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TREVISO, Storie dell’impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir da Van Gogh a Gauguin.

Marco Goldin, accettando l’invito del Sindaco Giovanni Manildo, ha scelto Treviso, città nella quale è nato e ancora risiede, e dove il suo lavoro ha preso avvio, per festeggiare i vent’anni di attività di Linea d’ombra.
Il progetto che lo storico dell’arte trevigiano ha studiato, e che il Comune di Treviso ha fatto proprio, è puntuale, senza sbavature, di impronta storica e anche fortemente didattica: dar conto di questi 20 anni di ricerca in arte.
Nei due decenni considerati, a partire dalla fondazione di Linea d’ombra nel tardo autunno del 1996, Goldin ha seguito tre filoni precisi: l’approfondimento sull’impressionismo, soprattutto nel primo decennio della sua attività; poi un lavoro sul Novecento in Italia secondo la linea della pittura e al di là dei generi canonici; infine, il rapporto con i grandi musei del mondo. Più di 10 milioni di persone sono state attratte dalle mostre allestite dapprincipio proprio a Treviso e poi tra l’altro a Torino, Brescia, Genova, Verona, Vicenza, Bologna. A decretare un successo che ha fatto storia.
E tre saranno le mostre che Linea d’ombra e Comune di Treviso – con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor, Generali come Special sponsor, Gruppo Euromobil come Fidelity sponsor, assieme a Unindustria Treviso e Pinarello quali partner, e al gruppo nutrito di sponsor denominato Amici di Linea d’ombra − proporranno per l’autunno di questo 2016 (dal 29 ottobre al 17 aprile 2017), naturalmente nel bellissimo Museo di Santa Caterina. Inoltre, sempre nelle medesime date, a Palazzo Giacomelli, Unindustria Treviso e Linea d’ombra offriranno al pubblico un quarto appuntamento.

TIZIANO RUBENS E REMBRANDT. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento.
tiziano_010anLe tre tele, raffiguranti la Venere che sorge dal mare di Tiziano, il Banchetto di Erode di Rubens e Una donna nel letto di Rembrandt, provengono tutte dalla Scottish National Gallery di Edimburgo.
Non si tratta solamente di tre capolavori che brillano per oggettiva bellezza. Ma sono tre capolavori scelti da Marco Goldin perché rinviano, in modo preciso, al contenuto della mostra sulla Storia dell’impressionismo. Tiziano, Rubens, Rembrandt, proprio nel loro lavoro sulla figura femminile, hanno influenzato in modo evidente alcuni tra gli artisti francesi dell’Ottocento.
Come sempre nelle scelte di Goldin, a pesare assieme alla conoscenza sono due sentimenti: passione ed emozione. Anche in questo caso, davvero per lui “speciale”.
Per il ritorno nella sua città, Goldin non poteva non proporre un omaggio a Tiziano. A Treviso, nella Cappella Malchiostro del Duomo, è conservata l’Annunciazione dipinta dal maestro cadorino attorno al 1520, forse entro il 1523.
“Cercavo – annota Goldin – un segno nella mia città, per ricominciare. L’avevo trovato nel ricordo di questa grande tavola, nella quale la Madonna si dispone quasi timorosa, compresa nel segreto dell’anima, davanti all’angelo annunciante.
Allora ho pensato a come avrei potuto ricominciare da qui, da quel rosso della veste che si spande nello spazio reso spirito. Da quell’immagine di donna all’aprirsi del Cinquecento.
Ci ho pensato per un po’ e alla fine ho deciso. Avrei chiesto qualcosa, per i vent’anni di Linea d’ombra, come un regalo di compleanno, a uno dei musei che tra i primi mi diedero fiducia al tempo delle iniziali mostre di carattere internazionale proprio a Treviso: la Scottish National Gallery di Edimburgo. Ma non qualcosa tolta a caso da quella straordinaria collezione, una delle maggiori in Europa. Avrei chiesto al suo direttore di prestarmi tre straordinari capolavori, perché avevo in mente di creare, accanto alla vasta mostra sulla Storia dell’impressionismo, un breve percorso che si attaccasse da un lato al mio segno, e sogno, tizianesco nella cappella Malchiostro in Duomo e dall’altro al mio desiderio di raccontare l’immagine femminile nella pittura prima degli impressionisti. Ma con pittori che per gli impressionisti avessero avuto un senso.
E dapprincipio quindi − non poteva essere che così − quel dipinto di Tiziano che, se andate a Edimburgo, campeggia sulla copertina del libro con i capolavori del museo. E’ la Venere che sorge dal mare, da lui realizzata, guarda caso, negli stessi momenti in cui il canonico Broccardo Malchiostro gli commissionava l’Annunciazione del Duomo di Treviso. Quale migliore occasione, quindi, di legare un Tiziano che da secoli sta in città a una celeberrima tela che soltanto nel 2003 il museo di Edimburgo ha acquistato dalle favolose collezioni del Duca di Sutherland? Legare, nella visione tizianesca del mondo femminile, l’immagine sacra e spirituale di Maria con l’altra immagine, quella di Venere che sorge dall’acqua entro i confini di una bellezza diversa.
Ma poi la storia doveva proseguire con il Banchetto di Erode (1635/1638) di Rubens e Una donna nel letto (1647) di Rembrandt.
Il mio desiderio non era quindi solo quello di poter esporre, come “capolavori ospiti”, tre dipinti celeberrimi nell’intera storia dell’arte, ma anche, e soprattutto, comprendere poi i moti di anticipazione del ritratto femminile degli impressionisti, da Manet a Renoir a Fantin-Latour. Oppure quanto Rembrandt fosse interessato a Van Gogh. Ritratto femminile appunto compreso nella grande mostra sulla Storia dell’impressionismo.
A cominciare infatti da Tiziano − e il quadro con la Venere che sorge dal mare lo esprime con tutta la chiarezza possibile − grande fu l’influenza di questi artisti sui pittori francesi del XIX secolo, nel momento in cui si trovarono a dipingere ritratti e figure.
Sarà quindi, questa piccola ed esaltante mostra dossier, l’occasione per ulteriormente approfondire una delle questioni più affascinanti della pittura di tutti i tempi”.

