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VENEZIA. Presentazioni al Tempio. Due opere geniali, uguali eppure diverse.

Due dipinti, identici nella struttura compositiva, realizzati da due grandi artisti del Rinascimento, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini.
Affascinante, per un profano, cercare le differenze tra le due Presentazioni di Gesù al Tempio, eccezionalmente affiancate nella raffinata mostra proposta dalla Fondazione Querini Stampalia, a Venezia.
Progetto promosso dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Gemäldegalerie di Berlino con la collaborazione scientifica della National Gallery di Londra.
È la prima volta che s’incontrano, in tempi moderni, la tempera su tela del Mantegna, della Gemäldegalerie di Berlino, e l’olio su tavola del Bellini della Querini Stampalia.
“È l’effetto – sottolinea Marigusta Lazzari, Direttore della Querini Stampalia – di una di quelle alchimie che di tanto in tanto si verificano nella storia. Nel nostro caso, l’impossibile è diventato possibile nel dipanarsi della complessa trattativa che ci ha portato a concedere il prestito del nostro Bellini alla grande mostra su Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, che il 1 ottobre 2018 aprirà alla National Gallery di Londra per poi trasferirsi alla Gemäldegalerie di Berlino il 1 marzo 2019. Il raffronto tra le due “Presentazioni al Tempio” sarà il fulcro di queste esposizioni. Alla nostra disponibilità ha corrisposto quella dell?istituzione berlinese e così, in anticipo sulla rassegna londinese, abbiamo l?emozione di presentare al pubblico italiano e internazionale, in Querini, i due capolavori finalmente affiancati?.
Ma cosa induce un pittore a far proprio uno schema compositivo utilizzato da un altro artista?
“Sarebbe sbagliato – chiarisce Giovanni Carlo Federico Villa, co-curatore dell’esposizione – immaginarli l’uno accanto all’altro, intenti a dipingere questo medesimo soggetto. Certo la composizione stregò entrambi, ma un lasso di tempo non piccolo separa i due capolavori”.
Andrea Mantegna trascorre i suoi anni giovanili di formazione e di attività a Padova, mentre Giovanni Bellini lavora per tutta la vita a Venezia, sua città natale.
I due maestri sono uniti anche da legami familiari: Andrea Mantegna sposa Nicolosia, la sorella di Giovanni Bellini.
La composizione dev’essere stata concepita nella bottega padovana del Mantegna. La sua Presentazione precederebbe l’altra di una ventina d’anni. Andrea e Nicolosia si sono sposati da poco, nel 1453. Sembrano loro due, Mantegna e la moglie, i personaggi che chiudono la scena sui lati. Forse è un figlio atteso o appena nato ad averla ispirata: una sorta di affidamento augurale in uno stato d’animo comune ai genitori, di fiducia e trepidazione.
Maria, umanissima Madre, quasi non si vuole separare dal Bambino, come facesse resistenza al compimento del destino di tragedia e di gloria del Cristo, che il vecchio Simeone le prospetta con il Vangelo di Luca: ?Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti… E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
Le fasce che avvolgono Gesù sono quelle del neonato, ma evocano croce e sepoltura. Giuseppe tiene lo sguardo sul profeta, turbato e grave. Assiste in secondo piano, però centrale: è la parte che gli è toccata nella Storia della Salvezza, di custode silenzioso.
La versione veneziana di Giovanni Bellini si allarga a far spazio ad altre due figure laterali, sulla cui identificazione la critica non ha ancora detto la parola definitiva.
La Presentazione del Mantegna è un poderoso 4/3, quella del Bellini un cinematografico 16/9. Pare un tributo d’affetto questa “foto” di famiglia – un po’ più affollata – intorno alla Sacra Famiglia.
Giovanni dallo stile di Andrea si distanzia nettamente. Mantegna chiude il racconto in un poderoso riquadro marmoreo. Aureole, barbe, stoffe preziose hanno una ricercatezza calligrafica ancora gotica. I colori sono contrastati, il cuscino esce dal dipinto. Ulisse Aleotti, sul finire del Quattrocento, scriveva di lui che “scolpì in pictura”.
