.00 alle 17.00.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it

ROVIGO. I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia.

Oscar%20Ghiglia,%20La%20camicia%20bianca_aDa mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella.
Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea di un percorso di colori e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell’arte.
Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi “isole” e tanto, tanto colore. Sarà una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali.

WHT162005 En Bretagne, 1889 (watercolour, gold paint and gouache on paper) by Gauguin, Paul (1848-1903); Whitworth Art Gallery, The University of Manchester, UK; PERMISSION REQUIRED FOR NON EDITORIAL USAGE; French,  out of copyright PLEASE NOTE: The Bridgeman Art Library works with the owner of this image to clear permission. If you wish to reproduce this image, please inform us so we can clear permission for you.

A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.
Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti.
cagnaccioIl linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell’Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri.
Su tutti spicca l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell’arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla ‘imitazione’ della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all’Espressionismo e all’astrazione.
Questi stimoli innovativi contaminarono l’’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte di questa magnifica rassegna.
La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione.

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven.
Non a caso la rassegna continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, “straordinario campo di forze, di polarita’, di tensioni, di urgenze e di riflessioni”. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca’ Pesaro.
Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia.
Eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicità è purezza primigenia e insieme ingenuità, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile.
L’ultima parte della rassegna è un grande capitolo dedicato agli eredi di questo universo artistico. Il Sintetismo, calato nella nuova sensibilità borghese e moderna grazie a protagonisti come Paul Sérusier, Emile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton (presenti in mostra con celebri capolavori), vive una stagione straordinaria anche in Italia: Gino Rossi, Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di SanPietro, Mario Cavaglieri.
Sarà una scoperta per molti poter leggere sotto una nuova luce e grazie a un insolito e rivelatore punto di vista opere e artisti in grado di affacciarsi senza complessi d’inferiorità sul palcoscenico dell’arte mondiale in anni di rivoluzionarie esperienze culturali e morali.
Durante la mostra sarà inoltre visitabile Palazzo Roncale, proprio di fronte a Palazzo Roverella, prestigioso palazzo del cinquecento in cui sono esposti i capolavori della Collezione Centanini recentemente donati alla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Un’occasione, gratuita per il visitatore, per poter ammirare 5 secoli di storia dell’arte veneta e italiana.

Info:
Rovigo, Palazzo Roverella, dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017
www.palazzoroverella.com

URBINO (PU). La Venere di Urbino.

A quasi cinque secoli dall’acquisto di Guidobaldo II Della Rovere, per la prima volta la Venere di Urbino, dipinta da Tiziano nel 1538 e custodita oggi nelle Galleria degli Uffizi, tornerà nella città marchigiana.
Dal 6 settembre al 18 dicembre di quest’anno, il quadro più importante al mondo che ha nel titolo proprio la parola “Urbino”, sarà esposto a Palazzo Ducale di Urbino.
Acquistata allo scadere del quarto decennio del Cinquecento dal duca Guidubaldo della Rovere, duca di Camerino e futuro signore di Urbino e del Montefeltro, la sensuale e misteriosa donna nuda fu vista da un ammirato Giorgio Vasari nella guardaroba dei duchi nel 1548 e, dopo un passaggio all’Imperiale di Pesaro, dove il capolavoro risultava presente nell’inventario del 1624, giunse a Firenze – insieme a centinaia di altre opere di inestimabile valore – con l’ultima discendente della dinastia della Rovere, Vittoria, che nel 1637 sposò Ferdinando II de’ Medici.

Info:
GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE – Palazzo Ducale di Urbino
tel.07222760 fax 07224427
www.gallerianazionalemarche.itpublic.gallerianazionalemarche @beniculturali.it