olio su tela, cm 65 x 54 Zurigo, Fondazione Collezione E. G. BŸhrle

olio su tela, cm 65 x 54
Zurigo, Fondazione Collezione E. G. BŸhrle

A Santa Caterina, fulcro dell’intero progetto del ventennale sarà la vasta mostra dedicata alle Storie dell’impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin. Sarà, come sovente accaduto nelle esposizioni curate da Marco Goldin, una mostra di capolavori. 140 opere, tutti i grandi nomi e con lavori fondamentali: da Manet a Degas, da Monet a Renoir, da Pissarro a Sisley, da Cézanne a Seurat, da Van Gogh a Gauguin.
Con tagli ogni volta diversi, l’impressionismo è stato da Goldin indagato in questi due decenni. Ma per il ventennale di Linea d’ombra ha pensato a un progetto che mai prima aveva realizzato così, fortemente radicato nella storia e nella continua concordanza di fatti e date. Con una partenza che rimonta all’età di Ingres da un lato e Delacroix dall’altro a inizio Ottocento, per descrivere quella situazione tra disegno e colore in Francia da cui muove poi tutta l’arte, dal Salon ufficiale alla scuola di Barbizon di Corot e Millet. Quindi l’impressionismo – in questa stringente congiuntura di storia e non solo di bella pittura – viene considerato quale punto di arrivo di un percorso che, partito appunto da Ingres e Delacroix, giunge, con violenti distacchi e tiepide aperture, fino a Cézanne che spalanca le porte al Cubismo picassiano. E a Cézanne infatti, insieme al magistero ultimo di Monet, è dedicata l’ultima delle sei sezioni della mostra, quale tuffo nell’arte del XX secolo.

