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VENARIA REALE (To). Genio e Maestria. Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento.

Dalle collezioni segrete e dalle Residenze Reali, fino al 15 luglio 2018, Sala della Arti, II piano.
Mobili d’arte di eccezionale rilevanza realizzati dai maggiori ebanisti e scultori del Piemonte tra Sette e Ottocento.
L’evento espositivo intende aggiungere nuovi tasselli alla storia del patrimonio dell’ammobiliamento in Piemonte tra Sette e Ottocento presentando mobili d’arte di eccezionale rilevanza realizzati dai maggiori ebanisti e scultori dell’epoca (Luigi Prinotto, Pietro Piffetti, Giuseppe Maria Bonzanigo e Gabriele Capello detto “il Moncalvo”), alcuni mai esposti prima, grazie a prestiti di importanti istituzioni museali e di collezionisti piemontesi ed internazionali: due secoli di storia dell’arredo in circa 130 opere.
L’obiettivo è di avvicinare il pubblico a opere preziose di ebanisteria e di intaglio, scoprendone significati, utilizzi, trasformazioni con approfondimenti di carattere tecnico e scientifico ed ambientazioni multimediali. La mostra racconta la storia di un raffinato, colto e complesso mestiere d’arte che si sviluppò a Torino a servizio delle più importanti committenze reali e nobiliari nel costante dialogo tra le arti.
Particolare attenzione è riservata alla fruizione della mostra da parte delle persone con disabilità: per migliorare la fruibilità sono stati realizzati modelli, tavole tattili, isole olfattive, una video-guida in LIS; inoltre il font EasyReading, un carattere ad alta leggibilità che facilita la lettura delle persone dislessiche, è stato adottato per i pannelli descrittivi e le didascalie.
Mostra organizzata da: Consorzio Residenze Reali Sabaude, in collaborazione con: Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale.
Comitato organizzativo – scientifico: Cesare Annibaldi, Roberto Antonetto, Clelia Arnaldi di Balme, Elisabetta Ballaira, Enrico Colle, Stefania De Blasi, Silvia Ghisotti, Luisa Papotti, Carla Enrica Spantigati
Coordinamento del Comitato organizzativo – scientifico: Carlo Callieri

In concomitanza con la mostra sull’ebanisteria, Palazzo Madama presenta un nuovo allestimento che vede protagonisti gli arredi di Luigi Prinotto e di Pietro Piffetti dalle collezioni di Palazzo Madama. Con i loro intarsi in avorio, tartaruga, metalli e legni pregiati, Prinotto e Piffetti – figure cardine nella storia del mobile e dell’ornato in Italia – hanno portato l’ebanisteria piemontese del Settecento ai massimi livelli. L’intervento è stato curato da Clelia Arnaldi di Balme, conservatore per le Arti del Barocco di Palazzo Madama.
Il Planetario viene esposto al pubblico in Camera Nuova nella configurazione statica del sistema solare secondo la teoria copernicana come nota a metà Settecento, accompagnato da un video che illustra il restauro e il funzionamento dell’opera, che serviva a illustrare: la simulazione del moto di due pianeti con orbita circolare, il moto ellittico di un pianeta intorno al Sole, il concetto di orbita retrograda, la teoria tolemaica non più in vigore, il moto orbitale della Luna intorno alla Terra e altri concetti dell’astronomia.
Realizzato in legno e avorio intorno al 1740–1750 per rappresentare il dinamismo tra Sole, Terra, Luna e i pianeti con i loro satelliti, il planetario (detto anche Orrery da Charles Boyle quarto conte di Orrery, che fece costruire il primo strumento di questo genere nel 1704) veniva usato durante le lezioni di astronomia come strumento didattico.

IVREA (To). EGIDIO BONFANTE. Un caleidoscopio di ritmi, colori e atmosfere.

Il Museo Civico Pier Alessandro Garda, in collaborazione con Francesca, Paola e Valeria Bonfante, l’Associazione Archivio Storico Olivetti e l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, presenta a Ivrea una mostra dell’artista trevigiano Egidio Bonfante.