La rivisitazione che ne fa il Bellini è levigata dalla luce su un’ampia gamma di rossi. La cornice è scomparsa. Resta solo un parapetto in pietra. Così lo sfondo nero si dilata e il gruppo vi si staglia, guadagnando in enigmatica astrattezza, in modernità.
La tavola, attestata nell’inventario Querini Stampalia dal 1809, è attribuita ormai concordemente a Giovanni Bellini.
Quando, due secoli fa, entra a far parte delle collezioni, è inventariata come opera di Andrea Mantegna anch’essa.
Deve a lui la solidità dell’impianto. Bellini la reinventa, unendo a una classica compostezza quella tensione sperimentale che l’avrebbe accompagnato fino alla fine.
Sala dopo sala si ha l’emozione di entrare nell’universo di una delle più potenti e illustri famiglie veneziane, di ammirarne i tesori artistici, i preziosi arredi. Nel museo d?ambiente mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, biscuit, sculture, globi e dipinti dal XIV al XX secolo, per lo più di scuola veneta, tramandano l’atmosfera della dimora patrizia tra specchi e lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni.
Tra le opere esposte, pitture di Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Bernardo Strozzi, Luca Giordano, Marco e Sebastiano Ricci, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella.
La mostra è insieme un dialogo avvincente fra due maestri del Rinascimento e una scoperta o riscoperta del patrimonio della Fondazione, istituita nel 1869 per lascito dell?ultimo Querini, Giovanni, perché potesse “promuovere il culto dei buoni studj e delle utili discipline”. Si prepara a celebrare il centocinquantesimo con le sue raccolte, la biblioteca, gli innesti architettonici, progettati nell?arco degli ultimi cinquant’anni da Carlo Scarpa, Valeriano Pastor, Mario Botta. E’ a lui che la Querini Stampalia ha affidato l’allestimento di questo “magico confronto”. L’architetto ticinese si misura per la prima volta con una mostra incentrata su due sole opere. L’esposizione trova spazio nelle ultime tre sale della casa museo e diventa la summa dell?intero percorso espositivo.
I due quadri sono disposti su due piani convergenti al centro, in modo da guardarsi l’un l’altro, stabilendo quindi un dialogo silente cui gli spettatori possono assistere.
Utilizzando luce proiettata e non più riflessa ERCO, azienda specializzata in illuminazione per l?Arte, adatta la distribuzione luminosa alle caratteristiche e dimensioni delle opere con fasci precisi, dai contorni morbidi e sfumati. La luce digitale, a sorgente LED selezionata singolarmente e ad alta restituzione cromatica, permette la regolazione dell’intensità luminosa e di calibrare con precisione i valori di illuminamento prescritti al fine di preservare le opere nel tempo.
Ne scaturisce una fruizione che induce a far scoprire al visitatore, con un elemento così intangibile ma delicato e importante come la luce, i dettagli più minuti delle due tele.
A questa sorta di “epifania” si arriva preparati. Le due sale introduttive presentano un singolare allestimento che articola il percorso intorno alla suggestione del Bambino in fasce, già prefigurazione del corpo adulto, straziato del Cristo, stretto nelle bende funebri.
La stoffa, posta su pannelli didascalici a tutta altezza, si dipana in tre “nastri”: scorrono paralleli raccontando l’ambito storico, le biografie, ma anche i temi trattati nei due dipinti. Quello superiore e quello inferiore narrano distintamente di Bellini e di Mantagna, quello centrale restituisce le vicende in comune e offre elementi di lettura e di confronto delle due opere.
Un triplice racconto che si stende sotto gli occhi del visitatore e richiama idealmente nel suo ?svolgersi?, come i rotoli della Scrittura, il compimento della storia della Salvezza.
In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Silvana Editoriale, in italiano e inglese, con saggi di Brigit Blass-Simmen, Caroline Campbell, Babet Hartwieg, Neville Rowley, Babet Trevisan, Giovanni Carlo Federico Villa.