DA GUTTUSO A VEDOVA A SCHIFANO. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento (Treviso, Museo di Santa Caterina, dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017) propone un percorso − attraverso la selezione di 55 importanti autori nati tra il secondo e il quarto decennio del XX secolo − della pittura italiana dall’anno che segue la chiusura della Seconda guerra mondiale per giungere precisamente all’anno 2000.
vedova_003aPer essa Goldin – che su questo argomento ha speso davvero diverse centinaia di esposizioni e cataloghi negli oltre trent’anni del suo lavoro di curatore – ha individuato una cinquantina di autori importanti, nati tra la fine del primo decennio del Novecento e la fine degli anni trenta. Quanto a dire due generazioni di pittori, che vanno da Afro e Guttuso fino a Novelli e Schifano. Qui ognuno presente con un’opera simbolo per ogni anno che va dal 1946 al 2000. Un’occasione utilissima perché la pittura sia un racconto che si faccia storia.
“Non la pura nozione di figurazione o astrazione o informale in questa mostra – anticipa Goldin. Pur se, ovviamente, a queste categorie la pittura italiana del secondo Novecento si è appoggiata. E l’esposizione ne traccia una pur utile comprensione. Ma il desiderio, quanto aperto, di un racconto che tenga insieme, perché gli anni furono gli stessi, l’opera di Guttuso con quella di Afro, quella di Music con quella di Turcato. Oppure quella di Zigaina con quella di Tancredi, quella di Ferroni con quella di Vedova. O ancora, quella di Guccione con quella di Novelli, quella di Schifano con quella di Ruggeri. Sono solo alcuni dei nomi celebri che fanno la gloria di questa lunga storia, che solo per dire di altri va da Morlotti a Scialoja, da Birolli a Pizzinato. E poi da Dorazio a Vespignani, da Bendini a Francese. E ancora da Olivieri a Sarnari, da Ruggero Savinio a Lavagnino. Un’occasione utilissima perché la pittura sia un racconto che si faccia storia. Senza paura di essere. Occasione che si disporrà come una sorta di tavola sinottica dal 1946 all’anno 2000. Per ognuno di questi anni – ecco dunque perché nel sottotitolo della mostra ho evocato il filo della pittura che si dipana – sceglierò un artista che con una sua opera importante rappresenterà quella data precisa. Alla fine a uscirne sarà, fino in fondo, un racconto che illustrerà il mezzo secolo considerato”.
“In occasione dei vent’anni dalla nascita di Linea d’ombra, non poteva mancare – continua il critico – una mostra sul secondo, grande tema che ha accompagnato molte rassegne da me curate e che hanno visto, appunto, Linea d’ombra quale veicolo organizzativo. Si tratta dello studio, sostanziato anche da decine e decine di cataloghi e libri, sulla pittura italiana del Novecento, e soprattutto quella della seconda parte del secolo.
Come sempre mi è capitato in tutti questi anni, non sarà la categorizzazione della pittura né la suddivisione insistita per generi a guidarmi. Quanto desidero emerga, all’insegna della libertà del racconto, è la comprensione di una ricchezza straordinaria che la pittura italiana ha avuto in quei decenni. Molto spesso, e certamente dopo lo spartiacque del Sessantotto, sommersa da ismi solo teoricamente più moderni, fino a quando, già nel nuovo secolo, la pittura è sembrata scomparire a favore di una diversa, e molto più evaporante, interpretazione non del reale ma dell’effimero trasformato in vacuissima arte.
La lingua che invece questa mostra vuole dire, è quella della compatibilità tra il quotidiano e una nota eterna e infinita che giunge ancora a noi dalla nobiltà della pittura antica. Senza che essa possa essere preda di alcun passatismo nostalgico. O diventare penoso substrato ideologico di reduci – i pittori – male in arnese e livorosi rispetto al corso diverso delle cose. Invece gioia di mostrare la bellezza, per riflettere non sulla resistenza di alcunché, né su una nostalgia da signorina Felicita. Invece riflettere sulla persistenza di quella poesia che si apre al mondo per la via di un segreto e di un mistero.”