Leggi tutto nell’allegato: Bonfante Egidio
Locandina_Bonfante

Info:
Dal 17 marzo al 14 luglio 2018 al Museo Civico P.A.Garda, Ivrea (To).
Orari: da lunedì a venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00; giovedì dalle ore 14.30 alle ore 18.30; sabato dalle 15.00 alle 19.00; prima domenica del mese dalle ore 15 alle 19.
Ingresso
: intero: 5 €; ridotto: 4 €Tel. 0125.634155;
E-mail: musei@comune.ivrea.to.it Url: www.museogardaivrea.it

ROMA. Cesare Tacchi, una retrospettiva. Cento opere al Palazzo delle Esposizioni.

Insieme agli amici Mario Schifano, Renato Mambor e Francesco Lo Savio, Cesare Tacchi era stato ammesso alla “Rassegna di arti figurative di Roma e del Lazio” ospitata nel Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 1958.
A sessant’anni esatti torna nello stesso Palazzo con una grande retrospettiva che passa in rassegna tutto il suo percorso creativo dando lustro all’artista e illuminando con lui un periodo particolarmente fertile della storia dell’arte del nostro recente passato. Gli anni Sessanta sono espressione di una società in forte e rapida crescita e trasformazione, gli anni del boom economico, delle grandi migrazioni interne che lo sviluppo dell’automobile come mezzo privato non più d’élite e l’Autostrada del Sole sollecitano e favoriscono. In questo periodo di grande vitalismo, sotto la spinta della pubblicità e dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, nascono nuovi linguaggi, soprattutto legati all’immagine. E si formano gruppi di giovani artisti che hanno in comune una certa visione dell’arte che sta rapidamente cambiando pelle.
A Roma, negli anni ’60 centro del panorama artistico nazionale e internazionale, nasce la “Scuola di Piazza del Popolo”. Non un movimento quanto piuttosto un insieme di atteggiamenti e modalità espressive attente alla sperimentazione, alle suggestioni del quotidiano e della società moderna.
La definizione “Scuola di Piazza del Popolo” è di Maurizio Calvesi che nel ’90, proprio al Palazzo delle Esposizioni, metteva a fuoco l’ambiente artistico romano di quegli anni di ricerche che partite dalla sperimentazione pittorica, sconfinarono in modalità extrapittoriche, video e film compresi. Del gruppo formato da Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Pino Pascali, Francesco Lo Savio, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Cesare Tacchi (1940 – 2014) è forse il meno conosciuto dal grande pubblico. Ben venga quindi la mostra monografica a lui dedicata, curata da Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi, accompagnata da un ricco e accurato catalogo edito dal Palazzo delle Esposizioni. E’ Un omaggio della città al suo illustre cittadino che offre, attraverso le vicende dell’artista, una panoramica sul mondo dell’arte del tempo e una testimonianza indiretta di atteggiamenti, atmosfere, tensioni di cinquant’anni di vita italiana.
“Cesare Tacchi è un giovane solitario silenzioso e castigato e, a ciò è dovuta la sua pittura; pittura piuttosto di equivalenze di attese di personaggi che rifiutano parlare e guardare”, scriveva Mario Seccia, giovane critico come il pittore, a proposito di una mostra del ‘59 alla Galleria Appia Antica che vedeva Tacchi insieme agli amici di una vita, Mambor e Schifano.