Info:
CAPOLAVORI A CONFRONTO – BELLINI / MANTEGNA – Presentazione di Gesù al Tempio.
Fondazione Querini Stampalia, Venezia, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
Dal 21 marzo al 1 luglio 2018
Orario: da martedì a domenica, dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì
Biglietti: La visita alla mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso alla Fondazione Querini Stampalia:
Intero € 14; ridotto € 10 – Gratuito fino ai 18 anni compiuti
Tutte le domeniche ingresso gratuito ai residenti nel Comune di Venezia
Catalogo Silvana Editoriale
Tel. 041 27 11 411 – www.querinistampalia.org

Fonte:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referente Roberta Barbaro gestione3@studioesseci.net

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane.

Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille e una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati.
Quella di Pasini è una storia che contiene altre storie, dipinti come diari di viaggio, orizzonti immaginifici in cui lo spettatore può abbandonarsi, un vero e proprio reportage dall’Ottocento.
La Fondazione Magnani-Rocca dedica proprio a Pasini la sua mostra di primavera PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane con oltre 100 opere fra dipinti e lavori grafici. A cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi, a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, dal 17 marzo al 1° luglio 2018.
È una pittura, quella di Pasini, che prende le distanze dal lavoro di tutti gli altri interpreti della stagione orientalista dell’Ottocento, perché non si propone di presentare l’immagine dell’Oriente che il pubblico occidentale richiedeva e alla quale era abituato, ma di creare immagini nuove, aprendo un dialogo artistico con una cultura altra, attraverso la presentazione “dall’interno” dei suoi contenuti, usi, costumi, atmosfere. Un modello pittorico e di dialogo artistico che divenne un unicum, e che oggi, per l’importanza del tema, acquista un valore e un significato di grande attualità.
La sua attività di pittore di atmosfere orientaliste, mai presentata al pubblico in una Mostra con questa angolazione e questo taglio interpretativo, ha inizio con un avvenimento, che segnerà tutta la sua carriera artistica: siamo nel 1855 quando Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo all’influenza russa. Questa straordinaria storia di una delle più avventurose missioni diplomatiche del XIX secolo, che, durante il conflitto russo-turco, fu costretta, per raggiungere Teheran, a circumnavigare la penisola arabica, con l’obiettivo di tenere aperto, con gli strumenti della cultura e della diplomazia, un dialogo tra l’Europa e il Medio Oriente, apre la Mostra dove vengono presentati, per la prima volta tutti insieme, i disegni, le litografie e i dipinti realizzati da Pasini in occasione della missione.
Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione: Alberto Pasini.
In Mostra, fra l?altro, viene presentata la serie completa dei quaranta disegni realizzati in Persia; la serie delle dodici incisioni pubblicate su “l’Illustration, Journal Universel” e accompagnate dagli articoli di Barbier de Meynard e Paulin; e i grandi dipinti, tra i rarissimi esempi di opere di grandi dimensioni realizzate dall’artista.
Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenta negli anni successivi al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, che costituiranno uno dei modelli di riferimento per tutta la pittura orientalista degli anni a seguire. A metà dell’Ottocento, infatti un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita e allo sviluppo a Parigi di un centro europeo di cultura e produzione artistica a soggetto orientalista, che alimenterà un nuovo gusto collezionistico attento all?estraneo e all’esotico, grazie anche e soprattutto all’opera del più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini stabilirà un contratto di esclusiva, che venderà oltre 300 opere dell?artista.
La Mostra prosegue con una seconda sezione dedicata alle opere realizzate a Istanbul, che diverrà il luogo principale raffigurato dall’artista negli anni a seguire, e che egli declinerà in decine di varianti e soluzioni, a partire dalla grande veduta della Moschea di Yeni Djami, che Goupil venderà al Museo di Nantes nel 1872, fino alle numerose e rumorosamente affollate Scene di Mercato, delle quali realizzerà nel corso degli anni più di trenta versioni, tutte differenti e tutte con una atmosfera unica e irripetibile.
Una successiva sezione viene dedicata alle scene raffiguranti usi e costumi dell’Oriente, con i quali Pasini aveva iniziato ad avere familiarità proprio grazie all’apprezzamento dello Shah di Persia, che lo aveva portato con lui più volte alla caccia col falcone.
In questa sezione alcune opere ad olio vengono accompagnate in Mostra dalle incisioni che Goupil ne trasse (oggi tutte al Museé Goupil di Bordeaux), che valsero a diffondere in Europa e in America il modello di composizione e atmosfera proposto da Pasini.
Un’ultima sezione è riservata ai dipinti di atmosfera e di paesaggio, che, grazie a una nuova interpretazione della pittura di veduta e di paesaggio, porteranno nei decenni successivi tanti altri artisti a realizzare opere di simile tenore.
La Mostra inoltre presenta per la prima volta al pubblico opere di grandi dimensioni di musei internazionali mai esposte prima in una Mostra scientifica, quali Pascoli sulla strada da Teheran a Tabriz, olio su tela, cm 120 x 205, firmato e datato A. Pasini 1864, Musée des Beaux-Arts di Rouen; Ricordo dei dintorni di Tripoli, olio su tela, cm 69 x 105, firmato e datato A. Pasini 1865, Marsiglia, Musée des Beaux Arts; e da collezioni private, Corvè per il trasporto dell’artiglieria nelle montagne di Shiraz, olio su tela, cm 117 x 201, firmato e datato A. Pasini 1864, capolavoro esposto al Salon di Parigi nel 1864 e apparso solo in una vendita all’asta del 1987; e Un Marché a Constantinople, olio su tela, cm 130 x 105, esposto al Salon del 1874 e riapparso solo recentemente.
La Mostra è accompagnata da un ricco Catalogo con tavole delle opere a colori e con saggi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