MASSAGRANDE LEGGE PARISE. DE PICTURA. 12 pittori italiani a confronto con i “Sillabari”.
sarnari_134aPer l’occasione, Unindustria Treviso aprirà i battenti della propria sede nobile di Palazzo Giacomelli, per accogliere i visitatori della mostra De Pictura, nella quale Goldin riprende le fila, a distanza di vent’anni, dell’indagine da lui avviata nel 1995 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano con la mostra Pittura come pittura.
Palazzo Giacomelli è una splendida dimora storica affacciata sul fiume Sile, in uno dei contesti più suggestivi del centro storico di Treviso. La distanza che lo separa dal Museo di Santa Caterina è di poche centinaia di metri, che il visitatore potrà percorrere godendo di scorci davvero affascinanti della “Treviso, città d’acque”.
De Pictura si lega direttamente a una delle tre esposizioni di Santa Caterina. Qui, intorno alla grande mostra sulla Storia dell’impressionismo, e alla raffinata mostra dossier Tiziano Rubens Rembrandt. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento, Goldin propone con Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento, una propria indagine sull’arte italiana dal secondo dopoguerra al nuovo Millennio. De Pictura è un importante approfondimento tematico rispetto a questa esposizione.
La base di partenza per questa indagine è, come detto, la storica mostra Pittura come pittura di Palazzo Sarcinelli nel 1995. Per quella esposizione Goldin aveva selezionato la presenza di Claudio Olivieri, Claudio Verna, Mario Raciti, Pier Luigi Lavagnino, Attilio Forgioli, Ruggero Savinio, Franco Sarnari, Piero Guccione, Piero Vignozzi, Gianfranco Ferroni. Tutti loro appartenenti alla cosiddetta “generazione di mezzo”, e scelti in quanto espressione qualitativamente esemplare del “fare pittura”.
A quella mostra Goldin aveva invitato anche due artisti, Piero Ruggeri e Alberto Gianquinto, che non vi presero poi parte ma che il critico trevigiano ha successivamente avuto modo di presentare in diverse esposizioni.
De Pictura riunisce quindi i dieci artisti allora compresi nel progetto e i due appena citati, evidenziando la loro produzione da quel 1995 fino ai giorni più recenti. Pier Luigi Lavagnino, Gianfranco Ferroni e proprio Piero Ruggeri e Alberto Gianquinto, che non ci sono più, saranno comunque presenti con opere dalla metà degli anni novanta fino ai primi anni Duemila. Ciascuno dei dodici artisti viene documentato da un nucleo di quattro opere, attentamente selezionate.
Il catalogo si presenterà come un vero e proprio libro, interamente a cura di Marco Goldin, intendendo essere uno strumento che vada al di là della pura illustrazione della mostra, riprendendo il filo del discorso critico iniziato vent’anni fa e conducendolo fino all’attualità.
“Questa mostra – precisa Goldin – mette insieme dodici tra i maggiori rappresentanti di quella che venne definita la “generazione di mezzo”, oggi come allora senza alcuna, inutile e forzosa distinzione tra astrazione, informale e figurazione. Ho sempre desiderato raccontare in questo modo la pittura, al di là di ogni steccato in cui talvolta è stata rinchiusa. E per me, dopo centinaia di mostre e cataloghi e libri sulla pittura italiana del secondo Novecento, questa è una nuova, importante occasione di approfondimento”.
A conclusione di questo percorso dedicato ai dodici pittori italiani, Marco Goldin, in una saletta finale, proporrà un omaggio all’artista, siciliano di Sciacca, Vincenzo Nucci (1941-2015), a un anno dalla morte. Saranno presentati gli ultimi cinque quadri da lui realizzati, fino all’ultima isola che sorge dal mare, del febbraio 2015.
“Nucci è stato – dichiara Goldin – amico e sodale di quasi tutti i pittori inseriti in De Pictura, e tra l’altro più giovane di loro di pochissimi anni, quindi appartenuto sostanzialmente alla stessa generazione. Mi sembrava molto bello, per ricordarne il talento e il gusto per la poesia colorata che lo ha sempre accompagnato, unirlo ai suoi amici, sia nel percorso espositivo che nel libro, che si chiuderà quindi con questo ricordo”.
140 opere, quasi tutti dipinti, ma anche fotografie e incisioni a colori su legno, per raccontare, come prima mai fatto in Italia, le varie storie dell’impressionismo.