La mostra di oggi che presenta un centinaio di opere, grazie a generosi prestiti dei collezionisti e al contributo della Fondazione Tacchi, è ordinata in senso strettamente cronologico. Ma prima delle opere, esposte in sette sale attorno alla rotonda, foto e materiali d’archivio forniscono al visitatore l’inquadramento generale del personaggio e degli anni in cui opera. In un’intervista del 2005 Tacchi parla del suo percorso che “non è stato lineare”, fatto di espressioni diverse, ma volendo dire “sempre la stessa cosa”, mettersi in comunicazione con l’altro diverso di sé. “Ed è questo il filo rosso da seguire, questo l’insegnamento più prezioso dato alla sua generazione e a quelle di oggi e di domani”, afferma Daniela Lancioni.
La rassegna ha inizio dalle opere degli esordi che rivelano le influenze, i punti di riferimento. Da Burri, a Fautrier visto forse alla “Galleria L’Attico”, a Kline che nel ’57 aveva esposto a &ldqo; Galleria La Tartaruga”. Rintracciati questi debiti visivi verso la cultura precedente, il problema da risolvere era come superare l’informale. Ed ecco le prime opere organizzate per piani geometrici, ecco le sculture di legno dipinto, in giallo, rosso, verde a colori brillanti. Ecco i disegni geometrici tratti dalla vita contemporanea, “Standa”, “Café do Brasil”, “Upim”.
Una ricerca che approda nel ’62 alla scoperta del mondo delle macchine da corsa amate dal fratello Claudio orafo di professione. “Un mondo pulsante” che Tacchi ritrae per frammenti. Forme sinuose, accattivanti, che rimandano a una società vitale e positiva. Tacchi prima fotografa, poi disegna e quindi dipinge le immagini che richiamano alla mente quelle della pubblicità. Sono smalti su carta incollata su tela che rappresentano accanto alle auto da corsa, i mezzi pubblici come la “Circolare rossa”, individuabili dalla livrea verde profilata dai colori di Roma, giallo e rosso. In trasparenza dai finestrini si vedono i passeggeri sorretti “agli appositi sostegni”.
Il 1963 è un anno importante, a piazza del Popolo 3, sopra il Bar Rosati dove s’incontravano artisti e intellettuali italiani e stranieri di passaggio in città, “La Tartaruga”, la galleria di Plinio De Martis inaugura la sua nuova sede con una mostra di 13 pittori fra cui ci sono Rotella, Kounellis, Perilli, Twombly e Tacchi. Il ’63 è anche l’anno del “Gruppo ‘63” dei poeti “novissimi”, che verranno accostati ai pittori.
Tacchi continua nel suo percorso di ricerca passando dal ciclo dei quadri estroflessi ai quadri a rilievo, che costituiscono nel ‘64 l’approdo più noto e importante della sua creatività. Sono le cosiddette e famose “tappezzerie”.
La tecnica è sempre la stessa. L’immagine tratta da una fotografia viene proiettata sulla tela o sulla stoffa che il pittore poi disegna nei contorni e dipinge. Quindi la tela o la stoffa, a fiori, a righe, sono montate su una tavola di legno con una imbottitura non uniforme ma distribuita secondo l’immagine che rappresenta, fermata sul retro con chiodi e punti metallici alla maniera delle poltrone. L’effetto alla vista è quello detto “capitonnè”. Ed ecco “Poltrona gialla”, “Poltrona rossa”, ”Renato e poltrona”, “Sul divano a fiori”, “Paola e poltrona”, “Sul letto (pensando a un prato)”.