Info:
PASINI E L’ORIENTE. Luci e colori di terre lontane
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 17 marzo al 1 luglio 2018. Aperto anche tutti i festivi (25 aprile, 1° maggio, 2 giugno). Lunedì chiuso, aperto il lunedì di Pasqua. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17); sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.
Il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra “Pasini e l’Oriente” e ai capolavori del Paesaggismo impressionista della Fondazione Magnani-Rocca (Monet, Renoir, Cézanne) con guida specializzata; è possibile prenotare via mail a segreteria@magnanirocca.it, oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15,00 (ingresso e guida).
Informazioni e prenotazioni gruppi: Tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Ristorante e Caffetteria nella corte del museo Tel. 0521 848135.
Mostra e Catalogo a cura di Paolo Serafini e Stefano Roffi.
Il catalogo (Silvana editoriale) presenta interventi di Paolo Serafini, Stefano Roffi, Léa Saint-Raymond, Cyrille Sciama, Guendalina Patrizi.

Fonte: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499 – Stefania Bertelli gestione1@studioesseci.net
www.studioesseci.net

TREVISO. Rodin un grande scultore al tempo di Monet.

Treviso è stata scelta dal Musée Rodin di Parigi per accogliere la mostra conclusiva delle celebrazioni per il primo centenario della scomparsa di Auguste Rodin (1840 – 1917), completando così il programma di grandi esposizioni che quest’anno ha già coinvolto tra gli altri il Grand Palais a Parigi e il Metropolitan a New York. Mostra, quella nel Museo Santa Caterina, che è promossa dal Comune di Treviso e da Linea d’ombra, che la produce e organizza.
Al di là del rapporto di particolare stima che il museo parigino nutre nei confronti di Marco Goldin, a pesare su questa scelta ha contribuito anche il fatto che Treviso sia la città di Arturo Martini, il gigante della scultura italiana, e non solo, del Novecento, artista che guardò con interesse anche al grande maestro d’oltralpe.
In Santa Caterina, che per l’occasione inaugurerà gli spazi integralmente restaurati della sala ipogea, intitolata a Giovanni Barbisan, saranno riunite oltre una settantina di opere – compresi i capolavori fondamentali – di Auguste Rodin. In un opportuno confronto tra sculture, anche di grandi dimensioni, e disegni. Perché, com’è noto, Rodin iniziò il suo percorso artistico frequentando la Petite Ècole, dove studiò soprattutto il disegno, avvicinandosi poi alla scultura.
In accordo con il Musée Rodin, Marco Goldin ha selezionato per questa ampia rassegna 50 sculture e 25 opere su carta. Tra le prime saranno presenti tutti i capolavori più noti dello scultore. Dal Bacio (immagine della mostra) al Pensatore, al Monumento a Balzac, all’Uomo dal naso rotto, all’Età del bronzo, sino alle maquettes, spesso comunque di vasto formato, delle opere monumentali, ovviamente intrasportabili o mai completate. I Borghesi di Calais e la Porta dell’Inferno, tra le tante.
A essere rappresentate al Santa Caterina sono tutte le tappe del percorso artistico dello scultore, percorso che mette in evidenza il suo fortissimo interesse per Michelangelo e per la scultura rinascimentale italiana. Così come la capacità di Rodin di trasformare la materia, rendendo morbido, sensuale, vibrante il marmo non meno che il gesso, prima delle fusioni in bronzo. Come documenterà anche il catalogo-monografia che accompagnerà la mostra. Inoltre sarà presente in mostra una grande e famosa tela di Edvard Munch, del 1907, che ritrae la statua del Pensatore nel giardino del dottor Linde (importante collezionista sia di Rodin che di Munch) a Lubecca. Non mancherà poi un quadro di Monet, tra gli altri presente nella celeberrima mostra Monet/Rodin che si svolse a Parigi nell’estate del 1889 nella galleria di Georges Petit. Esposizione che vide presenti anche tre delle sculture di Rodin comprese nel percorso trevigiano.