140 opere che documentano non solo quel mezzo secolo che va dalla metà dell’Ottocento fino ai primissimi anni del Novecento, “ma anche – anticipa Goldin – quanto la pittura in Francia avesse prodotto, con l’avvento di Ingres a inizio Ottocento, nell?ambito di un classicismo che sfocerà, certamente con minore tensione creativa, nelle prove, per lo più accademiche, degli artisti del Salon. Quindi mettendo in evidenza quanto preceda l’impressionismo e lo prepari anche come senso di reazione rispetto a una nuova idea della pittura ? e quanto da quell’esperienza rivoluzionaria, e dalla sua crisi negli anni ottanta, nasca e si sviluppi poi, fino a diventare pietra fondante del nuovo secolo ai suoi albori. Soprattutto con il magistero dell?ultimo Monet e dell’ultimo Cézanne, ai quali non a caso è dedicato il capitolo finale.”
Ma le diverse sezioni della mostra non saranno mondi a se stanti e indipendenti, e invece la pittura accademica sarà spesso inserita quale contrappunto nelle sezioni stesse, così da far comprendere come il linguaggio nuovo dei giovani impressionisti, e prima di loro dei pittori della scuola naturalistica di Barbizon, vivesse nel tempo stesso del Salon. Non dunque un prima e un poi, ma un?esperienza storica che si esprime in parallelo, e simultaneamente, nelle strade di Parigi. Quel Salon al quale del resto, pur rifiutandone lo spirito di rievocazione e di conservazione, gli impressionisti ambivano a partecipare, essendo comunque il solo luogo che poteva garantire visibilità e fama.
Ma in questa sorta di grande tavola sinottica di un’epoca, non sarà solo la pittura di Salon a essere messa in rapporto con l’impressionismo. Entreranno in gioco anche l?appena nata fotografia, soprattutto nell?ambito del paesaggio che rievoca il mare o la foresta di Fontainebleau ? luoghi comuni di indagine e ancora una volta puntualmente accanto ad alcuni dipinti ? e poi le celeberrime incisioni a colori su legno di Hiroshige e Hokusai. La mostra avrà quindi anche un suo lato di stringente carattere storico, tale da collocare le figure e le opere nel contesto dell’epoca. E con tutta l’evidenza possibile non sarà solo una sequenza di opere pur bellissime e di capolavori, ma giungerà al termine di tanti anni di analisi proprio da Goldin dedicate alla pittura francese del XIX secolo.
L’esposizione condurrà il visitatore a emozionarsi in un percorso tra capolavori che hanno segnato una delle maggiori rivoluzioni nella storia dell?arte di tutti i tempi. La qualità assoluta dei prestiti, i confronti che essa stimola, le suggestioni che catalizza fanno di questa mostra un?occasione unica di approfondimento e di scoperta di una bellezza nel profondo ancora tutta da scoprire.

Info:
Treviso, Museo di Santa Caterina e Palazzo Giacomelli
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
www.lineadombra.it

ALBA (Cn). Giacomo Balla, la mostra a Torino con opere mai esposte in Italia.

La Fondazione Ferrero di Alba si prepara a rendere omaggio a Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), figura straordinaria di pittore e fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche, con una mostra di risonanza internazionale, a cura di Ester Coen.
In linea con la storia ventennale delle proprie esposizioni d’arte, legate allo sviluppo della cultura del territorio, la Fondazione Ferrero si avvale della collaborazione scientifica della GAM di Torino e della Soprintendenza Belle Arti del Piemonte per la realizzazione della mostra e delle attività educative ad essa collegate.
Il progetto dedicato a Giacomo Balla prevede un’esposizione articolata in sezioni tematiche: il realismo sociale e la tecnica divisionista; le compenetrazioni iridescenti e gli studi sulla percezione della luce; l’analisi del movimento e il futurismo.
Nelle opere che seguono il primo apprendistato torinese, lo sguardo penetra la realtà dolorosa e crudele delle classi ai bordi della società. Un ampio numero di opere documenterà questa fase – tra fine ottocento e primi novecento – durante la quale, in parallelo a temi tra sofferenza e alienazione, l’artista svilupperà un’altissima sensibilità tecnica, le cui origini affondano nel divisionismo piemontese. La pennellata ricca di filamenti luminosi, il forte contrasto tra chiari e scuri, la scelta di tagli prospettici audaci ed estremi rappresenterà per i futuri aderenti al Manifesto del Futurismo un modello unico e straordinario da seguire.
La mostra di Alba evidenzierà poi l’adesione alla poetica del Futurismo. Dal realismo dei primi dipinti si assisterà alla trasposizione dei precedenti principi compositivi nella materia dinamica e astratta delle Compenetrazioni iridescenti a larghi tasselli cromatici, alla ricomposizione della nuova realtà in movimento nelle Linee di velocità. In un progressivo avvicinamento ai segni matematici puri: verticale, diagonale, spirale, il linguaggio di Balla scopre nuove categorie della rappresentazione nei suoi parametri primari, nell’amplificazione del fenomeno fisico, isolato, sezionato e inquadrato in tutta la sua verità di materia vibratile. Una visione capace di attingere alle massime profondità, ma di sfondare anche i limiti della cornice, in un gioco di rilancio verso la vita.
Le opere del percorso appartengono a prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane ed estere e sarà possibile ammirare capolavori straordinari, difficilmente concessi in prestito: il Polittico dei viventi, nella sua completezza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e dall’Accademia di San Luca di Roma, La mano del violinista dalla Estorick Collection di Londra, la Bambina che corre sul balcone dal Museo del Novecento di Milano, il Dinamismo di un cane al guinzaglio dalla Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, il Volo di rondini del Museum of Modern Art di New York, la Velocità astratta + rumore in prestito dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, che sarà accostata alla Velocità astratta. L’auto è passata della Tate Modern di Londra, e ancora un’Automobile in corsa proveniente da The Israel Museum of Gerusalemme. Solo per accennarne alcuni.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 16 ott 2016