In un mondo che va di corsa, l’artista propone una realtà opposta. E’ l’elogio dell’amicizia, della convivialità, dell’ozio. E gli amici sono Renato Mambor, Paola Pitagora, Mario Ceroli, fidanzati e coppie felici, ma anche personaggi celebri come i Beatles che erano in Italia nel ’65 e a Roma tennero un concerto che fece epoca al Teatro Adriano. L’opera più impegnativa della serie delle tappezzerie per grandezza e complessità delle figure, conservata a Reggio Emilia presso la Collezione Maramotti, ovvero Max Mara, è “ Primavera allegra” dello stesso anno, una citazione colta da Botticelli, che gioca col tempo. Mentre in “Cleopaolina” sempre del ’65 unisce alle sollecitazioni antiche quelle del presente. Sul corpo disteso di Paolina Borghese di Canova inserisce il volto di una diva di Hollywood come Elisabeth Taylor protagonista del film “Cleopatra”. Potrebbe sembrare l’agognato approdo dell’artista, ma non è così.
Cambiano gli umori e arrivano i mobili impossibili, le sedie improbabili, le poltrone in cui non ci si può sedere. La sua ricerca prosegue e si arriva al’68, un anno cruciale sotto tanti punti di vista, anche per Tacchi. A “La Tartaruga” nel maggio di quell’anno Plinio De Martis lancia il “Teatro delle mostre”, venti mostre teatrali, ciascuna rassegna della durata di un giorno. Celebre la “Cancellazione d’artista”, la performance di Tacchi. Che, dietro una lastra di vetro illuminata, la dipinge fino a scomparire alla vista del pubblico. A cancellare l’artista e l’arte. In mostra l’opera conservata dalla figlia di De Martis, le foto e la locandina che annunciava l’avvenimento a firma Tacchi.
Affrontare la sua opera posteriore alla “Cancellazione d’artista” significa addentrarsi in una produzione rimasta sempre meno esplorata rispetto al primo decennio, legato alla Scuola di Piazza del Popolo che lo ha accreditato presso il grande pubblico come “artista pop” o “artista delle tappezzerie”, scrive in catalogo Ilaria Bernardi. Una produzione estremamente eterogenea, sculture, performance, installazioni, scritti, disegni su carta, pittura su tessuto stampato e rilievo, progetti rimasti incompiuti, sperimentazioni di vari linguaggi di cui Tacchi era pienamente cosciente invitando a “zigzagare” fra le sue opere.
In mostra una scelta significativa di creazioni di stampo “concettuale” dei primi anni Settanta in cui la possibilità di comunicare sconfina in una dimensione definita “afasica” per tornare a una possibilità di relazione con l’altro quando Tacchi propone un’azione opposta a quella della “Cancellazione” che viene documentata dalle foto di Elisabetta Catalano. L’artista, dietro una lastra precedentemente dipinta di bianco, elimina pian piano il colore con un panno fino a riapparire. In un video registrato durante gli Incontri Internazionali d’Arte di Roma si vede Tacchi che bacia il pavimento percorrendolo carponi per riappropriarsi dello spazio e fare pace con l’arte e i suoi strumenti primari di cui è simbolo “Sécrétaire”, un dipinto a olio costituito da tre piani distinti esposto alla “Galleria La Salita” nell’80. Seguiranno altri quadri a olio, come “Della pittura”, “Uccel di bosco”, “Lo spirito dell’arte”, corrispondenti ad alcune tappe importanti del percorso del pittore che da “testimone passivo di una pittura piena di segreti” prende la tavolozza in mano, si mostra autore e può dichiararsi “spirito d’artista”. Nell’ultima sala il ritorno alla pittura e ai suoi segreti in cui recupera elementi di opere precedenti. E un autoritratto su carta proiettato nel passato, nel presente e nel futuro “Come ero, come sono, come sarò”. In mostra una serie di lavori con elementi modulari, dipinti coloratissimi e di grande formato, espressione della ricerca del piacere. “Zigzagando col colore secondo i canoni della pittura”, si potrebbe dire, prendendo a prestito il titolo di un dipinto a olio del ’97.