Marco Goldin, curatore della mostra dedicata a Rodin e dell’intero progetto trevigiano per la primavera 2018, afferma: “Da tempo desideravo proporre al pubblico italiano una mostra dedicata a Rodin, alla sua vita e alla sua opera, anche per il suo interesse tanto forte verso la cultura del nostro Paese. Sono davvero felice che questo possa avvenire nella mia città, Treviso, facendo scattare quella gara di ineguagliabile bellezza con Arturo Martini. E felice che il Musée Rodin abbia aderito alla mia richiesta con entusiasmo, ancor più motivato dal fatto che Treviso sia proprio la città di Martini. Credo non sarà inutile, nella prossima primavera, venire a Treviso per incontrare l’opera somma di due giganti della scultura tra XIX e XX secolo”.
“Dopo il successo dell’anno scorso io e Marco Goldin ci eravamo lasciati dicendo che il meglio doveva ancora venire –dichiara il sindaco di Treviso Giovanni Manildo – Un anno dopo siamo qu annunciarvi una nuova mostra che siamo sicuri saprà emozionarci tutti. Treviso un anno fa ha riabbracciato il suo storico curatore: oggi quell’emozione è diventata un rapporto solido e maturo sfociato in un progetto inedito e collettivo. Inedito per la città di Treviso che per la prima volta ospita grandi opere del padre della scultura moderna e collettivo perché vede la partecipazione della città di Treviso, del suo sistema produttivo e del mondo dell’impresa. Ringrazio Marco Goldin per questa nuova avventura, Treviso è pronta”.
La mostra è promossa dal Comune di Treviso e da Linea d’ombra. Prodotta e organizzata da Linea d’ombra, in collaborazione con il musée Rodin di Parigi.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 feb 2018

MILANO. Albrecht Dürer in mostra a Palazzo Reale.

Aprirà il 21 febbraio 2018 a Palazzo Reale di Milano e durerà fino al 24 giugno 2018 la mostra “Albrecht Dürer e il Rinascimento fra la Germania e l’Italia”, curata da Bernard Aikema e con la collaborazione di Andrew John Martin. Albrecht Dürer è considerato il protagonista del Rinascimento tedesco ed europeo.
La mostra mette in evidenza i rapporti reciproci tra la sua opera e quella di grandi maestri suoi contemporanei, Cranach, Giorgione, Lorenzo Lotto e altri, attraverso disegni, incisioni, dipinti e grafica. Gli studi scientifici e i viaggi dell’artista lo hanno reso un ponte di collegamento tra Nord e Sud Europa e hanno completato la sua propensione all’espressione grafica, dallo studio del vero al disegno, passando per il ritratto e il paesaggio.
Figlio di un orefice, risale al 1490 il ritratto del padre, conservato agli Uffizi di Firenze. Non si può evitare di citare fra le sue opere l’incisione Madonna della libellula (1495 ca.). Circondata da un paesaggio rasserenante, Maria è seduta e tiene in braccio il Bambin Gesù guardandolo teneramente, come farebbe qualsiasi madre con il proprio figlio. Il legame tra le figure e il paesaggio sarà un elemento distintivo di Dürer.
Il suo primo viaggio in Italia risale al 1494, anno in cui andò a Venezia. Al periodo successivo a questo primo viaggio risalgono le prime stampe dell’Apocalisse, quindici xilografie non di piccole dimensioni che lasciano ben vedere lo stile dell’artista. Non mancano nelle opere di Dürer le piccole cose quotidiane. Un esempio è l’Adorazione dei Magi, risalente al 1504 e conservata agli Uffizi di Firenze. La dolcezza dell’immagine è data d avari elementi, alcuni di stampo italiano (per esempio la centralità dei personaggi o l’edificio in rovina) altri nordici, come la presenza di molti dettagli. Di nuovo la sinergia profonda tra figure e ambiente.
La mostra organizzata a Palazzo reale sarà così l’occasione di scoprire o riscoprire un artista all’epoca della sua più alta espressione.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 15 feb 2018

VERCELLI. Il Gaudenzio degli anni della maturità artistica.