MILANO. L’arte giapponese in mostra al Palazzo Reale.

In occasione del 150° anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia, Palazzo Reale di Milano ospita fino al 29 gennaio 2017 un’importante mostra: Hokusai, Hiroshige, Utamaro.
Gli uomini e gli animali, gli umili testimoni dell’esistenza quotidiana, la leggenda e la storia, le solennità mondane e i mestieri, tutti i paesaggi, il mare, la montagna, la foresta, il temporale, le tiepide piogge delle primavere solitarie, l’alacre vento agli angoli delle strade, la tramontana sull’aperta campagna, i volti delicati delle donne.
Tutto questo, più il mondo dei sogni e il mondo del meraviglioso, sono i soggetti prediletti dei tre artisti per eccellenza del ‘Mondo Fluttuante (l’ukiyoe): Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Attraverso 200 silografie policrome e libri illustrati provenienti dalla prestigiosa collezione del Honolulu Museum of Art, la mostra propone un viaggio nel mondo artistico e umano dei tre maestri, che ancora oggi, come nei secoli precedenti, hanno influenzato scuole e artisti del Giappone e dell’Europa, contrapponendo all’etica del samurai il godimento del singolo momento, il piacere, il divertimento in ogni sua forma.
L’esposizione – promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira – è curata dalla professoressa Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale dell’Università degli Studi di Milano.
L’esposizione si inserisce all’interno delle celebrazioni del 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia, avviate con la stipula del primo Trattato di Amicizia e Commercio firmato tra i due Paesi il 25 agosto 1866.
“In occasione dell’anniversario dei 150 anni dalla firma del primo Trattato di Amicizia e di Commercio tra il Giappone e l’Italia, siamo particolarmente felici di poter rappresentare nelle sale di Palazzo Reale la visione del mondo giapponese attraverso l’immaginario raffinato di tre delle più importanti personalità della sua storia artistica – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – In scena una fantasia e una tecnica che hanno saputo affascinare, influenzandoli, molti artisti europei di fine Ottocento, da Monet a Puccini, travalicando l’ambito figurativo pittorico in cui si muovevano”.
L’auspicio è ben chiarito dall’Ambasciatore Umemoto Kazuyoshi: “Attraverso iniziative di interscambio che spazieranno negli ambiti più diversi – quali politica, economia, cultura, scienza e tecnologia, turismo e istruzione – la reciproca comprensione tra i due Paesi e tra le rispettive cittadinanze possa andare incontro ad un ulteriore progresso, e che questa sia l’occasione per il dischiudersi di nuove prospettive per le relazioni bilaterali. Le relazioni tra due Paesi in ultima analisi non sono che rapporti tra esseri umani”. La mostra si inserisce all’interno di un calendario di eventi che avranno luogo in Italia lungo tutto l’arco dell’anno 2016 per celebrare il 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 10 ott 2016

PARMA. Lucrezia Romana. La virtù delle donne da Raffaello a Reni?