Autore: Laura Gigliotti

Info:
Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194 Roma. Orario: 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30; chiuso il lunedì. Fino al 6 maggio 2018. Informazioni: tel. 06-39967500 e www.palaexpo.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 fed 2018

VENEZIA. Presentazioni al Tempio. Due opere geniali, uguali eppure diverse.

Due dipinti, identici nella struttura compositiva, realizzati da due grandi artisti del Rinascimento, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini.
Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due Presentazioni di Gesù al Tempio, eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia.
Progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Gemäldegalerie di Berlino con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra.
È la prima volta che s’incontrano, in tempi moderni, la tempera su tela del Mantegna, della Gemäldegalerie di Berlino, e l’olio su tavola del Bellini della Querini Stampalia.
“È l’effetto – sottolinea Marigusta Lazzari, Direttore della Querini Stampalia – di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l’impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due “Presentazioni al Tempio” sarà il fulcro di queste esposizioni. Alla nostra disponibilità ha corrisposto quella dell?istituzione berlinese e così, in anticipo sulla rassegna londinese, abbiamo l?emozione di presentare al pubblico italiano e internazionale, in Querini, i due capolavori finalmente affiancati?.
Ma cosa induce un pittore a far proprio uno schema compositivo utilizzato da un altro artista?
“Sarebbe sbagliato – chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell’esposizione – immaginarli l’uno accanto all’altro, intenti a dipingere questo medesimo soggetto. Certo la composizione stregò entrambi, ma un lasso di tempo non piccolo separa i due capolavori”.
Andrea Mantegna trascorre i suoi anni giovanili di formazione e di attività a Padova, mentre Giovanni Bellini lavora per tutta la vita a Venezia, sua città natale.
I due maestri sono uniti anche da legami familiari: Andrea Mantegna sposa Nicolosia, la sorella di Giovanni Bellini.
La composizione dev’essere stata concepita nella bottega padovana del Mantegna. La sua Presentazione precederebbe l’altra di una ventina d’anni. Andrea e Nicolosia si sono sposati da poco, nel 1453. Sembrano loro due, Mantegna e la moglie, i personaggi che chiudono la scena sui lati. Forse è un figlio atteso o appena nato ad averla ispirata: una sorta di affidamento augurale in uno stato d’animo comune ai genitori, di fiducia e trepidazione.
Maria, umanissima Madre, quasi non si vuole separare dal Bambino, come facesse resistenza al compimento del destino di tragedia e di gloria del Cristo, che il vecchio Simeone le prospetta con il Vangelo di Luca: ?Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti… E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
Le fasce che avvolgono Gesù sono quelle del neonato, ma evocano croce e sepoltura. Giuseppe tiene lo sguardo sul profeta, turbato e grave. Assiste in secondo piano, però centrale: è la parte che gli è toccata nella Storia della Salvezza, di custode silenzioso.
La versione veneziana di Giovanni Bellini si allarga a far spazio ad altre due figure laterali, sulla cui identificazione la critica non ha ancora detto la parola definitiva.
La Presentazione del Mantegna è un poderoso 4/3, quella del Bellini un cinematografico 16/9. Pare un tributo d’affetto questa “foto” di famiglia – un po’ più affollata – intorno alla Sacra Famiglia.
Giovanni dallo stile di Andrea si distanzia nettamente. Mantegna chiude il racconto in un poderoso riquadro marmoreo. Aureole, barbe, stoffe preziose hanno una ricercatezza calligrafica ancora gotica. I colori sono contrastati, il cuscino esce dal dipinto. Ulisse Aleotti, sul finire del Quattrocento, scriveva di lui che “scolpì in pictura”.