Basterebbe uno sguardo alle due Offerenti ritratte da Gaudenzio, tra il 1533 e il 1543, nel grandioso affresco della Cappella dell’Assunta in San Cristoforo per giustificare un viaggio a Vercelli per ammirarvi la mostra su Gaudenzio Ferrari.
Ma, oltre ai tesori conservati e proposti in San Cristoforo, la mostra che Giovani Agosti e Jacopo Stoppa hanno ideato per l’Arca, offre una tale sequenza di tavole, tele e disegni che una tappa a Vercelli risulta non solo giustificata ma assolutamente necessaria. L’esposizione all’Arca documenta, con autentici capolavori, la stagione della maturità di Gaudenzio. Accanto ad opere provenienti dal territorio, per la mostra giungeranno all’Arca la straordinaria Adorazione del Bambino del Ringling Museum of Art di Sarasota (Florida) e la Pietà di Budapest, nonché importanti prestiti di collezioni private.
Anche a Vercelli, perciò, saranno sicuramente molte le emozioni offerte, dal 23 marzo al 1 luglio 2018, dalla grande mostra su Gaudenzio Ferrari. L’esposizione è promossa e sostenuta dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte e dal Comune e Pinacoteca di Varallo, dai Comuni di Novara e Vercelli. La curatela è di Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, con la supervisione di Gianni Romano, a lungo Soprintendente del Piemonte, professore emerito dell’Università di Torino e massimo specialista dell’artista. L’organizzazione dell’evento è affidata all’Associazione Abbonamento Musei.it.
Com’è noto, la mostra su Gaudenzio, oltre che Vercelli, coinvolge Varallo e Novara, estendendosi, al di là delle sedi espositive, in chiese ed edifici delle città e del territorio, dove sono presenti affreschi e altre opere del Maestro. Nel caso di Vercelli, il fulcro d’interesse, al di là della mostra allestita all’Arca, è il complesso monumentale di San Cristoforo.
Edificata nel 1515 per iniziativa dell’Ordine degli Umiliati, la chiesa di San Cristoforo è il luogo vercellese per eccellenza dove ammirare i capolavori di Gaudenzio Ferrari, massimo pittore rinascimentale del territorio.
A partire dalla grande pala sull’altare maggiore, dedicata alla popolare Madonna degli Aranci (1530 ca.) che raffigura la Madonna col Bambino e San Giuseppe circondati dai santi Cristoforo, Giovanni Battista, Nicola da Bari e due religiosi con il saio bianco tipico degli Umiliati (si suppone trattarsi del beato Orico e di Nicolino Corradi di Lignana, committente della chiesa). Come sempre in Gaudenzio, due angioletti ai piedi del gruppo si preparano a suonare un liuto e un violino. Sullo sfondo, un folto intreccio di rami di un melo aranciato, tipico della Valsesia, ha fatto attribuire per secoli alla pala il nome di Madonna degli Aranci.
Ancora di Gaudenzio, ai lati dell’abside sono presenti quattro tele che raffigurano i quattro evangelisti: San Luca, San Giovanni, San Marco e San Matteo. E il prezioso ciclo di affreschi di Gaudenzio Ferrari eseguiti tra il 1529 e il 1534 che decorano la Cappella della Maddalena, la Cappella dell´Assunta, il presbiterio e l´abside. La Crocifissione, che ripropone un tema già svolto a Varallo e la mirabile Assunta, rimangono fra le opere più significative e mature della pittura monumentale italiana e costituiscono una delle maggiori attrattive del patrimonio artistico di Vercelli.
“Siamo orgogliosi – dice il Sindaco Maura Forte – di poter ospitare un evento di tale importanza, che permette di rendere onore e merito a un artista del nostro territorio che ha contribuito allo splendore del Rinascimento. Sarà un’occasione per diffondere la conoscenza dell’opera del Ferrari che richiamerà a Vercelli e nelle zone dove l’artista ha operato sia cultori della materia che appassionati”.

Info:
www.gaudenzioferrari.it