Lucrezia primeggia tra le eroine del mondo antico per la sua esemplarità. L’eccezionale umanità della storia e la tragica risoluzione della scabrosa vicenda contengono elementi archetipi di empatica potenza, che la straordinaria capacità creativa degli artisti ha riletto e rappresentato. Soggetto iconografico e letterario, sospeso tra storia e leggenda, la storia della matrona diventa in ogni epoca uno specchio per riflettere, con valutazioni storiche, religiose, ideologiche e morali. Esempio di virtù domestiche e familiari, inconsapevole ed involontaria ragione degli appetiti altrui, modello di alta dedizione alla Patria ed eroina dei diritti umani di libertà ed autodeterminazione, Lucrezia vibra nelle opere pittoriche, da Cranach a Raffaello, da Parmigianino a Reni, di una fascinazione che attraversa i secoli ed è anche per la contemporaneità un’occasione di riflettere sulla violenza, fisica e morale, contro le donne di oggi.
Gli exempla virtutis sono tra i temi laici più interessanti della storia delle arti figurative. Il loro affermarsi in ambito repubblicano, come nelle corti peninsulari italiane, mostra il progressivo recupero delle tematiche relate alla integrità politica e morale in genere, care al mondo romano e non solo. Rappresentazioni di eroi antichi e moderni ricorrono con frequenza nei palazzi pubblici italiani, anche grazie alla letteratura in volgare che, da Dante a Petrarca, pose le basi per raffigurazioni storiche e allegoriche, condensandole in singole immagini simboliche facilmente riconoscibili.
Tra le figure femminili esemplari è peculiare quella della “Lucrezia romana”, figlia e moglie nella Roma retta dalla dinastia etrusca dei Tarquinii che, non avendo potuto resistere all’oltraggio fisico infertole dal potere, sacrificò pubblicamente la propria vita per offrire ai suoi concittadini la motivazione alla ribellione rispetto alle vessazioni gravissime dei dominatori.
La mostra, attraverso una galleria di 30 capolavori, da Raffaello ai suoi epigoni, sino a Guido Reni e la sua scuola in senso lato, intende ripercorrere la fortuna del tema, leggendone le varianti letterarie, simboliche e pratiche sia in Italia che Oltralpe. Ridefinire quale sia stata la diversa valenza del mito antico, sospeso tra leggenda e storia, aiuterà forse anche a rinsaldare la convinzione che estirpare la violenza – anche morale – verso le donne è il primo passo di un recupero morale e civile.
Storia di Lucrezia – Secondo la versione di Livio sulla istituzione della Repubblica, l’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo aveva un figlio assolutamente sgradevole, Sesto Tarquinio. Durante l’assedio della città di Ardea, i figli del re assieme ai nobili, per ingannare il tempo si divertivano a vedere ciò che facevano le proprie mogli durante la loro assenza, tornando nascostamente a Roma. Collatino sapeva che nessuna moglie poteva battere la sua Lucrezia in quanto a pacatezza, laboriosità e fedeltà. Così portò con sé gli altri nobili, tra cui Sesto Tarquinio, a vederla.
Sesto Tarquinio ne restò affascinato e fu preso dal desiderio di possederla. Alcuni giorni dopo, all’insaputa del marito, tornò a Collazia e venne accolto con grande ospitalità. Ma dopo cena, quando la casa era addormentata, si introdusse nella camera da letto di Lucrezia che, svegliatasi di soprassalto, si trovò aggredita dall’uomo, armato di spada. Provò a respingerlo ma Sesto la minacciò: se ella non avesse acconsentito a soddisfare le sue voglie, l’avrebbe uccisa e accanto le avrebbe messo il corpo mutilato di uno schiavo, sostenendo di averla colta in flagrante adulterio.
A questo punto Lucrezia fu costretta a cedere alle voglie del figlio del re. Appena Sesto ripartì, Lucrezia invi&ogravn messaggero a Roma dal padre e uno ad Ardea dal marito supplicandoli di correre da lei al più presto con un amico fidato perché una grossa sciagura era accaduta. Giunti i suoi cari, in lacrime spiegò l’accaduto e si trafisse con un pugnale che nascondeva sotto la veste.
La mostra, nata da un’idea di Mario Scalini è stata promossa dal Polo Museale dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Complesso Monumentale della Pilotta, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Parma e Piacenza, il Comune di Parma e la Fondazione CariParma.
Hanno collaborato alla realizzazione l’Azienda Palaexpo Scuderie del Quirinale, gli Amici della Pilotta e Parma nel Cuore. Ospite d’eccezione è il disegno “Lucrezia” di Raffaello, prestato dal Metropolitan Museum of Art di New York.