La rivisitazione che ne fa il Bellini è levigata dalla luce su un’ampia gamma di rossi. La cornice è scomparsa. Resta solo un parapetto in pietra. Così lo sfondo nero si dilata e il gruppo vi si staglia, guadagnando in enigmatica astrattezza, in modernità.
La tavola, attestata nell’inventario Querini Stampalia dal 1809, è attribuita ormai concordemente a Giovanni Bellini.
Quando, due secoli fa, entra a far parte delle collezioni, è inventariata come opera di Andrea Mantegna anch’essa.
Deve a lui la solidità dell’impianto. Bellini la reinventa, unendo a una classica compostezza quella tensione sperimentale che l’avrebbe accompagnato fino alla fine.
Sala dopo sala si ha l’emozione di entrare nell’universo di una delle più potenti e illustri famiglie veneziane, di ammirarne i tesori artistici, i preziosi arredi. Nel museo d?ambiente mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, biscuit, sculture, globi e dipinti dal XIV al XX secolo, per lo più di scuola veneta, tramandano l’atmosfera della dimora patrizia tra specchi e lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni.
Tra le opere esposte, pitture di Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Bernardo Strozzi, Luca Giordano, Marco e Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella.
La mostra è insieme un dialogo avvincente fra due maestri del Rinascimento e una scoperta o riscoperta del patrimonio della Fondazione, istituita nel 1869 per lascito dell?ultimo Querini, Giovanni, perché potesse “promuovere il culto dei buoni studj e delle utili discipline”. Si prepara a celebrare il centocinquantesimo con le sue raccolte, la biblioteca, gli innesti architettonici, progettati nell?arco degli ultimi cinquant’anni da Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta. E’ a lui che la Querini Stampalia ha affidato l’allestimento di questo “magico confronto”. L’architetto ticinese si misura per la prima volta con una mostra incentrata su due sole opere. L’esposizione trova spazio nelle ultime tre sale della casa museo e diventa la summa dell?intero percorso espositivo.
I due quadri sono disposti su due piani convergenti al centro, in modo da guardarsi l’un l’altro, stabilendo quindi un dialogo silente cui gli spettatori possono assistere.
Utilizzando luce proiettata e non più riflessa ERCO, azienda specializzata in illuminazione per l?Arte, adatta la distribuzione luminosa alle caratteristiche e dimensioni delle opere con fasci precisi, dai contorni morbidi e sfumati. La luce digitale, a sorgente LED selezionata singolarmente e ad alta restituzione cromatica, permette la regolazione dell’intensità luminosa e di calibrare con precisione i valori di illuminamento prescritti al fine di preservare le opere nel tempo.
Ne scaturisce una fruizione che induce a far scoprire al visitatore, con un elemento così intangibile ma delicato e importante come la luce, i dettagli più minuti delle due tele.
A questa sorta di “epifania” si arriva preparati. Le due sale introduttive presentano un singolare allestimento che articola il percorso intorno alla suggestione del Bambino in fasce, già prefigurazione del corpo adulto, straziato del Cristo, stretto nelle bende funebri.
La stoffa, posta su pannelli didascalici a tutta altezza, si dipana in tre “nastri”: scorrono paralleli raccontando l’ambito storico, le biografie, ma anche i temi trattati nei due dipinti. Quello superiore e quello inferiore narrano distintamente di Bellini e di Mantagna, quello centrale restituisce le vicende in comune e offre elementi di lettura e di confronto delle due opere.
Un triplice racconto che si stende sotto gli occhi del visitatore e richiama idealmente nel suo ?svolgersi?, come i rotoli della Scrittura, il compimento della storia della Salvezza.
In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Silvana Editoriale, in italiano e inglese, con saggi di Brigit Blass-Simmen, Caroline Campbell, Babet Hartwieg, Neville Rowley, Babet Trevisan, Giovanni Carlo Federico Villa.

Info:
CAPOLAVORI A CONFRONTO – BELLINI / MANTEGNA – Presentazione di Gesù al Tempio.
Fondazione Querini Stampalia, Venezia, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
Dal 21 marzo al 1 luglio 2018
Orario: da martedì a domenica, dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì
Biglietti: La visita alla mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso alla Fondazione Querini Stampalia:
Intero € 14; ridotto € 10 – Gratuito fino ai 18 anni compiuti
Tutte le domeniche ingresso gratuito ai residenti nel Comune di Venezia
Catalogo Silvana Editoriale
Tel. 041 27 11 411 – www.querinistampalia.org

Fonte:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referente Roberta Barbaro gestione3@studioesseci.net

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane.

Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille e una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati.
Quella di Pasini è una storia che contiene altre storie, dipinti come diari di viaggio, orizzonti immaginifici in cui lo spettatore può abbandonarsi, un vero e proprio reportage dall’Ottocento.
La Fondazione Magnani-Rocca dedica proprio a Pasini la sua mostra di primavera PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane con oltre 100 opere fra dipinti e lavori grafici. A cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi, a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, dal 17 marzo al 1° luglio 2018.
È una pittura, quella di Pasini, che prende le distanze dal lavoro di tutti gli altri interpreti della stagione orientalista dell’Ottocento, perché non si propone di presentare l’immagine dell’Oriente che il pubblico occidentale richiedeva e alla quale era abituato, ma di creare immagini nuove, aprendo un dialogo artistico con una cultura altra, attraverso la presentazione “dall’interno” dei suoi contenuti, usi, costumi, atmosfere. Un modello pittorico e di dialogo artistico che divenne un unicum, e che oggi, per l’importanza del tema, acquista un valore e un significato di grande attualità.
La sua attività di pittore di atmosfere orientaliste, mai presentata al pubblico in una Mostra con questa angolazione e questo taglio interpretativo, ha inizio con un avvenimento, che segnerà tutta la sua carriera artistica: siamo nel 1855 quando Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo all’influenza russa. Questa straordinaria storia di una delle più avventurose missioni diplomatiche del XIX secolo, che, durante il conflitto russo-turco, fu costretta, per raggiungere Teheran, a circumnavigare la penisola arabica, con l’obiettivo di tenere aperto, con gli strumenti della cultura e della diplomazia, un dialogo tra l’Europa e il Medio Oriente, apre la Mostra dove vengono presentati, per la prima volta tutti insieme, i disegni, le litografie e i dipinti realizzati da Pasini in occasione della missione.
Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione: Alberto Pasini.
In Mostra, fra l?altro, viene presentata la serie completa dei quaranta disegni realizzati in Persia; la serie delle dodici incisioni pubblicate su “l’Illustration, Journal Universel” e accompagnate dagli articoli di Barbier de Meynard e Paulin; e i grandi dipinti, tra i rarissimi esempi di opere di grandi dimensioni realizzate dall’artista.
Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenta negli anni successivi al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, che costituiranno uno dei modelli di riferimento per tutta la pittura orientalista degli anni a seguire. A metà dell’Ottocento, infatti un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita e allo sviluppo a Parigi di un centro europeo di cultura e produzione artistica a soggetto orientalista, che alimenterà un nuovo gusto collezionistico attento all?estraneo e all’esotico, grazie anche e soprattutto all’opera del più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini stabilirà un contratto di esclusiva, che venderà oltre 300 opere dell?artista.
La Mostra prosegue con una seconda sezione dedicata alle opere realizzate a Istanbul, che diverrà il luogo principale raffigurato dall’artista negli anni a seguire, e che egli declinerà in decine di varianti e soluzioni, a partire dalla grande veduta della Moschea di Yeni Djami, che Goupil venderà al Museo di Nantes nel 1872, fino alle numerose e rumorosamente affollate Scene di Mercato, delle quali realizzerà nel corso degli anni più di trenta versioni, tutte differenti e tutte con una atmosfera unica e irripetibile.
Una successiva sezione viene dedicata alle scene raffiguranti usi e costumi dell’Oriente, con i quali Pasini aveva iniziato ad avere familiarità proprio grazie all’apprezzamento dello Shah di Persia, che lo aveva portato con lui più volte alla caccia col falcone.
In questa sezione alcune opere ad olio vengono accompagnate in Mostra dalle incisioni che Goupil ne trasse (oggi tutte al Museé Goupil di Bordeaux), che valsero a diffondere in Europa e in America il modello di composizione e atmosfera proposto da Pasini.
Un’ultima sezione è riservata ai dipinti di atmosfera e di paesaggio, che, grazie a una nuova interpretazione della pittura di veduta e di paesaggio, porteranno nei decenni successivi tanti altri artisti a realizzare opere di simile tenore.
La Mostra inoltre presenta per la prima volta al pubblico opere di grandi dimensioni di musei internazionali mai esposte prima in una Mostra scientifica, quali Pascoli sulla strada da Teheran a Tabriz, olio su tela, cm 120 x 205, firmato e datato A. Pasini 1864, Musée des Beaux-Arts di Rouen; Ricordo dei dintorni di Tripoli, olio su tela, cm 69 x 105, firmato e datato A. Pasini 1865, Marsiglia, Musée des Beaux Arts; e da collezioni private, Corvè per il trasporto dell’artiglieria nelle montagne di Shiraz, olio su tela, cm 117 x 201, firmato e datato A. Pasini 1864, capolavoro esposto al Salon di Parigi nel 1864 e apparso solo in una vendita all’asta del 1987; e Un Marché a Constantinople, olio su tela, cm 130 x 105, esposto al Salon del 1874 e riapparso solo recentemente.
La Mostra è accompagnata da un ricco Catalogo con tavole delle opere a colori e con saggi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

Info:
PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 17 marzo al 1 luglio 2018. Aperto anche tutti i festivi (25 aprile, 1° maggio, 2 giugno). Lunedì chiuso, aperto il lunedì di Pasqua. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17); sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.
Il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra “Pasini e l’Oriente” e ai capolavori del Paesaggismo impressionista della Fondazione Magnani-Rocca (Monet, Renoir, Cézanne) con guida specializzata; è possibile prenotare via mail a segreteria@magnanirocca.it, oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15,00 (ingresso e guida).
Informazioni e prenotazioni gruppi: Tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Ristorante e Caffetteria nella corte del museo Tel. 0521 848135.
Mostra e Catalogo a cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi.
Il catalogo (Silvana editoriale) presenta interventi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

Fonte: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499 – Stefania Bertelli gestione1@studioesseci.net
www.studioesseci.net