Info:
Complesso Monumentale della Pilotta Piazzale della Pilotta Parma.
Catalogo, progetto grafico, immagine coordinata: Silvana Editoriale
Dal 26 settembre 2016 al 8 gennaio 2017
Orario da martedì a sabato dalle 8,30 alle 19,00; domenica e festivi dalle 8,30 alle 14,00; prima domenica del mese dalle 13,30 alle 19,00; lunedì chiuso
Biglietti: intero 12,00 € ridotto 6,00 €. Il biglietto dà diritto inoltre alla visita di tutto il complesso della Pilotta: Teatro Farnese, Galleria Nazionale e Museo Archeologico.
tel. 0521233309 cm-pil@beniculturali.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 23 sett 2016

VENARIA REALE (To). Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga.

Dopo l’importante successo della tappa bolognese, l’esposizione interamente dedicata alla dinastia dei Brueghel – inventori di un modo di dipingere che ben presto divenne “il marchio” di eccellenza nell’arte pittorica di una dinastia attiva per oltre due secoli – approda nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria dal 21 settembre 2016 al 19 febbraio 2017.
Con il patrocinio di Città di Torino, la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia Group nelle Sale delle Arti de La Venaria Reale e curata da Sergio Gaddi e Andrea Wandschneider Direttore del Paderborn Städtische Galerie in der Reithalle.
Le opere esposte ripercorrono la storia – lungo un orizzonte temporale di oltre 150 anni – di cinque generazioni attive tra il XVI e il XVII secolo analizzando la rivoluzione realista portata avanti dal geniale capostipite della famiglia Pieter Brughel il Vecchio, seguito dai figli Pieter Brueghel il Giovane – colui che ha ripercorso il successo paterno con opere come la Danza nuziale all’aperto (1610 ca.) e La trappola per gli uccelli (1601) – e Jan Brueghel il Vecchio, detto anche dei Velluti per la sua straordinaria perfezione pittorica. Di Jan Brueghel il Giovane (figlio di Jan Brueghel il Vecchio) è esposta la bellissima versione delle Tre grazie con cesto di fiori realizzata nel 1635 insieme a Frans Wouters, mentre di Abraham Brueghel (pronipote di Pieter Brughel il Vecchio e specializzato nelle nature morte) è presentata la Grande natura morta di frutta in un paesaggio (1670). Marten van Cleve è tra i più attenti al lavoro del capostipite della famiglia e realizza, tra il 1558 e il 1560, la straordinaria serie di sei tavole del Matrimonio contadino attualizzando anche temi evangelici come quello de La Parabola del buon pastore (1578 circa).
La rassegna è un viaggio appassionante nel Seicento alla ricerca del genio visionario di ben cinque generazioni di artisti in grado di incarnare coralmente – come mai nessuno né prima né dopo di loro – stile e tendenze dell’epoca d’oro della pittura fiamminga. Ma il percorso vuole essere anche per il visitatore un invito a vivere un’esperienza giocosa e interattiva mettendo in contatto lo spettatore con i soggetti della Natura maggiormente rappresentati nelle opere, sbirciando tra i segreti degli uomini e – per esempio – “presenziando alle nozze contadine”.
LA MOSTRA Importante novità della tappa torinese è rappresentata da alcune opere risalenti alla metà del Cinquecento, periodo di piena attività di Pieter Brueghel il Vecchio. Ad Anversa, il capostipite della dinastia – oltre a essere apprezzato come un radicale rinnovatore dei temi biblici – è anche conosciuto e lodato per la qualità delle sue raffigurazioni del mondo popolare. Un occhio puntato impietosamente sulla vita per come effettivamente si svolge, sulle opere di carità, ma anche sulle debolezze e sulle miserie quotidiane che riguardano tutti, è quello ad esempio de Le sette opere di misericordia (1616-18 circa) di Pieter Brueghel il Giovane.
La Natura – forte e vigorosa, che sovrasta l’uomo spesso succube e sottomesso di fronte alla sua potenza – assume pienamente il ruolo di vera protagonista della storia umana e viene rappresentata con una ricchezza visiva, una cura nel dettaglio e una bellezza compositiva mai vista prima nella storia della pittura come nel minuzioso e dettagliato Paesaggio con la parabola del seminatore di Pieter Brueghel il Vecchio e Jacob Grimer del 1557.
In mostra un’importante selezione di artisti – da Frans de Momper a Frans Francken, da Hendrick van Balen a Joos de Momper, a molti altri che hanno collaborato a dar vita a una delle pagine della storia dell’arte più ricche, articolat e affascinanti – insieme ai membri della famiglia Brueghel, veri maestri del dettaglio e specialisti nella pittura imali, di fiori e di oggetti.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 set 2016